Articoli della categoria ‘SALUTE E BENESSERE’

Ragazzi e droga

Ott 13
Scritto da Annamaria avatar

Le dipendenze cambiano, le sostanze si moltiplicano e i ragazzi sono sempre più esposti a rischi che possono avere conseguenze serie sulla salute fisica e mentale. A fotografare la situazione sono i dati del 2025: nei Pronto Soccorso italiani si sono registrati 9.641 accessi per condizioni direttamente droga-correlate, il 15% in più rispetto all’anno precedente. E c’è un dato che preoccupa particolarmente le famiglie: il 10% di questi accessi ha riguardato minorenni. Per ragazzi e droga l’allarme cresce esponenzialmente

ragazzi e droga

Quasi la metà dei pazienti arrivati in ospedale presentava una psicosi indotta da sostanze. Nell’11% dei casi è stato necessario il ricovero e, tra questi, il 17% è stato trasferito in terapia intensiva. Numeri che raccontano quanto il consumo di droghe possa trasformarsi in un’emergenza sanitaria, anche quando a farne le spese sono giovanissimi.

Non si tratta soltanto delle sostanze tradizionalmente conosciute. Nel 2025 il sistema nazionale di allerta ha identificato 92 nuove sostanze psicoattive circolanti in Italia. Un panorama in continua evoluzione, nel quale diventa più difficile riconoscere i rischi e intervenire tempestivamente.

Tra i giovani, inoltre, si osserva sempre più spesso la sovrapposizione tra consumo di sostanze e altri comportamenti a rischio. Un intreccio che può coinvolgere la salute mentale, la vita scolastica, le relazioni familiari e la socialità, rendendo fondamentale la capacità di intercettare precocemente i segnali di disagio.

“Non possiamo più leggere le dipendenze attraverso un unico modello – spiega Claudio Leonardi, Presidente della SIPaD –. Cambiano le sostanze, i mercati, le modalità di consumo e le persone esposte al rischio. Tra i giovani osserviamo sempre più spesso la sovrapposizione di sostanze e comportamenti a rischio; nei servizi e in Pronto Soccorso aumenta invece la complessità clinica. La formazione deve seguire questa evoluzione”.

Un quadro che chiama in causa anche gli adulti: genitori, insegnanti ed educatori possono svolgere un ruolo importante nel riconoscere cambiamenti improvvisi nel comportamento, isolamento, difficoltà emotive o altre situazioni che meritano attenzione. Senza allarmismi, ma senza sottovalutare i segnali di possibile sofferenza.

È in questo contesto che la SIPaD, Società Italiana Patologie da Dipendenza, annuncia in collaborazione con il Consorzio Universitario Humanitas la nascita di Addiction Academy Italia, un polo nazionale dedicato alla ricerca, all’alta formazione e alla divulgazione scientifica sulle dipendenze e sulle problematiche associate.

L’obiettivo è aggiornare le competenze dei professionisti che lavorano in questo ambito, affrontando fenomeni sempre più articolati: dal policonsumo alle nuove sostanze psicoattive, dalla cocaina e dal crack agli oppioidi sintetici, fino alle dipendenze comportamentali, al gioco d’azzardo, al gaming e all’uso problematico delle tecnologie.

“La nascita di Addiction Academy Italia rappresenta un passo importante nella costruzione di percorsi sempre più qualificati nell’ambito delle dipendenze e della salute mentale. La partnership con SIPaD ci permette di mettere a sistema l’esperienza del Consorzio Universitario Humanitas nell’alta formazione, con le competenze scientifiche e cliniche altamente specialistiche di questa realtà. Nuovi Master universitari, formazione ECM, ricerca, eventi e pubblicazioni saranno parte di un ecosistema capace di coniugare conoscenza, aggiornamento professionale e pratica sul campo”, dichiara Antonio Attianese, Direttore Generale del Consorzio Universitario Humanitas.

L’iniziativa prevede anche una nuova rivista scientifica semestrale e indicizzata, The Italian Journal of Addiction Science and Clinical Practice, edita da Carocci e interamente dedicata alle dipendenze e alla pratica clinica.

