Alcol in gravidanza: zero è l’unica scelta
Alcol in gravidanza? Zero è l’unica scelta sicura. Bere alcol durante la gravidanza può avere conseguenze permanenti sullo sviluppo del bambino. Eppure, nonostante si tratti di un rischio completamente prevenibile, i Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico continuano a essere poco conosciuti e, soprattutto, spesso sottodiagnosticati.

In occasione della Giornata Internazionale della Sindrome Feto-Alcolica e dei disturbi correlati (FAS/FASD), che si celebra il 9 settembre, la Società Italiana di Neonatologia (SIN) torna a porre l’attenzione su un tema di grande importanza per la salute di mamme e bambini: in gravidanza non esiste una quantità di alcol considerata sicura. La prevenzione parte da un messaggio semplice, ma fondamentale: la scelta più sicura è zero alcol.
L’esposizione all’alcol durante la vita fetale può compromettere lo sviluppo del sistema nervoso centrale e di altri organi. Le conseguenze possono essere evidenti fin dalla nascita oppure manifestarsi più avanti, durante l’infanzia o l’adolescenza, attraverso difficoltà cognitive, comportamentali, relazionali e di apprendimento.
La Sindrome Feto-Alcolica e i disturbi correlati rappresentano infatti una delle principali cause prevenibili di alterazione del neurosviluppo e di disabilità in età evolutiva. Ogni bambino che nasce con la Sindrome Feto-Alcolica rappresenta un caso completamente prevenibile. Eppure, molti bambini non ricevono una diagnosi nei primi anni di vita. In alcuni casi le difficoltà emergono solo successivamente, quando iniziano a manifestarsi problemi nell’apprendimento, nel comportamento o nelle relazioni con gli altri.
“La prevenzione della FASD richiede un approccio che inizi prima del concepimento e continui durante la gravidanza, con un messaggio semplice e scientificamente fondato: in gravidanza la scelta più sicura è zero alcol”, sottolinea la dott.ssa Adele Minutillo.
Il medico del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità aggiunge: “Il progetto ‘Salute materno-infantile: formazione degli operatori sociosanitari ed empowerment delle giovani donne (18-24 anni) sui rischi connessi al consumo di alcol in gravidanza’, (gennaio 2024 – luglio 2026), con il supporto del Ministero della Salute, ha integrato monitoraggio dell’esposizione prenatale, formazione degli operatori e informazione dei giovani. I risultati hanno mostrato nella maggior parte dei casi la non completa astensione dall’alcol, raccomandazione fondamentale per le gestanti e per le coppie che stanno programmando una gravidanza. Ciò conferma la necessità di una prevenzione condivisa, non stigmatizzante e capace di coinvolgere donne, partner, famiglie, professionisti sanitari e comunità”.
Un aspetto particolarmente importante riguarda il periodo precedente al concepimento. Anche quando si sta cercando una gravidanza, o quando questa potrebbe verificarsi, la raccomandazione resta la stessa.
“Durante la gravidanza e già nel periodo preconcezionale, quando si ricerca una gravidanza o questa potrebbe verificarsi, non esiste una quantità di alcol che possa essere considerata sicura. Per questo motivo, la prevenzione a zero alcol rappresenta il più importante strumento di sanità pubblica per ridurre l’incidenza dei Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico”, afferma Massimo Agosti, Presidente SIN.
“Ogni nuovo caso di Sindrome Feto-Alcolica ricorda quanto sia necessario rafforzare le strategie di prevenzione e di informazione rivolte alle donne in età fertile e alle coppie. Ma il nostro compito non si esaurisce con la prevenzione: il periodo perinatale rappresenta un’opportunità unica per individuare precocemente i neonati a rischio e avviare tempestivamente la presa in carico. Ricordiamo, inoltre, che anche durante l’allattamento l’opzione più sicura è non consumare alcol: l’etanolo passa nel latte materno”, chiarisce ancora.
