Dire “ti amo” ai figli è sbagliato?
Dire “ti amo” ai propri figli è sbagliato, può davvero essere un errore? La domanda, negli ultimi giorni, ha infiammato social, programmi tv e gruppi di genitori dopo le dichiarazioni della psicoterapeuta e scrittrice Stefania Andreoli, intervenuta durante la trasmissione Agorà. La professionista ha definito “del tutto sbagliata” l’abitudine di alcuni genitori di dire “ti amo” ai figli, sostenendo che quell’espressione apparterrebbe al linguaggio della coppia e rischierebbe di “confondere i ruoli”. Apriti cielo.

Nel giro di poche ore il dibattito è esploso ovunque. Da una parte chi concorda con Andreoli, convinto che tra genitori e figli sia più corretto usare il “ti voglio bene”. Dall’altra mamme e papà che rivendicano il diritto, e persino la necessità, di esprimere apertamente il proprio amore ai bambini.
E come spesso accade quando si parla di genitorialità, il rischio è che tutto si trasformi in una guerra ideologica fatta di “giusto” e “sbagliato”, dimenticando che i rapporti umani non funzionano come formule matematiche.
Proprio questo è il punto sollevato dal pedagogista Luca Frusciello, intervistato da Fanpage. Secondo l’esperto, il problema non starebbe tanto nelle parole usate, quanto nel voler trasformare ogni scelta educativa in una regola assoluta. “La pedagogia non è chimica”, sottolinea, ricordando che ogni relazione familiare ha equilibri, sensibilità e modalità comunicative diverse.Ed è forse proprio qui che il dibattito diventa interessante davvero.
Perché un conto è riflettere sul linguaggio emotivo dentro la famiglia, altro è pensare che una frase, da sola, possa automaticamente creare danni psicologici. Molti psicologi e psicoterapeuti intervenuti nella discussione hanno infatti ricordato che ciò che conta davvero per un bambino è il contesto relazionale: il rispetto dei confini, la qualità della presenza emotiva, la sicurezza affettiva. Non semplicemente due parole pronunciate o meno.
Anche perché, nella realtà quotidiana delle famiglie, l’amore passa continuamente attraverso mille linguaggi diversi: carezze, ascolto, pazienza, tempo condiviso, coccole prima di dormire, rassicurazioni dopo una paura.
C’è chi dice “ti amo” ai figli ogni giorno e chi non l’ha mai detto apertamente pur amando profondamente i propri bambini. E probabilmente nessuna delle due cose, da sola, basta a definire la qualità di un legame.
Molti genitori, soprattutto sui social, hanno raccontato di aver trovato conforto proprio nel sentirsi dire “ti amo” durante l’infanzia. Altri invece preferiscono distinguere nettamente il linguaggio romantico da quello familiare. Ed entrambe le posizioni possono convivere senza bisogno di trasformarsi in tifoserie. Forse il rischio più grande oggi non è dire troppo amore ai figli, ma vivere la genitorialità sotto pressione continua, con la sensazione che ogni parola possa essere “sbagliata”. E invece i bambini, molto spesso, crescono bene soprattutto dove si sentono accolti, ascoltati e amati. Che sia con un “ti voglio bene”, con un “ti amo” o semplicemente con un abbraccio dato al momento giusto.
Infermieri ‘angeli’ dei neonati
Ci sono professioni che si vedono poco, ma che fanno una differenza enorme. Succede nelle Neonatologie italiane, dove ogni giorno migliaia di infermieri si prendono cura dei neonati accompagnando allo stesso tempo anche mamme e papà in uno dei momenti più delicati della vita. Possono essere considerati veri e propri ‘angeli’ dei neonati.
In occasione della Giornata Internazionale dell’Infermiere del 12 maggio, la Società Italiana di Neonatologia Infermieristica (SIN INF) ha deciso di accendere i riflettori proprio su queste figure fondamentali, spesso considerate veri e propri “angeli silenziosi” delle corsie pediatriche.
Ogni anno in Italia nascono oltre 350 mila bambini e molti di loro, fin dal primo giorno di vita, hanno bisogno di assistenza specialistica. È qui che entrano in gioco gli infermieri di Neonatologia: professionisti altamente formati che lavorano accanto ai neonatologi per garantire cure, monitoraggio, sostegno alle famiglie e sicurezza dei piccoli pazienti.
“Prendersi cura di un neonato, soprattutto se prematuro o con patologie, significa offrire non solo competenze cliniche di alto livello ma anche attenzioni relazionali e umane”, ha spiegato la dottoressa Elena Bernabei, presidente della SIN INF. Un lavoro che, sottolinea, coinvolge non soltanto il bambino ma tutto il nucleo familiare.