A rendere ancora più urgente la necessità di rafforzare la prevenzione e la cura è la carenza di personale. Secondo la Fondazione GIMBE, rispetto agli standard necessari per i Servizi per le Dipendenze mancano quasi 1.900 professionisti.

Intanto, nel 2025 i Servizi pubblici per le Dipendenze hanno avuto in carico 131.328 persone, il 3,5% in più rispetto al 2024, mentre le comunità terapeutiche hanno assistito 25.644 utenti. Anche il dato sulla mortalità conferma la gravità del fenomeno: nel 2025 sono stati registrati 249 decessi direttamente droga-correlati, il 7,8% in più rispetto ai 231 del 2024. La cocaina è stata associata al 33% delle morti, mentre oppiacei e oppioidi continuano a rappresentare una quota rilevante degli eventi letali.

Di fronte a numeri simili, parlare di dipendenze significa anche parlare di adolescenti, fragilità e famiglie. Informazione, ascolto, prevenzione e accesso tempestivo a professionisti qualificati sono strumenti fondamentali per aiutare i ragazzi a riconoscere i rischi e chiedere aiuto prima che una situazione di disagio si trasformi in un’emergenza.

Disturbi alimentari: segnali da non ignorare

Ott 09
Scritto da Annamaria avatar

A volte comincia con una dieta, con la paura di ingrassare o con il desiderio di mangiare in modo più sano. Altre volte, invece, il cambiamento è così graduale che mamma e papà se ne accorgono quando il rapporto con il cibo è già diventato fonte di ansia e sofferenza. I disturbi alimentari possono riguardare bambini, adolescenti e giovani adulti, femmine e maschi. Riconoscerli presto è importante, perché intervenire tempestivamente aumenta le possibilità di recupero, come sottolinea anche il Ministero della Salute. Ecco i segnali da non ignorare.

Il primo campanello d’allarme può essere un comportamento che si ripete nel tempo. Il ragazzo o la ragazza comincia a saltare i pasti, riduce sempre di più le quantità, elimina intere categorie di alimenti oppure controlla ossessivamente calorie e ingredienti. Può diventare molto rigido nelle proprie abitudini a tavola e provare ansia, rabbia o senso di colpa quando non riesce a rispettarle.

In altri casi succede il contrario: si verificano episodi in cui si mangia molto e si ha la sensazione di perdere il controllo. Possono comparire anche comportamenti compensatori, come provocarsi il vomito, usare lassativi o fare attività fisica in modo eccessivo per cercare di compensare ciò che si è mangiato. Sono segnali da non sottovalutare, soprattutto se diventano frequenti o vengono tenuti nascosti.

Non bisogna guardare soltanto il piatto o la bilancia. Un ragazzo che sta vivendo un disagio può iniziare a isolarsi, rinunciare alle uscite con gli amici se prevedono di mangiare insieme oppure diventare particolarmente irritabile e chiuso. Può parlare continuamente del proprio peso, sentirsi sempre troppo grasso anche quando non lo è o vivere con grande angoscia ogni cambiamento del proprio corpo.

Anche alcuni sintomi fisici meritano attenzione: stanchezza persistente, capogiri, sensazione di freddo, difficoltà digestive, perdita di capelli e, nelle ragazze, alterazioni o scomparsa del ciclo mestruale. Un dimagrimento evidente è un segnale importante, ma attenzione: un disturbo alimentare può essere presente anche quando il peso è nella norma. Aspettare che il figlio diventi molto magro prima di chiedere aiuto può significare perdere tempo prezioso.

Per un genitore non è facile capire come comportarsi. La tentazione di insistere perché il figlio mangi, controllare ogni boccone o ripetere che dovrebbe smettere di preoccuparsi del proprio aspetto è comprensibile, ma rischia di aumentare la tensione.

Meglio scegliere un momento tranquillo e parlare con affetto, senza accuse. Invece di commentare il peso o l’aspetto fisico, si può dire: “Ti vedo preoccupato e mi sembra che ultimamente tu stia soffrendo. Vorrei capire come ti senti e aiutarti”. È importante ascoltare senza minimizzare, evitare paragoni con fratelli o amici e non trasformare ogni pasto in una discussione.

