Borsa del parto in autunno e inverno
Aspettare un bambino è una delle avventure più emozionanti della vita, ma quando la data del parto si avvicina arriva anche il momento di pensare alla valigia per l’ospedale. E se il bebè nascerà in autunno o in inverno, la preparazione richiede qualche attenzione in più. Le temperature scendono, le giornate diventano più fredde e bisogna organizzarsi per accogliere il neonato con tutto il necessario, dal primo cambio alla sua prima uscita all’aria aperta. Ecco come preparare la borsa del parto in autunno e inverno.

La prima cosa da mettere in borsa sono i cambi per il piccolo, possibilmente già divisi in sacchetti e organizzati per giorno. In questo modo anche il papà o chi sarà presente in ospedale potrà trovare tutto facilmente, senza dover rovistare tra body e tutine. Con l’arrivo del freddo, si possono preferire body in cotone a manica lunga e tutine in cotone più pesante o in ciniglia, da scegliere in base alla temperatura degli ambienti e alle indicazioni del reparto. Non è necessario coprire eccessivamente il bambino: il rischio, soprattutto in una stanza ben riscaldata, è che abbia troppo caldo.
Nella borsa del parto è utile inserire:
- 4-5 body, a manica lunga o corta secondo la stagione e la temperatura;
- 4-5 tutine, in cotone più pesante o ciniglia;
- calzini e, se necessari, piccoli completini aggiuntivi;
- una o due mussole di cotone;
- un cappellino leggero, se richiesto dall’ospedale o utile per l’uscita;
- qualche cambio in più, nel caso ci siano rigurgiti o piccoli incidenti.
Le quantità sono indicative: è sempre meglio controllare la lista fornita dal punto nascita, perché ogni struttura può avere richieste diverse. La copertina e il primo outfit per tornare a casa
Il momento dell’uscita dall’ospedale è uno dei più attesi. Con il freddo, però, il look del neonato deve essere soprattutto funzionale. Una copertina morbida, adatta alla temperatura esterna, può essere utile per il tragitto fino all’auto, così come una tutina più calda e un eventuale strato aggiuntivo da mettere solo quando serve.
Attenzione, invece, a non esagerare con piumini e indumenti voluminosi se il bambino viaggia nell’ovetto o nel seggiolino auto: gli abiti molto imbottiti possono impedire alle cinture di aderire correttamente al corpo. Meglio vestire il piccolo con strati sottili, allacciare bene le cinture e aggiungere una copertina sopra le cinture già chiuse, senza coprire il viso.
E se fuori fa davvero freddo? Cappellino e copertina possono essere utili per il breve tragitto all’aperto, ma una volta entrati in un ambiente caldo è importante togliere gli strati superflui. I neonati, infatti, non devono essere né raffreddati né surriscaldati.
Anche la futura mamma ha bisogno di una valigia organizzata con attenzione. Dopo il parto, il corpo ha bisogno di comfort e praticità, che si tratti di un parto naturale o di un cesareo. Via libera a camicie da notte o pigiami comodi, meglio se aperti sul davanti per facilitare l’allattamento, vestaglia, ciabatte, calzini e biancheria morbida. In autunno e inverno può essere utile aggiungere un cardigan o una felpa leggera da indossare negli spostamenti, senza dimenticare che le stanze dell’ospedale possono essere calde.
Ecco gli indispensabili per la mamma:
- 2-3 camicie da notte o pigiami comodi;
- vestaglia e ciabatte;
- mutande comode, anche monouso se preferite;
- reggiseni per l’allattamento e coppette assorbilatte, se desiderati;
- assorbenti post parto, se non forniti dalla struttura;
- asciugamani e prodotti per l’igiene personale;
- cambio per il ritorno a casa, comodo e adatto alla stagione;
- caricabatterie, documenti, tessera sanitaria e cartella della gravidanza.
Chi partorisce con cesareo potrebbe preferire indumenti morbidi che non comprimano la zona dell’incisione. In ogni caso, è bene seguire le indicazioni del personale sanitario e verificare in anticipo cosa viene fornito dall’ospedale.
La regola più importante, soprattutto nella stagione fredda, è non confondere il caldo con il troppo caldo. Il neonato va vestito in modo adeguato alla temperatura, con strati facili da togliere o aggiungere, mentre per il viaggio in auto la sicurezza del seggiolino viene prima di qualsiasi outfit.
Gravidanza: i lavori da evitare
Essere incinta non significa necessariamente dover smettere di lavorare. Ma ci sono mansioni che durante la gravidanza possono diventare rischiose e che devono quindi essere modificate, sospese o, quando non esistono alternative, abbandonate temporaneamente. Il punto importante è che non esiste una lista di professioni vietate in blocco: conta soprattutto che cosa si fa concretamente durante il lavoro e a quali rischi si è esposte. Ecco i lavori da evitare.
