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Donare latte materno: un gesto d’amore

Mag 19
Scritto da Annamaria avatar

Un qualcosa piccolo solo all’apparenza, ma capace di fare la differenza nella vita di tantissimi neonati e delle loro famiglie. Donare il proprio latte materno è un gesto d’amore: significa trasformare un’esperienza profondamente intima come l’allattamento in un atto concreto di cura e solidarietà. E oggi, più che mai, il Latte Umano Donato rappresenta una risorsa preziosa soprattutto per i bambini più fragili, come i neonati prematuri o con patologie complesse ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale.

donare latte materno un gesto d amore

In occasione della Giornata Mondiale della Donazione del Latte Umano, che si celebra oggi, 19 maggio, l’Associazione Italiana Banche del Latte Umano Donato (AIBLUD) e la Società Italiana di Neonatologia (SIN) hanno voluto accendere i riflettori sull’importanza delle Banche del Latte Umano, strutture specializzate dove il latte donato dalle mamme viene raccolto, controllato, trattato e conservato in totale sicurezza. Per tanti piccoli pazienti questo latte non è soltanto nutrimento. È una vera terapia salvavita.

Negli ultimi anni la medicina neonatale ha fatto passi da gigante, ma il latte umano continua a essere considerato insostituibile. Non a caso nel 2024 il Parlamento Europeo ne ha riconosciuto ufficialmente il valore classificandolo come “sostanza di origine umana”, al pari di un tessuto. E i benefici riguardano tutti: i neonati che lo ricevono, le mamme che lo donano e persino l’intera comunità.

Per una donna, donare il proprio latte significa innanzitutto sentirsi utile, parte attiva di una rete di aiuto concreta. Sapere che quel latte potrà nutrire un bambino fragile, magari nato troppo presto o in condizioni delicate, ha un enorme valore emotivo e psicologico. Molte mamme raccontano che la donazione rafforza il senso di autostima e rende ancora più significativo il proprio percorso di maternità.

Anche dal punto di vista fisico ci sono benefici importanti. L’estrazione regolare del latte aiuta infatti a mantenere stabile la produzione lattea e può essere utile soprattutto nelle prime settimane dopo il parto, quando l’allattamento si sta ancora consolidando. Inoltre, può ridurre il rischio di ingorghi mammari o mastiti nelle donne che producono latte in eccesso. Ma non è tutto.

Entrare in contatto con una Banca del Latte significa spesso ricevere supporto qualificato sull’allattamento, sulla conservazione del latte e sulla gestione dei primi mesi con il neonato. Un accompagnamento prezioso che aiuta molte mamme a vivere questa fase con maggiore consapevolezza e serenità.

Per i neonati che ricevono il latte donato, invece, i vantaggi sono enormi e scientificamente documentati. Il latte umano riduce in modo significativo il rischio di gravi complicanze nei bambini prematuri, come l’enterocolite necrotizzante, una patologia intestinale molto pericolosa. Aiuta inoltre a migliorare la digestione, sostiene il sistema immunitario e favorisce uno sviluppo neurologico più armonioso.

Anche per i neonati a termine che, temporaneamente, non possono essere allattati dalla propria mamma, il latte donato rappresenta la migliore alternativa possibile. E spesso aiuta anche le madri riceventi dal punto di vista emotivo. Sapere che il proprio bambino sta ricevendo latte umano può alleviare ansia, senso di colpa o frustrazione in momenti già molto delicati, soprattutto dopo un parto difficile o una nascita prematura.

Le Banche del Latte diventano così qualcosa di molto più grande di un semplice servizio sanitario. Creano una rete di sostegno tra mamme, famiglie e operatori sanitari, promuovendo una cultura della condivisione e della cura reciproca. Un sistema che fa bene anche alla sanità pubblica, perché l’utilizzo del latte umano contribuisce a ridurre complicanze, ricoveri prolungati e costi ospedalieri.

Oggi l’Italia conta 44 Banche del Latte Umano Donato ed è tra i Paesi europei più avanzati in questo settore. Ma secondo gli esperti c’è ancora bisogno di ampliare la rete e rendere l’accesso al latte donato più omogeneo su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo è semplice ma fondamentale: garantire a ogni neonato, fin dai primi giorni di vita, le stesse opportunità di cura e di salute. Perché dietro ogni goccia di latte donato c’è molto più di un alimento. C’è il gesto silenzioso di una mamma che aiuta un’altra mamma.

Kangaroo Care: il contatto pelle a pelle fa bene

Mag 18
Scritto da Annamaria avatar

Un abbraccio che calma, rassicura e cura. Non solo il neonato, ma anche i suoi genitori. In occasione della Giornata Mondiale della Kangaroo Care, celebrata il 15 maggio scorso, la Società Italiana di Neonatologia (SIN) e Vivere ETS tornano a sottolineare quanto il contatto pelle a pelle immediato dopo la nascita sia fondamentale per il benessere del bambino e della famiglia. Fa bene a tutti.