Il figlio potrebbe negare il problema, arrabbiarsi o non riuscire a spiegare quello che sta vivendo. Non significa necessariamente che non abbia bisogno di aiuto. A volte dietro il silenzio ci sono vergogna, paura e una sofferenza che è difficile raccontare.

Se si notano più segnali, se persistono o se il rapporto con il cibo condiziona la vita quotidiana, è bene parlarne con il pediatra o il medico di famiglia, senza aspettare che la situazione peggiori. Sarà il professionista a valutare il quadro e a indirizzare, quando necessario, verso un’équipe specializzata, che può comprendere medici, psicologi, psichiatri e professionisti della nutrizione.

Non bisogna improvvisare diete, imporre controlli sul peso o pensare che basti la forza di volontà per risolvere il problema. I disturbi alimentari non sono un capriccio né una scelta e richiedono un percorso di cura adeguato. Se compaiono svenimenti, forte debolezza, disidratazione, dolore al petto o altri sintomi acuti, è necessario richiedere una valutazione medica urgente.

Pidocchi e ossiuri: cosa fare

Ott 03
Scritto da Annamaria avatar

Con il ritorno a scuola tornano anche due piccoli nemici dei bambini: pidocchi e ossiuri. Il professor Antonino Gulino, pediatra di famiglia a Catania e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Pediatria spiega l’emergenza e attraverso le pagine di Leggo dice cosa fare.

pidocchi e ossiuri cosa fare

Il pidocchio, spiega Gulino, “è un piccolo parassita che vive esclusivamente sull’uomo” e depone le uova, le cosiddette lendini, alla base dei capelli. “Il contagio – precisa il pediatra – è interumano, da persona a persona”. Il sintomo più comune è “un intenso prurito”, mentre il pidocchio adulto, di appena uno-due millimetri, “spesso non lo vediamo”. Più facili da riconoscere sono le lendini, che possono essere individuate con “il famoso pettinino, quello con i denti molto fitti”.

Una volta accertata la presenza dei pidocchi, “i trattamenti sono sostanzialmente due”: tra i prodotti più utilizzati c’è la permetrina, mentre esistono anche prodotti al silicone. Il trattamento va ripetuto dopo “sette-dieci giorni”, perché il primo “uccide i pidocchi già grandi”, ma “le uova non le distrugge”. Secondo Gulino va trattato “solo il bambino” interessato, mentre a casa è sufficiente lavare ad alta temperatura la biancheria usata di recente.

E soprattutto niente sensi di colpa: i pidocchi non sono legati alla scarsa igiene. Il parassita “si riproduce facilmente sia nel capello sporco che in quello pulito”. Inoltre, avverte il pediatra, “Non esistono lozioni, sciroppi o spray in grado di prevenire l’infezione”. Nemmeno il taglio a zero serve: “Non ha senso”, perché “se il trattamento è fatto bene fa effetto comunque”.

Poi ci sono gli ossiuri, che Gulino definisce “la parassitosi intestinale più comune in età pediatrica”. Il sintomo tipico è “un prurito, soprattutto notturno”. Per diagnosticarli si può ricorrere allo “scotch test”, mentre il trattamento farmacologico “deve essere fatto almeno in due dosi”. In questo caso, secondo il pediatra, “i genitori, i fratelli, ma anche i nonni che sono stati a contatto con il bambino, vanno trattati”.

Anche gli ossiuri, sottolinea Gulino, “non è una questione di igiene”. E l’aglio? “L’aglio serve soltanto per i vampiri”, dice ironicamente il pediatra: “per la cura degli ossiuri non serve a nulla”. Utile invece tenere le unghie corte, perché sotto le unghie possono accumularsi le uova.

Pidocchi e ossiuri, insomma, sono fastidiosi ma gestibili. La cosa importante è riconoscerli, seguire il trattamento corretto e non affidarsi ai rimedi della nonna.