Infermiera, OSS e operatrici sanitarie
Chi lavora in ospedale, in una casa di cura o nell’assistenza può essere esposta a agenti biologici, fluidi corporei, sollevamento e spostamento dei pazienti, oltre a determinati farmaci o sostanze. Il rischio biologico è particolarmente importante nelle attività sanitarie.
Questo non significa che un’infermiera debba automaticamente smettere di lavorare: la mansione deve essere valutata e, se necessario, modificata evitando le attività a rischio.
Parrucchiere ed estetiste
Anche parrucchiere ed estetiste possono dover fare attenzione. Il problema riguarda soprattutto l’esposizione a determinati prodotti chimici, oltre alle posture, alle tante ore in piedi e alla fatica fisica. La presenza di una sostanza chimica sul posto di lavoro non significa automaticamente che sia pericolosa: deve essere valutato il tipo di prodotto, il livello e la durata dell’esposizione. Se il rischio non può essere eliminato, la lavoratrice deve essere spostata ad attività più sicure.
Colf, badanti e lavoratrici domestiche
Qui i problemi possono essere soprattutto sollevare pesi, spostare persone, utilizzare determinati prodotti chimici, lavorare a lungo in piedi o assumere posture faticose. Una badante che deve sollevare frequentemente un anziano non autosufficiente, per esempio, può avere bisogno di una modifica delle mansioni. Non è quindi il mestiere in sé a essere incompatibile, ma l’attività concreta che viene svolta.
Cameriere, bariste e commesse
Stare in piedi per molte ore, trasportare vassoi o scatole, fare continui spostamenti e lavorare in ambienti dove esiste il rischio di cadute o scivolamenti sono condizioni che devono essere valutate durante la gravidanza.Anche in questi casi la soluzione può essere una modifica temporanea dell’attività, per ridurre gli sforzi e i rischi.
Operaia, magazziniera e lavori nella logistica
Sono tra le situazioni che richiedono maggiore attenzione quando il lavoro comporta sollevamento e trasporto di carichi, movimenti ripetitivi, vibrazioni, posture faticose o ritmi particolarmente gravosi. INAIL considera questi elementi tra i principali rischi professionali da valutare durante la gravidanza. Se non è possibile eliminare il rischio attraverso una diversa organizzazione del lavoro, può essere necessario assegnare alla lavoratrice una mansione alternativa.
Agricoltura e lavori con sostanze chimiche
Il lavoro agricolo può comportare esposizione a pesticidi e altri prodotti chimici, oltre a fatica fisica e attività all’aperto in condizioni climatiche impegnative. Anche qui è fondamentale valutare la specifica esposizione. Gli agenti chimici pericolosi sono infatti oggetto di una precisa valutazione dei rischi sul luogo di lavoro.
Veterinarie e chi lavora con gli animali
Anche il contatto con animali può comportare un rischio biologico, a seconda dell’attività svolta e degli agenti ai quali la lavoratrice può essere esposta. Per questo la mansione deve essere valutata caso per caso.
Medici, tecniche di radiologia e lavoratrici esposte a radiazioni
Questo è uno dei casi in cui la tutela è particolarmente importante. Le lavoratrici in gravidanza non possono essere adibite ad attività che espongano il nascituro a dosi di radiazioni ionizzanti superiori ai limiti previsti dalla normativa. Per questo, quando una lavoratrice comunica la gravidanza, l’esposizione deve essere rivalutata e, se necessario, la mansione modificata.
Chi lavora di notte
Il lavoro notturno ha una tutela specifica. In Italia è vietato adibire la lavoratrice al lavoro tra le 24 e le 6 dall’accertamento della gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino. Questo può riguardare, per esempio, chi lavora in ospedale, negli alberghi, nella ristorazione, nelle fabbriche o in altri settori organizzati su turni.
La cosa importante è non decidere da sole di licenziarsi o di smettere di lavorare. Quando una lavoratrice comunica la gravidanza, il datore di lavoro deve valutare i rischi legati alla mansione. Se esiste un pericolo, deve prima cercare di eliminarlo o modificare temporaneamente le condizioni di lavoro. Se non è possibile, deve valutare l’assegnazione a una mansione diversa e sicura.
Se neppure questo è possibile, può essere disposta l’astensione anticipata dal lavoro nei casi previsti dalla legge. L’astensione può inoltre essere prevista quando le condizioni di lavoro o ambientali sono considerate pregiudizievoli per la salute della donna o del bambino.
