Torta di compleanno estiva
Quando arriva il caldo, anche la torta di compleanno diventa ‘estiva’. Meglio un dolce fresco e ricco di frutta di stagione. Questa ricetta è semplice da preparare, non richiede grandi abilità in cucina. Ecco cosa vi serve:

Ingredienti
Per il pan di Spagna:
- 4 uova
- 150 g di zucchero
- 150 g di farina 00
- 1 cucchiaino di lievito per dolci
- scorza grattugiata di un limone biologico
Per la crema:
- 500 g di yogurt greco bianco
- 250 ml di panna fresca da montare
- 2 cucchiai di miele oppure 50 g di zucchero a velo
- un cucchiaino di estratto di vaniglia
Per decorare:
- fragole
- mirtilli
- lamponi
- pesche
- kiwi
- foglioline di menta
Montate le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e molto spumoso. Aggiungete delicatamente la farina setacciata, il lievito e la scorza di limone. Versate l’impasto in uno stampo da 22-24 centimetri e cuocete a 170 °C per circa 30-35 minuti. Nel frattempo preparate la crema montando la panna e incorporandola delicatamente allo yogurt, insieme al miele e alla vaniglia. Quando il pan di Spagna sarà completamente freddo, dividetelo in due dischi. Farcite con abbondante crema, richiudete la torta e ricoprite anche la superficie con uno strato sottile. Decorate con tanta frutta fresca, creando un arcobaleno di colori che renderà il dolce ancora più invitante. Lasciate riposare in frigorifero almeno due ore prima di servirla.
Se tra gli invitati ci sono bambini intolleranti al lattosio, basta utilizzare yogurt e panna senza lattosio oppure una versione vegetale. E’ importante mantenere sempre la torta al fresco fino al momento di servirla. Se la festa si svolge all’aperto, conservatela in una borsa termica o in frigorifero fino all’ultimo.
Compiti delle vacanze: errori da evitare coi bimbi
La scuola è finita, ma non si può mettere completamente da parte libri e quaderni. Luglio è il momento ideale per iniziare a pianificare i compiti delle vacanze, senza trasformare però l’estate in una lunga maratona di studio. Il segreto? Trovare un equilibrio tra apprendimento, gioco e relax. Ecco gli errori da evitare coi bimbi.
Nei primi giorni dopo la fine della scuola è giusto concedere ai bambini una pausa completa. Una o due settimane senza pensare ai compiti aiutano a ricaricare le energie e a chiudere davvero l’anno scolastico. Successivamente, però, iniziare gradualmente già da luglio è la scelta migliore. Bastano 20-30 minuti al giorno per i più piccoli e fino a un’ora per i ragazzi delle medie. Così facendo il carico di lavoro si distribuisce su tutta l’estate e settembre arriverà senza ansie.
Create un calendario semplice: coinvolgere i bambini nell’organizzazione li rende più responsabili. Insieme potete preparare un calendario settimanale, decidendo:
- quali giorni dedicare ai compiti;
- quali materie affrontare;
- quanto tempo studiare;
- quando concedersi pause e attività ricreative.
Sapere in anticipo cosa fare evita discussioni quotidiane e rende tutto più prevedibile.
Non serve trascorrere intere mattinate sui libri. L’apprendimento funziona molto meglio quando è regolare. Una routine efficace potrebbe essere:
- compiti al mattino, quando la mente è più fresca;
- pausa con una merenda;
- il resto della giornata dedicato a giochi, piscina, mare o passeggiate.
In questo modo i bambini vivono i compiti come una normale attività della giornata e non come una punizione.
Studiare non significa soltanto completare gli esercizi assegnati. Durante l’estate si può imparare in tantissimi modi:
- leggere un libro insieme;
- visitare un museo o un castello;
- osservare la natura durante una passeggiata;
- tenere un diario delle vacanze;
- fare piccoli esperimenti scientifici in casa;
- cucinare seguendo una ricetta e pesando gli ingredienti.
