Gravidanza e voli lunghi: consigli anti trombosi
Partire con il pancione per una meta da sogno è possibile, ma se il viaggio prevede molte ore di aereo è importante adottare alcune precauzioni. La gravidanza e i voli lunghi non sono un binomio perfetto: il rischio di trombosi venosa aumenta fisiologicamente e l’immobilità prolungata tipica dello stare su un aereo può favorire la formazione di coaguli. Niente allarmismi, però: con qualche semplice accorgimento si può viaggiare in sicurezza e godersi le vacanze in totale serenità. Ecco alcuni consigli anti trombosi.

La gravidanza rende il sangue naturalmente più “coagulabile”. È un meccanismo di difesa dell’organismo per limitare le emorragie durante il parto, ma aumenta anche il rischio di trombosi venosa profonda, soprattutto nelle gambe. A questo si aggiungono altri fattori:
- la pressione dell’utero sulle vene del bacino;
- la circolazione più lenta negli arti inferiori;
- le tante ore trascorse sedute durante un volo.
Il rischio cresce ulteriormente se si hanno più di 35 anni, si è in sovrappeso, si soffre di vene varicose o si è già avuta una trombosi in passato.
Il consiglio più importante è evitare di rimanere immobili troppo a lungo. Durante un volo superiore alle quattro ore è bene:
- alzarsi ogni 60-90 minuti;
- camminare qualche minuto lungo il corridoio;
- evitare di accavallare le gambe.
Anche pochi passi aiutano a riattivare la circolazione e riducono il ristagno del sangue.
Quando non è possibile alzarsi, basta eseguire piccoli esercizi direttamente sul sedile. Ruotare le caviglie, flettere ed estendere i piedi, sollevare alternativamente talloni e punte e contrarre i muscoli dei polpacci sono movimenti semplici ma molto efficaci per favorire il ritorno venoso.
L’aria all’interno della cabina è molto secca e favorisce la disidratazione. Per questo è consigliabile bere frequentemente acqua durante tutto il viaggio, evitando di arrivare assetate. Meglio limitare bevande alcoliche e ridurre il consumo di caffè e bibite molto zuccherate, che possono contribuire alla disidratazione.
Vestiti comodi e niente indumenti stretti. Per il viaggio è meglio scegliere: pantaloni morbidi; abiti leggeri; scarpe comode; calze che non stringano il polpaccio. Gli indumenti troppo aderenti possono ostacolare ulteriormente la circolazione.
Per chi affronta voli lunghi, soprattutto nel secondo e terzo trimestre, il ginecologo può consigliare l’utilizzo di calze elastiche a compressione graduata. Aiutano il ritorno del sangue verso il cuore, riducono il gonfiore alle gambe e abbassano il rischio di trombosi. È importante scegliere la misura corretta e indossarle prima della partenza.
Se possibile, è preferibile prenotare un posto lato corridoio. Permette di alzarsi con maggiore facilità e rende più semplice camminare durante il volo senza disturbare gli altri passeggeri.
Le donne che hanno già avuto episodi di trombosi, soffrono di trombofilie ereditarie o presentano altri importanti fattori di rischio devono sempre confrontarsi con il proprio ginecologo prima della partenza. In alcuni casi lo specialista può valutare una profilassi con eparina a basso peso molecolare, ma è una decisione che deve essere presa esclusivamente dal medico.
Ogni compagnia aerea ha regole diverse per le future mamme. Generalmente si può volare senza particolari limitazioni fino alla 36ª settimana nelle gravidanze fisiologiche, mentre in quelle gemellari il limite può essere anticipato. Negli ultimi mesi può essere richiesto un certificato del ginecologo che attesti il buon andamento della gravidanza e autorizzi il viaggio.
Cosa fare in spiaggia in gravidanza
Il mare può diventare un vero alleato del benessere col pancione. Con qualche semplice accorgimento, infatti, è possibile godersi la giornata in tutta sicurezza e mantenersi attive anche durante i nove mesi.Ecco cosa fare in spiaggia in gravidanza.