La regola, quindi, è semplice: la gravidanza non significa necessariamente rinunciare al proprio lavoro, ma significa avere diritto a lavorare in sicurezza. E se una mansione non è compatibile con la gravidanza, la legge prevede strumenti precisi per proteggere mamma e bambino.
Allattamento al seno: dopo nascita più sostegno
Parlare di allattamento al seno significa parlare di mamme, neonati e di un percorso che non sempre è semplice come si immagina prima della nascita. Perché una cosa è iniziare ad allattare in ospedale, un’altra è riuscire a proseguire una volta tornati a casa, quando arrivano stanchezza, dubbi, difficoltà con l’attacco, dolore e la sensazione, molto comune, di non avere abbastanza latte. Dopo la nascita serve più sostegno.

I numeri fotografano proprio questo passaggio. In Italia, nel 2025, il 71% dei neonati sani e a termine è stato allattato esclusivamente al seno, secondo i dati del Progetto Policy Aziendale per l’Allattamento (PAA) della Società Italiana di Neonatologia. Ma a 2-3 mesi la percentuale scende al 48%, per arrivare al 39% a 4-5 mesi, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità. E non mancano differenze territoriali: Centro e Nord presentano tassi più elevati rispetto a Sud e Isole.
Sono dati che la SIN presenta in occasione della Settimana Mondiale dell’Allattamento, dall’1 al 7 ottobre, riportando l’attenzione su un punto fondamentale: sostenere l’allattamento non significa semplicemente dire a una mamma che “il latte materno fa bene”. Significa metterla nelle condizioni concrete di poter allattare, prima in ospedale e poi anche dopo il ritorno a casa.
Il momento della nascita è fondamentale. Il contatto pelle a pelle tra mamma e neonato, il rooming-in, cioè la possibilità di tenere il bambino vicino per gran parte della giornata, e un’assistenza competente possono facilitare l’avvio dell’allattamento. È proprio con questo obiettivo che nel 2023 è nato il Progetto Policy Aziendale per l’Allattamento (PAA) della SIN, pensato per promuovere, proteggere e sostenere l’allattamento nei Centri di Neonatologia e Ostetricia.
Oggi hanno aderito al progetto 115 Punti Nascita: 81 al Nord, 12 al Centro e 22 al Sud e nelle Isole. Sono invece 65 i Punti Nascita accreditati per l’allattamento, dopo aver raggiunto gli obiettivi previsti, tra cui una specifica policy aziendale, un gruppo di lavoro dedicato, il rooming-in per almeno 20 ore su 24 e il contatto pelle a pelle in sala parto.
“L’allattamento materno è raccomandato dalle principali organizzazioni internazionali che si occupano di salute, dal Ministero della Salute e dalle società scientifiche d’area perinatale e pediatrica e rappresenta un investimento per la salute della diade madre-neonato, con ricadute positive non solo sul piano clinico, ma anche sotto il profilo sociale e ambientale ed economico”, afferma il Prof. Massimo Agosti, Presidente SIN. “La consapevolezza dei benefici dell’allattamento, da sola, non basta perché una madre riesca ad allattare. È necessario che possa contare su un sostegno concreto e continuativo: da parte della famiglia, ma anche, e in modo determinante, da parte dei professionisti e dei servizi sanitari”. Il messaggio della SIN è chiaro: una mamma non dovrebbe sentirsi sola davanti alle difficoltà dell’allattamento.
Un altro punto affrontato dalla SIN riguarda le tante informazioni che circolano sull’allattamento. Dubbi, consigli ricevuti da amici e parenti, informazioni trovate online e falsi miti possono rendere ancora più difficile un momento che è già delicato.
Per questo SIN, insieme a SIP e AIBLUD, ha realizzato il Position Statement 2026 sull’Allattamento, con l’obiettivo di orientare le famiglie verso un sostegno professionale e di fare chiarezza sulle reali controindicazioni all’allattamento. “Proprio su questo tema, uno studio recente mostra come il fenomeno dei malintesi e delle fake news sull’allattamento sia in riduzione nelle nuove generazioni; la generazione Z, infatti, risulta meglio informata rispetto a quella X”, afferma il Dott. Riccardo Davanzo della Commissione Allattamento & BLUD della SIN (COMASIN). “Questa differenza potrebbe essere dovuta alla facilità di recuperare informazioni dal web, ma anche ad una capacità a discriminarne la bontà”.
