Articoli della categoria ‘GRAVIDANZA’

Gravidanza: cosa fa il feto nel pancione

Feb 06
Scritto da Annamaria avatar

Cosa succede davvero mentre aspetti vivi la tua gravidanza? Per chi si domanda cosa fa il feto nel pancione, una recente pubblicazione offre risposte affascinanti. Nel saggio Imparare prima di nascere (Società editrice Il Mulino, 2025), la professoressa Laila Craighero, neuroscienziata cognitiva dell’Università di Ferrara, esplora come il feto non sia un organismo passivo, ma un vero “apprendista” che inizia ad ascoltare, sentire, muoversi e persino interagire con l’ambiente in cui si trova settimane prima della nascita.

gravidanza cosa fa il feto nel pancione

L’utero materno può sembrare buio e silenzioso, ma è tutt’altro: è relativamente rumoroso, ricco di stimoli e sensazioni filtrate. Qui dentro il feto sviluppa progressivamente i suoi sensi e comincia a sperimentare il mondo in modi che solo fino a poco tempo fa pensavamo possibili solo dopo la nascita.

Il tatto è il primo senso a emergere: a circa 11 settimane di gestazione i recettori tattili compaiono sul viso, le mani e i piedi, e si estendono progressivamente nel resto del corpo. Intorno alla ottava settimana si formano le papille gustative e, poco dopo, le cellule olfattive.

Una scoperta sorprendente è che il feto comincia a deglutire il liquido amniotico già verso l’undicesima settimana e mostra i primi movimenti respiratori irregolari fin dalla decima. Questi comportamenti permettono alle molecole nel liquido di raggiungere i recettori del gusto e dell’olfatto, imprimendo nei piccoli tracce di sapori e odori che influenzeranno le preferenze dopo la nascita.

Il senso dell’udito si affina con il progredire della gravidanza: studi citati nel libro mostrano che attorno alle 27 settimane il feto risponde ai suoni a bassa frequenza, mentre più tardi comincia a percepire frequenze più alte. Proprio per questo la voce della mamma – trasmessa non solo dall’esterno ma anche attraverso gli organi – risulta particolarmente familiare ed interessante per il bambino in utero.

La vista è l’ultimo senso a svilupparsi, e alla nascita resta ancora molto immaturo: la retina è circa metà di quella adulta e la capacità visiva è notevolmente inferiore. Tuttavia, le prime settimane di vita fuori dall’utero confermano che il neonato riesce a associare volti a stimoli esterni, come nel classico esperimento in cui i piccoli, nelle prime ore di vita, aumentano la suzione per rivedere il volto materno piuttosto che quello di un estraneo.

Il feto si muove già nelle prime fasi della gravidanza. Dalla 14ª settimana in poi dirige gran parte dei suoi movimenti verso sé stesso e l’ambiente che lo circonda – il proprio viso, il corpo, la parete dell’utero e il cordone ombelicale. Questi movimenti non sono casuali: da semplici scatti a movimenti più raffinati come portare la mano alla bocca e succhiarla, il feto esercita le basi dei gesti futuri e impara a modulare la forza.

Secondo la professoressa Craighero, il mondo prenatale resta ancora in gran parte da esplorare, ma è ormai chiaro che il feto non vive in una bolla sensoriale isolata, bensì è costantemente in ascolto, percepisce sapori e odori, reagisce ai suoni e si muove con crescente intenzionalità. Tutto questo getta le basi non solo per le future capacità sensoriali e motorie, ma anche per le prime forme di relazione con l’ambiente esterno.

In altre parole, mentre aspetti il grande incontro con tuo figlio, sappi che dentro il pancione c’è un piccolo mondo in fermento, dove ogni giorno si costruiscono i primi passi – sensoriali e motori – verso quello che sarà un grande e vivido incontro con la vita “fuori”. 

Parto in acqua: quando non si può

Gen 30
Scritto da Annamaria avatar

Molte donne sognano di mettere al mondo il proprio bebè con un parto in acqua. La dottoressa Monica Calcagni a Demografica Adnkronos spiega quando non si può esaudire il desiderio. Il medico chirurgo specialista in Ginecologia ed Ostetricia chiarisce infatti, una volta per tutte, che ci sono alcune condizioni per le quali non è possibile dare l’okay.