Il messaggio scelto quest’anno è semplice ma potentissimo: “La tranquillità è forza”. Perché quando mamma o papà tengono il loro piccolo sul petto, pelle contro pelle, qualcosa cambia davvero. Il respiro rallenta, lo stress diminuisce, il battito si regolarizza e quel legame unico tra genitore e figlio inizia a costruirsi fin dai primissimi istanti di vita.

La cosiddetta Kangaroo Care, conosciuta anche come marsupioterapia, è oggi riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come uno standard assistenziale importantissimo soprattutto per i neonati prematuri o con basso peso alla nascita. Ma i benefici non riguardano soltanto i bambini ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale. Anche nei neonati nati a termine, infatti, il contatto pelle a pelle nei primi mesi di vita aiuta il neurosviluppo e favorisce l’attaccamento emotivo.

Il principio è semplice: il corpo del genitore diventa il luogo più naturale e sicuro per il bambino. Attraverso il contatto, il calore, l’odore, la voce e il battito cardiaco, il neonato riceve una stimolazione sensoriale completa che lo aiuta a sentirsi protetto e stabile. E i benefici sono tantissimi.

Secondo il professor Massimo Agosti, presidente della SIN, la Kangaroo Care contribuisce a ridurre dolore e stress nel neonato, migliora la stabilità cardiorespiratoria e digestiva, favorisce un sonno più regolare e aumenta anche le possibilità di successo dell’allattamento al seno, soprattutto nei casi più delicati, come quelli dei bambini ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale.

Ma c’è di più. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha dimostrato che la Kangaroo Care ha effetti molto importanti anche sulla salute mentale dei genitori. Un recente studio clinico condotto tra Svezia e Norvegia ha evidenziato che il contatto pelle a pelle immediato dopo la nascita riduce in modo significativo i sintomi depressivi nelle mamme e allevia ansia e stress anche nei papà.

Non è difficile capire perché. L’ingresso improvviso in una TIN, soprattutto dopo un parto prematuro o complicato, può essere un’esperienza fortemente traumatica per una famiglia. Molti genitori si sentono spaventati, impotenti, disorientati. Poter toccare il proprio bambino, tenerlo sul petto e sentirlo vicino cambia completamente la percezione di quel momento così fragile.

Un altro aspetto emerso dagli studi riguarda lo sviluppo emotivo dei neonati stessi. I bambini che ricevono il contatto pelle a pelle subito dopo la nascita mostrano una migliore regolazione dello stress e una maggiore emotività positiva nei mesi successivi.

Per questo motivo l’OMS continua a promuovere la diffusione della Kangaroo Care sia negli ospedali sia a casa, pubblicando nuove linee guida rivolte al personale sanitario e alle famiglie.

Secondo la SIN, però, resta ancora tanto da fare, soprattutto sul fronte dell’accesso dei genitori alle Terapie Intensive Neonatali. Grazie alla collaborazione con Vivere ETS, molte TIN italiane oggi sono aperte h24, ma non ovunque mamma e papà vengono ancora considerati parte integrante della cura del bambino. Ed è proprio questo il punto centrale della Kangaroo Care: il genitore non è un semplice visitatore. La sua presenza è parte della terapia. Come ricordano anche Martina Bruscagnin e Monica Ceccatelli di Vivere ETS, stare vicino al proprio neonato non è solo un bisogno emotivo, ma un vero diritto alla salute per tutta la famiglia. Perché a volte il gesto più semplice del mondo, un abbraccio, può diventare la cura più potente di tutte.

Infermieri ‘angeli’ dei neonati

Mag 11
Scritto da Annamaria avatar

Ci sono professioni che si vedono poco, ma che fanno una differenza enorme. Succede nelle Neonatologie italiane, dove ogni giorno migliaia di infermieri si prendono cura dei neonati accompagnando allo stesso tempo anche mamme e papà in uno dei momenti più delicati della vita. Possono essere considerati veri e propri ‘angeli’ dei neonati.

SIN INF Piccolo manuale segreto per la tua nanna sicura

In occasione della Giornata Internazionale dell’Infermiere del 12 maggio, la Società Italiana di Neonatologia Infermieristica (SIN INF) ha deciso di accendere i riflettori proprio su queste figure fondamentali, spesso considerate veri e propri “angeli silenziosi” delle corsie pediatriche.

Ogni anno in Italia nascono oltre 350 mila bambini e molti di loro, fin dal primo giorno di vita, hanno bisogno di assistenza specialistica. È qui che entrano in gioco gli infermieri di Neonatologia: professionisti altamente formati che lavorano accanto ai neonatologi per garantire cure, monitoraggio, sostegno alle famiglie e sicurezza dei piccoli pazienti.

“Prendersi cura di un neonato, soprattutto se prematuro o con patologie, significa offrire non solo competenze cliniche di alto livello ma anche attenzioni relazionali e umane”, ha spiegato la dottoressa Elena Bernabei, presidente della SIN INF. Un lavoro che, sottolinea, coinvolge non soltanto il bambino ma tutto il nucleo familiare.