Accanto alla prevenzione, è fondamentale anche la diagnosi tempestiva. La Sindrome Feto-Alcolica, conosciuta con l’acronimo FAS, rappresenta la forma più grave dello spettro. Ma non tutti i bambini esposti all’alcol durante la gravidanza presentano i segni più evidenti della sindrome.
In molti casi le caratteristiche fisiche possono essere assenti o poco riconoscibili e i problemi neurologici e comportamentali emergono soltanto con il passare degli anni. Per questo i FASD vengono spesso definiti una “disabilità invisibile”.
Un bambino può apparire perfettamente sano nei primi anni di vita e manifestare solo successivamente difficoltà importanti nello sviluppo, nell’apprendimento o nella gestione delle emozioni. Riconoscere precocemente l’esposizione prenatale all’alcol permette invece di attivare controlli, percorsi diagnostici e interventi riabilitativi adeguati.
La collaborazione tra i diversi professionisti sanitari è essenziale. L’anamnesi della mamma, la valutazione dei fattori di rischio, l’esame del neonato e l’osservazione della relazione tra madre e bambino possono aiutare a individuare situazioni che richiedono maggiore attenzione.
Il neonatologo ha quindi un ruolo centrale, soprattutto nei primi giorni di vita del bambino. Quando emerge un sospetto diagnostico, è importante garantire una continuità assistenziale anche dopo la dimissione dall’ospedale, coinvolgendo il pediatra e i servizi territoriali.
“Il follow-up rappresenta il naturale proseguimento dell’assistenza neonatale”, sottolinea Luigi Memo, Segretario del Gruppo di Studio di Genetica Clinica Neonatale della SIN. “Il neonatologo è spesso il primo specialista ad avere l’opportunità di porre il sospetto diagnostico. Questo richiede competenze specifiche, ma anche la capacità di lavorare in rete. Nei casi dubbi, il confronto con il genetista clinico è fondamentale sia per escludere condizioni ereditarie che possono presentare manifestazioni cliniche sovrapponibili ai Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico, sia per evitare diagnosi improprie. Una diagnosi accurata e tempestiva rappresenta il presupposto indispensabile per costruire il percorso assistenziale più appropriato per il neonato e la sua famiglia”, precisa.
Negli ultimi anni la ricerca sui Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico ha fatto passi avanti importanti. Anche in Italia sono state pubblicate le prime Linee Guida dedicate ai FASD, con l’obiettivo di rendere più omogenei i criteri diagnostici e garantire una presa in carico multidisciplinare.
La ricerca internazionale sta inoltre approfondendo i meccanismi attraverso cui l’alcol può interferire con lo sviluppo fetale e sta studiando nuovi biomarcatori per individuare l’esposizione durante la gravidanza.
Ma le conoscenze scientifiche devono tradursi in percorsi concreti per le famiglie. Ostetrici, ginecologi, neonatologi, pediatri, neuropsichiatri infantili, genetisti, psicologi e terapisti della riabilitazione devono poter lavorare insieme.
“Riteniamo fondamentale per ogni Neonatologia italiana l’adozione di protocolli condivisi per l’identificazione dei neonati a rischio, per la dimissione protetta, per il collegamento con il territorio e per l’accesso ai programmi di follow-up neuroevolutivo. Solo una rete assistenziale realmente integrata può garantire ai piccoli e alle loro famiglie un percorso tempestivo, continuo e appropriato”, conclude il Presidente SIN Agosti.
Social freezing
Fino a qualche anno fa sembrava una pratica da film o da serie tv. Oggi, invece, il social freezing, cioè la crioconservazione degli ovociti per motivi non legati a una malattia, è entrato sempre di più nel linguaggio comune. Se ne parla sui social, nelle interviste delle celebrities e tra le giovani donne che vogliono lasciare aperta una porta sul futuro. Ma attenzione: non è una moda beauty, né una sorta di assicurazione sulla maternità. È una possibilità offerta dalla medicina riproduttiva che va valutata con consapevolezza, insieme a uno specialista.
