Articoli della categoria ‘IL BAMBINO’

Scuole chiuse il 2 novembre: dove si fa ponte?

Ott 12
Scritto da Annamaria avatar

Il 1° novembre cade di domenica e per molte famiglie il ponte di Ognissanti rischia di trasformarsi in un semplice weekend. Ma non per tutti: in alcune Regioni le scuole resteranno chiuse anche lunedì 2 novembre 2026, mentre in altre gli studenti dovranno tornare regolarmente in classe. Ecco quali scuole saranno chiuse il 2 novembre e dove si fa quindi ponte.

first day at school

Secondo il calendario indicato, gli studenti potranno restare a casa lunedì 2 novembre in Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Molise, Sardegna, Sicilia, Umbria e Valle d’Aosta.

Ponte più lungo in Veneto, dove la sospensione è prevista dal 30 ottobre al 2 novembre compresi. Anche nella Provincia autonoma di Trento le lezioni saranno sospese lunedì 2 novembre. Nella Provincia autonoma di Bolzano, invece, le vacanze autunnali andranno dal 31 ottobre all’8 novembre: il rientro in classe è previsto lunedì 9 novembre.

Niente ponte, invece, per gli studenti di Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia e Toscana, dove sono previste lezioni regolari. In Abruzzo è prevista una sospensione delle attività didattiche il 7 dicembre, in vista della festività dell’Immacolata.

Il calendario scolastico può prevedere differenze legate alle decisioni regionali e alle eventuali delibere dei singoli istituti. Prima di organizzare un weekend fuori porta o lasciare i ragazzi a casa, quindi, è sempre consigliabile controllare il calendario pubblicato dalla propria scuola. Per molte famiglie il ponte di Ognissanti sarà una piccola occasione per staccare la spina; per altre, invece, la sveglia di lunedì 2 novembre suonerà come sempre.

Timidezza nei bambini: come aiutarli

Ott 11
Scritto da Annamaria avatar

Si nascondono dietro la mamma, parlano poco con gli altri bambini e alle feste preferiscono restare in disparte. La timidezza nei bambini a volte ci preoccupa: come aiutarli a fare amicizia? Ecco le strategie per incoraggiarli, rispettando i loro tempi.

Il prontuario per aiutare i bambini timidi

1. Non chiamatelo continuamente “timido”

Dire davanti agli altri “Mio figlio è timidissimo” può rafforzare questa etichetta. Meglio dire che ha bisogno di un po’ di tempo per ambientarsi. E lasciamogli la possibilità di parlare e rispondere da solo, senza anticiparlo.

2. Non forzatelo a socializzare

Frasi come “Dai, vai a giocare!” o “Non avere paura!” rischiano di aumentare il disagio. Meglio rassicurarlo: “Restiamo un po’ qui insieme, poi, se vuoi, proviamo ad avvicinarci agli altri”.

3. Cominciate da un amico alla volta

Un gruppo numeroso può intimidire. Organizzate piccoli incontri con un coetaneo, a casa o al parco, proponendo giochi da fare insieme. È più facile rompere il ghiaccio quando si condivide un’attività.

4. Insegnategli come fare il primo passo

Provate insieme alcune frasi semplici: “Ciao, posso giocare con voi?”, “Come ti chiami?” oppure “Ti va di giocare con me?”. Potete anche inventare piccoli giochi di ruolo per aiutarlo a sentirsi più sicuro.

5. Scegliete un’attività che gli piace

Sport, musica, teatro e laboratori creativi sono occasioni preziose per conoscere altri bambini. Avere una passione in comune rende più naturale avvicinarsi e iniziare a parlare.

6. Niente confronti con fratelli e compagni

“Guarda come è socievole Matteo!” è una frase da evitare. Ogni bambino ha i suoi tempi. Meglio valorizzare i piccoli progressi: un saluto, una domanda, un gioco condiviso. Anche questi sono passi avanti.

7. Aiutatelo ad affrontare i rifiuti

Se un bambino non vuole giocare con lui, ascoltatelo senza minimizzare. Spiegategli che può capitare e che non significa non essere simpatico. Si può sempre provare con un altro compagno o in un altro momento.

8. Non trasmettete le vostre ansie

Se mamma e papà vivono ogni festa come un test di socialità, il bambino può sentirsi sotto pressione. Evitate di chiedergli continuamente quanti amici ha conosciuto: domandategli piuttosto se si è divertito.