Sono attività che stimolano curiosità, autonomia e creatività.
Gli errori da non fare mai
Ci sono comportamenti che rischiano di rendere i compiti un motivo di tensione familiare.
Non rimandare tutto ad agosto. Accumulare settimane di esercizi significa affrontare giornate intere di studio proprio quando l’estate sta finendo.
Non sostituirsi ai bambini. Correggere, suggerire e accompagnare è utile. Fare i compiti al loro posto, invece, li priva dell’occasione di imparare.
Non usare i compiti come punizione. Frasi come “Se fai il monello, vai a fare matematica” associano lo studio a qualcosa di negativo.
Non pretendere la perfezione. Le vacanze servono anche a riposare. Un errore sul quaderno è meno importante di un bambino sereno e motivato.
Non eliminare completamente il tempo libero. Giocare, annoiarsi, inventare attività e stare all’aria aperta sono esperienze fondamentali per la crescita tanto quanto lo studio.
Giornata al mare al contrario
Con il caldo record che sta investendo l’Italia, trascorrere una giornata al mare con i bambini piccoli può trasformarsi in una vera impresa. Sveglie all’alba, corse per trovare posto sotto l’ombrellone, sole cocente già dalle prime ore del mattino e capricci dovuti alla stanchezza mettono a dura prova anche i genitori più pazienti. E se la soluzione fosse semplicemente… cambiare programma? Come trascorrere una giornata al mare al contrario.

A lanciare un’idea tanto semplice quanto efficace è Kelsey Pomeroy, mamma americana di due bambini di 4 e 1 anno. Il suo metodo, chiamato “giornata al mare al contrario” (backwards beach days), è tornato virale sui social proprio in queste settimane di caldo torrido, conquistando tantissime famiglie.
L’idea nasce dall’esigenza di adattare la giornata ai ritmi dei bambini, invece che a quelli degli adulti. Invece di raggiungere la spiaggia di prima mattina, quando tutti si precipitano in riva al mare, Kelsey organizza le prime ore della giornata con attività più tranquille e al riparo dal sole: una passeggiata, un salto in biblioteca, un po’ di divertimento al parco giochi oppure qualche ora in piscina. Dopo un pranzo anticipato arriva il momento del riposino, fondamentale soprattutto per i più piccoli. Solo nel tardo pomeriggio tutta la famiglia si sposta in spiaggia, quando il sole è meno intenso, le temperature diventano più piacevoli e anche la spiaggia si svuota.
Secondo la mamma americana, questa semplice modifica ha cambiato completamente le vacanze della sua famiglia. I bambini arrivano al mare riposati, pieni di energia e con molta più voglia di giocare. Anche mamma e papà vivono la giornata con meno stress: niente levatacce, meno preoccupazione per il rischio di scottature e addio alle classiche cene con bambini esausti, nervosi e ancora pieni di sabbia.
“Odiavo andare in spiaggia con bambini piccoli. Ma ora che faccio giornate di spiaggia al contrario, ho iniziato ad amarle”, ha raccontato Kelsey Pomeroy su Instagram. E ancora: “Non sono sicura di poter più andare in spiaggia al mattino o a mezzogiorno, almeno fino a quando i miei bambini non saranno in grado di superare la giornata senza pisolini e senza crisi di panico. I nostri picnic sulla spiaggia al tramonto sono stati molto meglio che avere bambini stanchi e urlanti in un ristorante!”.
In effetti, soprattutto durante giornate roventi come quelle che stiamo vivendo, trascorrere le ore centrali al fresco è anche una scelta consigliata dagli esperti. Tra le 11 e le 17, infatti, i raggi ultravioletti sono particolarmente intensi e aumentano il rischio di scottature, colpi di calore e disidratazione, soprattutto nei bambini.