L’assistenza neonatale oggi va molto oltre gli aspetti strettamente medici. Gli infermieri accompagnano i genitori nell’allattamento, nella gestione del neonato e nel delicatissimo rientro a casa dopo il ricovero. Un supporto prezioso soprattutto per chi vive l’esperienza della Terapia Intensiva Neonatale, fatta di paure, fragilità ma anche di piccoli grandi traguardi quotidiani.
Secondo la SIN INF, l’Italia è oggi tra i Paesi con il più basso tasso di mortalità neonatale al mondo, un risultato legato anche all’elevato livello di formazione degli operatori sanitari coinvolti nell’assistenza ai neonati.
Per celebrare questa giornata, la SIN INF parteciperà anche a un evento organizzato dall’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Torino in Piazza Castello, con un’iniziativa speciale dedicata alle famiglie e ai più piccoli. L’idea è tanto semplice quanto bellissima: insegnare ai bambini, attraverso il gioco, come prendersi cura di un neonato.
All’interno dello stand sarà infatti allestita una culletta dimostrativa dove i piccoli partecipanti potranno imparare, guidati dagli infermieri, a preparare correttamente il lettino del bebè. Un’attività educativa pensata per sensibilizzare anche i fratellini maggiori sul tema della sicurezza del sonno e della prevenzione della SIDS, la sindrome della morte improvvisa del lattante. Per l’occasione la SIN INF ha realizzato anche una brochure illustrata e pensata appositamente per i bambini, con linguaggio semplice, immagini da colorare e persino una filastrocca educativa.
Le regole della “nanna sicura”
La SIN e le associazioni che si occupano di prevenzione della SIDS diffondono da tempo alcune regole fondamentali per il sonno sicuro dei neonati.
Tra le raccomandazioni principali:
- far dormire il neonato sempre a pancia in su
- usare una superficie rigida e piatta
- evitare cuscini, peluche, paracolpi e coperte morbide nel lettino
- mantenere la temperatura della stanza tra 18 e 20 gradi
- far dormire il bambino nella stessa stanza dei genitori ma non nello stesso letto
- evitare il fumo in gravidanza e dopo la nascita
Gli esperti ricordano che anche piccoli gesti quotidiani possono contribuire concretamente alla sicurezza del neonato.
“Sarà emozionante vedere con quanta attenzione i bambini ascolteranno i nostri consigli”, ha raccontato ancora la dottoressa Bernabei, spiegando quanto sia importante coinvolgere tutta la famiglia nella cura dei più piccoli. Perché prendersi cura di un neonato non significa soltanto controllare parametri e terapie. Significa anche costruire intorno a lui una rete fatta di competenza, ascolto, presenza e amore. Ed è proprio questo, forse, il lato più bello del lavoro degli infermieri di Neonatologia.
Il libro segreto di mamma
Se il classico lavoretto quest’anno vi sta un po’ stretto e avete voglia di stupire davvero, ecco un’idea diversa, profonda e bellissima da realizzare insieme: il libro segreto di mamma. Non un semplice regalo, ma un piccolo tesoro di famiglia che la mamma potrà sfogliare e custodire nel tempo. Perfetto per la Festa della mamma, è uno di quei progetti che coinvolgono i bambini (e anche papà) in modo autentico, lasciando spazio alle emozioni.

Cos’è il libro segreto di mamma? È un piccolo quaderno, fatto a mano o acquistato semplice, che viene trasformato in un vero e proprio diario dedicato alla mamma. Dentro non ci sono solo disegni, ma pensieri, ricordi, “interviste” e piccoli racconti. Un mix tra album dei ricordi e lettera d’amore.
Cosa serve:
- Un quaderno o fogli da rilegare
- Pennarelli, matite, colori
- Colla, forbici
- Foto (se le avete)
- Adesivi, nastri, tutto quello che avete in casa
Il ruolo del papà è fondamentale, qui diventa il “custode del segreto”. Aiuta i bambini a costruire il libro pagina dopo pagina, facendo domande, raccogliendo pensieri, stimolando i ricordi. Può anche aggiungere un suo messaggio finale, rendendo il regalo ancora più speciale e condiviso.