Che cos’è esattamente il social freezing? Il procedimento consiste nel prelevare gli ovociti dopo una stimolazione ovarica e congelarli attraverso la vitrificazione, una tecnica di congelamento rapido che permette di conservarli per un eventuale utilizzo futuro. L’idea è semplice: conservare gli ovociti quando la donna è più giovane, per poter eventualmente provare a utilizzarli più avanti, quando la fertilità naturale potrebbe essere diminuita.
Badate bene però: congelare gli ovociti non significa congelare la fertilità e tantomeno avere la certezza di diventare madre in futuro. L’età al momento del congelamento è uno dei fattori che maggiormente influenzano le possibilità di successo e, in generale, gli esiti sono migliori quando la crioconservazione viene effettuata in età più giovane.
Perché una donna decide di farlo? Le ragioni possono essere molte e molto personali. C’è chi non ha ancora trovato il partner con cui desidera avere un figlio, chi vuole semplicemente rimandare la maternità, chi sta attraversando un periodo particolare della propria vita e non si sente pronta. E poi ci sono le ragioni mediche. La crioconservazione degli ovociti è, per esempio, una strategia consolidata per preservare la fertilità nelle donne che devono affrontare trattamenti potenzialmente dannosi per l’apparato riproduttivo, come alcune terapie oncologiche.
Il social freezing, invece, nasce dalla volontà di guadagnare tempo. Una possibilità che l’American Society for Reproductive Medicine considera eticamente ammissibile, sottolineando però la necessità di spiegare con chiarezza alle pazienti benefici, limiti, costi e rischi.
Perché oggi sembra quasi una moda? Perché se ne parla molto di più. Il tema è uscito dagli studi di medicina della riproduzione ed è arrivato nei podcast, nelle interviste, su Instagram e TikTok. Alcune donne raccontano pubblicamente di aver scelto di congelare i propri ovociti. Questo ha contribuito a rendere una pratica fino a poco tempo fa poco conosciuta molto più familiare.
C’è anche un cambiamento sociale. Oggi molte donne studiano più a lungo, costruiscono una carriera, desiderano indipendenza economica e spesso incontrano più tardi il momento in cui si sentono pronte per avere un figlio.
Quando farlo? Non esiste un’età universale perfetta per tutte. Le linee guida dell’ASRM sottolineano che non ci sono dati sufficienti per indicare un’età ottimale valida per ogni donna. È però chiaro che gli esiti tendono a essere migliori quando gli ovociti vengono congelati in età più giovane.
Guida in gravidanza: vademecum
Salire in auto durante la dolce attesa è possibile e, nella maggior parte dei casi, è perfettamente sicuro. Basta seguire alcune semplici regole che aiutano a proteggere sia la futura mamma sia il bambino. Dall’uso corretto della cintura alle pause durante i lunghi tragitti, ecco il vademecum da tenere a mente per la guida in gravidanza, soprattutto in vista delle vacanze.

La cintura di sicurezza non va mai tolta
È uno dei dubbi più frequenti tra le future mamme, ma la risposta degli esperti è chiara: la cintura di sicurezza va sempre indossata, anche con il pancione. Non solo è obbligatoria secondo il Codice della Strada, ma rappresenta la migliore protezione per mamma e bambino in caso di frenate improvvise o incidenti. L’esenzione è prevista solo in casi particolari e deve essere certificata dal ginecologo. Per essere efficace deve essere posizionata nel modo corretto: la fascia orizzontale deve passare sotto la pancia, appoggiata alle ossa del bacino, mentre quella diagonale deve attraversare il petto, tra i seni, senza comprimere l’addome. Mai farla passare sopra il pancione o dietro la schiena.