Il sostegno è ancora più importante quando il bambino nasce prematuro e viene ricoverato in Terapia Intensiva Neonatale. “Dato che il latte materno rappresenta il nutrimento di prima scelta anche per il neonato pretermine, nelle Terapie Intensive Neonatali (TIN) e nei reparti di Pediatria vanno maggiormente diffusi ed applicati i protocolli di sostegno all’avvio, al mantenimento e alla tutela dell’allattamento al seno e dell’uso del latte materno o, in alternativa, del latte umano donato”, continua il Dott. Davanzo. “In particolare in TIN è indispensabile per la relazione madre-neonato e per il miglior sviluppo complessivo la presenza attiva dei genitori come veri e propri partner di cura, in un’ottica di Family Centered Integrated Care e di Zero Separation, utilizzando momenti intimi di incontro genitori-neonato, come la Kangaroo Care”.
Il tema dell’allattamento diventa anche immagini con “Nutrire. Unire.”, il progetto fotografico nato nella U.O. Neonatologia dell’IRCCS Policlinico San Martino di Genova. L’idea è raccontare, attraverso la fotografia, l’universalità di un gesto che appartiene a culture e famiglie diverse. L’allattamento come gesto capace di unire, al di là delle differenze culturali, linguistiche e sociali. La prima esposizione sarà visitabile dal 6 al 18 ottobre 2026 al Palazzo Ducale di Genova. Successivamente la mostra sarà ospitata a Bari, in occasione del XXXII Congresso Nazionale della SIN, dal 28 al 30 ottobre.
Durante il Congresso Nazionale della SIN sarà disponibile “Baby SIN”, uno spazio dedicato alle mamme che allattano e ai genitori che hanno bisogno di un momento di intimità con il proprio neonato o lattante. L’area sarà dotata di poltrone ergonomiche, tiralatte, fasciatoio, frigorifero per conservare il latte e sterilizzatore, oltre a tavolini e sedie a misura di bambino. Un piccolo esempio concreto di quello che dovrebbe essere il principio alla base di ogni percorso nascita: non lasciare sole le famiglie quando arrivano le difficoltà.
“Il latte materno è un alimento unico, capace di offrire benefici immediati e a lungo termine al neonato. Rappresenta una difesa cruciale contro le infezioni e nel medio e lungo periodo svolge una potente azione preventiva contro importanti patologie come sovrappeso, obesità e cardiopatia ischemica. Questa protezione, attiva fin dai primissimi giorni di vita, pone le basi per salvaguardare la salute del futuro adulto e per questo dobbiamo continuare ad investire in percorsi che valorizzino e tutelino l’allattamento materno fin dalla nascita”, conclude il Presidente Agosti.
Gravidanza: cosa non fare nel primo trimestre
E quello in cui il corpo cambia più velocemente e l’embrione comincia a svilupparsi. È anche il momento in cui è normale avere mille dubbi: posso bere un caffè? Posso prendere una medicina? E il sushi? Posso continuare a fare sport? Ecco cosa non fare nel primo trimestre di gravidanza. Non serve smettere di vivere normalmente, ma ci sono alcune abitudini e comportamenti che è meglio evitare o modificare fin da subito. Ecco le regole più importanti per affrontare le prime settimane con maggiore tranquillità.

Niente alcol, fumo e sostanze: qui non ci sono “eccezioni”
La prima regola è molto semplice: niente alcol in gravidanza. Non esiste una quantità di alcol considerata sicura e non esiste un momento della gravidanza in cui sia possibile considerarlo privo di rischi. Anche vino e birra, quindi, vanno evitati.
Lo stesso vale per il fumo e per i prodotti contenenti nicotina, comprese le sigarette elettroniche e le vape: la nicotina può avere effetti negativi sulla gravidanza e sullo sviluppo del bambino. Da evitare anche le sostanze stupefacenti. Se smettere di fumare o di assumere una sostanza è difficile, la cosa giusta non è sentirsi in colpa ma parlarne subito con il proprio medico, per ricevere un aiuto adeguato.
Non prendere medicine “fai da te”
Mal di testa, raffreddore, nausea: nei primi mesi possono comparire diversi piccoli disturbi e la tentazione di prendere il solito farmaco è forte. Ma in gravidanza è meglio non decidere autonomamente.
Prima di iniziare un farmaco, anche se è da banco, un integratore o un prodotto naturale, è opportuno chiedere al medico, al ginecologo o al farmacista. E attenzione anche al contrario: se si assume una terapia prescritta, non bisogna sospenderla da sole senza averne parlato con il medico. Alcune condizioni, infatti, possono essere più rischiose se non vengono curate.
