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Parto in acqua: quando non si può

Gen 30
Scritto da Annamaria avatar

Molte donne sognano di mettere al mondo il proprio bebè con un parto in acqua. La dottoressa Monica Calcagni a Demografica Adnkronos spiega quando non si può esaudire il desiderio. Il medico chirurgo specialista in Ginecologia ed Ostetricia chiarisce infatti, una volta per tutte, che ci sono alcune condizioni per le quali non è possibile dare l’okay.

parto in acqua quando non si puo

“Il parto in acqua, così come il parto spontaneo, non lo possono fare tutte le donne – sottolinea l’esperta – Ci sono delle condizioni materne e fetali che vanno valutate. Devono esserci, soprattutto per il parto in acqua, delle condizioni materne ottimali. Se c’è una sofferenza fetale, se ci sono problemi di posizione del bambino, un travaglio lento, un’emorragia o un’infezione, non è possibile partorire in acqua”. 

Calcagni aggiunge: “Altri casi che prevedono impossibilità di partorire in acqua si si registra quando c’è una pressione altra o altre complicanze materne, e, spesso, non è possibile fare neppure il parto vaginale. E’ in questi casi che si ricorre a un cesareo che, a questo punto, non è più una scelta, ma un‘urgenza perché si fa dopo che il travaglio è iniziato. E’ un intervento necessario per tutelare sia la vita della madre che quella del bambino”.

Maternità oltre i 40 anni

Gen 15
Scritto da Annamaria avatar

La maternità oltre i 40 anni è sempre più comune in Italia: molte donne, come l’attrice di Un Medico in Famiglia Margot Sikabonyi, scelgono di allargare la famiglia in un momento della vita in cui si sentono più stabili, consapevoli e pronte ad affrontare ciò che verrà. Margot, che ha dato il benvenuto al suo terzo figlio Michele a 42 anni, racconta questa esperienza con una sincerità delicata e intensa al Corriere della Sera.

L’attrice di Un Medico in Famiglia Margot Sikabonyi con il terzogenito Michele, nato il 6 ottobre scorso

Per lei, “mamma a 42 anni, con altri due bambini, reduce da un divorzio, coraggiosa forse sì”, ma soprattutto è una donna che finalmente sente di possedere gli strumenti interiori per vivere la maternità con piena presenza. Margot dice che prima, a 30 anni, si sentiva spesso in balia degli eventi: una giovinezza segnata da insicurezze e giudizi esterni che le impedivano di godersi appieno il ruolo di madre. Oggi, invece, sente una profonda armonia con il suo bambino e con se stessa, nonostante “lo scenario che mi circonda sia assolutamente imperfetto”, con una famiglia allargata e la mancanza di una rete familiare vicino a lei.

Molto della sua riflessione sulla maternità oltre i 40 anni ruota attorno a un concetto essenziale: la consapevolezza di sé. Racconta che tante paure sono svanite proprio grazie alla sicurezza, alla maturità e alla capacità di ascoltare il proprio corpo e la propria mente. Anche se “le notti sono discontinue a causa dei pasti, il tempo per me è praticamente inesistente”, Margot sottolinea che la maternità non l’ha cancellata, anzi: ha dato voce alla donna che è oggi, con una maggiore capacità di abbandonarsi, accettare i propri limiti e aprirsi alle nuove possibilità.

Un altro punto che emerge forte dalle sue parole riguarda il supporto emotivo nelle fasi più delicate. Margot riflette su quanto la solitudine sia diffusa tra le mamme e su come una rete di donne, di figure affettive e di sostegno psicologico possa fare la differenza: “la società tende a metterci alla prova con mille richieste, aspettative e ci immagina affiancate da presenze che non sempre sono in grado di cogliere cosa accade dentro di noi”. Per lei, ritrovare equilibrio significa anche imparare a vivere e raccontare le proprie emozioni, senza paura di mostrare fragilità.

Infine Margot parla dei valori che desidera trasmettere ai suoi figli: essere presenti, vedere, ascoltare e vivere con empatia. “Se penso a Michele desidero essere presente: ci sono, ti vedo, ti ascolto”, dice, aggiungendo che la serenità è un tesoro da coltivare non solo per sé, ma per chi cresce accanto a noi.