Naturalmente ogni famiglia ha le proprie esigenze e non esiste una regola valida per tutti. Ma questa routine alternativa può rappresentare un valido spunto per chi ha figli piccoli e desidera vivere il mare con più serenità. A volte basta davvero cambiare prospettiva, o semplicemente invertire l’ordine della giornata, per trasformare una vacanza stressante in un ricordo felice da condividere con tutta la famiglia.
3 esercizi per spegnere il cervello
Siamo sempre connessi, sempre raggiungibili, sempre pronti a rispondere a un messaggio, una mail o una notifica. E così, paradossalmente, anche le vacanze rischiano di trasformarsi in un periodo in cui il corpo è lontano dalla scrivania, ma la mente continua a lavorare senza sosta. Ecco 3 esercizi per spegnere il cervello.

Non sorprende che sempre più persone tornino da un viaggio sentendosi stanche quasi quanto prima di partire. Il problema ha persino un nome: “always on culture”, la cultura della reperibilità continua. Una condizione che mantiene il cervello costantemente in allerta e il corpo in uno stato di tensione cronica. Quando siamo esposti senza sosta a stimoli digitali, infatti, il nostro organismo continua a produrre cortisolo e adrenalina, gli ormoni dello stress. Il risultato? Sonno meno riposante, difficoltà di concentrazione, irritabilità e una sensazione costante di affaticamento mentale.
Per contrastare questo fenomeno, Richard Romagnoli, formatore e coach, ha elaborato una guida pratica al “reset mentale”, basata su 3 tecniche che aiutano a rallentare il flusso dei pensieri e a ritrovare uno spazio di quiete interiore, come riporta Leggo.
1. Dieci minuti di silenzio e una pagina bianca
Il primo esercizio è tanto semplice quanto efficace. Nei giorni che precedono una vacanza, o in qualsiasi momento particolarmente stressante, concedetevi almeno dieci minuti di silenzio assoluto. Niente smartphone, niente televisione, niente musica di sottofondo. L’obiettivo non è controllare i pensieri, ma lasciarli emergere liberamente.
Subito dopo, prendete carta e penna e scrivete tutto ciò che vi passa per la testa: preoccupazioni, impegni, idee, paure, cose da ricordare. Mettere i pensieri nero su bianco aiuta il cervello a liberarsi dal bisogno di tenerli costantemente attivi. È una sorta di “svuotatasche mentale” che permette di alleggerire il carico emotivo accumulato durante la giornata.
2. Creare ogni giorno una piccola oasi di quiete
Il secondo esercizio consiste nel ritagliarsi dei micro-spazi di silenzio. Bastano venti minuti al giorno, possibilmente al mattino, per interrompere il bombardamento continuo di informazioni che accompagna le nostre giornate. mNiente podcast, niente social, niente televisione. Solo silenzio.
Può sembrare difficile all’inizio, perché siamo abituati a riempire ogni momento vuoto con uno stimolo. Eppure è proprio in quei minuti di apparente inattività che il cervello riesce a rallentare davvero. Una passeggiata senza telefono, una colazione in tranquillità o semplicemente qualche minuto seduti all’aperto possono diventare preziosi alleati del benessere mentale.
3. Tre minuti di respirazione lenta per ricominciare
Il momento più delicato arriva spesso al rientro dalle vacanze, quando notifiche, appuntamenti e impegni sembrano travolgerci nuovamente. Per evitare di perdere subito la serenità conquistata, Romagnoli suggerisce un piccolo rituale quotidiano: tre minuti di respirazione lenta e consapevole.Sedetevi comodamente, chiudete gli occhi e concentratevi sul respiro. Inspirate lentamente dal naso ed espirate con calma.
Solo tre minuti possono aiutare a riportare l’attenzione al presente, ridurre la tensione accumulata e favorire una sensazione immediata di calma. A volte bastano pochi minuti di silenzio per ritrovare ciò che cerchiamo da tempo: un po’ di pace.