Nastro Rosa LILT 2026: la prevenzione inizia da noi

Ott 01
Scritto da Annamaria avatar

Sono circa 60.000 le donne che quest’anno in Italia ricevono una diagnosi di tumore al seno. Ma la prevenzione può cominciare molto prima, con un gesto semplice, gratuito e alla portata di tutte: l’autopalpazione, a livello di conoscenza del proprio corpo. La prevenzione inizia da noi stesse. È da qui che parte l’edizione 2026 di LILT for Women – Nastro Rosa, la campagna nazionale di sensibilizzazione e informazione della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori presentata dal Presidente Nazionale Francesco Schittulli presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati a Palazzo Montecitorio. L’iniziativa in rosa accompagnerà l’intero mese di ottobre, dedicato a livello mondiale alla prevenzione del tumore alla mammella.

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Elisabetta Gregoraci, Ambassador LILT, con il presidente della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori Francesco Schittulli

Alla conferenza stampa, moderata dal giornalista televisivo Paolo Di Giannantonio, sono intervenuti l’On. Marcello Gemmato, Sottosegretario di Stato alla Salute, l’On. Maria Stefania Marino ed Elisabetta Gregoraci, Ambassador della LILT Nazionale.

Il tumore al seno resta la neoplasia più frequente tra le donne in Italia: rappresenta circa il 30% di tutti i tumori femminili e una donna su sette potrebbe svilupparlo nel corso della vita. I progressi della diagnosi precoce e delle terapie hanno però portato il tasso di sopravvivenza a cinque anni oltre l’88%, e dal 2000 si registra una progressiva e costante riduzione della mortalità. Un risultato che dimostra l’importanza di continuare a sensibilizzare le donne sul valore della “prevenzione” e sui fattori di rischio modificabili – sorappeso e obesità, scarsa attività fisica, alimentazione, alcol e fumo. Il 40% dei casi potrebbe essere evitato adottando sani stili di vita.

Nel suo intervento, Marcello Gemmato ha ricordato che “nel 2019 la spesa per la salute è stata di 114 miliardi, nel 2026 siamo arrivati a 134 miliardi. Questo è senz’altro sintomatico di un forte investimento in salute, ma insieme a questo abbiamo bisogno di investire in prevenzione primaria, secondaria e terzaria. Per questo motivo, nell’ultima legge di bilancio abbiamo inserito mezzo miliardo di euro in più in prevenzione”.

“Partire dalla conoscenza del proprio corpo è il primo atto di prevenzione, ed è un gesto che appartiene a ogni donna”, ha dichiarato Francesco Schittulli. “L’autopalpazione è semplice, si può imparare e ripetere con regolarità e aiuta ad accorgersi tempestivamente di ciò che cambia. Invitandole a fare ‘il primo passo’, vogliamo dire alle donne che la prevenzione comincia da ognuna di loro e che, grazie alla diagnosi precoce e a terapie sempre più personalizzate, il tumore al seno è oggi sempre più guaribile. Per questo la LILT continua a chiedere programmi di screening uniformi su tutto il territorio nazionale, e a mettere a disposizione delle donne i suoi circa 400 ambulatori e spazi di prevenzione”.

“Essere ancora una volta al fianco della LILT per il Nastro Rosa è per me un impegno che sento profondamente. La mia storia personale mi ha insegnato quanto la prevenzione possa essere importante e quanto sia fondamentale non rimandare i controlli. Con la LILT e con il professor Schittulli condivido la volontà di portare questo messaggio a quante più donne possibile: prendersi cura di se stesse non è un gesto di paura, ma un atto d’amore verso la propria vita e verso le persone che ci sono accanto. Sono orgogliosa di

poter mettere la mia voce al servizio di una campagna che può davvero fare la differenza”, ha dichiarato Elisabetta Gregoraci.