La timidezza non è un difetto. Se, però, il bambino evita sistematicamente la scuola e le attività sociali, prova una forte paura nel rapporto con i coetanei o soffre per l’isolamento, è utile parlarne con il pediatra e, se necessario, con uno psicologo dell’età evolutiva. È importante anche verificare che non ci siano episodi di esclusione o bullismo.

Non bisogna cambiare il carattere di un bambino, ma aiutarlo a credere in se stesso. Rispettare i suoi tempi non significa lasciarlo solo nelle sue difficoltà: significa accompagnarlo, un piccolo passo alla volta, verso nuove esperienze.

Disturbi alimentari: segnali da non ignorare

Ott 09
Scritto da Annamaria avatar

A volte comincia con una dieta, con la paura di ingrassare o con il desiderio di mangiare in modo più sano. Altre volte, invece, il cambiamento è così graduale che mamma e papà se ne accorgono quando il rapporto con il cibo è già diventato fonte di ansia e sofferenza. I disturbi alimentari possono riguardare bambini, adolescenti e giovani adulti, femmine e maschi. Riconoscerli presto è importante, perché intervenire tempestivamente aumenta le possibilità di recupero, come sottolinea anche il Ministero della Salute. Ecco i segnali da non ignorare.

disturbi alimentari segnali da non ignorare

Il primo campanello d’allarme può essere un comportamento che si ripete nel tempo. Il ragazzo o la ragazza comincia a saltare i pasti, riduce sempre di più le quantità, elimina intere categorie di alimenti oppure controlla ossessivamente calorie e ingredienti. Può diventare molto rigido nelle proprie abitudini a tavola e provare ansia, rabbia o senso di colpa quando non riesce a rispettarle.

In altri casi succede il contrario: si verificano episodi in cui si mangia molto e si ha la sensazione di perdere il controllo. Possono comparire anche comportamenti compensatori, come provocarsi il vomito, usare lassativi o fare attività fisica in modo eccessivo per cercare di compensare ciò che si è mangiato. Sono segnali da non sottovalutare, soprattutto se diventano frequenti o vengono tenuti nascosti.

Non bisogna guardare soltanto il piatto o la bilancia. Un ragazzo che sta vivendo un disagio può iniziare a isolarsi, rinunciare alle uscite con gli amici se prevedono di mangiare insieme oppure diventare particolarmente irritabile e chiuso. Può parlare continuamente del proprio peso, sentirsi sempre troppo grasso anche quando non lo è o vivere con grande angoscia ogni cambiamento del proprio corpo.

Anche alcuni sintomi fisici meritano attenzione: stanchezza persistente, capogiri, sensazione di freddo, difficoltà digestive, perdita di capelli e, nelle ragazze, alterazioni o scomparsa del ciclo mestruale. Un dimagrimento evidente è un segnale importante, ma attenzione: un disturbo alimentare può essere presente anche quando il peso è nella norma. Aspettare che il figlio diventi molto magro prima di chiedere aiuto può significare perdere tempo prezioso.

Per un genitore non è facile capire come comportarsi. La tentazione di insistere perché il figlio mangi, controllare ogni boccone o ripetere che dovrebbe smettere di preoccuparsi del proprio aspetto è comprensibile, ma rischia di aumentare la tensione.

Meglio scegliere un momento tranquillo e parlare con affetto, senza accuse. Invece di commentare il peso o l’aspetto fisico, si può dire: “Ti vedo preoccupato e mi sembra che ultimamente tu stia soffrendo. Vorrei capire come ti senti e aiutarti”. È importante ascoltare senza minimizzare, evitare paragoni con fratelli o amici e non trasformare ogni pasto in una discussione.

Il figlio potrebbe negare il problema, arrabbiarsi o non riuscire a spiegare quello che sta vivendo. Non significa necessariamente che non abbia bisogno di aiuto. A volte dietro il silenzio ci sono vergogna, paura e una sofferenza che è difficile raccontare.

Se si notano più segnali, se persistono o se il rapporto con il cibo condiziona la vita quotidiana, è bene parlarne con il pediatra o il medico di famiglia, senza aspettare che la situazione peggiori. Sarà il professionista a valutare il quadro e a indirizzare, quando necessario, verso un’équipe specializzata, che può comprendere medici, psicologi, psichiatri e professionisti della nutrizione.