IA a scuola: come insegnare a usarla
L’IA è entrata nelle case, negli smartphone e ormai anche a scuola. Per molti genitori rappresenta una grande opportunità, per altri una fonte di preoccupazione. La domanda è sempre la stessa: se un ragazzo può chiedere all’intellegenza artificiale di fare una versione di greco, risolvere un problema di matematica o scrivere una ricerca in pochi secondi, che fine farà lo studio? La risposta, forse, non è così semplice come sembra. E soprattutto non passa dal vietare la tecnologia. Cristiano Corsini, docente di Pedagogia Sperimentale all’Università Roma Tre, a Leggo spiega come insegnare a usarla per imparare davvero.
“Il vero rischio è la finzione quotidiana in classe: se la didattica continua a premiare solo la riproduzione mnemonica dei contenuti, finiremo in un loop alienante in cui gli studenti fanno i compiti con l’IA e i docenti li correggono con l’IA. La tecnologia deve servire a sviluppare il pensiero critico, non a sostituirlo”, sottolinea Corsini
Molti genitori temono che i figli smettano di studiare, affidandosi completamente alle risposte generate dai chatbot. Il rischio è reale, ma secondo l’esperto la soluzione non è demonizzare la tecnologia: “Dipende dalle scelte di docenti e genitori. Se abbiamo il terrore della tecnologia e siamo convinti che impoverisca l’apprendimento, questo è ciò che avverrà perché ci rifiutiamo di farci i conti. Il rischio di impigrirsi c’è, ma si scongiura non delegando lo sforzo. Non dobbiamo rassegnarci a figli meno colti, ma a ragazzi allenati a pensare diversamente”.
La tentazione di chiedere all’IA una ricerca già pronta o la soluzione di un esercizio è forte. Ma è proprio questo l’errore. Secondo Corsini, l’intelligenza artificiale dovrebbe essere utilizzata come uno strumento di confronto, non come un sostituto del lavoro personale: “Utilizzandola all’interno di un dialogo. Chiedere alla macchina una ricerca preconfezionata non ha senso. Bisogna usarla come un ‘amico critico’ a cui sottoporre un lavoro già svolto o un’ipotesi personale: ‘Dov’è che ho sbagliato? Come posso migliorare?‘”.
Per i ragazzi l’intelligenza artificiale può diventare un valido alleato se viene utilizzata per:
- verificare una ricerca già svolta;
- chiedere spiegazioni alternative di un argomento difficile;
- allenarsi con quiz e domande;
- individuare errori in un testo scritto;
- confrontare diverse interpretazioni di un tema storico, letterario o scientifico.
In tutti questi casi il lavoro di pensiero resta nelle mani dello studente.
“Noi apprendiamo davvero quando usiamo le nozioni appena lette per fare ipotesi, e l’IA è un ottimo alleato per testarne la tenuta. Produce plausibilità, non verità, e questo costringe i ragazzi a verificare le risposte sviluppando il pensiero critico”, sottolinea ancora Corsini. L’IA può fare molte cose, ma non può sostituire la curiosità, il dubbio, la capacità di ragionare e di scegliere.
Estate studio all’estero: vademecum per i figli
La scuola è finita e per molte famiglie arriva in estate il momento di una delle esperienze più formative dell’adolescenza: un soggiorno studio all’estero. Che si tratti di due settimane in college, di un campus internazionale o di una famiglia ospitante, partire per imparare l’inglese significa molto più che frequentare un corso di lingua. Per molti ragazzi è la prima vera esperienza lontano da casa, un’occasione preziosa per acquisire autonomia, sicurezza e nuove amicizie. Ma come possono i genitori prepararli al meglio? E come aiutarli ad affrontare senza ansia il distacco? Ecco un vademecum per preparare i figli

Parlatene con anticipo
Uno degli errori più comuni è concentrarsi soltanto sugli aspetti pratici della partenza. In realtà è importante preparare anche il lato emotivo. Parlate con vostro figlio di ciò che lo aspetta: la nuova scuola, la famiglia ospitante, i compagni provenienti da altri Paesi. Lasciategli esprimere dubbi, paure ed entusiasmo senza minimizzare le sue emozioni.È normale essere felici e spaventati allo stesso tempo.