“Come componente della Presidenza nazionale della LILT, di cui mi onoro di farne parte, ringrazio sempre il Prof. Schittulli e tutti i medici e volontari che prestano il Loro servizio alla Lilt con grande senso di responsabilità. Sento la necessità  di sottolineare l’importanza di un impegno comune: istituzioni, professionisti sanitari, associazioni, scuola, famiglie e cittadini a collaborare affinché la prevenzione diventi sempre più una scelta quotidiana e non un appuntamento occasionale, la prevenzione a mio avviso è il più importante investimento che dobbiamo fare per la nostra salute”, ha sottolineato Maria Stefania Marino.

Presente alla conferenza stampa anche l’on. Roberto Pella, vicepresidente ANCI, che intervenendo per un breve saluto ha ricordato: “La prevenzione deve diventare una cultura permanente e un diritto concreto ed esigibile per ogni cittadina e ogni cittadino, non può essere un privilegio legato al luogo in cui si nasce o si vive. Per questo i Comuni italiani sono e continueranno a essere al fianco della LILT: portare la promozione della salute sui territori, rendere più accessibili i percorsi di diagnosi precoce e di assistenza, anche domiciliare, contribuire a costruire un Paese nel quale i dati sul tumore alla mammella possano essere sempre più ridotti”

La campagna Nastro Rosa 2026

Il claim scelto per l’edizione 2026 è “Il primo passo”, accompagnato dal messaggio “L’autopalpazione del seno è il primo gesto per conoscere il nostro corpo. La prevenzione inizia da ciascuna di noi!”. Un invito rivolto a tutte le donne a riconoscersi protagoniste della propria salute, a partire dalla conoscenza del proprio corpo, e a fare di questo gesto l’avvio di un percorso di prevenzione che comprende visite senologiche, controlli periodici clinico-strumentali e programmi di screening. La campagna 2026 ha ricevuto il patrocinio di ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) ed è stata realizzata con il sostegno dello sponsor Yamamay. Come ogni anno, nel mese di ottobre le 105 Associazioni LILT e i 20 coordinamenti regionali daranno vita a una rete capillare di iniziative in tutta Italia, con visite senologiche, incontri divulgativi con distribuzione di opuscoli, pannelli informativi, attività nelle scuole e nei luoghi di lavoro, oltre a campagne social e spazi di ascolto.

Come resettare l’orologio biologico: regole

Set 25
Scritto da Annamaria avatar

Svegliarsi già stanchi, fare fatica ad addormentarsi, rigirarsi nel letto per ore oppure aprire gli occhi nel cuore della notte. Quando il sonno non funziona più come dovrebbe, spesso pensiamo subito allo stress. Ma non sempre è soltanto colpa delle giornate troppo piene: potrebbe essere il nostro orologio biologico. Come resettare? Lo spiega ad Adnkronos la dottoressa Alessia Lanari. La direttrice della struttura Neuroterritoriale del Dipartimento di Neuroscienze di ASST Lariana e primario ad interim della Neurologia, dà le regole.

Il nostro ritmo circadiano è un vero e proprio orologio interno di circa 24 ore, che regola l’alternanza tra veglia e sonno ed è fortemente influenzato dalla luce. Quando scuola, lavoro, vita sociale e abitudini serali ci costringono a dormire poco o in orari sempre diversi, possiamo andare incontro a una vera “desincronizzazione”. Come spiega l’esperta, il sonno è regolato dall’interazione tra il processo circadiano, cioè il nostro orologio biologico, e il processo omeostatico, che determina la pressione del sonno: più tempo trascorriamo svegli, più aumenta il bisogno di dormire. E allora come possiamo rimettere ordine?

Le 5 regole per dormire meglio

1. Sveglia sempre alla stessa ora. La prima regola può sembrare banale, ma è fondamentale: mantenere orari regolari, soprattutto per il risveglio, anche durante il fine settimana. È proprio la regolarità ad aiutare l’organismo a sincronizzare nuovamente il proprio orologio interno.

2. La camera da letto deve tornare a essere il luogo del sonno. Televisione accesa, smartphone sul comodino, computer sul letto: meglio lasciarli fuori dalla routine della notte. La camera dovrebbe essere associata al riposo e non alle attività che tengono il cervello sveglio. La dottoressa Lanari suggerisce inoltre di evitare, quando possibile, di avere orologi continuamente visibili. Guardare continuamente l’ora durante una notte insonne può aumentare la preoccupazione per il tempo che passa.