Non bisogna improvvisare diete, imporre controlli sul peso o pensare che basti la forza di volontà per risolvere il problema. I disturbi alimentari non sono un capriccio né una scelta e richiedono un percorso di cura adeguato. Se compaiono svenimenti, forte debolezza, disidratazione, dolore al petto o altri sintomi acuti, è necessario richiedere una valutazione medica urgente.

Neonato: 5 errori da non fare quando dorme

Ott 08
Scritto da Annamaria avatar

Quando finalmente il neonato si addormenta, per mamma e papà arriva quel momento quasi sacro: silenzio, luci basse e la speranza che duri il più possibile. Ma proprio mentre il piccolo dorme è importante fare attenzione ad alcune abitudini che possono sembrare innocue e che invece è meglio evitare. Le regole del sonno sicuro sono poche e semplici. E soprattutto valgono sia di notte sia durante i pisolini. Il Ministero della Salute raccomanda di mettere il neonato a dormire sulla schiena, in una culla o in un lettino con materasso rigido e senza oggetti morbidi intorno. Ecco 5 errori da non fare quando il neonato dorme.

neonato e errori da non fare quando dorme

1. Metterlo a dormire a pancia in giù

È uno degli errori più importanti da evitare. Anche se può sembrare che il bambino dorma più profondamente sulla pancia, la posizione raccomandata per il sonno è quella supina, cioè a pancia in su. Vale sia per la notte sia per il sonnellino del giorno. Anche i neonati che soffrono di reflusso, salvo diverse indicazioni mediche specifiche, devono essere messi a dormire sulla schiena.

E se il bambino, crescendo, impara a girarsi da solo? Va comunque sempre messo a dormire sulla schiena. Quando sarà in grado di girarsi autonomamente in entrambe le direzioni, non è necessario continuare a rimetterlo ogni volta nella posizione iniziale, purché il lettino sia libero da cuscini, coperte e altri oggetti.

2. Riempire il lettino di cuscini, copertine e peluche

Il lettino del neonato non deve essere un piccolo nido pieno di cose morbide. Anzi, deve essere praticamente vuoto. Niente cuscino, paracolpi, piumini, trapunte, peluche, giocattoli o altri oggetti che potrebbero finire vicino al viso del bambino. Il materasso deve essere rigido, piatto e della misura corretta, con un lenzuolo ben aderente.

Per tenerlo al caldo è preferibile vestirlo adeguatamente o utilizzare un sacco nanna, evitando di esagerare con strati e coperte. Anche il caldo eccessivo, infatti, è considerato un fattore di rischio. Il Ministero indica per la stanza una temperatura intorno ai 18-20 °C.

3. Farlo dormire nel lettone con mamma e papà

È forse l’errore più comprensibile, soprattutto alle tre del mattino, quando il sonno manca e prendere il bambino nel lettone sembra la soluzione più semplice del mondo. Ma per il sonno abituale la scelta più sicura è diversa: il bambino dovrebbe dormire nella stessa stanza dei genitori, ma su una superficie separata, nella sua culla o nel suo lettino.

Il rischio aumenta particolarmente se si dorme con il bambino su divano o poltrona, oppure se l’adulto è molto stanco, ha assunto alcol o farmaci sedativi o fuma. Se il piccolo viene portato nel lettone per una poppata o per essere consolato, l’ideale è rimetterlo nel suo spazio quando il genitore sta per addormentarsi.

4. Farlo dormire inclinato perché “respira meglio”

Cuscini sotto il materasso, riduttori, posizionatori e lettini inclinati possono sembrare una buona idea soprattutto quando il neonato ha il nasino chiuso o tende a rigurgitare. In realtà per dormire la superficie dovrebbe essere piana e non inclinata. Anche in caso di reflusso, inclinare il materasso non è una soluzione raccomandata per il sonno sicuro.

La regola, quindi, è semplice: niente cuscini o rialzi fai-da-te. Se il bambino ha problemi respiratori o un reflusso importante, è meglio parlarne con il pediatra.

5. Lasciarlo dormire ovunque si sia addormentato

Questo capita continuamente: il bambino crolla nel seggiolino dell’auto, nella sdraietta, nel passeggino o in un altro posto dove si è addormentato dopo una poppata. Il problema è che non tutti questi dispositivi sono pensati per il sonno. Per dormire, il neonato dovrebbe essere trasferito nel suo spazio sicuro, con superficie rigida e piana. L’American Academy of Pediatrics sconsiglia infatti l’uso abituale di seggiolini auto, altalene, sdraiette e altri dispositivi da seduti come ambienti per il sonno.