Tra le attività più indicate ci sono le passeggiate lungo la battigia, soprattutto al mattino presto o nel tardo pomeriggio, quando le temperature sono più miti. Camminare sulla sabbia compatta vicino all’acqua stimola la circolazione, favorisce il ritorno venoso e aiuta a contrastare il gonfiore di gambe e caviglie, uno dei disturbi più frequenti in gravidanza.
Anche nuotare è un’ottima scelta. L’acqua sostiene il peso del corpo, alleggerisce la schiena e le articolazioni e permette di fare movimento senza affaticarsi. Entrare lentamente in mare, inoltre, regala un’immediata sensazione di leggerezza, soprattutto negli ultimi mesi, quando il pancione si fa sentire di più.
Meglio, invece, evitare di restare sdraiate troppo a lungo nella stessa posizione, soprattutto a pancia in su nelle fasi finali della gravidanza. Cambiare spesso postura, alternando qualche passeggiata a momenti di relax sotto l’ombrellone, aiuta a prevenire capogiri e senso di debolezza.
Per quanto riguarda la sabbia, non esistono particolari controindicazioni. È però consigliabile utilizzare sempre un telo ben pulito e isolato dal terreno, evitare di sedersi direttamente sulla sabbia rovente e prestare attenzione all’igiene. Dopo il bagno è buona abitudine cambiare subito il costume bagnato, così da ridurre il rischio di irritazioni o fastidi intimi, particolarmente frequenti durante la gravidanza.
La regola più importante, però, è una sola: ascoltare il proprio corpo. Se compare stanchezza, affanno, giramenti di testa o una sensazione di eccessivo affaticamento, è il momento di fermarsi, bere acqua e riposare all’ombra. La gravidanza non impedisce di vivere il mare, ma invita a rallentare i ritmi e a prendersi cura di sé con ancora più attenzione.
Denial of pregnancy
Può sembrare difficile da credere, eppure succede più spesso di quanto si pensi: alcune donne scoprono di essere incinte molto tardi, a volte addirittura al momento del parto. Questa condizione si chiama denial of pregnancy, ovvero negazione della gravidanza, ed è un fenomeno reale e complesso che non ha nulla a che vedere con la distrazione o con la superficialità.

In parole semplici, si tratta di una situazione in cui una donna non è consapevole della propria gravidanza, nonostante lo sia davvero. Non è una scelta volontaria, ma qualcosa che avviene a livello inconscio. Il corpo, in questi casi, manda segnali poco evidenti oppure difficili da interpretare, mentre la mente, in qualche modo, non li riconosce per quello che sono.
Uno degli aspetti più sorprendenti è proprio questo: i sintomi tipici della gravidanza possono essere molto sfumati o addirittura assenti. Il ciclo può sembrare ancora presente o diventare semplicemente irregolare, la pancia può crescere poco o in modo non evidente, e anche i movimenti del bambino possono essere scambiati per qualcosa di diverso, come disturbi intestinali o digestivi. Nausea e stanchezza, che spesso associamo subito a una gravidanza, possono non esserci o passare inosservate, rendendo ancora più difficile accorgersi di ciò che sta accadendo.
Ma perché succede? Non esiste una risposta unica. Spesso si tratta di una combinazione di fattori, tra cui elementi psicologici importanti. Periodi di forte stress, situazioni personali complicate, paure profonde o eventi emotivamente difficili possono giocare un ruolo significativo. In alcuni casi, si parla di un vero e proprio meccanismo di difesa inconscio: la mente, per proteggere la persona da qualcosa che non riesce ad affrontare in quel momento, “mette da parte” la consapevolezza della gravidanza. È importante ribadirlo: non è una scelta, ma una risposta complessa dell’organismo.
Quando la gravidanza viene scoperta tardi, l’impatto può essere molto forte. Ci si trova improvvisamente di fronte a una realtà completamente nuova, senza aver avuto il tempo di prepararsi, né fisicamente né emotivamente. È normale che emergano confusione, paura o anche senso di colpa. Proprio per questo, in questi casi, è fondamentale che la donna non si senta giudicata, ma sostenuta.