La sua esperienza dimostra che la maternità oltre i 40 anni non è soltanto possibile, ma può essere una stagione di pienezza, profondità e autenticità, in cui la donna non perde se stessa, ma trova una nuova misura del suo potenziale come madre e come persona.

Dove partorire? Vademecum

Gen 10
Scritto da Annamaria avatar

Scegliere dove partorire è una delle decisioni più importanti (e spesso più cariche di emozione) di tutta la gravidanza. Non è solo una questione di vicinanza o di “fama” dell’ospedale: è il luogo in cui mamma e bambino verranno accolti in un momento delicatissimo. Per questo vale la pena fermarsi, informarsi e fare una scelta consapevole. Ecco un vademecum pratico per orientarsi senza stress.

dove partorire vademecum

1. Il primo criterio da valutare è la sicurezza. In Italia i punti nascita vengono classificati in base al numero di parti annui e al livello di assistenza.

In generale:

  • un punto nascita con almeno 500 parti l’anno garantisce maggiore esperienza del personale
  • la presenza di ostetriche, ginecologi, anestesisti e pediatri/neonatologi h24 è fondamentale
  • informarsi sulla disponibilità di terapia intensiva neonatale (TIN) o su eventuali convenzioni con strutture vicine

Se la gravidanza è a rischio o presenta particolari complessità, meglio orientarsi su un centro di secondo livello.

2. Distanza e tempi di percorrenza: sembra banale, ma non lo è affatto. In travaglio, anche 15 minuti fanno la differenza. Chiediti:

  • quanto tempo ci vuole realmente da casa (anche in orari notturni o di traffico)
  • se la struttura è facilmente raggiungibile
  • se è presente un pronto soccorso ostetrico sempre attivo

Un ospedale eccellente ma lontano può diventare fonte di ansia inutile.

3. Filosofia del parto: informarsi è un diritto. Ogni struttura ha un suo approccio. Alcune sono più medicalizzate, altre più orientate al parto fisiologico. Informati su:

  • percentuale di parti naturali e di cesarei
  • libertà di movimento durante il travaglio
  • possibilità di partorire in acqua o in posizioni diverse dal lettino
  • uso dell’epidurale (sempre disponibile? solo in certi orari?)

La cosa più importante è che tu ti senta rispettata e ascoltata.

4. Se per te l’epidurale è importante, verifica:

  • se è disponibile 24 ore su 24
  • se è gratuita o a pagamento
  • se è necessario frequentare corsi o firmare consensi in anticipo

Non dare nulla per scontato: le modalità cambiano da struttura a struttura.

5. Rooming-in e allattamento. Dopo il parto, il clima fa la differenza tanto quanto l’assistenza medica. Chiedi se:

  • è previsto il rooming-in (bimbo sempre con la mamma)
  • il personale supporta l’allattamento al seno
  • ci sono consulenti o ostetriche dedicate nei primi giorni

Un buon supporto nel post-parto può evitare stress e difficoltà inutili.

6. Presenza del partner. Verifica:

  • se il partner può essere presente durante il travaglio e il parto
  • se può restare anche dopo, negli orari di visita
  • se sono consentite altre figure di supporto (doula, mamma, sorella)

Il parto è anche un evento emotivo: sentirsi accompagnate conta moltissimo.

7. Struttura pubblica o privata? Non esiste una scelta giusta in assoluto.

  • Pubblico: massima sicurezza, costi nulli o minimi, meno personalizzazione
  • Privato o convenzionato: più comfort, maggiore continuità assistenziale, costi più elevati

La vera differenza la fa spesso l’équipe, più che la struttura in sé.

8. Visitare il reparto. Molti ospedali organizzano:

  • open day
  • visite guidate
  • incontri informativi per future mamme

Vedere gli spazi, fare domande, ascoltare il personale aiuta a “sentire” se è il posto giusto.

9. Fidati dei dati, ma anche delle sensazioni Leggi statistiche, chiedi al tuo ginecologo, ascolta altre mamme. Ma alla fine conta anche l’istinto. Se entrando in una struttura ti senti, accolta, rassicurata, rispettata probabilmente sei nel posto giusto.

