Parto in acqua: quando non si può
Molte donne sognano di mettere al mondo il proprio bebè con un parto in acqua. La dottoressa Monica Calcagni a Demografica Adnkronos spiega quando non si può esaudire il desiderio. Il medico chirurgo specialista in Ginecologia ed Ostetricia chiarisce infatti, una volta per tutte, che ci sono alcune condizioni per le quali non è possibile dare l’okay.

“Il parto in acqua, così come il parto spontaneo, non lo possono fare tutte le donne – sottolinea l’esperta – Ci sono delle condizioni materne e fetali che vanno valutate. Devono esserci, soprattutto per il parto in acqua, delle condizioni materne ottimali. Se c’è una sofferenza fetale, se ci sono problemi di posizione del bambino, un travaglio lento, un’emorragia o un’infezione, non è possibile partorire in acqua”.
Calcagni aggiunge: “Altri casi che prevedono impossibilità di partorire in acqua si si registra quando c’è una pressione altra o altre complicanze materne, e, spesso, non è possibile fare neppure il parto vaginale. E’ in questi casi che si ricorre a un cesareo che, a questo punto, non è più una scelta, ma un‘urgenza perché si fa dopo che il travaglio è iniziato. E’ un intervento necessario per tutelare sia la vita della madre che quella del bambino”.
Movimento del parto libero
Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di “parto libero”, un’espressione che può sembrare vaga ma che racconta una realtà molto concreta. E’ il desiderio di molte donne di vivere la nascita dei propri figli con maggiore autonomia, rispetto e consapevolezza. Il movimento del parto libero non nasce come ribellione alla medicina o alle strutture sanitarie. E’ una risposta a un bisogno profondo: sentirsi protagoniste del proprio parto, non semplici pazienti da gestire.
Nel concetto di parto libero rientra l’idea che la donna abbia il diritto di scegliere dove partorire, con chi farlo e in che modo affrontare il dolore, senza pressioni e senza procedure standardizzate applicate in automatico. Significa reclamare un tempo e uno spazio in cui la fisiologia del corpo venga ascoltata prima ancora che guidata, un contesto in cui la nascita non sia vista come un evento di rischio, ma come un processo naturale che, quando non presenta complicazioni, può svolgersi in maniera fluida e rispettosa.
Molte donne che si avvicinano a questo movimento raccontano una sensazione comune: il desiderio di recuperare la centralità del loro corpo. Per decenni il parto è stato vissuto quasi esclusivamente all’interno di sale parto altamente medicalizzate, con protocolli rigidi e una forte delega ai professionisti. Questo ha sicuramente aumentato la sicurezza in moltissimi casi, ma ha anche portato a un uso talvolta eccessivo di interventi non sempre necessari. Il parto libero non rifiuta l’assistenza medica: al contrario, la considera preziosa e fondamentale quando serve. Chiede semplicemente che la gravidanza fisiologica venga rispettata come tale.
Dentro questo approccio rientrano le scelte più diverse: alcune donne desiderano partorire in ospedale con un’ostetrica dedicata che le accompagni passo passo; altre preferiscono il parto in casa, assistite da professionisti esperti; altre ancora scelgono le case maternità, luoghi accoglienti che uniscono calore domestico e competenza sanitaria. Ciò che accomuna tutte queste esperienze è la volontà di essere trattate con delicatezza, ascolto e fiducia.
Tra i pilastri del parto libero c’è anche l’idea di informazione. Le donne che vi si avvicinano vogliono conoscere davvero ogni aspetto del travaglio. Come si muove il bambino, quali posizioni possono aiutare, cosa succede al corpo durante le contrazioni, quali interventi sono utili e quali, invece, si possono evitare. Sapere permette di scegliere, e scegliere permette di sentirsi più serene. Molte testimonianze raccontano che un parto vissuto con consapevolezza. Questo, anche quando richiede un intervento medico, lascia comunque alla madre la sensazione di essere stata parte attiva. E non spettatrice.