La prima cosa da fare è rivolgersi a un medico o a un ginecologo per effettuare i controlli necessari e verificare lo stato di salute della mamma e del bambino. Accanto a questo, può essere molto utile un supporto psicologico, per aiutare a elaborare ciò che è accaduto e affrontare i cambiamenti improvvisi. Anche la presenza di una rete di supporto, fatta di familiari, amici o professionisti, può fare davvero la differenza.
Parlare di negazione della gravidanza è importante proprio per questo: per informare, ma anche per creare comprensione. Dietro queste storie non c’è mancanza di responsabilità, ma spesso fragilità, paura o bisogno di protezione. Conoscere questo fenomeno aiuta a guardarlo con più empatia e meno giudizio, ricordando che ogni esperienza è unica e merita rispetto.
Endometriosi e gravidanza
Endometriosi e gravidanza non sono due parallele che non si incontrano mai. Anzi. Stando ai dati del ministero della Salute e dell’Istituto superiore di Sanità, questa patologia è una delle principali cause di infertilità femminile. Circa il 30–40% delle donne con endometriosi può incontrare difficoltà nel concepimento. Ma non è una sentenza, come spesso affermano molti, di infertilità. La maggioranza delle donne con endometriosi può rimanere incinta, spontaneamente o attraverso percorsi di medicina della riproduzione.

L’endometriosi, di cui si celebra la Giornata mondiale il 28 marzo “è una patologia complessa che può influenzare la fertilità sia attraverso alterazioni anatomiche degli organi riproduttivi, sia attraverso processi infiammatori che modificano l’ambiente ovarico e uterino”. Lo spiega Mauro Cozzolino, ginecologo esperto in medicina della riproduzione e Direttore della clinica Ivi Bologna all’Adnkronos.
“Oggi grazie a una maggiore consapevolezza dei sintomi e a strumenti diagnostici sempre più accurati, molte donne con forme lievi di endometriosi riescono a concepire spontaneamente. In casi selezionati, la rimozione laparoscopica dei focolai endometriosici può contribuire a migliorare la fertilità: diversi studi riportano tassi di gravidanza spontanea compresi tra il 40% e il 60% entro 12 mesi dall’intervento, soprattutto nelle pazienti con malattia meno avanzata”, sottolinea l’esperto.
“Nelle pazienti con stadi più avanzati della patologia o con fattori tubarici associati, le tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma), come la fecondazione in vitro (Fivet) rappresentano un’opzione terapeutica efficace”, aggiunge Cozzolino.
“Secondo la letteratura scientifica internazionale e le linee guida della European society of human reproduction and embryology, i risultati della Pma nelle donne con endometriosi sono generalmente comparabili a quelli osservati nelle pazienti con altre cause di infertilità, mentre le probabilità cumulative di gravidanza possono raggiungere o superare il 60% dopo più cicli di trattamento”, sottolinea il medico.
Il ginecologo conclude: “Attraverso un approccio personalizzato, che tenga conto dell’età della paziente, della riserva ovarica e dello stadio della malattia, è possibile accompagnare molte donne nel percorso verso la maternità. Una diagnosi precoce è fondamentale: una gestione tempestiva della patologia permette non solo di migliorare la qualità della vita delle pazienti, ma anche di preservare il potenziale riproduttivo e pianificare strategie terapeutiche mirate”.
Pancioni d’artista
C’è chi li accarezza davanti allo specchio, chi li fotografa ogni settimana per vedere come cambiano, e chi decide di trasformarli in una piccola opera d’arte. I pancioni decorati sono diventati una vera tendenza: fiori dipinti a mano, cieli stellati, arcobaleni, frasi dolcissime, persino personaggi fiabeschi che “sbirciano” dall’ombelico. La gravidanza non è mai stata così creativa. I ‘pancioni d’artista’ diventano trendy.