L’assistenza neonatale oggi va molto oltre gli aspetti strettamente medici. Gli infermieri accompagnano i genitori nell’allattamento, nella gestione del neonato e nel delicatissimo rientro a casa dopo il ricovero. Un supporto prezioso soprattutto per chi vive l’esperienza della Terapia Intensiva Neonatale, fatta di paure, fragilità ma anche di piccoli grandi traguardi quotidiani.

Secondo la SIN INF, l’Italia è oggi tra i Paesi con il più basso tasso di mortalità neonatale al mondo, un risultato legato anche all’elevato livello di formazione degli operatori sanitari coinvolti nell’assistenza ai neonati.

Per celebrare questa giornata, la SIN INF parteciperà anche a un evento organizzato dall’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Torino in Piazza Castello, con un’iniziativa speciale dedicata alle famiglie e ai più piccoli. L’idea è tanto semplice quanto bellissima: insegnare ai bambini, attraverso il gioco, come prendersi cura di un neonato.

All’interno dello stand sarà infatti allestita una culletta dimostrativa dove i piccoli partecipanti potranno imparare, guidati dagli infermieri, a preparare correttamente il lettino del bebè. Un’attività educativa pensata per sensibilizzare anche i fratellini maggiori sul tema della sicurezza del sonno e della prevenzione della SIDS, la sindrome della morte improvvisa del lattante. Per l’occasione la SIN INF ha realizzato anche una brochure illustrata e pensata appositamente per i bambini, con linguaggio semplice, immagini da colorare e persino una filastrocca educativa.

Le regole della “nanna sicura”

La SIN e le associazioni che si occupano di prevenzione della SIDS diffondono da tempo alcune regole fondamentali per il sonno sicuro dei neonati.

Tra le raccomandazioni principali:

  • far dormire il neonato sempre a pancia in su
  • usare una superficie rigida e piatta
  • evitare cuscini, peluche, paracolpi e coperte morbide nel lettino
  • mantenere la temperatura della stanza tra 18 e 20 gradi
  • far dormire il bambino nella stessa stanza dei genitori ma non nello stesso letto
  • evitare il fumo in gravidanza e dopo la nascita

Gli esperti ricordano che anche piccoli gesti quotidiani possono contribuire concretamente alla sicurezza del neonato.

“Sarà emozionante vedere con quanta attenzione i bambini ascolteranno i nostri consigli”, ha raccontato ancora la dottoressa Bernabei, spiegando quanto sia importante coinvolgere tutta la famiglia nella cura dei più piccoli. Perché prendersi cura di un neonato non significa soltanto controllare parametri e terapie. Significa anche costruire intorno a lui una rete fatta di competenza, ascolto, presenza e amore. Ed è proprio questo, forse, il lato più bello del lavoro degli infermieri di Neonatologia.

Settimana mondiale dell’immunizzazione

Apr 21
Scritto da Annamaria avatar

“Per ogni generazione, i vaccini funzionano” è il tema della Settimana Mondiale dell’Immunizzazione, dal 24 al 30 aprile 2026, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che mette in evidenza come i vaccini abbiano protetto intere generazioni. Continuano a farlo, salvando milioni di vite e prevenendo oltre trenta malattie potenzialmente letali. 

settimana mondiale dell immunizzazione

L’immunizzazione in epoca neonatale sta vivendo un’evoluzione importante. Le più recenti evidenze scientifiche e le raccomandazioni nazionali ed europee hanno confermato l’efficacia della doppia protezione madre-neonato e di una strategia di immunizzazione integrata, basata su immunizzazione passiva neonatale (anticorpi monoclonali) e immunizzazione attiva prenatale (vaccinazione materna), consolidata in Italia nella stagione 2025-2026.

“Negli ultimi anni, l’approccio alla protezione dei neonati si è ampliato significativamente”, afferma il Prof. Massimo Agosti, Presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN). “Accanto al calendario vaccinale tradizionale, che in Italia prevede l’avvio delle vaccinazioni a partire dal 61° giorno di vita, si sono affermate nuove modalità di prevenzione già dalla nascita. La principale innovazione riguarda la prevenzione del Virus Respiratorio Sinciziale (VRS), responsabile di un elevato numero di ospedalizzazioni, soprattutto nei lattanti nei primi 6 mesi, per il quale oggi sono disponibili due strategie complementari: l’immunizzazione diretta di tutti i nuovi nati tramite anticorpi monoclonali a lunga durata d’azione, somministrabili con una singola dose prima o durante la stagione epidemica,e la vaccinazione materna in gravidanza, che consente il trasferimento di anticorpi protettivi al feto, attivi sin dai primi mesi di vita”.

La prima strategia è stata l’immunizzazione diretta del neonato con nirsevimab, anticorpo monoclonale a lunga durata d’azione autorizzato in Europa per prevenire la malattia grave nel primo periodo stagionale di esposizione al VRS. È previsto in dose singola da somministrare alla nascita, per i nati durante la stagione epidemica invernale ottobre-marzo, oppure prima dell’inizio della stagione epidemica per i nati da aprile a settembre. Questa strategia, già avviata nella stagione 2024-2025, è andata a regime nella stagione 2025-2026, in cui la campagna di immunoprofilassi è partita in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, riuscendo così a incrementare le coperture rispetto all’anno precedente.