3. Attenzione ai sonnellini. Dopo una notte difficile viene spontaneo cercare di recuperare durante il giorno. Ma dormire a lungo o fare un pisolino nel tardo pomeriggio può rendere ancora più complicato prendere sonno la sera.

4. Luce naturale e movimento durante il giorno. Per aiutare il nostro orologio biologico bisogna pensare anche alle ore diurne. Esporsi alla luce naturale e fare attività fisica, preferibilmente nelle prime ore della giornata, sono importanti segnali per il nostro organismo. Una passeggiata all’aperto può quindi essere molto più utile di quanto immaginiamo.

5. La sera rallentare. Quando arriva la sera, è il momento di abbassare il ritmo. Meglio evitare ciò che può disturbare il sonno: pasti molto abbondanti, alcol, caffeina e nicotina, soprattutto nelle ore che precedono il momento di andare a letto.

Tra i nemici del sonno ci sono anche gli schermi. Smartphone, tablet, computer e televisori possono interferire con la fisiologia del sonno soprattutto quando vengono utilizzati intensamente e molto vicino all’ora di andare a letto. La melatonina, l’ormone che segnala all’organismo che è arrivato il momento di dormire, viene infatti fortemente influenzata dalla luce. La luce ricca di lunghezze d’onda corte, come quella blu, può segnalare al cervello che è ancora giorno e ridurre la secrezione di melatonina.

Ma Lanari invita a non demonizzare la tecnologia: il problema non è soltanto la luce blu. Anche quanto a lungo utilizziamo gli schermi e quanto è stimolante ciò che stiamo guardando può ritardare l’addormentamento. Per questo, spiega la neurologa ad Adnkronos, è utile ridurre l’esposizione agli schermi nelle ore immediatamente precedenti il sonno e mantenere una buona esposizione alla luce naturale durante il giorno.

E se non arriva il sonno? Qui arriva una regola che può sembrare controintuitiva: non bisogna combattere con il cuscino. Se il sonno non arriva, restare a letto a guardare l’orologio e pensare “domani devo alzarmi presto” rischia di trasformare il letto in un luogo di ansia e veglia.“Se non ci si addormenta, è preferibile alzarsi, fare qualcosa di tranquillo con luce soffusa e tornare a letto quando compare nuovamente sonnolenza”, consiglia Lanari.

Non sempre, però, basta rimettere in ordine gli orari. La stanchezza al risveglio può essere anche il segnale di un problema del sonno. Un esempio è l’apnea ostruttiva del sonno, che può manifestarsi con russamento forte e abituale, pause respiratorie durante la notte, sonnolenza durante il giorno, mal di testa al mattino e difficoltà di concentrazione. “Russare occasionalmente è molto comune”, spiega Lanari, ma quando il russamento è forte, abituale e associato a pause respiratorie può essere un segnale da non trascurare. Se il problema è frequente, è quindi importante parlarne con il medico.

Morbillo: perché vaccinare i bambini

Set 23
Scritto da Annamaria avatar

Il morbillo torna a far paura. Nei primi cinque mesi del 2026 sono stati confermati in Italia 472 casi, contro i 322 registrati nello stesso periodo del 2025. Un aumento che ha spinto il Ministero della Salute a richiamare l’attenzione sulla necessità di rafforzare la prevenzione, soprattutto attraverso la vaccinazione. Per noi genitori è un dato che vale come promemoria: controllare che i bambini siano in regola con il vaccino contro il morbillo è una delle cose più importanti che possiamo fare per proteggerli. Perché vaccinare i bambini? Non è una semplice malattia dell’infanzia da prendere “e poi passa”. E’ un’infezione virale altamente contagiosa che può provocare complicazioni, soprattutto nei più piccoli. E quando la copertura vaccinale scende, il virus torna più facilmente a circolare.

morbillo perche vaccinare i bambini

In Italia la vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia, il cosiddetto MPR, prevede due dosi. La prima dose viene somministrata a 12 mesi di vita, mentre la seconda dose è prevista a 5-6 anni. La vaccinazione è obbligatoria e gratuita. Due dosi sono importanti perché permettono di raggiungere una protezione molto elevata: l’ISS indica che il ciclo completo protegge dal morbillo oltre il 90% dei vaccinati.