Attenzione a carne, pesce e uova crudi
Durante la gravidanza aumenta la necessità di prestare attenzione alla sicurezza degli alimenti. Meglio quindi evitare carne cruda o poco cotta, pesce e molluschi crudi, sushi con pesce crudo e uova crude o poco cotte, oltre ai prodotti realizzati con latte non pastorizzato. Sono alimenti che possono esporre a infezioni alimentari come toxoplasmosi, listeriosi o salmonellosi.
Anche frutta, verdura e insalata vanno lavate molto bene, soprattutto quando possono avere residui di terra.E c’è un’altra piccola attenzione: alcuni grandi pesci predatori, come pesce spada e squalo, vanno evitati perché possono contenere quantità elevate di mercurio.
Non esagerare con il caffè
Il caffè non deve necessariamente sparire dalla tavola, ma la caffeina va limitata. Le indicazioni NHS fissano a 200 mg al giorno il limite da non superare, considerando non solo il caffè ma anche tè, cola, energy drink, cioccolato e alcuni integratori. Quindi sì alla tazzina, ma attenzione a non arrivare inconsapevolmente a quantità elevate sommando tutte le fonti di caffeina della giornata.
Niente diete drastiche e niente “mangiare per due”
Una delle idee da dimenticare è che in gravidanza bisogna mangiare il doppio. Non è così. Serve piuttosto un’alimentazione varia ed equilibrata, capace di fornire alla mamma e al bambino i nutrienti necessari.
E soprattutto il primo trimestre non è il momento per iniziare una dieta dimagrante fai da te o eliminare intere categorie di alimenti senza una precisa indicazione medica. Al contrario, è importante parlare con il ginecologo degli integratori raccomandati. In particolare, l’acido folico è importante già prima del concepimento e nelle prime settimane perché aiuta a ridurre il rischio di difetti del tubo neurale.
Non trasformare lo sport in una gara
Essere incinta non significa dover stare ferme. L’attività fisica può continuare, quando la gravidanza lo consente, seguendo le indicazioni del proprio medico. Quello che è meglio evitare è improvvisare allenamenti molto intensi o attività con elevato rischio di cadute, traumi o surriscaldamento, soprattutto se non si era abituate a praticarle prima della gravidanza.
La parola d’ordine, soprattutto nei primi mesi, è ascoltare il proprio corpo e confrontarsi con il ginecologo sul tipo e sull’intensità di attività più adatti.
Non saltare i controlli e non ignorare i segnali del corpo
Il primo trimestre è anche il momento in cui è importante iniziare precocemente il percorso di assistenza alla gravidanza e rispettare gli appuntamenti e gli esami indicati dal proprio ginecologo o dall’ostetrica.
E se compare qualcosa che preoccupa, meglio chiedere piuttosto che cercare risposte casuali online: dolore importante, sanguinamento, febbre o altri sintomi insoliti meritano un confronto con un professionista.
Parto: epidurale non aumenta rischi neonato
Per molte future mamme arriva prima o poi la stessa domanda: “Se faccio l’epidurale, posso mettere a rischio il mio bambino?”. È una delle paure che possono pesare sulla scelta dell’analgesia durante il travaglio prima del parto. Ma un nuovo, ampio studio internazionale porta una risposta rassicurante: l’epidurale durante il travaglio non aumenta i rischi del neonato.
La ricerca, pubblicata sul British Medical Journal, ha analizzato i dati di 495.695 donne che hanno partorito un solo bambino in Scozia tra il 2007 e il 2019. Circa una donna su quattro, il 23,2%, aveva ricevuto l’analgesia epidurale durante il travaglio. L’obiettivo era capire se l’epidurale potesse essere collegata a problemi importanti per il neonato: danni neurologici, altre gravi complicanze, sepsi, un punteggio Apgar molto basso, mortalità nei primi 28 giorni e, nel lungo periodo, paralisi cerebrale infantile.
I risultati sono chiari: non è emersa un’associazione tra epidurale e un aumento di questi problemi. Le condizioni neurologiche gravi sono risultate rare: 434 neonati, pari a circa 0,9 casi ogni mille nascite. E la loro frequenza non è risultata maggiore tra i bambini nati da donne che avevano scelto l’epidurale. Lo stesso vale per le altre condizioni analizzate dai ricercatori. Non è stato osservato un aumento del rischio di gravi patologie neonatali, sepsi, Apgar molto basso a cinque minuti dalla nascita, morte entro 28 giorni o paralisi cerebrale durante l’infanzia. I risultati sono rimasti coerenti anche considerando gruppi di donne tradizionalmente più vulnerabili, comprese quelle con gravidanze ad alto rischio, i parti pretermine e le diverse modalità di parto.