Il movimento del parto libero coinvolge sempre più ostetriche, associazioni e gruppi di sostegno che lavorano per promuovere un’assistenza basata sull’evidenza scientifica e sul rispetto della fisiologia. L’obiettivo non è creare contrapposizioni tra “naturale” e “medicale”, ma favorire un dialogo in cui il benessere di madre e bambino sia davvero al centro. La tecnologia, quando necessaria, è una risorsa preziosissima; ciò che si chiede è che non sostituisca l’ascolto e la relazione.
Di fondo, questo movimento parla di libertà, ma anche di fiducia. Fiducia nel corpo, nelle proprie sensazioni, nei professionisti che accompagnano la nascita. Racconta un modo di avvicinarsi al parto meno spaventato e più consapevole, in cui ogni scelta, dall’ambiente alla posizione, dalla gestione del dolore al tipo di assistenza,è rispettata e non giudicata.
Il “parto libero” è, in definitiva, una richiesta di umanità. È il tentativo di restituire alla nascita il suo valore profondo, intimo e potente, permettendo alle donne di viverla come una delle esperienze più trasformative della loro vita.
Induzione al parto
Dieci ore intense, di attesa, di emozione, di forza. Così Cecilia Rodriguez ha raccontato la sua esperienza di induzione al parto, condividendo con i fan sui social i momenti che l’hanno portata a stringere finalmente tra le braccia il suo primo figlio, avuto con Ignazio Moser. Un racconto autentico e sincero, che ha acceso i riflettori su una pratica sempre più diffusa ma ancora poco compresa: l’induzione al parto, ossia quella “spintarella gentile” che la medicina offre al corpo quando la natura ha bisogno di un piccolo aiuto per far iniziare il travaglio.

In parole semplici, l’induzione è un intervento medico che serve a stimolare le contrazioni uterine quando il travaglio non parte spontaneamente. Può avvenire in diversi modi – con farmaci, gel ormonali, o, in alcuni casi, con tecniche meccaniche – e viene effettuata sempre in ambiente ospedaliero e sotto controllo medico.
Non si tratta di un intervento “artificiale” nel senso negativo del termine, ma di una misura di sicurezza e di supporto, utile quando la gravidanza si prolunga troppo, quando si sospetta un problema per il bambino o la mamma, oppure semplicemente quando la natura decide di prendersi più tempo del previsto.
Di solito l’induzione viene proposta dopo la 41esima settimana, quando il bimbo sembra non avere troppa fretta di nascere.
Ma può essere necessaria anche in altri casi:
- se ci sono problemi di pressione alta o preeclampsia,
- se si rileva una sofferenza fetale,
- se si rompe il sacco ma le contrazioni non iniziano da sole,
- o se la mamma ha patologie che rendono rischiosa un’attesa troppo lunga.
Ogni caso, ovviamente, è personalizzato: l’induzione non è un “protocollo unico”, ma una decisione condivisa tra mamma e medici, calibrata su salute, sicurezza e tempi del corpo.
Come ha mostrato Cecilia Rodriguez, l’induzione non è una scorciatoia, anzi. Può durare molte ore, a volte anche più di un giorno, perché il corpo deve “entrare in ritmo” con il supporto medico.Le contrazioni iniziano gradualmente, il collo dell’utero si ammorbidisce, e il corpo si prepara lentamente all’arrivo del bambino.
È un processo che chiede forza, pazienza e fiducia — in sé stesse e nei professionisti che accompagnano questo momento così delicato. E anche se ogni nascita è diversa, l’obiettivo resta sempre lo stesso: la sicurezza e il benessere di mamma e bambino.
Raccontare un’esperienza come quella dell’induzione, come ha fatto Cecilia, significa normalizzare la realtà del parto, fatta di emozioni forti, tempi imprevedibili e coraggio puro. Significa dire alle donne che non esiste un “modo giusto” per partorire. Ogni nascita è un piccolo miracolo, anche (e forse soprattutto) quando non segue il copione perfetto.
Depressione peripartum
La nascita di un bambino è spesso raccontata come un momento di gioia assoluta, ma la realtà può essere più complessa. Molte donne, infatti, sperimentano sentimenti di tristezza, ansia e smarrimento durante la gravidanza o dopo il parto. Quando questi stati d’animo diventano persistenti e intensi, si parla di depressione peripartum.

