Solo-maxxing
Tra le tante mode che nascono sui social, ce n’è una che preoccupa noi genitori, psicologi ed educatori. Si chiama solo-maxxing. Questo termine cela una tendenza che può diventare problematica soprattutto per gli adolescenti. Sempre più ragazzi scelgono di isolarsi volontariamente, convinti che stare lontani dagli altri sia il modo migliore per migliorare se stessi. Ma è davvero così?

Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi solo (da soli) e maxxing (massimizzare). In pratica, chi segue questa filosofia cerca di “ottimizzare” la propria vita dedicando tutto il tempo a sé: allenamento, studio, alimentazione, letture, videogiochi, crescita personale o sviluppo di nuove competenze. L’idea di prendersi cura di sé è senza dubbio positiva. Il problema nasce quando il desiderio di migliorarsi si trasforma nella convinzione che le relazioni siano soltanto una perdita di tempo.
Sui social, in particolare su TikTok, Instagram e YouTube, molti creator raccontano la propria routine ideale: sveglia all’alba, palestra, lavoro o studio, alimentazione rigidissima e pochissimi rapporti sociali. L’immagine proposta è quella del ragazzo “forte”, indipendente e autosufficiente, che non ha bisogno di amici, fidanzati o momenti di svago.
Per un adolescente, però, questo messaggio può essere molto pericoloso. L’età della crescita è infatti il periodo in cui si impara a costruire amicizie, affrontare i conflitti, sviluppare empatia e creare legami. Rinunciare a tutto questo significa privarsi di esperienze fondamentali per lo sviluppo emotivo.
Gli psicologi sottolineano che trascorrere del tempo da soli fa bene: aiuta a conoscersi meglio, favorisce la concentrazione e permette di recuperare energie. Ma l’isolamento volontario e prolungato è un’altra cosa. Il rischio è quello di sviluppare solitudine, ansia sociale e una crescente difficoltà nel relazionarsi con gli altri.
Per questo i genitori hanno un ruolo fondamentale. Devono comprendere il fenomeno e parlarne con i propri figli. Crescere significa anche imparare a stare con gli altri, condividere emozioni, affrontare delusioni e coltivare amicizie sincere. Nessuno di noi, tanto meno i giovanissimi, può trasformarsi in ‘un’isola’.
IA a scuola: come insegnare a usarla
L’IA è entrata nelle case, negli smartphone e ormai anche a scuola. Per molti genitori rappresenta una grande opportunità, per altri una fonte di preoccupazione. La domanda è sempre la stessa: se un ragazzo può chiedere all’intellegenza artificiale di fare una versione di greco, risolvere un problema di matematica o scrivere una ricerca in pochi secondi, che fine farà lo studio? La risposta, forse, non è così semplice come sembra. E soprattutto non passa dal vietare la tecnologia. Cristiano Corsini, docente di Pedagogia Sperimentale all’Università Roma Tre, a Leggo spiega come insegnare a usarla per imparare davvero.
“Il vero rischio è la finzione quotidiana in classe: se la didattica continua a premiare solo la riproduzione mnemonica dei contenuti, finiremo in un loop alienante in cui gli studenti fanno i compiti con l’IA e i docenti li correggono con l’IA. La tecnologia deve servire a sviluppare il pensiero critico, non a sostituirlo”, sottolinea Corsini
Molti genitori temono che i figli smettano di studiare, affidandosi completamente alle risposte generate dai chatbot. Il rischio è reale, ma secondo l’esperto la soluzione non è demonizzare la tecnologia: “Dipende dalle scelte di docenti e genitori. Se abbiamo il terrore della tecnologia e siamo convinti che impoverisca l’apprendimento, questo è ciò che avverrà perché ci rifiutiamo di farci i conti. Il rischio di impigrirsi c’è, ma si scongiura non delegando lo sforzo. Non dobbiamo rassegnarci a figli meno colti, ma a ragazzi allenati a pensare diversamente”.
La tentazione di chiedere all’IA una ricerca già pronta o la soluzione di un esercizio è forte. Ma è proprio questo l’errore. Secondo Corsini, l’intelligenza artificiale dovrebbe essere utilizzata come uno strumento di confronto, non come un sostituto del lavoro personale: “Utilizzandola all’interno di un dialogo. Chiedere alla macchina una ricerca preconfezionata non ha senso. Bisogna usarla come un ‘amico critico’ a cui sottoporre un lavoro già svolto o un’ipotesi personale: ‘Dov’è che ho sbagliato? Come posso migliorare?‘”.
Per i ragazzi l’intelligenza artificiale può diventare un valido alleato se viene utilizzata per:
- verificare una ricerca già svolta;
- chiedere spiegazioni alternative di un argomento difficile;
- allenarsi con quiz e domande;
- individuare errori in un testo scritto;
- confrontare diverse interpretazioni di un tema storico, letterario o scientifico.
In tutti questi casi il lavoro di pensiero resta nelle mani dello studente.