Non è solo una moda da social, anche se Instagram e TikTok hanno sicuramente acceso i riflettori su questa pratica. È qualcosa di più intimo e simbolico. Il pancione, che per nove mesi è il centro assoluto del corpo e dell’attenzione, diventa una tela viva, un modo per raccontare l’attesa, per darle forma e colore.
Molte mamme lo fanno per celebrare un momento unico. La gravidanza è potente, totalizzante, a volte travolgente. Decorare il pancione significa fermarsi, prendersi tempo, guardarsi con occhi nuovi. È un rituale dolce che aiuta a sentirsi belle in una fase in cui il corpo cambia velocemente e non sempre ci si riconosce. Trasformare quelle curve in un disegno armonioso può essere un modo per riappropriarsi della propria immagine e viverla con orgoglio.
C’è anche un aspetto emotivo fortissimo. Spesso a dipingere è il partner, un’amica, un’artista specializzata. Si crea un momento di condivisione, di risate, di tenerezza. Il bambino scalcia mentre fuori qualcuno traccia linee leggere con pennelli e colori atossici. È come se, per qualche ora, quel dialogo invisibile tra mamma e figlio diventasse visibile.
E poi c’è il desiderio di lasciare un ricordo. Le foto con il pancione decorato restano, incorniciate o custodite nel rullino digitale, come testimonianza di un’attesa che sembra infinita mentre la vivi e brevissima quando è finita. È un modo per dire: “Eri qui, dentro di me, e io ti aspettavo così”.
Non mancano le mamme che scelgono simboli portafortuna o messaggi dedicati al futuro bebè. Un cuore con il suo nome, una frase che parla di amore eterno, un cielo pieno di stelle per augurargli un cammino luminoso. La pelle diventa narrazione, promessa, sogno.
Certo, c’è anche la componente estetica. In un’epoca in cui ogni fase della vita viene raccontata e condivisa, la gravidanza è diventata sempre più visibile, celebrata, mostrata con fierezza. Il pancione non si nasconde più sotto abiti larghi: si esalta, si veste, si illumina. Decorarlo è un passo in più, una dichiarazione di gioia.
Ma al di là dei like e delle tendenze, resta una cosa semplice e potente: la voglia di celebrare la vita che cresce. Perché la gravidanza è trasformazione pura. E trasformare quella trasformazione in arte, anche solo per un giorno, è un modo bellissimo per dirle grazie.
Parto in acqua: quando non si può
Molte donne sognano di mettere al mondo il proprio bebè con un parto in acqua. La dottoressa Monica Calcagni a Demografica Adnkronos spiega quando non si può esaudire il desiderio. Il medico chirurgo specialista in Ginecologia ed Ostetricia chiarisce infatti, una volta per tutte, che ci sono alcune condizioni per le quali non è possibile dare l’okay.

“Il parto in acqua, così come il parto spontaneo, non lo possono fare tutte le donne – sottolinea l’esperta – Ci sono delle condizioni materne e fetali che vanno valutate. Devono esserci, soprattutto per il parto in acqua, delle condizioni materne ottimali. Se c’è una sofferenza fetale, se ci sono problemi di posizione del bambino, un travaglio lento, un’emorragia o un’infezione, non è possibile partorire in acqua”.
Calcagni aggiunge: “Altri casi che prevedono impossibilità di partorire in acqua si si registra quando c’è una pressione altra o altre complicanze materne, e, spesso, non è possibile fare neppure il parto vaginale. E’ in questi casi che si ricorre a un cesareo che, a questo punto, non è più una scelta, ma un‘urgenza perché si fa dopo che il travaglio è iniziato. E’ un intervento necessario per tutelare sia la vita della madre che quella del bambino”.
Esami TORCH
Quando si scopre di essere incinte, l’elenco degli esami da fare sembra allungarsi di giorno in giorno. Tra sigle misteriose e nomi poco rassicuranti, prima o poi spuntano loro: gli esami TORCH. Ma cosa sono davvero? E perché sono così importanti in gravidanza?

TORCH non è un singolo esame, ma un pannello di test del sangue che serve a verificare se la futura mamma è entrata in contatto con alcune infezioni che, se contratte durante la gravidanza, possono creare problemi al feto.