“Il parto in acqua, così come il parto spontaneo, non lo possono fare tutte le donne – sottolinea l’esperta – Ci sono delle condizioni materne e fetali che vanno valutate. Devono esserci, soprattutto per il parto in acqua, delle condizioni materne ottimali. Se c’è una sofferenza fetale, se ci sono problemi di posizione del bambino, un travaglio lento, un’emorragia o un’infezione, non è possibile partorire in acqua”. 

Calcagni aggiunge: “Altri casi che prevedono impossibilità di partorire in acqua si si registra quando c’è una pressione altra o altre complicanze materne, e, spesso, non è possibile fare neppure il parto vaginale. E’ in questi casi che si ricorre a un cesareo che, a questo punto, non è più una scelta, ma un‘urgenza perché si fa dopo che il travaglio è iniziato. E’ un intervento necessario per tutelare sia la vita della madre che quella del bambino”.

Esami TORCH

Gen 29
Scritto da Annamaria avatar

Quando si scopre di essere incinte, l’elenco degli esami da fare sembra allungarsi di giorno in giorno. Tra sigle misteriose e nomi poco rassicuranti, prima o poi spuntano loro: gli esami TORCH. Ma cosa sono davvero? E perché sono così importanti in gravidanza? 

esami torch

TORCH non è un singolo esame, ma un pannello di test del sangue che serve a verificare se la futura mamma è entrata in contatto con alcune infezioni che, se contratte durante la gravidanza, possono creare problemi al feto.

L’acronimo TORCH sta per:

  • T = Toxoplasma gondii (toxoplasmosi)
  • O = Other (altre infezioni, come sifilide, parvovirus B19, varicella)
  • R = Rosolia
  • C = Citomegalovirus (CMV)
  • H = Herpes simplex virus

Questi esami non cercano la malattia nel bambino, ma valutano se la mamma ha anticorpi contro queste infezioni. In pratica rispondono a una domanda chiave: ho già incontrato questo virus/batterio o sono a rischio di infezione in gravidanza? Il risultato aiuta il ginecologo a capire se la donna è immune, stabilire se l’infezione è passata, recente o in corso, indicare eventuali precauzioni o controlli aggiuntivi.

Gli esami TORCH si eseguono con un semplice prelievo di sangue. Nel referto compaiono due sigle fondamentali:

  • IgG: indicano un’infezione avuta in passato (e quindi una possibile immunità)
  • IgM: suggeriscono un’infezione recente o in atto

La combinazione di questi valori è ciò che conta davvero, ed è sempre il medico a interpretarli.

In genere vengono prescritti all’inizio della gravidanza o già in fase preconcezionale. Alcuni test (come toxoplasmosi e citomegalovirus) possono essere ripetuti nel tempo se la donna non è immune. Non sempre vengono richiesti tutti insieme: dipende dalla storia clinica e dalle linee guida seguite dal ginecologo. Sentire parlare di infezioni in gravidanza può spaventare, ma lo scopo degli esami TORCH è esattamente l’opposto: prevenire, informare e proteggere. Nella maggior parte dei casi i risultati sono rassicuranti e, quando non lo sono, esistono percorsi di controllo e cura molto efficaci.

Paracetamolo in gravidanza: no aumento rischi

Gen 27
Scritto da Annamaria avatar

Una delle preoccupazioni più frequenti tra le future mamme riguarda i farmaci da usare in gravidanza, in particolare quando insorge febbre o dolore. Negli ultimi anni circolavano ipotesi secondo cui l’uso del paracetamolo in gravidanza potesse essere associato a un aumento del rischi che il bambino sviluppasse disturbi del neuro-sviluppo, come autismo o Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD). Una nuova e ampia revisione scientifica offre finalmente risposte rassicuranti: no, non è così.

paracetamolo in gravidanza no aumento rischi

La conferma arriva da una revisione pubblicata sulla rivista The Lancet Obstetrics, Gynaecology & Women’s Health, che ha analizzato i dati di 43 studi su decine di migliaia di gravidanze. Secondo i ricercatori, non ci sono prove affidabili che l’assunzione di paracetamolo durante la gravidanza aumenti il rischio di autismo, ADHD o disabilità intellettiva nei bambini.