E se un bambino non ha ricevuto una dose nei tempi previsti? Niente panico: non significa che sia troppo tardi. E’ importante parlarne con il pediatra o con il servizio vaccinale della propria ASL per verificare la situazione e recuperare le dosi mancanti.

Il quadro fotografato dal Ministero della Salute mostra che nel 2026 il morbillo è tornato a crescere. L’incremento è particolarmente evidente in alcune regioni: in Calabria i casi sono passati dai 17 del 2025 ai 265 del 2026, in Campania da 18 a 100, nel Lazio da 47 a 54 e in Toscana da 6 a 49. Ma c’è un altro dato significativo: oltre il 90% dei casi registrati nel 2025 riguardava persone non vaccinate, mentre quasi il 6% aveva ricevuto una sola dose. La vaccinazione non protegge soltanto il singolo bambino. Una copertura elevata contribuisce a ridurre la circolazione del virus e a proteggere anche chi non può essere vaccinato per particolari condizioni mediche.

L’obiettivo indicato dalle autorità sanitarie è una copertura superiore al 95% con due dosi, considerata necessaria per interrompere la trasmissione del morbillo. Nel 2024, però, nessuna Regione o Provincia autonoma italiana aveva raggiunto questa soglia per la seconda dose.

Con la scuola appena iniziata e l’autunno alle porte, può essere il momento giusto per fare un piccolo controllo del libretto vaccinale dei nostri figli. Prima dose a 12 mesi, seconda a 5-6 anni: due appuntamenti da ricordare, insieme a tutti gli altri previsti dal calendario vaccinale. E se abbiamo un dubbio, una dose che sembra mancare o non ricordiamo quando sia stata fatta l’ultima vaccinazione, meglio non affidarsi alla memoria: basta rivolgersi al pediatra o alla ASL.

Influenza: torna la campagna vaccinale

Set 18
Scritto da Annamaria avatar

Con l’autunno alle porte torna anche la campagna di vaccinale contro l’influenza. Per la stagione 2026-2027 l’AIFA ha autorizzato nove vaccini aggiornati sulla base dei ceppi virali che l’Organizzazione mondiale della sanità prevede possano circolare nei prossimi mesi. Le campagne regionali partiranno dall’inizio di ottobre e la vaccinazione resterà disponibile durante tutta la stagione influenzale.

influenza torna la campagna vaccinale

Per le famiglie c’è un’attenzione particolare da riservare a donne in gravidanza e bambini. La vaccinazione antinfluenzale è infatti raccomandata e offerta gratuitamente alle donne in gravidanza e nel periodo successivo al parto e ai bambini dai 6 mesi ai 6 anni.

L’influenza durante la gravidanza non va considerata una semplice influenza da affrontare con leggerezza. Per questo la vaccinazione è inserita tra le categorie alle quali il Servizio sanitario offre attivamente la protezione. Il vaccino può essere somministrato durante la gravidanza e la protezione non riguarda soltanto la futura mamma. Gli anticorpi prodotti dalla madre possono infatti passare al bambino attraverso la placenta, offrendo al neonato una protezione passiva nei primi mesi di vita, quando non può ancora ricevere la vaccinazione antinfluenzale.

È un aspetto particolarmente importante: i bambini sotto i 6 mesi non rientrano infatti nella fascia di età per la quale il vaccino antinfluenzale è autorizzato. La vaccinazione della mamma durante la gravidanza diventa quindi anche un modo per contribuire a proteggere il neonato nei suoi primi mesi.

E per i bambini? Per i più piccoli la vaccinazione è raccomandata dai 6 mesi fino ai 6 anni. Tra i vaccini autorizzati per questa stagione c’è anche una formulazione spray nasale, indicata per bambini e adolescenti dai 2 ai 18 anni, oltre ai vaccini somministrati tramite iniezione a partire dai 6 mesi, secondo le rispettive indicazioni.