Pavimento pelvico: come allenarlo

Dic 02
Scritto da Annamaria avatar

Allenare il pavimento pelvico non è un esercizio “da dopo”, ma un gesto di cura da iniziare già in gravidanza per preparare il corpo, prevenire problemi e sostenere il benessere della donna. E’ importante sapere come allenarlo. Il pavimento pelvico è quella “cupola” di muscoli, legamenti e tessuti connettivi che sostiene gli organi del bacino: vescica, utero, retto, vagina. Se quella struttura viene trascurata, specialmente durante la gravidanza e il parto, aumentano il rischio di incontinenza, prolassi o fastidi nel post-parto. 

pavimento pelvico come allenarlo

Durante la gravidanza, infatti, il peso crescente dell’utero e del bambino, unito ai cambiamenti ormonali che rendono i tessuti più lassi, impone al pavimento pelvico uno sforzo considerevole, come spiega Valeria Savasi, professoressa di ginecologia e ostetricia all’università di Milano. La direttrice dell’unità operativa complessa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Buzzi al Corriere della Sera chiarisce: “in gravidanza il pavimento pelvico, pur rimanendo attivo e competente, viene messo sotto sforzo dal peso crescente del feto e dall’aumento del volume dell’utero e viene ulteriormente indebolito dalle modificazioni ormonali, che rendono più lassi e meno tonici i tessuti per preparare la donna al parto”.

Il risultato di questa pressione costante può manifestarsi con fastidi anche prima del parto: un terzo delle donne al primo figlio e più della metà di chi ha già partorito può sperimentare perdite urinarie. 

Ecco perché è importante agire: mantenere allenata la muscolatura del pavimento pelvico non significa soltanto prevenire l’incontinenza, ma anche rendere più agevole il parto stesso. “Se è tenuta allenata – evidenzia l’esperta – non solo previene le perdite urinarie involontarie nei nove mesi, ma al momento del parto facilita anche la fuoriuscita del bambino, velocizzando i tempi e riducendo il rischio di lacerazioni spontanee e di episiotomia”.

Ma come si fa, concretamente, ad “allenare” il pavimento pelvico? Il metodo più semplice e diffuso sono i cosiddetti esercizi di Kegel: consistono nel contrarre i muscoli pelvici come se si volesse trattenere la pipì, mantenendo la contrazione per circa 5 secondi e poi rilassando per un tempo doppio. L’ideale è ripetere questa sequenza almeno dieci volte per tre volte al giorno.

Un suggerimento utile: il momento ideale per praticarli è quando si va al bagno. All’inizio, se si ha difficoltà a identificare i muscoli giusti, è consigliabile farsi guidare da un’ostetrica del corso preparto o da un fisioterapista esperto, per essere sicure di lavorare bene. 

Oltre ai Kegel, è utile abbinare esercizi di sollevamento del bacino e ginnastica posturale: yoga prenatale, pilates adattato, nuoto o semplici passeggiate quotidiane aiutano a mantenere la tonicità e la flessibilità del corpo con delicatezza. 

Dopo la nascita del bambino, la “sfida” non è finita: il parto per via vaginale e le spinte del travaglio possono allungare e stressare i muscoli del pavimento pelvico, rendendo necessaria una riabilitazione personalizzata. “Durante la fase espulsiva del parto – spiega Savasi – il passaggio della testa del feto provoca un allungamento delle fibre del muscolo puborettale di circa tre volte la loro lunghezza a riposo, e questo provoca un trauma in due parti su tre”.

I problemi più frequenti dopo il parto? Incontinenza urinaria, perdite involontarie, difficoltà a controllare la vescica durante sforzi (tosse, starnuti), e in alcuni casi anche dolore durante i rapporti sessuali o disfunzioni legate al rilassamento dei tessuti. 