Si tratta di una forma di depressione che può manifestarsi in gravidanza o nei primi mesi dopo il parto. Non va confusa con il cosiddetto “baby blues” , una condizione transitoria, che colpisce molte neomamme nei primi giorni dopo la nascita del bambino e che tende a risolversi spontaneamente. La depressione peripartum, invece, è più duratura e richiede attenzione e supporto.
I sintomi più comuni sono:
- tristezza profonda e persistente
- perdita di interesse o piacere nelle attività quotidiane
- ansia, irritabilità o attacchi di panico
- senso di colpa e inadeguatezza come madre
- difficoltà a dormire o, al contrario, sonno eccessivo
- calo dell’energia e della concentrazione
- difficoltà a creare un legame con il neonato
Perché accade? Le cause sono multifattoriali. Possono incidere i cambiamenti ormonali tipici della gravidanza e del post-parto. Anche lo stress e stanchezza fisica legati alla nuova routine contribuiscono. Poi ci sono i fattori psicologici e sociali, come isolamento, mancanza di supporto, precedenti episodi di depressione o ansia.
La cosa più importante è non sentirsi sole e chiedere aiuto. Parlare con il proprio medico, ginecologo o psicologo è il primo passo. Le strategie più utili per affrontarla possono includere: supporto psicologico individuale o di gruppo. In alcuni casi possono rendersi necessari trattamenti farmacologici sotto stretto controllo medico. Non dimentichiamo che l’aiuto pratico da parte del partner, della famiglia e degli amici, per alleggerire il carico quotidiano possono aiutare. Da tenere bene a mente che è necessari avere uno stile di vita sano: alimentazione equilibrata, movimento moderato, riposo quando possibile.
La depressione peripartum non è un segno di debolezza né di scarsa capacità di essere madre. È una condizione medica che può essere affrontata e superata con il giusto sostegno. Riconoscerla e parlarne apertamente è il primo passo per guarire e per vivere con serenità la maternità.
Pavimento pelvico: come allenarlo post parto
Il post parto è un viaggio tutto nuovo, fatto di emozioni, stravolgimenti e riscoperta del proprio corpo. Tra le zone che più risentono della gravidanza e del parto c’è il pavimento pelvico, quella “rete invisibile” di muscoli che sostiene utero, vescica e intestino. Spesso non se ne parla abbastanza, eppure prendersene cura fa davvero la differenza per il benessere di una neomamma. Sapere come allenarlo è basilare.
Durante la gravidanza, il pavimento pelvico viene sottoposto a un grande carico. Con il parto (naturale o cesareo), può subire stiramenti, cedimenti o piccole lesioni. Il risultato? Fastidi come incontinenza urinaria, dolori lombari, sensazione di peso o anche difficoltà nei rapporti sessuali. La buona notizia è che questi disturbi non sono “da sopportare”. Allenare il pavimento pelvico aiuta a ritrovare tono, equilibrio e fiducia nel proprio corpo.
Sempre dopo aver avuto il via libera dal medico, in genere si può iniziare a lavorarci dopo la visita di controllo post parto (intorno alla 6ª settimana). Ma già nei primi giorni si può iniziare a prendere consapevolezza del pavimento pelvico con semplici esercizi di respirazione e percezione.
Il primo passo è imparare a “sentire” questi muscoli, che non vediamo ma possiamo controllare. Gli esercizi di Kegel sono i più noti e facili da fare, anche mentre si è sul divano o si allatta.
Ecco una routine base:
- Contrai i muscoli come se volessi trattenere la pipì, tenendo la contrazione per 3-5 secondi.
- Rilassa completamente per lo stesso tempo.
- Ripeti per 10 volte, almeno 3 volte al giorno.
E’ importante non contrarre glutei o addome, solo il pavimento pelvico. Ricordate sempre che un bravo fisioterapista specializzato in riabilitazione perineale può guidarti con esercizi personalizzati.