Regolate bene sedile e volante
Con il passare dei mesi trovare una posizione comoda diventa sempre più importante. Il sedile dovrebbe essere abbastanza arretrato da lasciare uno spazio di sicurezza tra pancia e volante, ma senza compromettere il controllo dei pedali. Anche lo schienale non dovrebbe essere troppo inclinato, così da mantenere una postura corretta e ridurre l’affaticamento. L’airbag non va disattivato quando si guida: lavora insieme alla cintura per aumentare la protezione.
Fate una pausa almeno ogni due ore
Nei viaggi lunghi è fondamentale fermarsi regolarmente. Alzarsi, camminare qualche minuto, bere acqua e muovere le gambe aiuta a riattivare la circolazione e riduce il rischio di gonfiore e stanchezza, particolarmente frequenti in gravidanza. Anche un breve stretching può fare la differenza.
Bevete spesso e tenete uno snack a portata di mano
Il caldo estivo aumenta il rischio di disidratazione. Portate sempre con voi una bottiglia d’acqua e qualche spuntino leggero, come frutta fresca, crackers o frutta secca. In questo modo sarà più facile evitare cali di zuccheri, nausea o improvvisi giramenti di testa durante il viaggio.
Indossate abiti comodi
Vestiti leggeri, tessuti traspiranti e scarpe chiuse e confortevoli rendono la guida più sicura. Meglio evitare infradito o calzature che potrebbero scivolare sui pedali.
Ascoltate il vostro corpo
Se avvertite contrazioni, dolori addominali, capogiri, perdita di liquidi o un forte malessere, fermatevi subito e contattate il medico o il pronto soccorso. Nessun appuntamento o vacanza vale il rischio di sottovalutare un segnale importante.
Se possibile, alternatevi alla guida
Negli ultimi mesi di gravidanza guidare può risultare più faticoso. Se viaggiate con il partner o con un familiare, è consigliabile alternarsi al volante e concedersi momenti di riposo.
Prima di partire, chiedete un parere al ginecologo
Ogni gravidanza è diversa. Se avete una gestazione a rischio, soffrite di pressione alta, avete avuto contrazioni premature o altre complicazioni, chiedete sempre al vostro ginecologo se il viaggio è indicato e quali precauzioni adottare.
Gravidanza e voli lunghi: consigli anti trombosi
Partire con il pancione per una meta da sogno è possibile, ma se il viaggio prevede molte ore di aereo è importante adottare alcune precauzioni. La gravidanza e i voli lunghi non sono un binomio perfetto: il rischio di trombosi venosa aumenta fisiologicamente e l’immobilità prolungata tipica dello stare su un aereo può favorire la formazione di coaguli. Niente allarmismi, però: con qualche semplice accorgimento si può viaggiare in sicurezza e godersi le vacanze in totale serenità. Ecco alcuni consigli anti trombosi.

La gravidanza rende il sangue naturalmente più “coagulabile”. È un meccanismo di difesa dell’organismo per limitare le emorragie durante il parto, ma aumenta anche il rischio di trombosi venosa profonda, soprattutto nelle gambe. A questo si aggiungono altri fattori:
- la pressione dell’utero sulle vene del bacino;
- la circolazione più lenta negli arti inferiori;
- le tante ore trascorse sedute durante un volo.
Il rischio cresce ulteriormente se si hanno più di 35 anni, si è in sovrappeso, si soffre di vene varicose o si è già avuta una trombosi in passato.
Il consiglio più importante è evitare di rimanere immobili troppo a lungo. Durante un volo superiore alle quattro ore è bene:
- alzarsi ogni 60-90 minuti;
- camminare qualche minuto lungo il corridoio;
- evitare di accavallare le gambe.
Anche pochi passi aiutano a riattivare la circolazione e riducono il ristagno del sangue.
Quando non è possibile alzarsi, basta eseguire piccoli esercizi direttamente sul sedile. Ruotare le caviglie, flettere ed estendere i piedi, sollevare alternativamente talloni e punte e contrarre i muscoli dei polpacci sono movimenti semplici ma molto efficaci per favorire il ritorno venoso.