Perché l’epidurale fa ancora paura? Viene utilizzata per ridurre il dolore durante il travaglio ed è considerata una delle tecniche più efficaci di analgesia ostetrica. Proprio la paura di possibili conseguenze sul bambino, però, porta alcune donne a rinunciarvi. Rachel Kearns, anestesista e ricercatrice dell’Università di Glasgow e prima autrice dello studio, sottolinea che i risultati rappresentano una rassicurazione sulla sicurezza dell’epidurale per i neonati e possono aiutare le donne a compiere una scelta informata sul controllo del dolore.
Gravidanza: le 7 regole per mangiare bene
Quello che mangia la mamma durante la gravidanza può essere importante per la crescita del bambino già dalle prime settimane. A confermarlo è uno studio italiano pubblicato sul “British Journal of Nutrition”, coordinato da Irene Cetin, professoressa di Ostetricia e Ginecologia dell’Università Statale di Milano e direttrice della Struttura Complessa di Ostetricia del Policlinico di Milano. La ricerca ha seguito 938 donne sane in 24 centri ostetrici italiani e ha osservato la crescita dei feti attraverso diverse ecografie nel corso della gravidanza. Le abitudini alimentari sono state valutate già nel primo trimestre. Le future mamme con una minore aderenza a un’alimentazione considerata adeguata hanno mostrato una traiettoria di crescita fetale più piatta, un’associazione risultata particolarmente evidente nei feti maschi. Ecco le 7 regole per mangiare bene e aiutare la crescita del bebè, come riporta il Corriere della Sera.

Le 7 regole
Lo studio ha utilizzato il punteggio SIMPLE, una checklist di dieci elementi pensata per individuare rapidamente eventuali situazioni di rischio nutrizionale. Tra gli aspetti considerati ci sono frutta e verdura, cereali integrali, carne e pesce, latticini, dolci, acido folico, sale iodato, esposizione al sole ed emoglobina.
1. Frutta e verdura tutti i giorni
La regola è quella delle cinque porzioni quotidiane, per arrivare complessivamente ad almeno 400 grammi al giorno. L’idea è semplice: varietà e presenza costante di vegetali nella dieta.
2. Non dimenticare i cereali integrali
Pane, pasta, riso, avena e altri cereali integrali dovrebbero trovare spazio regolarmente nell’alimentazione. Sono importanti anche per l’apporto di fibre.
3. Carne e pesce con regolarità, senza esagerare
La checklist SIMPLE considera adeguato un consumo di carne e pesce nell’ordine di due o tre volte alla settimana. Naturalmente, durante la gravidanza, la scelta e la preparazione degli alimenti devono rispettare le normali indicazioni di sicurezza alimentare.
4. Latte e derivati nel menu quotidiano
Anche gli alimenti della categoria lattiero-casearia rientrano tra gli elementi valutati dalla checklist. La quantità e le eventuali alternative vanno adattate alle esigenze della singola donna.
5. Dolci e merendine: meglio limitarli
Non significa rinunciare completamente al dolce, ma evitare che merendine e prodotti ricchi di zuccheri diventino un’abitudine quotidiana. L’obiettivo è lasciare più spazio ad alimenti che apportano nutrienti utili.
6. Acido folico e sale iodato
L’acido folico è raccomandato già nel periodo precedente al concepimento e durante il primo trimestre. Anche lo iodio è importante per la gravidanza e per lo sviluppo neurologico del feto: per questo la checklist considera l’utilizzo moderato di sale iodato. L’integrazione, però, deve essere concordata con il medico.
7. Attenzione anche al sole e all’emoglobina
La checklist prende in considerazione anche un’esposizione prudente alla luce solare e il valore dell’emoglobina nel primo trimestre. Quest’ultimo dovrebbe essere superiore a 110 g/L secondo i criteri utilizzati nello studio. Non significa però che la futura mamma debba autodiagnosticarsi una carenza: sono il ginecologo e gli esami prescritti durante la gravidanza a stabilire se servono controlli o interventi.
Un aspetto importante è non trasformare queste indicazioni in una nuova fonte di ansia. Lo studio mostra un’associazione tra qualità dell’alimentazione materna nel primo trimestre e traiettoria di crescita fetale, ma essendo uno studio osservazionale non dimostra che correggere la dieta provochi direttamente un miglioramento della crescita del bambino. Il valore della ricerca sta soprattutto nella possibilità di individuare presto eventuali abitudini alimentari non adeguate. Il punteggio SIMPLE potrebbe infatti diventare uno strumento semplice per capire già nei primi mesi se una futura mamma ha bisogno di un aiuto nutrizionale personalizzato.