La vaccinazione materna in gravidanza è autorizzata per la somministrazione tra 24 e 36 settimane di gestazione, con protezione del neonato dalla nascita fino a sei mesi attraverso il trasferimento transplacentare degli anticorpi. L’immunizzazione in epoca prenatale si conferma uno dei pilastri della prevenzione materno-infantile. 

La vaccinazione in gravidanza non è una novità per l’Italia, dove sono già raccomandate la vaccinazione antinfluenzale, in qualsiasi trimestre e la vaccinazione anti-difterite-tetano-pertosse (dTpa), preferibilmente nel terzo trimestre. Questi interventi hanno dimostrato efficacia sia nel proteggere la madre, sia nel ridurre significativamente il rischio di malattia nel neonato, in particolare per la pertosse nei primi mesi di vita.

“Questa ‘doppia protezione’ rappresenta un cambio di paradigma nella sanità pubblica, in ambito neonatale e pediatrico, anticipando la difesa immunitaria a una fase estremamente precoce della vita”, aggiunge il Prof. Mario Giuffrè, Segretario del Gruppo di Studio di Infettivologia Neonatale della SIN. “Queste innovazioni sono state integrate con quanto già previsto dal calendario vaccinale (vaccinazioni obbligatorie e raccomandate a partire dal terzo mese di vita), che può essere quindi ridefinito “calendario di immunizzazione” in quanto la principale novità è la sua integrazione ed estensione con strumenti di immunizzazione mirati già attorno alla nascita”. 

Le nuove strategie contro il VRS segnano un’evoluzione concreta verso una medicina preventiva sempre più precoce, efficace e mirata, con l’obiettivo di ridurre in modo significativo le forme gravi di infezione respiratoria nei neonati e nei lattanti e alleggerire il carico sui sistemi sanitari, garantendo al tempo stesso una protezione universale per tutti i neonati.

“Il VRS può rappresentare il banco di prova di una nuova sanità pubblica: più precoce, più mirata e più vicina ai bisogni reali dei neonati e delle loro famiglie. Le novità in tema di immunizzazione in epoca neonatale segnano un passaggio decisivo: proteggere il neonato nelle prime settimane di vita significa intervenire nel momento in cui la vulnerabilità è massima e il beneficio clinico può essere più rilevante. La SIN da sempre è impegnata per rafforzare l’informazione, sia nella comunità, sia tra gli operatori sanitari, garantendo un counselling sempre più tempestivo e integrato, capace di accompagnare le donne e le coppie con indicazioni chiare, aggiornate e basate sulle evidenze scientifiche, per garantire una nascita e una crescita in salute a tutti i neonati”, conclude il Presidente Agosti.

Proprio per guidare i genitori nelle scelte di prevenzione e vaccinazione nei primi anni di vita, la Società Italiana di Neonatologia e la Società Italiana di Pediatria hanno realizzato la seconda edizione dell’opuscolo “Proteggi il tuo bambino – Non è mai troppo presto”, uno strumento pratico e chiaro, tradotto in 7 lingue, per favorire l’accesso anche alle famiglie di origine straniera, consultabile e scaricabile gratuitamente online dai rispettivi siti.

Testa piatta nei neonati

Mar 27
Scritto da Annamaria avatar

La chiamano “sindrome della testa piatta”, ma il nome medico è plagiocefalia posizionale. E se ti è capitato di notare la testolina del tuo bimbo un po’ schiacciata da un lato, sappi una cosa importante: è molto più comune di quanto pensi e nella maggior parte dei casi si risolve con piccoli accorgimenti quotidiani. Prima di tutto, però, capiamo di cosa si tratta davvero, cos’è la testa piatta nei neonati.

Nei primi mesi di vita il cranio dei neonati è molto morbido e modellabile. Questo è fondamentale per la crescita del cervello, ma significa anche che la forma della testa può cambiare facilmente in base alla posizione in cui il bambino trascorre più tempo. Se il piccolo tende a stare sempre appoggiato sullo stesso lato, quella zona può appiattirsi: è proprio così che nasce la plagiocefalia. E no, non è una malattia grave. Nella maggior parte dei casi è una condizione benigna, spesso solo estetica, ma che va comunque osservata e accompagnata con attenzione. 

Molti comportamenti quotidiani  normalissimi possono favorire la testa piatta. Il più frequente? Lasciare il neonato troppo a lungo in sdraiette, ovetti o seggiolini. Questi strumenti limitano il movimento e aumentano la pressione sempre nello stesso punto della testa. Gli esperti consigliano di usare la sdraietta non più di 30 minuti al giorno. Altro mito da sfatare: i famosi “cuscini con il buco”. Sembrano la soluzione perfetta… ma spesso sono inutili o addirittura controproducenti, perché aumentano la superficie di appoggio e possono peggiorare l’appiattimento. 