Allenare un po’ l’inglese prima della partenza
Non servono lezioni intensive dell’ultimo minuto. Molto più utile è abituarsi all’ascolto della lingua. Film in lingua originale, serie tv con sottotitoli, podcast per ragazzi e semplici conversazioni possono aiutare ad arrivare più preparati. Il messaggio da trasmettere è semplice: non serve parlare perfettamente. L’importante è avere voglia di comunicare.
Insegnare l’autonomia quotidiana
Prima di partire è utile verificare che il ragazzo sappia gestire alcune attività di base:
- preparare la valigia;
- tenere in ordine le proprie cose;
- organizzare gli orari;
- usare il telefono in modo responsabile;
- gestire una piccola somma di denaro.
Piccole competenze che all’estero faranno una grande differenza.
Preparare una valigia intelligente
Meglio evitare di riempire il bagaglio all’inverosimile. Oltre agli abiti adeguati al clima, è utile inserire:
- una copia dei documenti;
- eventuali farmaci personali;
- numeri di emergenza;
- adattatore per le prese elettriche;
- una felpa o una giacca impermeabile, sempre utili anche in estate.
Molti ragazzi trovano rassicurante portare con sé un piccolo oggetto che ricordi casa.
Stabilire regole per le comunicazioni
Prima della partenza concordate insieme quando sentirvi. Videochiamate continue possono rendere più difficile l’inserimento nel nuovo contesto. Sentire mamma e papà ogni cinque minuti non aiuta a vivere l’esperienza. Meglio stabilire un momento della giornata dedicato alle comunicazioni e lasciare al ragazzo lo spazio per immergersi nella nuova realtà.
Attenzione alla nostalgia
La cosiddetta homesickness, la nostalgia di casa, è molto frequente nei primi giorni. Può manifestarsi con tristezza, irritabilità o voglia di tornare subito a casa. Nella maggior parte dei casi è una fase passeggera che si supera rapidamente. I genitori possono aiutare ascoltando senza drammatizzare e incoraggiando il figlio a partecipare alle attività e a fare nuove amicizie.
Non creare aspettative irrealistiche
Non tutti torneranno parlando inglese come madrelingua dopo due settimane. L’obiettivo più importante non è la perfezione linguistica, ma la crescita personale. Molti ragazzi rientrano con maggiore fiducia in se stessi, più autonomia e una nuova consapevolezza delle proprie capacità.
Al ritorno, lasciate che raccontino
Quando rientrano a casa, evitate di trasformare l’esperienza in un’interrogazione. Lasciate che siano loro a raccontare ciò che hanno vissuto, le amicizie nate, le difficoltà superate e i momenti più divertenti. Spesso il vero valore del soggiorno studio emerge proprio dopo il ritorno, quando i ragazzi si rendono conto di essere cambiati un po’.
Partire da soli per un soggiorno studio è una piccola sfida, sia per i figli sia per i genitori. Per i ragazzi significa scoprire di poter cavarsela lontano da casa. Per mamma e papà significa fare un passo indietro e lasciare spazio alla crescita. Ed è proprio questa fiducia reciproca il ricordo più prezioso che porteranno con sé al ritorno.
Scuola: la bocciatura può essere un’opportunità
La fine dell’anno scolastico porta con sé pagelle, ansie e aspettative. Per alcuni ragazzi, però, arriva anche una notizia difficile da accettare: la bocciatura. Un evento che spesso viene vissuto come una sconfitta, ma che potrebbe trasformarsi in un’importante occasione di crescita. La bocciatura a scuola può essere un’opportunità.