“Non abbiamo riscontrato alcun aumento clinicamente significativo del rischio di autismo, ADHD o disabilità intellettiva”, è quanto dichiarato dalla dottoressa Asma Khalil, professoressa di ostetricia e medicina materno-fetale che ha coordinato la revisione, come ha riportato il Corriere della Sera. I dati più robusti, compresi quelli che confrontano fratelli esposi all’interno della stessa famiglia, non mostrano alcun effetto diretto dell’esposizione prenatale al paracetamolo su questi esiti nello sviluppo cognitivo o comportamentale.

Gli esperti sottolineano che alcune ricerche precedenti avevano suggerito possibili associazioni, ma molte di queste erano basate su studi con metodi poco solidi o non in grado di controllare fattori confondenti come genetica familiare, condizioni materne o altri aspetti dello stile di vita. Quando questi fattori vengono adeguatamente presi in considerazione, la presunta relazione si annulla.

Il paracetamolo (noto anche come acetaminofene) è da tempo indicato come il farmaco analgesico e antipiretico di prima scelta in gravidanza, quando necessario e sotto indicazione medica. Il nuovo corpus di prove scientifiche conferma che, se assunto come previsto e nelle dosi consigliate, il paracetamolo resta una delle opzioni più sicure per gestire dolore e febbre in gestazione, evitando potenziali rischi legati a condizioni non trattate, come la febbre elevata.

In sintesi, le future mamme possono stare tranquille: le migliori evidenze disponibili non supportano l’idea che il paracetamolo in gravidanza aumenti il rischio di autismo, ADHD o disabilità intellettiva nei bambini. Come sempre, l’uso di qualsiasi farmaco durante la gravidanza dovrebbe essere discusso con il medico o il ginecologo di fiducia, che può indicare la scelta più appropriata considerando il quadro clinico individuale. ✨

Allenamento alto impatto in gravidanza: sì o no?

Gen 18
Scritto da Annamaria avatar

Allenarsi in gravidanza non è più un tabù, anzi: il movimento è oggi considerato un vero alleato del benessere materno. Ma quando si parla di allenamento ad alto impatto, corsa, HIIT, salti, circuiti intensi, la domanda sorge spontanea: si può fare anche col pancione? Sì o no? La risposta è: dipende. Dal corpo, dalla storia sportiva e da come si sceglie di allenarsi.

Quando si parla di allenamento ad alto impatto, ci si riferisce ad attività che prevedono: salti e balzi, cambi di direzione rapidi, movimenti esplosivi, ritmi sostenuti. Esempi? Running, functional training intenso, cross training, HIIT, aerobica ad alta intensità.

L’allenamento ad alto impatto non è per tutte, ma può essere praticato in casi ben precisi: donne già allenate prima della gravidanza, gravidanze fisiologiche, senza complicazioni, via libera del ginecologo, ascolto costante del proprio corpo. In questi casi, l’attività può essere continuata, spesso modulata, soprattutto nel primo e secondo trimestre. Chi invece non praticava sport intensi prima, non dovrebbe iniziare proprio in gravidanza: questo non è il momento per sperimentare.

Esistono pericoli? Sì, se non si rispettano alcune regole fondamentali. I principali rischi sono legati a:

  • sovraccarico del pavimento pelvico
  • instabilità articolare (gli ormoni rendono le articolazioni più “lente”)
  • traumi da impatto
  • affaticamento eccessivo

Per questo è fondamentale: ridurre salti e impatti con l’avanzare dei mesi, privilegiare superfici ammortizzate, evitare apnea e sforzi massimali, fermarsi subito in caso di dolore, perdite, capogiri. Nel terzo trimestre, in genere, l’alto impatto viene fortemente ridotto o eliminato.

Quando praticato in modo consapevole, l’allenamento intenso può offrire benefici reali: mantiene il tono muscolare, migliora l’umore e riduce stress e ansia, aiuta a controllare l’aumento di peso, rafforza la percezione di forza e fiducia nel proprio corpo, facilita il recupero post parto (se ben gestito). Per molte donne, continuare ad allenarsi significa non perdere la propria identità, ma adattarla a una nuova fase.