La buona notizia è che nella maggior parte dei casi non servono strumenti speciali, ma solo piccoli cambiamenti nelle abitudini quotidiane.

1. Alternare sempre la posizione della testa
Cambia lato durante la nanna, l’allattamento e quando lo tieni in braccio. Anche piccoli gesti fanno una grande differenza.

2. Stimolare il movimento
I neonati tendono a guardare sempre verso ciò che li interessa (spesso… la mamma!). Spostati, cambia lato della culla o dei giochi per invitarlo a girarsi.

3. Più tempo “a pancia in giù” (quando è sveglio)
Il famoso tummy time: all’inizio pochi minuti, poi sempre di più. Aiuta non solo la forma della testa, ma anche lo sviluppo motorio.

4. Meno tempo nei supporti “contenitivi”
Ovetto, sdraietta, seggiolino: utili sì, ma con moderazione. Il bambino ha bisogno di muoversi liberamente.

Nella maggior parte dei casi, crescendo e iniziando a muoversi di più, la testa tende a rimodellarsi da sola.Ma è sempre bene parlarne con il pediatra se:

  • la forma non migliora dopo qualche mese
  • il bambino gira sempre la testa solo da un lato
  • sospetti un torcicollo

In alcuni casi specifici si può ricorrere alla fisioterapia o, più raramente, a un caschetto su misura per guidare la crescita del cranio. 

Far dormire il neonato a pancia in su resta la scelta più sicura per prevenire la morte in culla, anche se può favorire la testa piatta. Quindi non si cambia questa regola: si compensa durante il giorno con movimento, alternanza e contatto. In fondo, la parola chiave è una sola: variare.

Giornata Mondiale NIDCAP

Mar 20
Scritto da Annamaria avatar

In occasione della Giornata Mondiale NIDCAP del 20 marzo, i Centri di Formazione di Rimini e Modena, insieme alla Società Italiana di Neonatologia (SIN), alla Società Italiana di Neonatologia Infermieristica (SIN INF) e all’associazione VIVERE ETS, celebrano l’eccellenza della cura neonatale al motto internazionale lanciato dalla Federazione NIDCAP: “NIDCAP fa la differenza perché…”.

SIN NIDCAP

L’approccio NIDCAP (Newborn Individualized Developmental Care and Assessment Program) è uno dei modelli di cura individualizzata al neonato in collaborazione con le famiglie. Non è semplicemente un protocollo assistenziale, ma una filosofia che trasforma radicalmente la Terapia Intensiva Neonatale (TIN) da ambiente puramente tecnologico ad ecosistema di sviluppo relazionale e neurologico. La scienza conferma che il cervello del neonato prematuro è un organo in evoluzione esponenziale, estremamente plastico, ma anche vulnerabile. Ogni stimolo ambientale a cui è sottoposto il bambino agisce direttamente sulla sua mappa neurale cerebrale.

La NIDCAP, proteggendo i ritmi biologici e ottimizzando l’ambiente sensoriale, garantisce che questa architettura cerebrale si sviluppi in modo armonioso. In questa ottica, la presenza dei genitori non è un atto di cortesia o un orario di visita, ma una componente essenziale per la vita del bambino. Infatti, le evidenze scientifiche dimostrano che l’apertura dei reparti di TIN H24, 7 giorni su 7, permette alla famiglia di fungere da scudo neuro-protettivo. Al contrario, la separazione dal genitore è una fonte di stress tossico per il neonato, capace di alterare lo sviluppo dei circuiti neuronali. 

Le testimonianze dei genitori sul perché “NIDCAP fa la differenza” sono la prova tangibile di tutto ciò.
Lilia, mamma di Gregory, descrive con le sue parole come questa assistenza permetta la riparazione del legame che si è interrotto con la nascita pretermine del bambino, “…senza NIDCAP non riusciresti a ricostruire quel cordone ombelicale che la natura ha precocemente interrotto”. Ad Alice e Alessandro, genitori di Giovanni, tale approccio ha consentito di appropriarsi dell’identità familiare “…ci ha permesso di sentirci una famiglia fin dal primo momento e di prenderci cura del nostro bambino con il supporto del personale medico e infermieristico”.

Barbara e Alberto, genitori di Mia, testimoniano con le loro parole la connessione relazionale tra i componenti della famiglia, “…ha permesso alla nostra famiglia di creare un filo che ci ha tenuti uniti per seguire passo a passo i progressi e le conquiste giornaliere di Mia”. Chiara, mamma di Dalila, con le sue parole si sofferma sul sostegno all’adeguatezza genitoriale, “…mi ha permesso di sentirmi mamma e di poter fare la mamma, quando in realtà ero a pezzi e mi sentivo totalmente inadeguata”.