L’aria all’interno della cabina è molto secca e favorisce la disidratazione. Per questo è consigliabile bere frequentemente acqua durante tutto il viaggio, evitando di arrivare assetate. Meglio limitare bevande alcoliche e ridurre il consumo di caffè e bibite molto zuccherate, che possono contribuire alla disidratazione.
Vestiti comodi e niente indumenti stretti. Per il viaggio è meglio scegliere: pantaloni morbidi; abiti leggeri; scarpe comode; calze che non stringano il polpaccio. Gli indumenti troppo aderenti possono ostacolare ulteriormente la circolazione.
Per chi affronta voli lunghi, soprattutto nel secondo e terzo trimestre, il ginecologo può consigliare l’utilizzo di calze elastiche a compressione graduata. Aiutano il ritorno del sangue verso il cuore, riducono il gonfiore alle gambe e abbassano il rischio di trombosi. È importante scegliere la misura corretta e indossarle prima della partenza.
Se possibile, è preferibile prenotare un posto lato corridoio. Permette di alzarsi con maggiore facilità e rende più semplice camminare durante il volo senza disturbare gli altri passeggeri.
Le donne che hanno già avuto episodi di trombosi, soffrono di trombofilie ereditarie o presentano altri importanti fattori di rischio devono sempre confrontarsi con il proprio ginecologo prima della partenza. In alcuni casi lo specialista può valutare una profilassi con eparina a basso peso molecolare, ma è una decisione che deve essere presa esclusivamente dal medico.
Ogni compagnia aerea ha regole diverse per le future mamme. Generalmente si può volare senza particolari limitazioni fino alla 36ª settimana nelle gravidanze fisiologiche, mentre in quelle gemellari il limite può essere anticipato. Negli ultimi mesi può essere richiesto un certificato del ginecologo che attesti il buon andamento della gravidanza e autorizzi il viaggio.
Tampone Streptococco in gravidanza
Tra gli ultimi controlli previsti in gravidanza ce n’è uno che spesso passa quasi inosservato, ma che può fare una grande differenza per la salute del bambino. È il tampone vagino-rettale per la ricerca dello Streptococco di gruppo B (Streptococcus agalactiae o SGB), un esame semplice, indolore e raccomandato tra la 36ª e la 37ª settimana di gestazione.
Lo Streptococco di gruppo B è un batterio che può essere presente naturalmente nell’intestino e nella vagina di molte donne senza provocare alcun sintomo. Si stima che ne sia portatrice circa una donna su quattro. Nella maggior parte dei casi non crea alcun problema alla futura mamma, ma durante il parto può essere trasmesso al neonato, soprattutto nel passaggio attraverso il canale del parto.
Lo scopo del test non è curare la mamma, ma proteggere il bambino. Se il tampone risulta positivo, non significa che ci sia un’infezione in corso o che il parto sarà complicato. Significa semplicemente che, durante il travaglio, verrà somministrato un antibiotico per via endovenosa, una misura che riduce drasticamente il rischio di trasmissione del batterio al neonato. Grazie a questa semplice prevenzione, il rischio di sviluppare una grave infezione nei primi giorni di vita diminuisce in modo significativo.
L’esame è molto rapido e non richiede alcuna preparazione particolare. Il ginecologo o l’ostetrica prelevano un piccolo campione con un cotton fioc dalla vagina e dal retto. Il prelievo dura pochi secondi e non è doloroso. È importante eseguirlo tra la 36ª e la 37ª settimana, perché il risultato ottenuto in quel periodo riflette con maggiore accuratezza la presenza del batterio al momento del parto.