Oltre alla ginnastica perineale, si può integrare:
- Yoga post parto, che lavora con dolcezza sulla zona pelvica e sulla postura
- Pilates con focus sul core (sempre dopo consulto medico)
- Esercizi di respirazione diaframmatica, che aiutano a coordinare respiro e attivazione muscolare
E ricordate: non è solo una questione fisica, ma anche di benessere mentale. Ritrovare la fiducia nel proprio corpo dopo il parto è necessario.
Borsa per il parto: accessori must-have 2025
Preparare la borsa per il parto è uno di quei momenti che rendono tutto più reale: ci siamo quasi! Tra tutine, body e pigiami premaman, però, oggi le future mamme stanno scegliendo accessori sempre più personalizzati, comodi e di tendenza. Ma quali sono i must-have, cosa non può davvero mancare nella valigia del 2025? Scopriamolo insieme.

Se è vero che ci sono elementi indispensabili da portare (come documenti, cambio per il neonato, assorbenti post-parto e camicie da notte comode), le nuove tendenze ci dicono che le mamme vogliono sentirsi anche coccolate, organizzate e… belle. Ecco gli accessori più scelti del momento, tra funzionalità e stile.
1. Spray viso idratante e rinfrescante
Le ore in ospedale possono essere lunghe e faticose. Uno spray a base di aloe o acqua termale è perfetto per idratare la pelle e dare sollievo durante il travaglio o nelle ore post-parto.
Top trend: gli spray in mini-formato da tenere anche nel beauty post-parto.
2. Cuffie wireless o auricolari relax
Ascoltare musica rilassante o una playlist personalizzata è un modo potente per concentrarsi, respirare meglio e affrontare il travaglio. Sempre più mamme scelgono di portare con sé un paio di auricolari a cancellazione del rumore, per isolarsi dal caos e restare nel proprio spazio mentale.
3. Diario nascita o quaderno delle emozioni
Un accessorio “di cuore”: un piccolo diario su cui annotare pensieri, sensazioni, il primo incontro con il proprio bimbo o semplicemente parole di gratitudine per l’esperienza vissuta. Alcune mamme amano farlo scrivere anche al partner o alle ostetriche.
Alcuni brand propongono versioni con taschine, adesivi, o frasi guida già stampate.
4. Olio perineale o per massaggio
Molte donne scelgono di portare con sé un olio naturale (mandorle dolci, jojoba, vitamina E) da usare prima del parto (se indicato) o nei giorni successivi per un massaggio rilassante o per lenire il corpo.
5. Luce da notte portatile
Sembrerà un dettaglio, ma è geniale: una luce soft (magari ricaricabile via USB) da accendere la notte per l’allattamento o i primi cambi pannolino, senza dover accendere la luce dell’ospedale.
6. Calzini anti-scivolo… belli
Comfort prima di tutto, certo, ma anche l’occhio vuole la sua parte. I nuovi modelli di calzini da travaglio sono divertenti, colorati e motivazionali (con scritte tipo “You got this, mama!” o “Pushing in progress!”).
7. Kit mini beauty post-parto
Shampoo secco, salviette intime delicate, crema per le mani, burrocacao, spazzola compatta, deodorante solido… tutto in mini-taglie da borsa. Per sentirsi subito un po’ meglio, anche in ospedale.
8. Cuscino da allattamento “to-go”
I modelli portatili e compatti, che si ripiegano o si gonfiano all’occorrenza, sono perfetti per i primi giorni. Alcune mamme li usano anche in travaglio per trovare una posizione comoda.
I marchi che stanno conquistando le mamme del 2025 sono: Frida Mom (per kit parto, calzini, spray e postpartum care); MAMMA MIO (oli naturali e prodotti corpo); Nidra e Lulalove (beauty da travaglio e per il neonato); Baby Shower Milano e La Millou (per borse, cuscini e accessori chic); Stokke e Done by Deer (per luci, mussole, copertine e mini accessori design).
Come proteggere le gambe durante il parto
Durante il parto, il benessere delle gambe può sembrare un aspetto secondario rispetto all’evento principale, ma in realtà riveste un ruolo importante per la salute e il comfort della mamma, sia durante il travaglio che nel post-parto. Le gambe, infatti, possono essere soggette a gonfiore, problemi circolatori o piccoli traumi legati alle posizioni adottate durante il parto. Ecco perché è utile sapere come proteggere le gambe durante il parto.