8 segnali di maturità emotiva nei bambini

Ott 07
Scritto da Annamaria avatar

Come capire se i bambini stanno sviluppando una buona maturità emotiva? Non esiste una formula magica, ma ci sono alcuni comportamenti che possono raccontare molto del suo modo di stare con se stesso e con gli altri. Secondo la psicologa dello sviluppo Lyndsay Gibson, intervistata dalla CNBC, costruire una buona solidità emotiva fin dalla prima infanzia aiuta i bambini a diventare adulti più autonomi, resilienti e capaci di affrontare i cambiamenti. E il ruolo dei genitori è fondamentale: affetto, ascolto, pazienza e rispetto possono accompagnare questo percorso. E allora ecco gli 8 segnali di maturità emotiva nei bambini indicati dalla psicologa.

  1. È pieno di entusiasmo e vitalità

Si appassiona alle cose che ama, gioca con creatività, fa domande, propone idee e cerca esperienze positive. Per mamma e papà tutta questa energia può essere anche parecchio impegnativa, ma ascoltare le sue idee e incoraggiarlo significa fargli capire che il suo entusiasmo ha valore.

  1. Conosce se stesso e comprende gli altri

Crescendo, il bambino impara a riconoscere ciò che prova, i propri bisogni e le proprie emozioni. Questa consapevolezza lo aiuta anche a sviluppare empatia, a rispettare i sentimenti degli altri e a comprendere punti di vista diversi dal proprio.

  1. Sa difendersi, ma sa anche essere ragionevole

Un bambino emotivamente maturo non ha paura di esprimere la propria opinione e di farsi valere. Allo stesso tempo, però, riesce ad ascoltare, collaborare e trovare un compromesso senza trasformare ogni confronto in una battaglia.

  1. Non ha paura di mostrarsi vulnerabile

Piangere, raccontare una paura, ammettere di essere triste o dire “ho bisogno di te” non sono segni di debolezza. Al contrario, mostrano che il bambino si sente abbastanza sicuro da esprimere ciò che prova, soprattutto con i genitori. Per questo è importante non minimizzare mai le sue emozioni.

  1. Impara a gestire sempre meglio le emozioni

Con la crescita arriva anche una maggiore capacità di controllare rabbia, frustrazione e stress. Il bambino comincia a capire che ciò che prova è legittimo, ma che non tutto ciò che sente deve necessariamente trasformarsi in un comportamento impulsivo. Impara inoltre che le parole e i modi con cui comunica possono avere un effetto sugli altri.

  1. Coltiva i propri interessi

Un altro segnale importante è quando il bambino sviluppa passioni e interessi personali: può costruire, disegnare, collezionare, inventare giochi o progettare qualcosa che lo entusiasma. Raccontare ai genitori le proprie idee è anche un modo per costruire creatività e autostima.

  1. Diventa autonomo e non teme gli errori

Un bambino emotivamente maturo, in base alla sua età, prova a risolvere alcuni problemi da solo, sperimenta e cerca le proprie soluzioni. E soprattutto non vive necessariamente l’errore come un fallimento. Imparare che si può sbagliare, riprovare e trovare una strada diversa è una conquista importante.

  1. Comincia a vedere le sfumature

Con la crescita il bambino supera gradualmente il pensiero “tutto bianco o tutto nero”. Inizia a capire che le situazioni possono essere più complesse, che ogni scelta può avere delle conseguenze e che non sempre esiste una sola spiegazione. Comincia così a ragionare sul rapporto causa-effetto e a considerare anche le possibili circostanze e i diversi punti di vista.

La maturità emotiva non significa avere bambini sempre tranquilli, obbedienti e senza capricci. Significa accompagnarli, passo dopo passo, verso la capacità di conoscere se stessi, esprimere quello che provano, affrontare le difficoltà e diventare sempre più autonomi. E in questo percorso, per loro, sapere di poter contare sull’ascolto di mamma e papà fa davvero la differenza.

Ripetizioni: quando servono davvero?