“Noi apprendiamo davvero quando usiamo le nozioni appena lette per fare ipotesi, e l’IA è un ottimo alleato per testarne la tenuta. Produce plausibilità, non verità, e questo costringe i ragazzi a verificare le risposte sviluppando il pensiero critico”, sottolinea ancora Corsini. L’IA può fare molte cose, ma non può sostituire la curiosità, il dubbio, la capacità di ragionare e di scegliere.
Estate studio all’estero: vademecum per i figli
La scuola è finita e per molte famiglie arriva in estate il momento di una delle esperienze più formative dell’adolescenza: un soggiorno studio all’estero. Che si tratti di due settimane in college, di un campus internazionale o di una famiglia ospitante, partire per imparare l’inglese significa molto più che frequentare un corso di lingua. Per molti ragazzi è la prima vera esperienza lontano da casa, un’occasione preziosa per acquisire autonomia, sicurezza e nuove amicizie. Ma come possono i genitori prepararli al meglio? E come aiutarli ad affrontare senza ansia il distacco? Ecco un vademecum per preparare i figli

Parlatene con anticipo
Uno degli errori più comuni è concentrarsi soltanto sugli aspetti pratici della partenza. In realtà è importante preparare anche il lato emotivo. Parlate con vostro figlio di ciò che lo aspetta: la nuova scuola, la famiglia ospitante, i compagni provenienti da altri Paesi. Lasciategli esprimere dubbi, paure ed entusiasmo senza minimizzare le sue emozioni.È normale essere felici e spaventati allo stesso tempo.
Allenare un po’ l’inglese prima della partenza
Non servono lezioni intensive dell’ultimo minuto. Molto più utile è abituarsi all’ascolto della lingua. Film in lingua originale, serie tv con sottotitoli, podcast per ragazzi e semplici conversazioni possono aiutare ad arrivare più preparati. Il messaggio da trasmettere è semplice: non serve parlare perfettamente. L’importante è avere voglia di comunicare.
Insegnare l’autonomia quotidiana
Prima di partire è utile verificare che il ragazzo sappia gestire alcune attività di base:
- preparare la valigia;
- tenere in ordine le proprie cose;
- organizzare gli orari;
- usare il telefono in modo responsabile;
- gestire una piccola somma di denaro.
Piccole competenze che all’estero faranno una grande differenza.
Preparare una valigia intelligente
Meglio evitare di riempire il bagaglio all’inverosimile. Oltre agli abiti adeguati al clima, è utile inserire:
- una copia dei documenti;
- eventuali farmaci personali;
- numeri di emergenza;
- adattatore per le prese elettriche;
- una felpa o una giacca impermeabile, sempre utili anche in estate.
Molti ragazzi trovano rassicurante portare con sé un piccolo oggetto che ricordi casa.
Stabilire regole per le comunicazioni
Prima della partenza concordate insieme quando sentirvi. Videochiamate continue possono rendere più difficile l’inserimento nel nuovo contesto. Sentire mamma e papà ogni cinque minuti non aiuta a vivere l’esperienza. Meglio stabilire un momento della giornata dedicato alle comunicazioni e lasciare al ragazzo lo spazio per immergersi nella nuova realtà.
Attenzione alla nostalgia
La cosiddetta homesickness, la nostalgia di casa, è molto frequente nei primi giorni. Può manifestarsi con tristezza, irritabilità o voglia di tornare subito a casa. Nella maggior parte dei casi è una fase passeggera che si supera rapidamente. I genitori possono aiutare ascoltando senza drammatizzare e incoraggiando il figlio a partecipare alle attività e a fare nuove amicizie.
Non creare aspettative irrealistiche
Non tutti torneranno parlando inglese come madrelingua dopo due settimane. L’obiettivo più importante non è la perfezione linguistica, ma la crescita personale. Molti ragazzi rientrano con maggiore fiducia in se stessi, più autonomia e una nuova consapevolezza delle proprie capacità.
Al ritorno, lasciate che raccontino
Quando rientrano a casa, evitate di trasformare l’esperienza in un’interrogazione. Lasciate che siano loro a raccontare ciò che hanno vissuto, le amicizie nate, le difficoltà superate e i momenti più divertenti. Spesso il vero valore del soggiorno studio emerge proprio dopo il ritorno, quando i ragazzi si rendono conto di essere cambiati un po’.
Partire da soli per un soggiorno studio è una piccola sfida, sia per i figli sia per i genitori. Per i ragazzi significa scoprire di poter cavarsela lontano da casa. Per mamma e papà significa fare un passo indietro e lasciare spazio alla crescita. Ed è proprio questa fiducia reciproca il ricordo più prezioso che porteranno con sé al ritorno.
Scuola: la bocciatura può essere un’opportunità
La fine dell’anno scolastico porta con sé pagelle, ansie e aspettative. Per alcuni ragazzi, però, arriva anche una notizia difficile da accettare: la bocciatura. Un evento che spesso viene vissuto come una sconfitta, ma che potrebbe trasformarsi in un’importante occasione di crescita. La bocciatura a scuola può essere un’opportunità.