Cosa raccontano i professionisti a tale proposito? Secondo Gina Ancora, Vicepresidente SIN e direttrice del Centro Training NIDCAP di Rimini, “NIDCAP fa la differenza perché,promuovendo l’instaurarsi di una relazione amorevole durante le fasi precoci della vita, facilita un attaccamento sicuro genitore-bambino, creando così il terreno fertile per fare attecchire semi di pace futura. Questo approccio assistenziale non si limita alla cura medica, ma prepara il terreno per una crescita umana armoniosa e serena. La missione principale è far sì che l’innovazione tecnologica più avanzata resti al servizio della persona attraverso la cura della relazione. La cura smette così di essere un insieme di procedure isolate per diventare un progetto condiviso, che mette al centro l’identità profonda della famiglia e del bambino”.

Alberto Berardi, direttore del Centro Training NIDCAP di Modena, rimarca come la presenza dei genitori, inclusi fratellini e sorelline, sia una componente clinica irrinunciabile e sicura, “..La scienza ci spiega che la famiglia, e in particolare la madre, funge da vera e propria barriera naturale alle infezioni. Attraverso il contatto, i genitori favoriscono lo strutturarsi del microbiota nel proprio piccolo, e questo processo naturale sarà fonte di protezione, migliorando le risposte immunitarie e riducendo i rischi di acquisizione di patogeni. Insieme a questa protezione immunologica, la vicinanza dei genitori offre anche degli stimoli indispensabili per la regolazione biologica e lo sviluppo armonioso del sistema nervoso. In questo percorso di crescita, il tocco dolce, il contatto pelle a pelle e l’allattamento al seno non sono solo gesti d’affetto, ma diventano veri e propri strumenti di protezione e cura che permettono al bambino di crescere più forte”.

Natascia Simeone e Natascia Bertoncelli, rispettivamente Trainer dei centri di formazione di Rimini e Modena, evidenziano che “NIDCAP assicura una relazione precoce tra genitori e bambini, permette l’inizio di un legame fondamentale per la crescita futura del neonato e dei suoi genitori. Attraverso l’affiancamento costante da parte di professionisti formati NIDCAP, i genitori, durante il ricovero, rimangono in continuo contatto fisico ed emotivo con i loro neonati. Acquisiscono la capacità di osservarli, di descriverne i punti di forza e di vulnerabilità, effettuando una co-regolazione costante e continua con il bambino, propedeutica al raggiungimento della capacità di auto-regolazione del neonato, fonte a sua volta di benessere e di sviluppo. Tale percorso permette ai genitori di raggiungere le competenze necessarie per prendersi cura del proprio bambino in completa autonomia, favorendo un ritorno a casa più sereno per l’intera famiglia”.

Le equipe multidisciplinari delle TIN di Rimini e Modena, insieme a tutti i professionisti NIDCAP italiani, testimoniano quotidianamente che “La famiglia è la vera cura, il nutrimento che fa crescere il bambino e la forza che vince ogni ostacolo”. Questa visione è sostenuta con forza dai rappresentanti delle associazioni e delle società scientifiche. 

Martina Bruscagnin, presidente di VIVERE ETS, dice “NIDCAP fa la differenza perché trasforma l’ospedale in una casa. Come associazione, ci impegniamo affinché il diritto alla non separazione sia garantito ovunque, sostenere il futuro dei bambini significa prima di tutto sostenere la dignità dei loro genitori, fornendo loro gli strumenti per essere i primi e più importanti custodi della salute dei propri figli.”

Monica Ceccatelli, vicepresidente di VIVERE ETS, testimonia “Il nostro obiettivo è che nessuna famiglia si senta ospite in TIN. NIDCAP restituisce ai genitori l’importanza della loro presenza in un momento di estrema fragilità, permettendo all’intera famiglia di fiorire. Vedere un genitore che impara a interpretare il movimento di una mano, l’espressione del viso, il respiro del proprio piccolo è la dimostrazione che la vicinanza è la base della crescita e della genitorialità di tipo responsivo.” Aggiunge Martina Bruscagnin “È solo grazie alla sinergia e alla preparazione che si sviluppano in TIN tra genitori e figli, con il prezioso supporto degli operatori, che le famiglie possono vivere questo periodo in modo proficuo, maturando l’esperienza necessaria per gestire con autonomia il ritorno a casa”.

Questa visione sociale e umana si fonde perfettamente con gli obiettivi delle società scientifiche, che vedono nel coinvolgimento della famiglia il vertice della qualità assistenziale. 

Elena Bernabei, presidente della SIN INF commenta “L’infermieristica neonatale moderna trova nel NIDCAP una grande espressione di qualità e competenza. Noi professionisti siamo i garanti dell’alleanza tra scienza e umanità; ogni volta che facilitiamo il contatto pelle a pelle o incoraggiamo una madre nell’allattamento, stiamo scrivendo il futuro di quel bambino. L’infermiere NIDCAP non assiste solo un paziente, ma accoglie e protegge un intero nucleo familiare, integrando la tecnica con la sensibilità relazionale.” 