Ott 04
Scritto da Annamaria avatar

Settembre è il mese dei nuovi inizi e delle promesse dei nostri figli. Poi passano le prime settimane di scuola e per molti arriva la domanda fatidica: servono le ripetizioni? Non sempre. E soprattutto non è detto che una difficoltà scolastica debba trasformarsi automaticamente in un appuntamento fisso con un insegnante privato. A volte basta un piccolo aiuto per superare un argomento difficile, recuperare una lacuna o ritrovare un po’ di sicurezza. In altri casi, invece, il problema è più profondo e continuare semplicemente a fare esercizi con un tutor rischia di non essere la soluzione. Quando servono davvero?

ripetizioni quando servono davvero

La prima cosa da capire, quindi, è perché il bambino sta facendo fatica. Un’insufficienza può capitare a tutti. Anche un bambino normalmente bravo può trovarsi in difficoltà davanti a una materia nuova, a un insegnante con un metodo diverso o semplicemente a un periodo di stanchezza. La situazione cambia quando la difficoltà diventa continua. 

Se i brutti voti si ripetono nella stessa materia, se il bambino non riesce a recuperare nonostante l’impegno, se passa ore sui compiti senza riuscire a completarli o ha bisogno costantemente dell’adulto accanto, può essere il momento di chiedersi se un aiuto esterno possa davvero essere utile. Anche gli insegnanti possono dare un’indicazione importante: il confronto con la scuola aiuta a capire se si tratta di una lacuna circoscritta oppure di una difficoltà più generale.

Ci sono alcuni campanelli d’allarme che possono far capire a noi genitori che il semplice “studia di più” non sta funzionando. Per esempio, il bambino continua a non comprendere un argomento anche dopo diverse spiegazioni; impiega un tempo sproporzionato per fare i compiti; evita sistematicamente una determinata materia; si blocca davanti agli esercizi ancora prima di provarci; diventa molto insicuro o si convince di “non essere portato”.

Un altro segnale è quando mamma e papà diventano l’insegnante di casa ogni pomeriggio. Se i compiti si trasformano quotidianamente in discussioni, pianti o tensioni familiari, affidarsi per qualche ora alla persona giusta può essere utile anche per restituire serenità alla famiglia.

L’errore è pensare alle ripetizioni come a una stampella da utilizzare per tutto l’anno senza un vero obiettivo. Meglio chiedersi: cosa deve recuperare mio figlio? Una volta individuato il problema, anche il percorso può essere più breve e mirato. Per un bambino delle elementari, per esempio, può essere sufficiente un aiuto nei compiti e un lavoro sul metodo. Alle medie può diventare più importante imparare a organizzare lo studio e affrontare una materia nella quale si sono accumulate lacune. Alle superiori, invece, soprattutto nelle materie più complesse, può servire un intervento più specialistico.

Se le difficoltà sono molto diffuse, persistono nel tempo e sembrano riguardare non soltanto una materia ma, per esempio, lettura, scrittura, comprensione, organizzazione o attenzione, le semplici ripetizioni potrebbero non essere sufficienti. In questi casi è importante parlarne prima con gli insegnanti e, se necessario, con il pediatra o con gli specialisti indicati per una valutazione. Le difficoltà scolastiche possono avere origini molto diverse e non vanno automaticamente attribuite a svogliatezza o mancanza di impegno.

Anche il Ministero dell’Istruzione sottolinea l’importanza di una didattica personalizzata quando emergono specifiche difficoltà di apprendimento.

Quanto costano le ripetizioni nel 2026? Secondo l’Osservatorio Prezzi LeTueLezioni 2026, realizzato analizzando oltre 94mila annunci, la tariffa mediana nazionale è di circa 13 euro l’ora per le lezioni in presenza. Si sale a 15 euro l’ora per le lezioni online e per quelle a domicilio. Facendo un calcolo molto semplice, un’ora alla settimana per tutto l’anno scolastico significa una spesa che si aggira intorno ai 500 euro complessivi. Due ore alla settimana fanno invece poco più di 100 euro al mese in presenza e circa 120 euro online o a domicilio.

Naturalmente sono valori indicativi: il prezzo può cambiare parecchio in base alla materia, all’esperienza dell’insegnante, alla città e al livello dello studente. Per le materie scolastiche più comuni le tariffe tendono a rimanere relativamente vicine. Matematica, inglese, fisica, chimica e latino si collocano generalmente nell’area dei 13-15 euro l’ora, mentre l’informatica arriva intorno ai 17 euro. Le lingue meno diffuse e le materie che richiedono una preparazione più specialistica possono costare di più.