Come strutturarlo? Il bello di questo lavoretto è che ogni pagina può essere diversa. Ecco qualche idea:
- Pagina 1: “Chi è la mia mamma”
Un ritratto disegnato + una descrizione buffa o tenera - Pagina 2: “Le cose che ama”
Cosa le piace mangiare, fare, guardare - Pagina 3: “Il nostro momento preferito”
Un ricordo speciale raccontato con parole o disegni - Pagina 4: “Quando mi aiuti…”
Un modo per dire grazie - Pagina 5: “Se fossi una supereroina”
I bambini qui si scatenano - Ultima pagina: una lettera (anche semplice)
“Ti voglio bene mamma perché…”
Il libro può essere regalato durante la colazione, magari accompagnato da un fiore o da un piccolo dolce preparato insieme. Lei si emozionerà sicuramente
Bonus asilo nido 2026: novità
Buone notizie per le mamme e i papà: il bonus asilo nido nel 2026 diventa più semplice da usare e più flessibile. L’obiettivo resta lo stesso, ossia aiutare le famiglie con bambini piccoli, ma con qualche novità importante che alleggerisce la burocrazia e rende tutto più accessibile. Vediamo insieme, in modo chiaro, cosa cambia e come funziona.

Il bonus asilo nido è un contributo economico dell’INPS pensato per aiutare a pagare: le rette dell’asilo nido (pubblico o privato autorizzato) oppure l’assistenza a casa, per bambini sotto i 3 anni con gravi patologie. Le due opzioni non si possono usare insieme nello stesso anno.
Le novità più importanti del 2026 sono:
- Non va più rifatta ogni anno
- Una volta accettata, vale fino ai 3 anni del bambino (fino ad agosto dell’anno in cui li compie)
- Basta solo aggiornare ogni anno le mensilità e confermare i requisiti
In più:
- il bonus si estende anche ad altri servizi educativi (non solo nidi classici) ()
- più famiglie possono accedere grazie a un ISEE più favorevole
Insomma: meno scartoffie, più continuità.
L’importo dipende dall’ISEE e dall’età del bambino:
- fino a 3.600 euro l’anno nei casi più favorevoli
- circa 3.000 euro o 2.500 euro nelle fasce intermedie
- minimo 1.500 euro senza ISEE o con redditi più alti ()
Il rimborso arriva mese per mese, in base a quanto si paga davvero di retta.
Può fare domanda il genitore che paga il nido, se:
- ha un bambino sotto i 3 anni
- vive in Italia
- ha cittadinanza UE (o permesso di soggiorno valido) ()
L’ISEE non è obbligatorio, ma senza si riceve solo l’importo minimo.
Come fare domanda? La richiesta si fa:
- online sul sito INPS
- oppure tramite patronato
Servono:
- SPID, CIE o CNS
- ricevute delle rette pagate
- ISEE aggiornato
Le domande si possono inviare durante l’anno, ma la data di apertura viene comunicata dall’INPS. (
Il bonus asilo nido non è solo un contributo economico: è un piccolo respiro per le famiglie. Aiuta a conciliare lavoro e vita quotidiana, a scegliere con più serenità il nido giusto e, soprattutto, a non sentirsi sole davanti alle spese. E con le novità del 2026, finalmente, diventa anche più semplice da gestire. Meno burocrazia, più tempo per ciò che conta davvero: i nostri bambini.
Dieta MIND
Se c’è una cosa che tutte noi mamme sappiamo è che l’alimentazione conta. Ma quello che forse non immaginiamo è quanto possa influire anche sul cervello dei nostri figli… e sul nostro. La cosiddetta dieta MIND è oggi al centro dell’attenzione perché, secondo gli esperti, può aiutare a rallentare l’invecchiamento cerebrale e mantenere la mente attiva più a lungo. Si tratta di un modello alimentare che unisce i principi della dieta mediterranea e della DASH, puntando tutto su alimenti che proteggono memoria, concentrazione e sviluppo cognitivo. La buona notizia? È semplice da seguire… anche in famiglia.
Cosa si mangia nella dieta MIND
Ecco gli alimenti “amici del cervello” da portare più spesso in tavola:
- Verdure a foglia verde (spinaci, bietole, cavolo)
- Altre verdure di stagione (meglio se colorate)
- Frutti di bosco (mirtilli, fragole)
- Frutta secca (noci, mandorle)
- Legumi (lenticchie, ceci, fagioli)
- Cereali integrali (avena, farro, pane integrale)
- Pesce (soprattutto azzurro, ricco di omega-3)
- Carne bianca (pollo, tacchino)
- Olio extravergine d’oliva (come grasso principale)
Questi alimenti sono ricchi di antiossidanti, vitamine e grassi “buoni” che aiutano il cervello a funzionare meglio e a difendersi dall’invecchiamento.