Maternità e invecchiamento: lo studio

Gen 17
Scritto da Annamaria avatar

Secondo una nuova ricerca dell’Università di Helsinki e del Minerva Foundation Institute for Medical Research, essere mamma può influire sul processo di invecchiamento. Non nel modo che molti immaginiamo, però. Lo studio ha analizzato i dati di quasi 15.000 gemelle seguite per decenni, con informazioni raccolte a partire dagli anni ’70 e monitorate fino a oggi. Ha misurato anche l’invecchiamento biologico tramite indicatori epigenetici. Maternità e invecchiamento non sono così legati, come si evince dalla notizia riportata dall’Adnkronos.

maternita e invecchiamento lo studio

I risultati mostrano che le donne con due o tre figli tendono ad avere un profilo di longevità più favorevole rispetto a chi non ha figli o ne ha molti. Anche l’età in cui avvengono le gravidanze sembra contare. Gli intervalli tra i 24 e i 38 anni sono associati a modelli di invecchiamento più vantaggiosi. Invece una prole numerosa (più di quattro figli) è stata collegata a una vita mediamente più breve e a un invecchiamento biologico accelerato. 

Gli autori spiegano questi risultati con un principio evolutivo noto come teoria della storia della vita. “Gli organismi hanno risorse limitate come tempo ed energia. Quando una grande quantità di energia viene investita nella riproduzione, questa viene sottratta ai meccanismi di mantenimento e riparazione del corpo, il che potrebbe ridurre la durata della vita”. 

In modo sorprendente, lo studio ha anche osservato che le donne senza figli mostrano un invecchiamento biologico più rapido rispetto a quelle con pochi figli, suggerendo che altri fattori legati allo stile di vita o alla salute potrebbero influenzare questi risultati, anche se non tutti sono stati pienamente controllati nelle analisi.

I ricercatori sono chiari nel sottolineare che i dati si applicano a livello di popolazione, non come predittori individuali. Una donna non dovrebbe cambiare i propri piani sulla base di questi risultati. Le dinamiche di famiglia, l’età del primo parto e le condizioni di vita variano molto nel tempo. Lo studio non stabilisce un rapporto di causa-effetto diretto. 

Quindi, numero di figli e tempistica delle gravidanze sembrano associarsi a certi schemi di invecchiamento biologico. Ma la scelta di quando e quanti figli avere resta una decisione personale, influenzata da molti aspetti che vanno ben oltre i dati statistici.

Maternità oltre i 40 anni

Gen 15
Scritto da Annamaria avatar

La maternità oltre i 40 anni è sempre più comune in Italia: molte donne, come l’attrice di Un Medico in Famiglia Margot Sikabonyi, scelgono di allargare la famiglia in un momento della vita in cui si sentono più stabili, consapevoli e pronte ad affrontare ciò che verrà. Margot, che ha dato il benvenuto al suo terzo figlio Michele a 42 anni, racconta questa esperienza con una sincerità delicata e intensa al Corriere della Sera.

maternita oltre i 40 anni
L’attrice di Un Medico in Famiglia Margot Sikabonyi con il terzogenito Michele, nato il 6 ottobre scorso

Per lei, “mamma a 42 anni, con altri due bambini, reduce da un divorzio, coraggiosa forse sì”, ma soprattutto è una donna che finalmente sente di possedere gli strumenti interiori per vivere la maternità con piena presenza. Margot dice che prima, a 30 anni, si sentiva spesso in balia degli eventi: una giovinezza segnata da insicurezze e giudizi esterni che le impedivano di godersi appieno il ruolo di madre. Oggi, invece, sente una profonda armonia con il suo bambino e con se stessa, nonostante “lo scenario che mi circonda sia assolutamente imperfetto”, con una famiglia allargata e la mancanza di una rete familiare vicino a lei.

Molto della sua riflessione sulla maternità oltre i 40 anni ruota attorno a un concetto essenziale: la consapevolezza di sé. Racconta che tante paure sono svanite proprio grazie alla sicurezza, alla maturità e alla capacità di ascoltare il proprio corpo e la propria mente. Anche se “le notti sono discontinue a causa dei pasti, il tempo per me è praticamente inesistente”, Margot sottolinea che la maternità non l’ha cancellata, anzi: ha dato voce alla donna che è oggi, con una maggiore capacità di abbandonarsi, accettare i propri limiti e aprirsi alle nuove possibilità.