Naturalmente sarà il pediatra a indicare la soluzione più adatta in base all’età e alle condizioni del bambino. Non tutti i nove vaccini autorizzati da AIFA saranno necessariamente disponibili in ogni Regione: sono infatti le Regioni a stabilire, attraverso le procedure di fornitura, quali prodotti utilizzare per la campagna gratuita.

L’obiettivo non è soltanto evitare qualche giorno a letto con febbre e malessere. La vaccinazione rappresenta la principale misura di prevenzione dell’influenza e delle sue complicanze e contribuisce anche a limitare la circolazione del virus.

Per una famiglia con bambini piccoli questo può significare meno malattie, meno assenze da scuola e, soprattutto, una maggiore protezione per i componenti più fragili del nucleo familiare. E c’è un altro dettaglio importante: non è necessario aspettare il picco dell’influenza. Il Ministero raccomanda di iniziare le campagne regionali dall’inizio di ottobre, ma la vaccinazione può essere offerta agli aventi diritto anche successivamente, nel corso della stagione.

La vaccinazione è uno degli strumenti più importanti, ma anche le piccole abitudini quotidiane continuano ad avere un ruolo: lavare frequentemente le mani, coprire bocca e naso quando si tossisce o starnutisce, arieggiare gli ambienti e cercare di evitare, quando possibile, il contatto ravvicinato con persone malate.

Zaino scuola non provoca scoliosi

Set 14
Scritto da Annamaria avatar

C’è da sfatare un falso mito. Lo premetteGiovanni Andrea La Maida, direttore dell’Unità di patologie della colonna vertebrale dell’Asst Pini-Cto di Milano. Parlando dello zaino per la scuola che grava sulle spalle degli studenti con il Corriere della Sera, sottolinea: “Lo zaino non provoca la scoliosi”.

zaino scuola non provoca la scoliosi

“Il vero problema è il sovraccarico della colonna e le posture scorrette che un peso eccessivo induce ad assumere. Uno zaino troppo pesante costringe infatti il ragazzo a compensare inclinando il tronco o modificando la postura. Le conseguenze possono essere dolori muscolari, affaticamento e contratture. Inoltre, se viene portato su una sola spalla o regolato male, il carico diventa asimmetrico. Nei casi più estremi, spallacci troppo stretti possono persino comprimere le strutture nervose e vascolari dell’ascella, provocando formicolii alle mani”, sottolinea il medico.

L’esperto chiarisce: “Per limitare il carico su colonna e articolazioni, lo zaino non deve superare il 10-15 per cento del peso corporeo. Inoltre va sempre indossato su entrambe le spalle e gli spallacci devono essere regolati correttamente: né troppo stretti né troppo lenti. Meglio scegliere modelli con schienale rigido e spallacci imbottiti; ancora più efficaci quelli dotati di cintura in vita, che trasferisce parte del carico sul bacino”. 

Per evitare problemi alla colonna vertebrale è opportuno abbandonare la sedentarietà: “Altro cardine della prevenzione è il movimento. Oggi molti ragazzini sono troppo sedentari. L’attività fisica rinforza la muscolatura, mantiene mobili le articolazioni e contribuisce a una migliore postura. Non esiste uno sport ‘giusto’ o uno ‘sbagliato’, né attività da evitare per il timore della scoliosi. L’importante è praticare con regolarità uno sport che piaccia al ragazzo. Solo gli esercizi che prevedono carichi importanti sulla schiena, come alcuni lavori di pesistica, richiedono maggiore prudenza e una supervisione adeguata”. 

C’è allarme pure per il “collo da cellulare”: “Quando si guarda il telefono per molto tempo si tende a piegare il capo in avanti e ad appiattire la schiena. Questa posizione sovraccarica soprattutto la colonna cervicale e favorisce tensioni muscolari e dolori al collo e alle spalle”. Limitare il tempo trascorso, quindi, davanti agli schermi.