A sostenerlo è il giornalista e scrittore Federico Mello, autore del libro Elogio della bocciatura, nato proprio dalla sua esperienza personale. Aveva 15 anni quando fu bocciato e ricorda ancora perfettamente quel momento. “Non è possibile, non posso essere io”, pensò quando vide il risultato. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, guarda a quell’episodio con occhi diversi e ha deciso di raccontarlo per aiutare ragazzi e famiglie ad affrontare il fallimento scolastico senza vergogna e lo spiega al Corriere della Sera.
Secondo Mello, il problema non è solo il voto insufficiente. Spesso un ragazzo che viene bocciato è un ragazzo che si sente solo, incompreso o schiacciato dalle aspettative. Nel libro trova spazio anche la riflessione di Alberto Bonfanti, insegnante da oltre quarant’anni e presidente di Portofranco Milano, centro che sostiene gratuitamente studenti in difficoltà. “Dietro una bocciatura si può trovare molta solitudine – spiega Bonfanti – Intorno al ragazzo che molla la scuola o che smette di studiare spesso non c’è nessun adulto che lo aiuta ad affrontare le difficoltà”.
Uno dei concetti più forti espressi da Mello riguarda il valore personale dei ragazzi. “Tu non sei i tuoi voti. Tu non sei il tuo percorso scolastico. Tu sei tantissimo altro”, scrive nel libro. Parole che dovrebbero essere appese in ogni cameretta. Perché un’insufficienza o una bocciatura non definiscono il carattere, le capacità o il futuro di una persona. Anche molti genitori, sottolinea l’autore in un’intervista, vivono i risultati scolastici dei figli come un giudizio su se stessi. Un peso enorme che rischia di aumentare la pressione sui ragazzi.
Dietro molte difficoltà scolastiche si nascondono ansia, insicurezze e fragilità emotive. “Ho parlato con tantissimi ragazzi bocciati, l’ansia è generalizzata. Alcuni studenti fanno scena muta alla cattedra e invece sono preparatissimi”, racconta Mello. Tra social network, confronti continui, aspettative elevate e paura di sbagliare, molti adolescenti vivono la scuola con una pressione che spesso gli adulti faticano a comprendere.
Secondo l’autore, il primo passo è cambiare prospettiva. Un brutto risultato non deve diventare un’etichetta: “Chi fallisce deve uscire dall’idea di essere uno che non vale niente”. Per questo è importante aiutare i ragazzi a distinguere tra il giudizio su una prestazione e il valore della loro persona. Un anno andato male non cancella talenti, passioni e potenzialità.
Nel libro si parla anche del concetto di daìmon, una sorta di vocazione personale, quella passione che ogni ragazzo dovrebbe avere la possibilità di scoprire e coltivare. Sport, musica, arte, lettura, tecnologia: trovare ciò che accende entusiasmo e motivazione può fare la differenza nel percorso di crescita: “È importante coltivare una passione, fare più esperienze possibili in modo tale da intercettarla e trovare la propria strada”.
Per aiutare i ragazzi a ridimensionare la delusione, Mello ricorda che molte persone di successo hanno conosciuto il fallimento scolastico prima di raggiungere traguardi straordinari. Tra questi cita nomi come Alberto Angela, Umberto Veronesi, Albert Einstein e Winston Churchill. La lezione finale è forse la più importante di tutte: gli errori fanno parte della vita e non rappresentano necessariamente un ostacolo. Anzi, come scrive Federico Mello, “l’errore, la bocciatura, non rappresentano un ostacolo sulla via, ma la via stessa”. Un messaggio prezioso da ricordare in questi giorni di pagelle.
Diabete nei bambini: 5 regole per affrontarlo
Ricevere una diagnosi di diabete per il proprio figlio è uno di quei momenti che può spaventare qualsiasi genitore. Le domande si affollano nella mente, le preoccupazioni aumentano e tutto sembra improvvisamente più complicato. Eppure, secondo gli esperti, il diabete nei bambini non deve essere visto solo come una sfida, ma anche come un percorso che può insegnare a tutta la famiglia nuove competenze, consapevolezza e forza. È questo il messaggio emerso durante il convegno “Il diabete incontra una persona”, organizzato a San Marino dallo psicologo dell’età evolutiva Riccardo Venturini, che da anni si occupa di accompagnare bambini e famiglie nella gestione della malattia. Ecco 5 regole per affrontarlo.