Cosa limitare
Non serve eliminare tutto, ma è importante ridurre:
- Burro e margarine
- Formaggi grassi
- Carne rossa
- Cibi fritti
- Dolci e prodotti industriali
Questi alimenti, se consumati spesso, possono avere effetti negativi sulle funzioni cognitive nel tempo.
La dieta MIND non è solo “da adulti”: insegnare ai bambini a mangiare bene significa costruire fin da piccoli una base solida per memoria, attenzione e apprendimento. E c’è di più: portare a tavola questi alimenti aiuta tutta la famiglia a creare abitudini sane, senza stress e senza rigidità. Perché, come spesso accade, non è la perfezione a fare la differenza… ma la costanza.
Non serve rivoluzionare tutto in un giorno. Inizia con piccoli gesti: una manciata di noci come merenda, più verdure nei piatti, meno snack confezionati. Perché prendersi cura del cervello… parte proprio da ciò che mettiamo nel piatto ogni giorno.
Festa del papà: barattolo dei ‘superpoteri’
La Festa del papà del 19 marzo è l’occasione perfetta per insegnare ai bambini che il regalo più bello non è quello comprato, ma quello fatto con le proprie mani. Se i classici lavoretti con disegni e cartoncini sono sempre tenerissimi, quest’anno si può provare qualcosa di diverso, originale e pieno di significato: il barattolo dei superpoteri di papà.

Un’idea semplice, creativa e anche molto emozionante, perché aiuta i bambini a riflettere su tutte le cose speciali che il papà fa per loro ogni giorno. Il risultato è un piccolo dono che papà potrà conservare sulla scrivania o sul comodino e aprire ogni volta che ha bisogno di un sorriso.
Questo lavoretto ha qualcosa in più rispetto ai classici regali fai da te. Non è solo creativo, ma aiuta i bambini a esprimere affetto e gratitudine, due emozioni importanti da imparare a riconoscere fin da piccoli. E quando il papà aprirà il suo barattolo e leggerà quei messaggi scritti con grafia incerta o dettati con tanta dolcezza, sarà impossibile non emozionarsi. Perché in fondo, per un papà, non esiste regalo più prezioso delle parole e dei pensieri del proprio bambino.
L’idea è trasformare un semplice barattolo in uno scrigno di messaggi affettuosi scritti dal bambino per il suo papà.
Cosa serve
- un barattolo di vetro (anche riciclato, ad esempio della marmellata)
- cartoncini colorati
- forbici
- pennarelli
- colla o nastro adesivo
- spago o nastrino
- piccoli adesivi o stelline decorative
Per prima cosa si lava bene il barattolo e lo si lascia asciugare. A questo punto il bambino può decorarlo come preferisce: con adesivi, cuoricini, disegni oppure con un’etichetta su cui scrivere “I superpoteri del mio papà”.
Poi arriva la parte più divertente. Con i cartoncini colorati si ritagliano tante piccole strisce o rotolini di carta. Su ognuna il bambino scrive (o detta alla mamma) una qualità o un ricordo speciale del papà. Per esempio:
- “Il mio papà ha il superpotere di farmi ridere.”
- “Il mio papà aggiusta tutto.”
- “Il mio papà mi abbraccia quando sono triste.”
- “Il mio papà sa raccontare le storie più belle.”
- “Il mio papà è il più forte del mondo.”
I foglietti vengono poi arrotolati e inseriti nel barattolo, come piccoli messaggi segreti. Alla fine si chiude il barattolo con un nastrino e magari si aggiunge un bigliettino con scritto: “Aprine uno quando vuoi ricordarti quanto sei speciale per me”.
Congedo parentale paritario: lo stop
È arrivata la notizia dello stop alla proposta di legge sul congedo parentale paritario. E per molte mamme non è stata solo una notizia politica: è stata una fitta. Perché quando si parla di congedo, non si parla di numeri o coperture economiche. Si parla di notti insonni. Di rientri al lavoro con il magone. Di sensi di colpa. Di equilibrio che non si trova mai davvero.

L’idea era semplice, almeno sulla carta: garantire a mamma e papà lo stesso periodo di congedo retribuito, nei primi mesi di vita del bambino. Non “un aiuto al papà”, non “qualche giorno in più”.
Ma un tempo vero, riconosciuto e pagato, per entrambi. Un cambio di prospettiva culturale prima ancora che organizzativa.