Massimo Agosti, presidente della SIN, si dichiara orgoglioso che la SIN abbia al suo interno professionisti che conducono due dei 33 Centri Training NIDCAP a livello mondiale. “La scienza dimostra che stimoli quali il tocco, la voce e la presenza costante dei genitori, rappresentano veri e propri motori dello sviluppo cerebrale. In quest’ottica, l’abbraccio materno e paterno diventa una medicina potente e insostituibile per garantire la salute futura dei piccoli pazienti. L’osservazione costante da parte dei genitori rende il neonato un vero e proprio partner clinico, capace di fornire dati unici che completano il monitoraggio tecnologico. Coinvolgere attivamente i genitori trasforma la loro presenza in una risorsa clinica fondamentale, una parte integrante della cura. In tal senso l’approccio assistenziale NIDCAP ben rispecchia il motto della SIN -Insieme al neonato e alla sua famiglia- e si armonizza con tutto il lavoro che la nostra società scientifica propone.”

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Congedo parentale paritario: lo stop

Feb 25
Scritto da Annamaria avatar

È arrivata la notizia dello stop alla proposta di legge sul congedo parentale paritario. E per molte mamme non è stata solo una notizia politica: è stata una fitta. Perché quando si parla di congedo, non si parla di numeri o coperture economiche. Si parla di notti insonni. Di rientri al lavoro con il magone. Di sensi di colpa. Di equilibrio che non si trova mai davvero.

congedo parentale 2 1771823620116.jpg congedo parentale paritario la riforma si blocca scontro su costi e coperture

L’idea era semplice, almeno sulla carta: garantire a mamma e papà lo stesso periodo di congedo retribuito, nei primi mesi di vita del bambino. Non “un aiuto al papà”, non “qualche giorno in più”.
Ma un tempo vero, riconosciuto e pagato, per entrambi. Un cambio di prospettiva culturale prima ancora che organizzativa.

Perché sarebbe stato importante? Perché oggi, diciamolo senza girarci intorno, il peso della cura ricade ancora soprattutto sulle donne. Siamo noi che interrompiamo la carriera più spesso. Siamo noi che chiediamo il part time. Siamo noi che rinunciamo a opportunità. Un congedo paritario avrebbe mandato un messaggio forte: la cura è responsabilità di entrambi. Non è “aiutare la mamma”. È essere genitori allo stesso modo.

Non è solo una questione di lavoro. C’è un aspetto che spesso si dimentica: il legame. I primi mesi di vita di un bambino non tornano più. Avere tempo pieno, vero, per costruire quella relazione è un investimento affettivo enorme. Per il papà, per la mamma, per il bambino.

Un congedo equamente distribuito avrebbe significato: meno pressione sulle madri, più presenza dei padri, meno disuguaglianze sul lavoro, meno maternità vissute come “rischio aziendale”. Perché finché il tempo di cura resta principalmente femminile, anche la discriminazione resterà tale.

La verità è che molte donne oggi si trovano davanti a una scelta silenziosa: carriera o maternità? E non dovrebbe essere così. Se il sistema non sostiene davvero le famiglie, la scelta di avere un figlio diventa più difficile, più pesante, più solitaria. E questo non riguarda solo chi è già madre. Riguarda chi vorrebbe diventarlo senza dover fare i conti con rinunce strutturali.

Parlare di congedo paritario non significa togliere qualcosa a qualcuno. Significa costruire un modello più moderno, più giusto, più vicino alla realtà delle famiglie di oggi. Le mamme non chiedono privilegi. Chiedono equilibrio. Chiedono che la cura non sia una penalità professionale. Chiedono di non sentirsi sole nei primi mesi più intensi della vita. Lo stop in Parlamento non chiude la discussione. La rende ancora più urgente.

Perché se davvero vogliamo un Paese che sostenga la natalità, la risposta non può essere solo “fate figli”. Deve essere: “vi aiutiamo a crescerli insieme”. E questo, per molte di noi, avrebbe fatto tutta la differenza.

Malattie rare: sfida parte da screening neonatale

Feb 23
Scritto da Annamaria avatar

Una diagnosi nei primi giorni di vita può cambiare il destino di un bambino. È da qui che inizia la riflessione della Giornata delle Malattie Rare, celebrata il 28 febbraio, che quest’anno accende i riflettori su un tema cruciale: garantire accesso alle terapie e ai trattamenti – farmacologici e non – a tutte le persone con malattia rara, fin dalla nascita. Per le malattie rare la sfida parte dallo screening neonatale.

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La Società Italiana di Neonatologia (SIN), insieme a UNIAMO Federazione Italiana Malattie Rare, richiama l’attenzione sull’evoluzione dello screening neonatale e sulle nuove prospettive aperte dal sequenziamento genomico. L’obiettivo è ambizioso ma concreto: assicurare diagnosi precoci e percorsi di cura tempestivi, appropriati ed equi per ogni neonato, indipendentemente dalla regione in cui nasce.

Le malattie rare sono più di 7.000 e coinvolgono circa 300 milioni di persone nel mondo. Nel 70% dei casi hanno un’origine genetica e spesso si manifestano già in età pediatrica.