E poi ci sono sport, musica e arti: qui il prezzo cambia decisamente passo e può arrivare anche a 20-25 euro l’ora, proprio perché si tratta di attività che richiedono competenze specifiche e, spesso, lezioni individuali.

La sorpresa del 2026 è che la lezione online non è automaticamente quella più economica. Non è soltanto la materia a fare il prezzo. Uno studente universitario che dà ripetizioni può generalmente chiedere una cifra più contenuta, mentre un insegnante laureato e con esperienza può arrivare a 15-25 euro l’ora. Per gli specialisti con una lunga esperienza, soprattutto nelle materie tecniche, la tariffa può superare i 30 euro.

Prima di iniziare a spendere soldi ogni settimana, vale la pena fare una cosa semplicissima: parlare con l’insegnante.

Allattamento al seno: dopo nascita più sostegno

Set 30
Scritto da Annamaria avatar

Parlare di allattamento al seno significa parlare di mamme, neonati e di un percorso che non sempre è semplice come si immagina prima della nascita. Perché una cosa è iniziare ad allattare in ospedale, un’altra è riuscire a proseguire una volta tornati a casa, quando arrivano stanchezza, dubbi, difficoltà con l’attacco, dolore e la sensazione, molto comune, di non avere abbastanza latte. Dopo la nascita serve più sostegno.

allattamento al seno dopo nascita piu sostegno

I numeri fotografano proprio questo passaggio. In Italia, nel 2025, il 71% dei neonati sani e a termine è stato allattato esclusivamente al seno, secondo i dati del Progetto Policy Aziendale per l’Allattamento (PAA) della Società Italiana di Neonatologia. Ma a 2-3 mesi la percentuale scende al 48%, per arrivare al 39% a 4-5 mesi, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. E non mancano differenze territoriali: Centro e Nord presentano tassi più elevati rispetto a Sud e Isole.

Sono dati che la SIN presenta in occasione della Settimana Mondiale dell’Allattamento, dall’1 al 7 ottobre, riportando l’attenzione su un punto fondamentale: sostenere l’allattamento non significa semplicemente dire a una mamma che “il latte materno fa bene”. Significa metterla nelle condizioni concrete di poter allattare, prima in ospedale e poi anche dopo il ritorno a casa.

Il momento della nascita è fondamentale. Il contatto pelle a pelle tra mamma e neonato, il rooming-in, cioè la possibilità di tenere il bambino vicino per gran parte della giornata, e un’assistenza competente possono facilitare l’avvio dell’allattamento. È proprio con questo obiettivo che nel 2023 è nato il Progetto Policy Aziendale per l’Allattamento (PAA) della SIN, pensato per promuovere, proteggere e sostenere l’allattamento nei Centri di Neonatologia e Ostetricia.

Oggi hanno aderito al progetto 115 Punti Nascita: 81 al Nord, 12 al Centro e 22 al Sud e nelle Isole. Sono invece 65 i Punti Nascita accreditati per l’allattamento, dopo aver raggiunto gli obiettivi previsti, tra cui una specifica policy aziendale, un gruppo di lavoro dedicato, il rooming-in per almeno 20 ore su 24 e il contatto pelle a pelle in sala parto.

“L’allattamento materno è raccomandato dalle principali organizzazioni internazionali che si occupano di salute, dal Ministero della Salute e dalle società scientifiche d’area perinatale e pediatrica e rappresenta un investimento per la salute della diade madre-neonato, con ricadute positive non solo sul piano clinico, ma anche sotto il profilo sociale e ambientale ed economico”, afferma il Prof. Massimo Agosti, Presidente SIN. “La consapevolezza dei benefici dell’allattamento, da sola, non basta perché una madre riesca ad allattare. È necessario che possa contare su un sostegno concreto e continuativo: da parte della famiglia, ma anche, e in modo determinante, da parte dei professionisti e dei servizi sanitari”. Il messaggio della SIN è chiaro: una mamma non dovrebbe sentirsi sola davanti alle difficoltà dell’allattamento.

Un altro punto affrontato dalla SIN riguarda le tante informazioni che circolano sull’allattamento. Dubbi, consigli ricevuti da amici e parenti, informazioni trovate online e falsi miti possono rendere ancora più difficile un momento che è già delicato.