Come ha spiegato Irene Cetin, il monitoraggio della velocità di crescita fetale può fornire informazioni più complete rispetto al solo peso del bambino alla nascita e uno screening precoce può aiutare a individuare eventuali carenze nutrizionali e indirizzare verso una consulenza mirata.La regola più importante è forse proprio che in gravidanza non servono sensi di colpa né diete fai-da-te, ma attenzione, varietà e un confronto con i professionisti che seguono la mamma e il bambino.
Influenza: torna la campagna vaccinale
Con l’autunno alle porte torna anche la campagna di vaccinale contro l’influenza. Per la stagione 2026-2027 l’AIFA ha autorizzato nove vaccini aggiornati sulla base dei ceppi virali che l’Organizzazione mondiale della sanità prevede possano circolare nei prossimi mesi. Le campagne regionali partiranno dall’inizio di ottobre e la vaccinazione resterà disponibile durante tutta la stagione influenzale.

Per le famiglie c’è un’attenzione particolare da riservare a donne in gravidanza e bambini. La vaccinazione antinfluenzale è infatti raccomandata e offerta gratuitamente alle donne in gravidanza e nel periodo successivo al parto e ai bambini dai 6 mesi ai 6 anni.
L’influenza durante la gravidanza non va considerata una semplice influenza da affrontare con leggerezza. Per questo la vaccinazione è inserita tra le categorie alle quali il Servizio sanitario offre attivamente la protezione. Il vaccino può essere somministrato durante la gravidanza e la protezione non riguarda soltanto la futura mamma. Gli anticorpi prodotti dalla madre possono infatti passare al bambino attraverso la placenta, offrendo al neonato una protezione passiva nei primi mesi di vita, quando non può ancora ricevere la vaccinazione antinfluenzale.
È un aspetto particolarmente importante: i bambini sotto i 6 mesi non rientrano infatti nella fascia di età per la quale il vaccino antinfluenzale è autorizzato. La vaccinazione della mamma durante la gravidanza diventa quindi anche un modo per contribuire a proteggere il neonato nei suoi primi mesi.
E per i bambini? Per i più piccoli la vaccinazione è raccomandata dai 6 mesi fino ai 6 anni. Tra i vaccini autorizzati per questa stagione c’è anche una formulazione spray nasale, indicata per bambini e adolescenti dai 2 ai 18 anni, oltre ai vaccini somministrati tramite iniezione a partire dai 6 mesi, secondo le rispettive indicazioni.
Naturalmente sarà il pediatra a indicare la soluzione più adatta in base all’età e alle condizioni del bambino. Non tutti i nove vaccini autorizzati da AIFA saranno necessariamente disponibili in ogni Regione: sono infatti le Regioni a stabilire, attraverso le procedure di fornitura, quali prodotti utilizzare per la campagna gratuita.
L’obiettivo non è soltanto evitare qualche giorno a letto con febbre e malessere. La vaccinazione rappresenta la principale misura di prevenzione dell’influenza e delle sue complicanze e contribuisce anche a limitare la circolazione del virus.
Per una famiglia con bambini piccoli questo può significare meno malattie, meno assenze da scuola e, soprattutto, una maggiore protezione per i componenti più fragili del nucleo familiare. E c’è un altro dettaglio importante: non è necessario aspettare il picco dell’influenza. Il Ministero raccomanda di iniziare le campagne regionali dall’inizio di ottobre, ma la vaccinazione può essere offerta agli aventi diritto anche successivamente, nel corso della stagione.
La vaccinazione è uno degli strumenti più importanti, ma anche le piccole abitudini quotidiane continuano ad avere un ruolo: lavare frequentemente le mani, coprire bocca e naso quando si tossisce o starnutisce, arieggiare gli ambienti e cercare di evitare, quando possibile, il contatto ravvicinato con persone malate.
Analfabetismo mestruale
Parlare di mestruazioni dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo. Eppure, ancora oggi, per molte ragazze il ciclo arriva accompagnato da imbarazzo, domande senza risposta e informazioni raccolte qua e là, magari sui social o tra le amiche. È quello che viene definito analfabetismo mestruale, cioè la difficoltà a conoscere e comprendere davvero il funzionamento del ciclo mestruale, a riconoscere ciò che è normale e a capire quando invece un sintomo merita un approfondimento.

Non significa semplicemente non sapere che cosa siano le mestruazioni. Significa, più in generale, non avere gli strumenti per vivere il proprio corpo con consapevolezza. Secondo UNICEF, una conoscenza incompleta delle mestruazioni può alimentare paure, pregiudizi e discriminazioni. Parlare del ciclo prima ancora della prima mestruazione aiuta invece le ragazze ad arrivare preparate a questo passaggio e a viverlo con maggiore serenità.