In questo scenario, lo screening neonatale rappresenta una delle più importanti conquiste della medicina preventiva. Con un semplice prelievo effettuato nei primi giorni di vita, è oggi possibile individuare precocemente diverse malattie metaboliche, endocrine e genetiche rare. Una diagnosi tempestiva permette di intervenire subito, modificando in modo significativo il decorso della patologia e migliorando qualità e aspettativa di vita.

Le nuove tecnologie di sequenziamento genomico potrebbero ampliare ulteriormente questo orizzonte, consentendo di identificare rapidamente centinaia di malattie genetiche gravi ma potenzialmente trattabili già in epoca neonatale.

Ma accanto alle opportunità emergono anche interrogativi complessi. Il sequenziamento esteso può infatti individuare varianti genetiche dal significato incerto o legate a malattie a esordio tardivo e non trattabili. Informazioni che rischiano di generare ansia nelle famiglie e di aprire delicati problemi interpretativi. Non tutte le mutazioni si traducono in una malattia clinicamente manifesta e il rischio di sovradiagnosi è reale.

“Si tratta di una prospettiva scientifica di grande rilievo, che potrebbe rafforzare il ruolo dello screening come strumento di prevenzione e di equità su tutto il territorio, ma insieme ad UNIAMO riteniamo indispensabile una ‘cabina di regia’ nazionale”, afferma il Prof. Massimo Agosti, Presidente SIN. “Il principio guida deve restare il migliore interesse del minore e della sua famiglia. Lo screening neonatale deve offrire un beneficio diretto e concreto al neonato, limitandosi alle condizioni per le quali esiste un trattamento efficace. Ogni estensione deve essere valutata con rigore scientifico e responsabilità etica. Fondamentali risultano, inoltre, il consenso informato dei genitori, la tutela dei dati genetici e la garanzia di equità di accesso su tutto il territorio nazionale, per evitare nuove disuguaglianze in un ambito così delicato”.

La genomica neonatale può rappresentare una straordinaria opportunità per la salute pubblica e per le famiglie colpite da malattie rare, ma la sua introduzione deve avvenire all’interno di un quadro normativo chiaro, condiviso e trasparente, affinché resti uno strumento realmente orientato al bene del bambino.

“Gli screening sono programmi di salute pubblica”, sottolinea Luigi Memo, Segretario del Gruppo di Studio di Genetica Clinica Neonatale della SIN, “pensati per migliorare la salute e la qualità di vita del neonato, e non devono trasformarsi in strumenti di raccolta indiscriminata di dati o di sorveglianza genetica. La sfida è coniugare innovazione tecnologica, tutela dei diritti e responsabilità sociale. La combinazione tra diagnosi precoce, terapie innovative e interventi non farmacologici appropriati può realmente cambiare la storia naturale di molte malattie rare, ma questo è possibile solo se l’accesso alle cure è equo, continuo e strutturato”.

Negli ultimi anni, lo sviluppo delle terapie geniche ha aperto scenari fino a poco tempo fa impensabili, soprattutto quando il trattamento viene avviato precocemente. Tuttavia, la cura non si esaurisce nei farmaci o nelle tecnologie avanzate.

Accanto alle terapie farmacologiche è essenziale garantire percorsi assistenziali, riabilitativi, nutrizionali e un supporto multidisciplinare costante. La presa in carico deve essere globale, continuativa e centrata sulla persona.

“Lo screening neonatale esteso è uno straordinario strumento per individuare fin dalla nascita patologie che possono essere trattate prima che compaiano i sintomi”, dichiara la Presidente UNIAMO Annalisa Scopinaro. “I trattamenti possono essere non solo farmacologici ma anche, nella nostra visione, abilitativi e riabilitativi. Bisogna considerare la diagnosi un momento dal quale parte una presa in carico olistica che riguarda tutti gli stakeholders ed è preceduto da tanta informazione. I bambini e le loro famiglie devono essere accompagnati in un percorso di supporto e di cura che non li lasci mai da soli. Dobbiamo essere cauti e coesi rispetto a tutta una serie di tematiche, che hanno risvolti etici importanti. Come affrontare, nel caso degli screening genetici, varianti ancora non conosciute e le possibili influenze sul fenotipo. Genotipi e fenotipi non congruenti. Patologie c.d. late onset, cioè a insorgenza tardiva. Dovremmo scegliere le patologie da screenare con ampio consenso da parte di tutte le comunità coinvolte: scientifica, istituzionale, associativa”.

Per trasformare questa visione in realtà serve un’azione coordinata tra istituzioni, medici specialisti – biologi, genetisti, neonatologi, psicologi – e associazioni delle persone con malattia rara e delle loro famiglie, come UNIAMO. L’obiettivo è costruire un sistema di screening capace di superare le disuguaglianze territoriali. E garantire a ogni neonato, ovunque nasca, il diritto a una diagnosi precoce e alle migliori cure disponibili. Perché nelle malattie rare il tempo conta. E spesso comincia a contare fin dal primo giorno di vita.