Per questo SIN, insieme a SIP e AIBLUD, ha realizzato il Position Statement 2026 sull’Allattamento, con l’obiettivo di orientare le famiglie verso un sostegno professionale e di fare chiarezza sulle reali controindicazioni all’allattamento. “Proprio su questo tema, uno studio recente mostra come il fenomeno dei malintesi e delle fake news sull’allattamento sia in riduzione nelle nuove generazioni; la generazione Z, infatti, risulta meglio informata rispetto a quella X”, afferma il Dott. Riccardo Davanzo della Commissione Allattamento & BLUD della SIN (COMASIN). “Questa differenza potrebbe essere dovuta alla facilità di recuperare informazioni dal web, ma anche ad una capacità a discriminarne la bontà”.

Il sostegno è ancora più importante quando il bambino nasce prematuro e viene ricoverato in Terapia Intensiva Neonatale. “Dato che il latte materno rappresenta il nutrimento di prima scelta anche per il neonato pretermine, nelle Terapie Intensive Neonatali (TIN) e nei reparti di Pediatria vanno maggiormente diffusi ed applicati i protocolli di sostegno all’avvio, al mantenimento e alla tutela dell’allattamento al seno e dell’uso del latte materno o, in alternativa, del latte umano donato”, continua il Dott. Davanzo. “In particolare in TIN è indispensabile per la relazione madre-neonato e per il miglior sviluppo complessivo la presenza attiva dei genitori come veri e propri partner di cura, in un’ottica di Family Centered Integrated Care e di Zero Separation, utilizzando momenti intimi di incontro genitori-neonato, come la Kangaroo Care”.

Il tema dell’allattamento diventa anche immagini con “Nutrire. Unire.”, il progetto fotografico nato nella U.O. Neonatologia dell’IRCCS Policlinico San Martino di Genova. L’idea è raccontare, attraverso la fotografia, l’universalità di un gesto che appartiene a culture e famiglie diverse. L’allattamento come gesto capace di unire, al di là delle differenze culturali, linguistiche e sociali. La prima esposizione sarà visitabile dal 6 al 18 ottobre 2026 al Palazzo Ducale di Genova. Successivamente la mostra sarà ospitata a Bari, in occasione del XXXII Congresso Nazionale della SIN, dal 28 al 30 ottobre.

Durante il Congresso Nazionale della SIN sarà disponibile “Baby SIN”, uno spazio dedicato alle mamme che allattano e ai genitori che hanno bisogno di un momento di intimità con il proprio neonato o lattante. L’area sarà dotata di poltrone ergonomiche, tiralatte, fasciatoio, frigorifero per conservare il latte e sterilizzatore, oltre a tavolini e sedie a misura di bambino. Un piccolo esempio concreto di quello che dovrebbe essere il principio alla base di ogni percorso nascita: non lasciare sole le famiglie quando arrivano le difficoltà.

“Il latte materno è un alimento unico, capace di offrire benefici immediati e a lungo termine al neonato. Rappresenta una difesa cruciale contro le infezioni e nel medio e lungo periodo svolge una potente azione preventiva contro importanti patologie come sovrappeso, obesità e cardiopatia ischemica. Questa protezione, attiva fin dai primissimi giorni di vita, pone le basi per salvaguardare la salute del futuro adulto e per questo dobbiamo continuare ad investire in percorsi che valorizzino e tutelino l’allattamento materno fin dalla nascita”, conclude il Presidente Agosti.

Rientro a scuola: ansia dei bambini

Set 24
Scritto da Annamaria avatar

Zainetto nuovo, quaderni appena comprati, astuccio da riempire e il grembiulino ancora perfettamente piegato. Il rientro a scuola, per le famiglie, comincia spesso così. Tra liste della spesa, libri da acquistare e corse dell’ultimo minuto, però, c’è qualcosa che rischia di passare inosservato: l’ansia dei bambini davanti al ritorno tra i banchi. Perché settembre non porta soltanto entusiasmo. Porta aspettative, curiosità, ma anche paure e preoccupazioni. E quella frase apparentemente innocua, “non voglio andare a scuola”, può nascondere molto più di un semplice capriccio. A spiegarlo a Leggo è la pedagogista Maria Cristina Boccacci, che invita mamme e papà a prestare attenzione ai segnali dei figli e, soprattutto, a non trasformare il rientro a scuola in una gara.