Durante la gravidanza, il peso dell’utero può rallentare la circolazione venosa, aumentando il rischio di gonfiore, crampi, varici e, nei casi più delicati, trombosi venosa profonda. In vista del parto, è importante continuare a favorire una buona circolazione con semplici accorgimenti:
- Tenere le gambe sollevate nei momenti di riposo per migliorare il ritorno venoso.
- Indossare calze contenitive a compressione graduata (su consiglio medico), soprattutto se si è predisposte a problemi circolatori.
- Mantenere una buona idratazione e cercare di muoversi regolarmente fino a quando è possibile.
Durante il travaglio e il parto, le gambe svolgono un ruolo attivo. Posizioni come quella accovacciata, a carponi, sul fianco o semiseduta richiedono che le gambe sostengano parte del peso del corpo o aiutino nella fase espulsiva.
Per questo motivo:
- È utile alternare le posizioni per evitare sovraccarichi o irrigidimenti muscolari.
- Se si resta per molto tempo a letto, chiedere supporti come cuscini o rulli per migliorare la postura e alleviare la pressione.
- Nel caso del parto con epidurale, in cui le gambe possono temporaneamente perdere forza o sensibilità, il personale sanitario si assicurerà di posizionarle correttamente per evitare danni articolari o muscolari.
Dopo il parto, le gambe possono risentire di crampi, gonfiori o stanchezza, specie se il travaglio è stato lungo. È quindi importante:
- Camminare appena possibile, anche solo per pochi minuti, per stimolare la circolazione.
- Fare leggere mobilizzazioni o stretching, se si è costrette a stare a letto.
- Continuare a utilizzare calze a compressione graduata se indicate dal medico, specialmente in caso di parto cesareo o immobilizzazione prolungata.
Se nei giorni successivi al parto si nota un gonfiore anomalo a una sola gamba, dolore, rossore o calore localizzato, è importante rivolgersi subito a un medico: potrebbero essere segnali di una trombosi venosa che va trattata con urgenza.
Burnout post parto
Il periodo dopo l’arrivo della cicogna è intenso, profondo e delicato nella vita di ogni donna. C’è la felicità per la nascita del bimbo, ma pure il momento in cui il corpo, la mente e le emozioni affrontano una vera e propria rivoluzione. Tra le difficoltà che possono emergere in questa fase, una delle meno riconosciute ma più comuni è il burnout emotivo post parto.

Conosciuto anche come “esaurimento da maternità”, il burnout post parto è una condizione di profondo affaticamento fisico, mentale ed emotivo che può colpire le neomamme, spesso nei primi mesi di vita del bambino. Non si tratta solo di stanchezza, ma di una sensazione costante di svuotamento, irritabilità, apatia e difficoltà a far fronte anche alle normali richieste quotidiane.
A differenza della depressione post partum (che richiede un’attenzione clinica specifica), il burnout non è una patologia, ma può diventarlo se trascurato.
Quali sono i campanelli d’allarme comuni del burnout post parto?
- Senso di colpa costante (“non sto facendo abbastanza”)
- Sensazione di non riuscire a godersi il proprio bambino
- Mancanza di energia anche dopo aver dormito
- Sbalzi d’umore, pianto facile, isolamento
- Rabbia o frustrazione frequente
- Difficoltà a concentrarsi o a prendere decisioni
Le cause possono essere molteplici e spesso si sommano tra loro:
- Privazione del sonno
- Pressione sociale a essere subito “madri perfette”
- Calo degli ormoni che influenza l’umore
- Mancanza di supporto da parte del partner o della rete familiare
- Sovraccarico di responsabilità domestiche e di cura
- Scarsa valorizzazione del ruolo materno nella società
Per affrontarlo parla con amici, partner, psicologo. Dì come ti senti. Chiedi aiuto perché delegare è sano. Ritagliati piccoli spazi per te. Dormi quando puoi farlo e informati, se il caso, da specialisti. Se serve, chiedi supporto. Non sei sola.

Scritto da Annamaria e postato in