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Bambini gentili? I tre errori

Lug 31
Scritto da Annamaria avatar

Essere gentili non significa essere sempre ubbidienti, dire sempre sì o evitare qualsiasi conflitto. È uno degli equivoci più diffusi tra mamme e papà e, secondo gli esperti, rischia di crescere bambini compiacenti invece che davvero capaci di costruire relazioni sane. Bambini davvero gentili? I tre errori che molti genitori fanno senza accorgersene li spiega Natalia Re, presidente del Movimento Italiano per la Gentilezza (MIG). 

bamnini gentili i tre errori

Autrice insieme ad Antonio Di Bartolomeo del libro La gentilezza come linguaggio della responsabilità sociale. Autenticità, azione e parola, chiarisce tutto nel libro. E’ un manuale pratico che invita le famiglie a considerare la gentilezza non come un semplice insieme di buone maniere, ma come una vera competenza da allenare ogni giorno. “Molti adulti pensano che un bambino gentile sia quello che non contraddice, che non crea conflitti, che ‘fa il bravo’. In realtà così si rischia di educare alla compiacenza, non alla gentilezza”, chiarisce Natalia Re.

Secondo l’esperta, la gentilezza non è un tratto del carattere con cui si nasce. “È una competenza”, sottolinea, “e come tutte le competenze va insegnata nel modo giusto”. Essere gentili significa infatti “riconoscere l’altro, senza annullare sé stessi e con il coraggio di dire anche dei no rispettosi”.

Uno degli errori più frequenti è costringere i bambini a chiedere immediatamente scusa dopo un litigio. Quante volte capita di dire: “Chiedi scusa subito”? Per Natalia Re, però, una scusa imposta rischia di perdere il suo significato più profondo. Il bambino, infatti, “impara la formula, non il significato”. Più che obbligarlo a pronunciare una parola, è importante aiutarlo a comprendere cosa ha provato l’altra persona e perché il suo comportamento possa averla ferita.

Un altro sbaglio è premiare esclusivamente i bambini tranquilli, quelli che non protestano e non disturbano mai. A prima vista sembrano i più educati, ma non è sempre così. “Premiare solo il comportamento tranquillo ha il risultato di ottenere bambini silenziosi e non consapevoli”, osserva Re. Un bambino che non esprime emozioni o opinioni, infatti, potrebbe aver imparato semplicemente che è meglio non esporsi.

C’è poi un terzo errore che molti genitori commettono con le migliori intenzioni: evitare a tutti i costi i conflitti. Cercare sempre di appianare ogni discussione può sembrare un modo per proteggere i figli, ma non li prepara alla vita reale. Secondo Natalia Re, questo atteggiamento “produce nei ragazzi l’incapacità di gestire relazioni reali”. Imparare ad affrontare un confronto con rispetto è invece una capacità fondamentale che accompagnerà i bambini anche da adulti.

Tra gli aspetti più interessanti affrontati nel libro c’è anche il valore del “no”. Molti bambini, soprattutto le bambine, vengono educate a essere sempre disponibili e accomodanti. Ma la gentilezza non coincide con il compiacere tutti. “La gentilezza non è piacere a tutti, ma avere rispetto sia per gli altri sia per se stessi”, spiega l’esperta. E aggiunge: “Dire no può essere un atto profondamente gentile. È sicuramente meglio di un sì detto controvoglia o ambiguo”.

Per insegnare davvero la gentilezza non servono grandi lezioni, ma piccoli gesti quotidiani. Ascoltare senza interrompere, accogliere le emozioni dei figli, dare il buon esempio e insegnare che si può esprimere il proprio punto di vista con rispetto sono strumenti molto più efficaci di qualsiasi rimprovero. Perché, come ricorda Natalia Re, la vera gentilezza non chiede ai bambini di essere perfetti, ma di crescere consapevoli di sé e degli altri.