Sapere quando può arrivare la prima mestruazione è solo l’inizio. Una ragazza dovrebbe sapere, per esempio, che il ciclo può essere irregolare soprattutto nei primi anni, che durata e quantità del flusso possono variare e che esistono diversi prodotti mestruali tra cui scegliere. Ma soprattutto dovrebbe imparare ad ascoltare il proprio corpo. Dolore, stanchezza, cambiamenti dell’umore, flusso molto abbondante o irregolarità non devono essere automaticamente liquidati con un “è normale, hai il ciclo”. Conoscere il proprio ciclo permette di distinguere meglio ciò che rientra nella propria normalità da quello che invece è nuovo, particolarmente intenso o persistente e merita di essere raccontato a un professionista. L’informazione diventa sempre prevenzione.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative dedicate alla salute mestruale, nelle scuole, nelle associazioni, nei servizi territoriali e attraverso progetti rivolti alle adolescenti. Gli sportelli dedicati al ciclo e alla salute mestruale possono offrire uno spazio semplice e riservato nel quale fare domande che spesso una ragazza non se la sente di rivolgere ai genitori o al medico. Sono domande normalissime. E avere un luogo in cui ricevere una risposta corretta, senza giudizi e senza imbarazzo, può fare una grande differenza.
In Italia un punto di riferimento importante sono anche i consultori familiari, che il Ministero della Salute indica tra i servizi territoriali rivolti a donne, minori, coppie e famiglie. Al loro interno possono lavorare ginecologi, ostetriche, psicologi e altre figure sanitarie e sociali. In alcune realtà esistono inoltre gli Spazi giovani, servizi collegati ai consultori e pensati proprio per affrontare le problematiche legate alla sessualità e alla salute degli adolescenti.
Conoscere il ciclo non serve soltanto a sapere quando mettere un assorbente in borsa. Serve a non avere paura del proprio corpo. Serve a non sentirsi “strane” quando qualcosa cambia. Serve a sapere che il dolore molto forte non deve necessariamente essere sopportato in silenzio e che, se il ciclo è particolarmente abbondante, irregolare o associato ad altri disturbi, è possibile parlarne con un medico. Serve anche a scegliere con maggiore consapevolezza prodotti e abitudini igieniche. E serve a sentirsi più libere: andare a scuola, fare sport, uscire con gli amici, andare al mare o partire per un viaggio non dovrebbero diventare attività da evitare perché è arrivato il ciclo.
UNICEF sottolinea infatti che la salute mestruale non riguarda soltanto l’igiene, ma anche informazione, accesso ai servizi, disponibilità di prodotti adeguati, benessere, dignità e possibilità di partecipare normalmente alla vita scolastica e sociale.
La conversazione sul ciclo può iniziare molto tra mamma e figlia. Non serve organizzare il classico “discorso importante”. È molto più utile rispondere alle domande quando arrivano, usare le parole corrette e spiegare con semplicità che cosa sta succedendo nel corpo. E soprattutto evitare di trasmettere l’idea che le mestruazioni siano qualcosa di cui vergognarsi. Una figlia che sa che può parlare liberamente del proprio ciclo sarà anche più propensa a raccontare un dolore insolito, un cambiamento, una preoccupazione o un sintomo che la mette in difficoltà. È questa la vera forza dell’educazione mestruale: non dare soltanto informazioni, ma costruire un rapporto più consapevole con il proprio corpo.
Vademecum per mamme e figlie
Parlate del ciclo prima che arrivi. La prima mestruazione non dovrebbe essere una sorpresa.
Usate parole semplici e corrette. Niente tabù e niente “segreti da donne”.
Non fate confronti. Ogni ciclo può essere diverso e soprattutto nei primi anni può essere irregolare.
Insegnate ad ascoltare il dolore. Avere le mestruazioni non significa dover stare male per forza.
Parlate anche di ragazzi. La salute mestruale non dovrebbe essere considerata un argomento esclusivamente femminile: conoscere significa anche imparare a rispettare il corpo degli altri e a superare pregiudizi e prese in giro.
Indicate alle ragazze dove chiedere aiuto. Consultorio, pediatra, medico di famiglia, ginecologo, ostetrica o eventuali sportelli dedicati possono diventare punti di riferimento.
Perché una ragazza informata non è una ragazza che sa semplicemente “come funziona il ciclo”. È una ragazza che conosce il proprio corpo, sa fare domande e non ha paura di chiedere aiuto quando qualcosa non le sembra normale.
E forse è proprio da qui che dovrebbe cominciare una vera educazione alla salute: dalla possibilità di parlare del proprio corpo senza vergogna.

Scritto da Annamaria e postato in