L’acronimo TORCH sta per:
- T = Toxoplasma gondii (toxoplasmosi)
- O = Other (altre infezioni, come sifilide, parvovirus B19, varicella)
- R = Rosolia
- C = Citomegalovirus (CMV)
- H = Herpes simplex virus
Questi esami non cercano la malattia nel bambino, ma valutano se la mamma ha anticorpi contro queste infezioni. In pratica rispondono a una domanda chiave: ho già incontrato questo virus/batterio o sono a rischio di infezione in gravidanza? Il risultato aiuta il ginecologo a capire se la donna è immune, stabilire se l’infezione è passata, recente o in corso, indicare eventuali precauzioni o controlli aggiuntivi.
Gli esami TORCH si eseguono con un semplice prelievo di sangue. Nel referto compaiono due sigle fondamentali:
- IgG: indicano un’infezione avuta in passato (e quindi una possibile immunità)
- IgM: suggeriscono un’infezione recente o in atto
La combinazione di questi valori è ciò che conta davvero, ed è sempre il medico a interpretarli.
In genere vengono prescritti all’inizio della gravidanza o già in fase preconcezionale. Alcuni test (come toxoplasmosi e citomegalovirus) possono essere ripetuti nel tempo se la donna non è immune. Non sempre vengono richiesti tutti insieme: dipende dalla storia clinica e dalle linee guida seguite dal ginecologo. Sentire parlare di infezioni in gravidanza può spaventare, ma lo scopo degli esami TORCH è esattamente l’opposto: prevenire, informare e proteggere. Nella maggior parte dei casi i risultati sono rassicuranti e, quando non lo sono, esistono percorsi di controllo e cura molto efficaci.
Allenamento alto impatto in gravidanza: sì o no?
Allenarsi in gravidanza non è più un tabù, anzi: il movimento è oggi considerato un vero alleato del benessere materno. Ma quando si parla di allenamento ad alto impatto, corsa, HIIT, salti, circuiti intensi, la domanda sorge spontanea: si può fare anche col pancione? Sì o no? La risposta è: dipende. Dal corpo, dalla storia sportiva e da come si sceglie di allenarsi.

Quando si parla di allenamento ad alto impatto, ci si riferisce ad attività che prevedono: salti e balzi, cambi di direzione rapidi, movimenti esplosivi, ritmi sostenuti. Esempi? Running, functional training intenso, cross training, HIIT, aerobica ad alta intensità.
L’allenamento ad alto impatto non è per tutte, ma può essere praticato in casi ben precisi: donne già allenate prima della gravidanza, gravidanze fisiologiche, senza complicazioni, via libera del ginecologo, ascolto costante del proprio corpo. In questi casi, l’attività può essere continuata, spesso modulata, soprattutto nel primo e secondo trimestre. Chi invece non praticava sport intensi prima, non dovrebbe iniziare proprio in gravidanza: questo non è il momento per sperimentare.
Esistono pericoli? Sì, se non si rispettano alcune regole fondamentali. I principali rischi sono legati a:
- sovraccarico del pavimento pelvico
- instabilità articolare (gli ormoni rendono le articolazioni più “lente”)
- traumi da impatto
- affaticamento eccessivo
Per questo è fondamentale: ridurre salti e impatti con l’avanzare dei mesi, privilegiare superfici ammortizzate, evitare apnea e sforzi massimali, fermarsi subito in caso di dolore, perdite, capogiri. Nel terzo trimestre, in genere, l’alto impatto viene fortemente ridotto o eliminato.
Quando praticato in modo consapevole, l’allenamento intenso può offrire benefici reali: mantiene il tono muscolare, migliora l’umore e riduce stress e ansia, aiuta a controllare l’aumento di peso, rafforza la percezione di forza e fiducia nel proprio corpo, facilita il recupero post parto (se ben gestito). Per molte donne, continuare ad allenarsi significa non perdere la propria identità, ma adattarla a una nuova fase.

Scritto da Annamaria e postato in