Il diabete non riguarda mai soltanto il bambino. Coinvolge mamma, papà, fratelli e tutte le persone che fanno parte della sua quotidianità. Per questo motivo è importante affrontarlo insieme, senza sentirsi soli. Secondo Venturini, una diagnosi di diabete può diventare l’occasione per sviluppare una maggiore attenzione verso la salute, il benessere e la qualità della vita di tutta la famiglia.
Gli esperti suggeriscono alcuni punti fondamentali che possono aiutare genitori e figli a vivere questa esperienza con maggiore serenità. Le 5 regole per affrontare il diabete nei bambini:
1. Essere consapevoli e affrontare insieme i momenti difficili
La prima regola è non ignorare le difficoltà. Le paure, i dubbi e i cambiamenti fanno parte del percorso. Affrontarli insieme aiuta il bambino a sentirsi protetto e sostenuto.
2. Imparare ad ascoltarsi
La comunicazione è fondamentale. I bambini devono sentirsi liberi di esprimere emozioni, preoccupazioni e disagi, mentre i genitori devono imparare ad ascoltare senza giudicare. I problemi possono essere affrontati e risolti un passo alla volta.
3. Fare squadra
Quando si parla di diabete non esistono “io” e “tu”. Esiste un “noi”. Sentirsi una squadra aiuta il bambino a non vivere la malattia come un peso da portare da solo.
4. Dare spazio alle emozioni
Paura, rabbia, tristezza ma anche speranza e fiducia: tutte le emozioni meritano di essere accolte. Imparare a riconoscerle e gestirle è una parte importante del percorso.
5. Guardare sempre all’obiettivo: vivere meglio
Il traguardo non è semplicemente controllare la glicemia, ma costruire una vita piena, attiva e soddisfacente. Oggi, grazie ai progressi della medicina, i bambini con diabete possono praticare sport, viaggiare, studiare e realizzare i propri sogni.
Gli specialisti ricordano che uno stile di vita sano è fondamentale sia per la prevenzione sia per la gestione del diabete. Una corretta alimentazione dovrebbe prevedere:
- frutta e verdura ogni giorno;
- cereali integrali;
- proteine di qualità;
- legumi;
- una buona quota di fibre.
Andrebbero invece limitati:
- bevande zuccherate;
- snack industriali;
- alimenti ultraprocessati;
- eccesso di sale;
- grassi saturi;
- consumo frequente di carni rosse.
L’obiettivo non deve essere quello di proibire, ma di educare. I bambini imparano soprattutto dall’esempio degli adulti.
Un altro messaggio emerso dal convegno riguarda l’importanza dell’attività fisica. Muoversi regolarmente aiuta a controllare meglio la glicemia, favorisce il benessere psicologico e aumenta l’autostima.Non a caso alcuni esperti definiscono lo sport una vera e propria “terapia naturale” per chi convive con il diabete.
In Italia sono circa 17 mila i ragazzi sotto i 20 anni che convivono con il diabete di tipo 1. A questi si aggiungono sempre più casi di diabete di tipo 2, favorito dall’aumento dell’obesità infantile. La buona notizia è che oggi la ricerca continua a fare passi avanti, con farmaci sempre più efficaci e strumenti che permettono di gestire la malattia con maggiore semplicità. Per le famiglie, però, la risorsa più importante resta una: affrontare il percorso insieme. Con informazione, dialogo, supporto reciproco e fiducia nel futuro. Perché il diabete cambia alcune abitudini, ma non impedisce ai bambini di crescere felici, attivi e pieni di progetti.

Scritto da Annamaria e postato in