Bambini gentili? I tre errori
Essere gentili non significa essere sempre ubbidienti, dire sempre sì o evitare qualsiasi conflitto. È uno degli equivoci più diffusi tra mamme e papà e, secondo gli esperti, rischia di crescere bambini compiacenti invece che davvero capaci di costruire relazioni sane. Bambini davvero gentili? I tre errori che molti genitori fanno senza accorgersene li spiega Natalia Re, presidente del Movimento Italiano per la Gentilezza (MIG).

Autrice insieme ad Antonio Di Bartolomeo del libro La gentilezza come linguaggio della responsabilità sociale. Autenticità, azione e parola, chiarisce tutto nel libro. E’ un manuale pratico che invita le famiglie a considerare la gentilezza non come un semplice insieme di buone maniere, ma come una vera competenza da allenare ogni giorno. “Molti adulti pensano che un bambino gentile sia quello che non contraddice, che non crea conflitti, che ‘fa il bravo’. In realtà così si rischia di educare alla compiacenza, non alla gentilezza”, chiarisce Natalia Re.
Secondo l’esperta, la gentilezza non è un tratto del carattere con cui si nasce. “È una competenza”, sottolinea, “e come tutte le competenze va insegnata nel modo giusto”. Essere gentili significa infatti “riconoscere l’altro, senza annullare sé stessi e con il coraggio di dire anche dei no rispettosi”.
Uno degli errori più frequenti è costringere i bambini a chiedere immediatamente scusa dopo un litigio. Quante volte capita di dire: “Chiedi scusa subito”? Per Natalia Re, però, una scusa imposta rischia di perdere il suo significato più profondo. Il bambino, infatti, “impara la formula, non il significato”. Più che obbligarlo a pronunciare una parola, è importante aiutarlo a comprendere cosa ha provato l’altra persona e perché il suo comportamento possa averla ferita.
Un altro sbaglio è premiare esclusivamente i bambini tranquilli, quelli che non protestano e non disturbano mai. A prima vista sembrano i più educati, ma non è sempre così. “Premiare solo il comportamento tranquillo ha il risultato di ottenere bambini silenziosi e non consapevoli”, osserva Re. Un bambino che non esprime emozioni o opinioni, infatti, potrebbe aver imparato semplicemente che è meglio non esporsi.
C’è poi un terzo errore che molti genitori commettono con le migliori intenzioni: evitare a tutti i costi i conflitti. Cercare sempre di appianare ogni discussione può sembrare un modo per proteggere i figli, ma non li prepara alla vita reale. Secondo Natalia Re, questo atteggiamento “produce nei ragazzi l’incapacità di gestire relazioni reali”. Imparare ad affrontare un confronto con rispetto è invece una capacità fondamentale che accompagnerà i bambini anche da adulti.
Tra gli aspetti più interessanti affrontati nel libro c’è anche il valore del “no”. Molti bambini, soprattutto le bambine, vengono educate a essere sempre disponibili e accomodanti. Ma la gentilezza non coincide con il compiacere tutti. “La gentilezza non è piacere a tutti, ma avere rispetto sia per gli altri sia per se stessi”, spiega l’esperta. E aggiunge: “Dire no può essere un atto profondamente gentile. È sicuramente meglio di un sì detto controvoglia o ambiguo”.
Per insegnare davvero la gentilezza non servono grandi lezioni, ma piccoli gesti quotidiani. Ascoltare senza interrompere, accogliere le emozioni dei figli, dare il buon esempio e insegnare che si può esprimere il proprio punto di vista con rispetto sono strumenti molto più efficaci di qualsiasi rimprovero. Perché, come ricorda Natalia Re, la vera gentilezza non chiede ai bambini di essere perfetti, ma di crescere consapevoli di sé e degli altri.
Bambini: insegnare la gentilezza
Il 13 novembre scorso è stata celebrata la Giornata Mondiale della Gentilezza. In un mondo in cui tutto ormai pare superfluo vale la pena di soffermarsi su un valore semplice, ma fondamentale. Noi, da genitori, dobbiamo chiederci sempre come meglio insegnare la gentilezza ai bambini, per renderli adulti migliori domani.
I bimbi non imparano dalle parole, ma dagli esempi. Un “grazie” detto con sincerità, una porta tenuta aperta, un tono calmo anche quando si è stanchi: sono tutti gesti quotidiani che modellano la loro idea di come ci si comporta con gli altri. La regola d’oro è semplice: si insegna gentilezza solo se la si pratica.
Per essere gentili bisogna capire come ci si sente e come si sentono gli altri. Parlare con i bambini delle emozioni, che siano di rabbia, frustrazione, gioia o tristezza, li aiuta a riconoscerle e a gestirle, evitando comportamenti impulsivi e aggressivi. La gentilezza nasce quasi sempre da empatia + autocontrollo.
“Per favore”, “grazie”, “posso?”, “mi dispiace”: sembrano formule di cortesia, ma per i bambini sono veri mattoni educativi. L’obiettivo non è ripeterle a memoria, ma capire perché si usano. Spiegazioni brevi, legate al loro mondo, funzionano sempre: “Diciamo grazie quando qualcuno ci aiuta”, “Diciamo scusa quando abbiamo fatto male a qualcuno”. Non servono lunghe prediche: bastano coerenza e quotidianità.
La gentilezza si allena come un muscolo. Alcune idee pratiche:
- Il barattolo della gentilezza: ogni volta che il bambino compie un gesto gentile, si inserisce un bigliettino. A fine settimana si leggono insieme.
- La missione del giorno: “Oggi facciamo un complimento a qualcuno” oppure “Aiutiamo un amico in difficoltà”.
- Il gioco del grazie: prima di dormire, ognuno dice qualcosa per cui è grato.
Essere gentili non significa essere perfetti. La gentilezza, paradossalmente, si impara soprattutto quando si sbaglia: un litigio, un gesto impulsivo, una parola di troppo. La chiave è mostrar loro come si ripara un errore: un “mi dispiace” detto bene, un abbraccio, un disegno per fare pace. Riparare è il modo più concreto di insegnare rispetto.
I bambini devono capire che la gentilezza non è solo verso gli altri, ma anche verso sé stessi.
Significa prendersi una pausa, dire che si è stanchi, accettare di non riuscire subito, celebrare i piccoli successi. Un bambino che sa essere gentile con sé stesso cresce più sicuro, più sereno, più aperto agli altri.
Insegnare la gentilezza ai bambini non è un compito educativo marginale: è uno dei doni più grandi che un adulto può fare. Un bambino che cresce in un ambiente gentile impara che il mondo può essere un posto buono, e fa la sua parte per renderlo tale.

Scritto da Annamaria e postato in