Per prevenire o ridurre questi rischi, è consigliabile, anche in assenza di sintomi, iniziare un percorso di riabilitazione del pavimento pelvico dopo circa 6 settimane dal parto, magari con l’aiuto di un’ostetrica o di un fisioterapista specializzato. Gli esercizi devono essere graduali, spesso inizialmente sdraiate o sedute, per evitare stress ai tessuti ancora in fase di recupero. Infine, è importante tenere presente che un pavimento pelvico in salute non agisce solo sulla continenza: migliora complessivamente il benessere del corpo, la postura, la funzione sessuale, e protegge dai problemi che possono comparire anche molti anni dopo il parto.

Movimento del parto libero

Nov 28
Scritto da Annamaria avatar

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di “parto libero”, un’espressione che può sembrare vaga ma che racconta una realtà molto concreta. E’ il desiderio di molte donne di vivere la nascita dei propri figli con maggiore autonomia, rispetto e consapevolezza. Il movimento del parto libero non nasce come ribellione alla medicina o alle strutture sanitarie. E’ una risposta a un bisogno profondo: sentirsi protagoniste del proprio parto, non semplici pazienti da gestire.

Nel concetto di parto libero rientra l’idea che la donna abbia il diritto di scegliere dove partorire, con chi farlo e in che modo affrontare il dolore, senza pressioni e senza procedure standardizzate applicate in automatico. Significa reclamare un tempo e uno spazio in cui la fisiologia del corpo venga ascoltata prima ancora che guidata, un contesto in cui la nascita non sia vista come un evento di rischio, ma come un processo naturale che, quando non presenta complicazioni, può svolgersi in maniera fluida e rispettosa.

Molte donne che si avvicinano a questo movimento raccontano una sensazione comune: il desiderio di recuperare la centralità del loro corpo. Per decenni il parto è stato vissuto quasi esclusivamente all’interno di sale parto altamente medicalizzate, con protocolli rigidi e una forte delega ai professionisti. Questo ha sicuramente aumentato la sicurezza in moltissimi casi, ma ha anche portato a un uso talvolta eccessivo di interventi non sempre necessari. Il parto libero non rifiuta l’assistenza medica: al contrario, la considera preziosa e fondamentale quando serve. Chiede semplicemente che la gravidanza fisiologica venga rispettata come tale.

Dentro questo approccio rientrano le scelte più diverse: alcune donne desiderano partorire in ospedale con un’ostetrica dedicata che le accompagni passo passo; altre preferiscono il parto in casa, assistite da professionisti esperti; altre ancora scelgono le case maternità, luoghi accoglienti che uniscono calore domestico e competenza sanitaria. Ciò che accomuna tutte queste esperienze è la volontà di essere trattate con delicatezza, ascolto e fiducia.

Tra i pilastri del parto libero c’è anche l’idea di informazione. Le donne che vi si avvicinano vogliono conoscere davvero ogni aspetto del travaglio. Come si muove il bambino, quali posizioni possono aiutare, cosa succede al corpo durante le contrazioni, quali interventi sono utili e quali, invece, si possono evitare. Sapere permette di scegliere, e scegliere permette di sentirsi più serene. Molte testimonianze raccontano che un parto vissuto con consapevolezza. Questo, anche quando richiede un intervento medico, lascia comunque alla madre la sensazione di essere stata parte attiva. E non spettatrice.

Il movimento del parto libero coinvolge sempre più ostetriche, associazioni e gruppi di sostegno che lavorano per promuovere un’assistenza basata sull’evidenza scientifica e sul rispetto della fisiologia. L’obiettivo non è creare contrapposizioni tra “naturale” e “medicale”, ma favorire un dialogo in cui il benessere di madre e bambino sia davvero al centro. La tecnologia, quando necessaria, è una risorsa preziosissima; ciò che si chiede è che non sostituisca l’ascolto e la relazione.

Di fondo, questo movimento parla di libertà, ma anche di fiducia. Fiducia nel corpo, nelle proprie sensazioni, nei professionisti che accompagnano la nascita. Racconta un modo di avvicinarsi al parto meno spaventato e più consapevole, in cui ogni scelta, dall’ambiente alla posizione, dalla gestione del dolore al tipo di assistenza,è rispettata e non giudicata.

Il “parto libero” è, in definitiva, una richiesta di umanità. È il tentativo di restituire alla nascita il suo valore profondo, intimo e potente, permettendo alle donne di viverla come una delle esperienze più trasformative della loro vita.