Perché sarebbe stato importante? Perché oggi, diciamolo senza girarci intorno, il peso della cura ricade ancora soprattutto sulle donne. Siamo noi che interrompiamo la carriera più spesso. Siamo noi che chiediamo il part time. Siamo noi che rinunciamo a opportunità. Un congedo paritario avrebbe mandato un messaggio forte: la cura è responsabilità di entrambi. Non è “aiutare la mamma”. È essere genitori allo stesso modo.
Non è solo una questione di lavoro. C’è un aspetto che spesso si dimentica: il legame. I primi mesi di vita di un bambino non tornano più. Avere tempo pieno, vero, per costruire quella relazione è un investimento affettivo enorme. Per il papà, per la mamma, per il bambino.
Un congedo equamente distribuito avrebbe significato: meno pressione sulle madri, più presenza dei padri, meno disuguaglianze sul lavoro, meno maternità vissute come “rischio aziendale”. Perché finché il tempo di cura resta principalmente femminile, anche la discriminazione resterà tale.
La verità è che molte donne oggi si trovano davanti a una scelta silenziosa: carriera o maternità? E non dovrebbe essere così. Se il sistema non sostiene davvero le famiglie, la scelta di avere un figlio diventa più difficile, più pesante, più solitaria. E questo non riguarda solo chi è già madre. Riguarda chi vorrebbe diventarlo senza dover fare i conti con rinunce strutturali.
Parlare di congedo paritario non significa togliere qualcosa a qualcuno. Significa costruire un modello più moderno, più giusto, più vicino alla realtà delle famiglie di oggi. Le mamme non chiedono privilegi. Chiedono equilibrio. Chiedono che la cura non sia una penalità professionale. Chiedono di non sentirsi sole nei primi mesi più intensi della vita. Lo stop in Parlamento non chiude la discussione. La rende ancora più urgente.
Perché se davvero vogliamo un Paese che sostenga la natalità, la risposta non può essere solo “fate figli”. Deve essere: “vi aiutiamo a crescerli insieme”. E questo, per molte di noi, avrebbe fatto tutta la differenza.
Detox prima della Befana
Tra pandori tagliati a tutte le ore, cioccolatini che spuntano ovunque e caramelle “solo un’altra”, le feste sono una lunga, golosa maratona. Bellissima, certo. Ma quando arriva il momento che sta tra Capodanno e la Befana, il corpo – di grandi e bambini – inizia a chiedere tregua. Gonfiore, stanchezza, poca fame vera: segnali chiarissimi. La buona notizia? Non serve una dieta punitiva. Serve rimettere equilibrio, fare del detox prima della Befana.

Il primo gesto detox è semplicissimo: bere di più. Acqua naturale, tisane tiepide, infusi leggeri. Aiuta a drenare, a riattivare l’organismo e a spezzare automaticamente la voglia di zuccheri continui. Per i bambini? Acqua aromatizzata con fettine di arancia o mela: effetto festa, zero zucchero.
Dopo giorni beige (farine, zuccheri, creme), il piatto ha bisogno di colore. Verdure cotte e crude, zuppe, passati, contorni semplici. La frutta torna protagonista, soprattutto a colazione e a merenda. Non come “punizione”, ma come riscoperta: dolce naturale, che sazia e rinfresca.
Via l’idea che senza dolce non sia colazione. Yogurt, latte, pane integrale, frutta fresca, un velo di miele se serve. Anche i bambini si riabituano in fretta, soprattutto se il clima è sereno e non da “da oggi basta tutto”.
Bandire completamente i dolci crea solo frustrazione (e attacchi improvvisi al primo cioccolatino). Meglio ridurre gradualmente: una porzione consapevole, magari a fine pasto, e stop agli assaggi automatici. L’organismo ringrazia, l’umore pure.
Piatti semplici, digestivi. In questa fase vincono:
- minestre e vellutate
- riso, pasta e cereali integrali
- uova, pesce, legumi
Cibi facili da digerire che rimettono in moto il metabolismo senza appesantire.
Coinvolgete in questo percorso familiare anche i vostri bambini! Trasformare la “disintossicazione” in un gioco funziona sempre. Scegliere insieme la verdura, preparare frullati, inventare piatti colorati. Se passa il messaggio che si torna a mangiare bene per sentirsi meglio, e non per “rimediare agli eccessi”, anche i più piccoli seguono. Questi giorni sospesi, tra una festa e l’altra, sono perfetti per rimettere ordine senza rigidità. Il corpo si alleggerisce, l’energia torna, il palato si resetta. Così, quando arriverà la Befana con il suo carico di dolcezza finale, saremo pronti a goderla davvero. Con equilibrio, e senza sensi di colpa

Scritto da Annamaria e postato in