Ricevere un risultato positivo non deve spaventare. Non significa che il bambino sia infetto né che sia necessario assumere antibiotici durante la gravidanza. La terapia viene somministrata solo durante il travaglio, quando è realmente efficace nel prevenire il contagio del neonato. Il personale sanitario seguirà un protocollo ben definito e monitorerà mamma e bambino secondo le linee guida.
Nei rari casi in cui il batterio venga trasmesso al neonato, possono comparire infezioni anche molto serie, come: sepsi neonatale; polmonite; meningite. Si tratta di complicanze poco frequenti, ma potenzialmente gravi. Proprio per questo il tampone rappresenta uno degli strumenti di prevenzione più importanti nelle ultime settimane di gravidanza.
Ipertensione in gravidanza: gli errori da non fare
La pressione alta quando si è in dolce attesa non va sottovalutata. Sebbene in molti casi possa essere tenuta sotto controllo, l’ipertensione in gravidanza richiede attenzione e il rispetto delle indicazioni del ginecologo per proteggere la salute della mamma e del bambino. Con il caldo estivo, inoltre, è ancora più importante ascoltare il proprio corpo e adottare qualche accorgimento in più. Ecco gli errori più comuni da non fare mai.

Non sospendere o modificare la terapia da sole
Se il medico ha prescritto farmaci per controllare la pressione, non bisogna mai interromperli o cambiarne il dosaggio senza consultarlo. Alcuni medicinali sono perfettamente compatibili con la gravidanza e servono a prevenire complicanze importanti.
Non saltare i controlli
Misurare regolarmente la pressione e presentarsi a tutte le visite è fondamentale. L’ipertensione può peggiorare rapidamente e, in alcuni casi, evolvere in preeclampsia, una condizione che richiede un monitoraggio immediato.
Non abusare di sale
Non è necessario eliminarlo completamente, ma limitarne il consumo aiuta a evitare un’eccessiva ritenzione di liquidi. Meglio ridurre cibi confezionati, salumi, snack salati e piatti pronti, spesso ricchi di sodio.
Non trascurare l’idratazione
Bere poco, soprattutto durante l’estate, può favorire malessere e peggiorare il benessere generale. L’acqua dovrebbe accompagnare tutta la giornata, anche quando non si avverte sete.
Non esporsi al sole nelle ore più calde
Tra le 11 e le 17 è preferibile rimanere in luoghi freschi e ombreggiati. Il caldo intenso aumenta lo stress per l’organismo e può provocare affaticamento, capogiri e disidratazione.
Non restare completamente inattive
Salvo diversa indicazione del ginecologo, una leggera attività fisica come una passeggiata o il nuoto può favorire la circolazione e il benessere generale. Al contrario, una vita troppo sedentaria non aiuta il sistema cardiovascolare.
Non ignorare i campanelli d’allarme
Alcuni sintomi richiedono un contatto immediato con il medico o il pronto soccorso. Tra questi:
- forte mal di testa persistente;
- vista offuscata o lampi di luce;
- dolore intenso nella parte alta dell’addome;
- gonfiore improvviso di mani, piedi o viso;
- difficoltà respiratoria;
- riduzione dei movimenti del bambino.
Non affidarsi ai consigli trovati online
Ogni gravidanza è diversa. Rimedi naturali, integratori o diete “miracolose” non devono mai sostituire il parere del ginecologo, soprattutto quando si parla di pressione alta.
Ricevere una diagnosi di ipertensione può spaventare, ma oggi, grazie ai controlli periodici e alle terapie disponibili, nella maggior parte dei casi è possibile portare avanti la gravidanza in sicurezza. La regola più importante è una sola: seguire le indicazioni degli specialisti, ascoltare il proprio corpo e non sottovalutare mai eventuali cambiamenti.
Cosa fare in spiaggia in gravidanza
Il mare può diventare un vero alleato del benessere col pancione. Con qualche semplice accorgimento, infatti, è possibile godersi la giornata in tutta sicurezza e mantenersi attive anche durante i nove mesi.Ecco cosa fare in spiaggia in gravidanza.