Un altro punto che emerge forte dalle sue parole riguarda il supporto emotivo nelle fasi più delicate. Margot riflette su quanto la solitudine sia diffusa tra le mamme e su come una rete di donne, di figure affettive e di sostegno psicologico possa fare la differenza: “la società tende a metterci alla prova con mille richieste, aspettative e ci immagina affiancate da presenze che non sempre sono in grado di cogliere cosa accade dentro di noi”. Per lei, ritrovare equilibrio significa anche imparare a vivere e raccontare le proprie emozioni, senza paura di mostrare fragilità.

Infine Margot parla dei valori che desidera trasmettere ai suoi figli: essere presenti, vedere, ascoltare e vivere con empatia. “Se penso a Michele desidero essere presente: ci sono, ti vedo, ti ascolto”, dice, aggiungendo che la serenità è un tesoro da coltivare non solo per sé, ma per chi cresce accanto a noi.

La sua esperienza dimostra che la maternità oltre i 40 anni non è soltanto possibile, ma può essere una stagione di pienezza, profondità e autenticità, in cui la donna non perde se stessa, ma trova una nuova misura del suo potenziale come madre e come persona.

Capezzoli: cura in gravidanza e in allattamento

Gen 13
Scritto da Annamaria avatar

Diciamolo senza giri di parole: nessuno ci prepara davvero al tema capezzoli. In gravidanza cambiano, tirano, prudono, diventano ipersensibili. E in allattamento si entra in una nuova dimensione. Prendersene cura non è un vezzo beauty, ma una vera forma di auto-protezione. E no, non deve per forza essere complicato. Ecco una guida pratica. 

capezzoli cura in gravidanza e in allattamento

Durante la gravidanza, sotto l’effetto degli ormoni:

  • i capezzoli diventano più scuri
  • l’areola si allarga
  • aumenta la sensibilità (a volte anche il fastidio)
  • la pelle può sembrare più secca o “tirare”

È il corpo che si prepara all’allattamento. Nessun allarme, ma un po’ di attenzione in più sì.

Come prendersene cura in gravidanza?

1. Idratazione quotidiana

Usa una crema nutriente e delicata, meglio se specifica per gravidanza o a base di:

  • lanolina pura
  • burro di karité
  • oli vegetali naturali

Una volta al giorno è più che sufficiente. Non serve massaggiare in modo energico: la delicatezza vince sempre.

2. Attenzione al detergente

Via libera a:

  • acqua tiepida
  • detergenti intimi delicati, senza profumi aggressivi

Evita saponi sgrassanti: seccano la pelle e aumentano il rischio di screpolature.

3. Reggiseno: alleato o nemico

Sì a:

  • cotone
  • sostegno morbido
  • niente cuciture rigide sul capezzolo

No a:

  • reggiseni troppo stretti
  • tessuti sintetici che non lasciano respirare la pelle

Preparare i capezzoli all’allattamento: serve davvero? Sfatiamo un mito: non servono manovre aggressive o sfregamenti. La natura fa il suo lavoro. Quello che serve davvero è: pelle elastica, ben idratata e non irritata. Stop a spazzole, asciugamani ruvidi o “metodi della nonna” non richiesti.

Nei primi giorni di allattamento i capezzoli possono diventare: arrossati, sensibili, leggermente doloranti È normale. Ma non deve diventare dolore intenso o persistente. Le regole d’oro? Attacco corretto del bambino: è il punto più importante. Se fa male, qualcosa non va. Chiedere aiuto a un’ostetrica non è debolezza, è intelligenza. Lanolina o latte materno. Dopo la poppata: una goccia di latte materno oppure lanolina pura (non va rimossa prima della poppata). Mi raccomando, lascia respirare il seno il più possibile. L’umidità prolungata è nemica della pelle.

Evitare assolutamente alcol o disinfettanti, salviettine profumate, lavaggi continui, coppe assorbilatte sempre umide. I capezzoli non vanno “sterilizzati”, vanno rispettati. Quando chiedere aiuto? Rivolgiti a un professionista se compaiono: ragadi profonde, sanguinamento, dolore persistente, segni di infezione.