Post parto: quando tornare al lavoro?

Nov 15
Scritto da Annamaria avatar

Il post parto è sempre un momento delicato per tante ragioni. Molte neomamme si domandano: quando è opportuno tornare al lavoro? Non esiste lo stesso tempo per tutte. Ci sono alcuni elementi importanti da considerare per prendere una decisione consapevole e sostenibile.

post parto quando tornare al lavoro

Dopo il parto il corpo ha bisogno di tempo per recuperare. Oltre al recupero fisico, c’è quello emotivo: l’arrivo di un bambino porta gioia, ma anche stanchezza, cambiamenti ormonali, nuove responsabilità.
Molte donne sentono la necessità di prendersi tutto il congedo a disposizione; altre avvertono il desiderio di tornare prima alla routine lavorativa. Entrambe le scelte sono valide: l’importante è che la mamma si ascolti e consideri il proprio benessere complessivo.

Nei primi mesi il neonato dipende completamente dai genitori. L’allattamento, i ritmi irregolari di sonno, la necessità di contatto e sicurezza rendono il periodo iniziale particolarmente intenso.
Una mamma può valutare il rientro al lavoro anche in base a:

  • modalità di alimentazione del bambino e loro compatibilità con gli orari di lavoro;
  • possibilità di affidarlo a una persona di fiducia o a un servizio educativo adeguato;
  • equilibrio tra tempo passato con il bambino e qualità dell’accudimento.

Le condizioni di lavoro giocano un ruolo centrale:

  • Flessibilità degli orari
  • Possibilità di lavoro da remoto
  • Ambiente comprensivo verso le esigenze familiari
  • Tutele previste dal contratto

Più un ambiente è favorevole, più può essere sereno un eventuale rientro anticipato. Al contrario, in contesti rigidi o molto stressanti, prendersi tutto il tempo concesso può essere una scelta più salutare.

Per molte famiglie, il ritorno al lavoro è legato anche a considerazioni economiche. Il costo di eventuali servizi per l’infanzia, il livello di sostegno familiare disponibile o altre spese possono influenzare la decisione.
È importante anche considerare come organizzare la vita quotidiana una volta rientrati: gestione dei turni, dei compiti domestici e del tempo libero.

In Italia la normativa tutela la salute di mamma e bambino con:

  • Congedo di maternità obbligatorio
  • Congedo parentale facoltativo
  • Pausa per l’allattamento nei primi mesi dal rientro
  • Tutele per lavori considerati a rischio

Conoscere i propri diritti aiuta a sentirsi più sicure e a pianificare con tranquillità.

Decidere quando tornare al lavoro non è solo una questione di tempi, ma soprattutto di equilibrio personale. Parlare con persone di fiducia, condividere dubbi e aspettative con il partner, confrontarsi con altre mamme può aiutare a chiarire la propria posizione. Per dubbi specifici sulla salute fisica o emotiva, è utile rivolgersi al proprio medico o a una figura sanitaria di riferimento.

Induzione al parto

Ott 18
Scritto da Annamaria avatar

Dieci ore intense, di attesa, di emozione, di forza. Così Cecilia Rodriguez ha raccontato la sua esperienza di induzione al parto, condividendo con i fan sui social i momenti che l’hanno portata a stringere finalmente tra le braccia il suo primo figlio, avuto con Ignazio Moser. Un racconto autentico e sincero, che ha acceso i riflettori su una pratica sempre più diffusa ma ancora poco compresa: l’induzione al parto, ossia quella “spintarella gentile” che la medicina offre al corpo quando la natura ha bisogno di un piccolo aiuto per far iniziare il travaglio.

induzione al parto

In parole semplici, l’induzione è un intervento medico che serve a stimolare le contrazioni uterine quando il travaglio non parte spontaneamente. Può avvenire in diversi modi – con farmaci, gel ormonali, o, in alcuni casi, con tecniche meccaniche – e viene effettuata sempre in ambiente ospedaliero e sotto controllo medico.

Non si tratta di un intervento “artificiale” nel senso negativo del termine, ma di una misura di sicurezza e di supporto, utile quando la gravidanza si prolunga troppo, quando si sospetta un problema per il bambino o la mamma, oppure semplicemente quando la natura decide di prendersi più tempo del previsto.