Tra le attività più indicate ci sono le passeggiate lungo la battigia, soprattutto al mattino presto o nel tardo pomeriggio, quando le temperature sono più miti. Camminare sulla sabbia compatta vicino all’acqua stimola la circolazione, favorisce il ritorno venoso e aiuta a contrastare il gonfiore di gambe e caviglie, uno dei disturbi più frequenti in gravidanza.
Anche nuotare è un’ottima scelta. L’acqua sostiene il peso del corpo, alleggerisce la schiena e le articolazioni e permette di fare movimento senza affaticarsi. Entrare lentamente in mare, inoltre, regala un’immediata sensazione di leggerezza, soprattutto negli ultimi mesi, quando il pancione si fa sentire di più.
Meglio, invece, evitare di restare sdraiate troppo a lungo nella stessa posizione, soprattutto a pancia in su nelle fasi finali della gravidanza. Cambiare spesso postura, alternando qualche passeggiata a momenti di relax sotto l’ombrellone, aiuta a prevenire capogiri e senso di debolezza.
Per quanto riguarda la sabbia, non esistono particolari controindicazioni. È però consigliabile utilizzare sempre un telo ben pulito e isolato dal terreno, evitare di sedersi direttamente sulla sabbia rovente e prestare attenzione all’igiene. Dopo il bagno è buona abitudine cambiare subito il costume bagnato, così da ridurre il rischio di irritazioni o fastidi intimi, particolarmente frequenti durante la gravidanza.
La regola più importante, però, è una sola: ascoltare il proprio corpo. Se compare stanchezza, affanno, giramenti di testa o una sensazione di eccessivo affaticamento, è il momento di fermarsi, bere acqua e riposare all’ombra. La gravidanza non impedisce di vivere il mare, ma invita a rallentare i ritmi e a prendersi cura di sé con ancora più attenzione.
Gravidanza: 10mila passi al giorno per stare bene
Aspettare un bambino non significa rinunciare al movimento. Anzi, una semplice passeggiata quotidiana può diventare un prezioso alleato della salute. Lo conferma un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica JAMA e rilanciato da Corriere Salute: camminare ogni giorno e ridurre il tempo trascorso sedute aiuta ad abbassare il rischio di complicanze come diabete gestazionale e ipertensione.Bastano 10mila passi al giorno in gravidanza per stare bene.

I ricercatori hanno seguito 470 donne in gravidanza durante tutti e tre i trimestri, monitorando la loro attività fisica con appositi sensori. Il risultato è stato chiaro: le future mamme più sedentarie hanno registrato un rischio di complicanze superiore al doppio rispetto a quelle che si muovevano di più.
L’obiettivo ideale? Tra gli 8.000 e i 10.000 passi al giorno, senza però vivere il numero come un obbligo. Anche aumentare gradualmente il movimento rispetto alle proprie abitudini può fare la differenza. Le linee guida internazionali consigliano infatti almeno 150 minuti di attività fisica moderata alla settimana, da suddividere in base alle proprie esigenze e sempre seguendo le indicazioni del ginecologo.
Per le donne con una gravidanza fisiologica, camminare non aumenta il rischio di aborto o parto prematuro. Al contrario, favorisce una migliore circolazione sanguigna, aiuta la placenta a lavorare in modo più efficiente e può contribuire a un travaglio più breve e a un recupero dopo il parto più rapido. Il movimento, inoltre, rappresenta un valido aiuto anche per il benessere psicologico, riducendo stress e favorendo il buon umore.
Una passeggiata al parco, qualche commissione fatta a piedi o una camminata nelle ore più fresche della giornata possono essere sufficienti a fare attività. Mi raccomando, però: evitate le ore più calde e mantenetevi ben idratate. In presenza di dolore, contrazioni o qualsiasi sintomo insolito, fermatevi e contattate il vostro medico.

Scritto da Annamaria e postato in