Children with rucksacks sitting on the stairs near school

Ci sono bambini che diventano irritabili, fanno più capricci, hanno difficoltà ad addormentarsi o chiedono più coccole. Ma ce ne sono anche altri che sembrano felicissimi: vogliono scegliere tutto il materiale scolastico, parlano continuamente della scuola e appaiono pieni di entusiasmo. Non sempre, però, dietro un bambino apparentemente entusiasta c’è serenità. “I segnali sono molto simili. L’unica differenza la possiamo fare noi con l’ascolto attivo, quindi mettere parola a quello che notiamo”, spiega Boccacci. Non dobbiamo cercare di eliminare ogni emozione negativa, ma aiutare il bambino a riconoscerla. Anche perché, come sottolinea la pedagogista, le emozioni che non riesce ancora a gestire “non spariscono”: “Restano un carico che, a seconda di come viene accolto o ignorato dagli adulti, può incidere in modo positivo o negativo sull’intero percorso scolastico, fin dalla prima infanzia”.

Spesso siamo proprio noi adulti, spesso senza rendercene conto, a caricare il rientro a scuola di aspettative. Avrà comprato tutto? Andrà bene quest’anno? Sarà bravo? Troverà amici? Come sarà la maestra? E gli altri bambini saranno più avanti di lui? Domande normalissime, certo. Il problema arriva quando diventano confronti continui. “Noi genitori facciamo continuamente confronti tra i nostri figli e i figli degli altri – magari ad alta voce proprio nel cortile della scuola – e pensiamo che loro non ci ascoltino”, racconta Boccacci.

E invece ascoltano. Un “sarà il più bravo della classe?”, oppure “avrà già imparato a leggere e scrivere?”, può trasformarsi nella testa di un bambino in una domanda molto più pesante: sarò abbastanza bravo per mamma e papà? “Questa ansia da prestazione noi la trasferiamo in maniera osmotica ai nostri figli”, spiega la pedagogista. Il messaggio che può arrivare al bambino è semplice e, allo stesso tempo, molto forte: “Se i miei genitori sono agitati, allora anch’io dovrò essere agitato. C’è qualcosa che qualcuno si aspetta da me”.

Ecco cosa non fare

Il rientro a scuola non deve diventare un esame da superare

1. Non fare paragoni.
2. Non parlare continuamente di voti e risultati.
3. Non minimizzare le sue paure.
4. Non esagerare con le preoccupazioni.
5. Non riempire ogni conversazione con la scuola.
6. Non pretendere che sia sempre entusiasta.
7. Non trasformare il rientro in una prova di forza.

Cosa dire invece ai nostri figli? “Stiamo per tornare a scuola? A scuola troverai i tuoi amici”, suggerisce Boccacci. E soprattutto una certezza: “Qualsiasi cosa succeda, mamma e papà saranno sempre lì con te, anche se non ci vedi”. Per i più grandi, invece, aiutano le certezze quotidiane: sapere a che ora ci si sveglia, quando si esce da scuola, chi verrà a prenderli e cosa succederà dopo. La routine, spiega la pedagogista, “va bene dai 0 ai 100 anni”, perché “la certezza di un orario noto – a che ora si esce, chi verrà a riprendere, cosa si farà dopo – permette al bambino di proiettarsi sul rientro a casa anche nel mezzo di una giornata difficile”. C’è poi una regola che vale per tutti, piccoli e grandi: “Non bisogna mai sdrammatizzare, minimizzare, ma neanche esagerare”.

Secondo i dati citati da Boccacci, il disagio legato all’ansia è tutt’altro che raro. La pedagogista riferisce che circa il 20% dei ragazzi in età scolare o prescolare soffre di disturbi d’ansia. E tra gli studenti delle scuole secondarie coinvolti in una consultazione pubblica dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, il 51,4% ha riferito stati ricorrenti di ansia o tristezza prolungata. Numeri che invitano a non sottovalutare i segnali: mal di pancia, difficoltà a dormire, irritabilità, stanchezza, mal di testa o un improvviso rifiuto della scuola possono meritare ascolto e attenzione, soprattutto quando diventano frequenti.

La cosa più importante che mamma e papà possono dire prima di un nuovo anno scolastico non è “Devi essere bravo”, ma “Tu per me vali sempre, tu per me vali tutto, tu sei sempre abbastanza per me”.