Di solito l’induzione viene proposta dopo la 41esima settimana, quando il bimbo sembra non avere troppa fretta di nascere.
Ma può essere necessaria anche in altri casi:

  • se ci sono problemi di pressione alta o preeclampsia,
  • se si rileva una sofferenza fetale,
  • se si rompe il sacco ma le contrazioni non iniziano da sole,
  • o se la mamma ha patologie che rendono rischiosa un’attesa troppo lunga.

Ogni caso, ovviamente, è personalizzato: l’induzione non è un “protocollo unico”, ma una decisione condivisa tra mamma e medici, calibrata su salute, sicurezza e tempi del corpo.

Come ha mostrato Cecilia Rodriguez, l’induzione non è una scorciatoia, anzi. Può durare molte ore, a volte anche più di un giorno, perché il corpo deve “entrare in ritmo” con il supporto medico.Le contrazioni iniziano gradualmente, il collo dell’utero si ammorbidisce, e il corpo si prepara lentamente all’arrivo del bambino.

È un processo che chiede forza, pazienza e fiducia — in sé stesse e nei professionisti che accompagnano questo momento così delicato. E anche se ogni nascita è diversa, l’obiettivo resta sempre lo stesso: la sicurezza e il benessere di mamma e bambino.

Raccontare un’esperienza come quella dell’induzione, come ha fatto Cecilia, significa normalizzare la realtà del parto, fatta di emozioni forti, tempi imprevedibili e coraggio puro. Significa dire alle donne che non esiste un “modo giusto” per partorire. Ogni nascita è un piccolo miracolo, anche (e forse soprattutto) quando non segue il copione perfetto.

Depressione peripartum

Ott 05
Scritto da Annamaria avatar

La nascita di un bambino è spesso raccontata come un momento di gioia assoluta, ma la realtà può essere più complessa. Molte donne, infatti, sperimentano sentimenti di tristezza, ansia e smarrimento durante la gravidanza o dopo il parto. Quando questi stati d’animo diventano persistenti e intensi, si parla di depressione peripartum.

depressione peripartum

Si tratta di una forma di depressione che può manifestarsi in gravidanza o nei primi mesi dopo il parto. Non va confusa con il cosiddetto “baby blues” , una condizione transitoria, che colpisce molte neomamme nei primi giorni dopo la nascita del bambino e che tende a risolversi spontaneamente. La depressione peripartum, invece, è più duratura e richiede attenzione e supporto.

I sintomi più comuni sono:

  • tristezza profonda e persistente
  • perdita di interesse o piacere nelle attività quotidiane
  • ansia, irritabilità o attacchi di panico
  • senso di colpa e inadeguatezza come madre
  • difficoltà a dormire o, al contrario, sonno eccessivo
  • calo dell’energia e della concentrazione
  • difficoltà a creare un legame con il neonato

Perché accade? Le cause sono multifattoriali. Possono incidere i cambiamenti ormonali tipici della gravidanza e del post-parto. Anche lo stress e stanchezza fisica legati alla nuova routine contribuiscono. Poi ci sono i fattori psicologici e sociali, come isolamento, mancanza di supporto, precedenti episodi di depressione o ansia.

La cosa più importante è non sentirsi sole e chiedere aiuto. Parlare con il proprio medico, ginecologo o psicologo è il primo passo. Le strategie più utili per affrontarla possono includere: supporto psicologico individuale o di gruppo. In alcuni casi possono rendersi necessari trattamenti farmacologici sotto stretto controllo medico. Non dimentichiamo che l’aiuto pratico da parte del partner, della famiglia e degli amici, per alleggerire il carico quotidiano possono aiutare. Da tenere bene a mente che è necessari avere uno stile di vita sano: alimentazione equilibrata, movimento moderato, riposo quando possibile.

La depressione peripartum non è un segno di debolezza né di scarsa capacità di essere madre. È una condizione medica che può essere affrontata e superata con il giusto sostegno. Riconoscerla e parlarne apertamente è il primo passo per guarire e per vivere con serenità la maternità.