A sostenerlo è il giornalista e scrittore Federico Mello, autore del libro Elogio della bocciatura, nato proprio dalla sua esperienza personale. Aveva 15 anni quando fu bocciato e ricorda ancora perfettamente quel momento. “Non è possibile, non posso essere io”, pensò quando vide il risultato. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, guarda a quell’episodio con occhi diversi e ha deciso di raccontarlo per aiutare ragazzi e famiglie ad affrontare il fallimento scolastico senza vergogna e lo spiega al Corriere della Sera.
Secondo Mello, il problema non è solo il voto insufficiente. Spesso un ragazzo che viene bocciato è un ragazzo che si sente solo, incompreso o schiacciato dalle aspettative. Nel libro trova spazio anche la riflessione di Alberto Bonfanti, insegnante da oltre quarant’anni e presidente di Portofranco Milano, centro che sostiene gratuitamente studenti in difficoltà. “Dietro una bocciatura si può trovare molta solitudine – spiega Bonfanti – Intorno al ragazzo che molla la scuola o che smette di studiare spesso non c’è nessun adulto che lo aiuta ad affrontare le difficoltà”.
Uno dei concetti più forti espressi da Mello riguarda il valore personale dei ragazzi. “Tu non sei i tuoi voti. Tu non sei il tuo percorso scolastico. Tu sei tantissimo altro”, scrive nel libro. Parole che dovrebbero essere appese in ogni cameretta. Perché un’insufficienza o una bocciatura non definiscono il carattere, le capacità o il futuro di una persona. Anche molti genitori, sottolinea l’autore in un’intervista, vivono i risultati scolastici dei figli come un giudizio su se stessi. Un peso enorme che rischia di aumentare la pressione sui ragazzi.
Dietro molte difficoltà scolastiche si nascondono ansia, insicurezze e fragilità emotive. “Ho parlato con tantissimi ragazzi bocciati, l’ansia è generalizzata. Alcuni studenti fanno scena muta alla cattedra e invece sono preparatissimi”, racconta Mello. Tra social network, confronti continui, aspettative elevate e paura di sbagliare, molti adolescenti vivono la scuola con una pressione che spesso gli adulti faticano a comprendere.
Secondo l’autore, il primo passo è cambiare prospettiva. Un brutto risultato non deve diventare un’etichetta: “Chi fallisce deve uscire dall’idea di essere uno che non vale niente”. Per questo è importante aiutare i ragazzi a distinguere tra il giudizio su una prestazione e il valore della loro persona. Un anno andato male non cancella talenti, passioni e potenzialità.
Nel libro si parla anche del concetto di daìmon, una sorta di vocazione personale, quella passione che ogni ragazzo dovrebbe avere la possibilità di scoprire e coltivare. Sport, musica, arte, lettura, tecnologia: trovare ciò che accende entusiasmo e motivazione può fare la differenza nel percorso di crescita: “È importante coltivare una passione, fare più esperienze possibili in modo tale da intercettarla e trovare la propria strada”.
Per aiutare i ragazzi a ridimensionare la delusione, Mello ricorda che molte persone di successo hanno conosciuto il fallimento scolastico prima di raggiungere traguardi straordinari. Tra questi cita nomi come Alberto Angela, Umberto Veronesi, Albert Einstein e Winston Churchill. La lezione finale è forse la più importante di tutte: gli errori fanno parte della vita e non rappresentano necessariamente un ostacolo. Anzi, come scrive Federico Mello, “l’errore, la bocciatura, non rappresentano un ostacolo sulla via, ma la via stessa”. Un messaggio prezioso da ricordare in questi giorni di pagelle.
Esami alle porte: come aiutare i figli
Ci siamo. Con l’arrivo di giugno, in migliaia di case italiane si respira la stessa atmosfera: libri aperti sul tavolo, ripassi dell’ultimo minuto, appunti sparsi ovunque e una certa dose di ansia che aleggia nell’aria. Per chi affronta l’esame di terza media o la nuova maturità, questo è uno dei primi veri banchi di prova della vita. E spesso, a vivere la tensione quasi quanto i ragazzi, sono mamma e papà. Con gli esami alle porte come aiutare i figli?
La tentazione di controllare tutto è forte: chiedere continuamente se hanno studiato, verificare ogni programma, ricordare ogni scadenza. Eppure gli esperti sono concordi: il modo migliore per aiutare un figlio durante gli esami non è aumentare la pressione, ma diventare un punto di riferimento stabile e rassicurante.
Per molti ragazzi la paura più grande non è l’esame in sé, ma il timore di deludere le aspettative degli adulti. Frasi come “Devi prendere un bel voto”, “Con tutto quello che hai studiato non puoi sbagliare” oppure “Questo esame è fondamentale” possono sembrare innocue, ma rischiano di trasformare una normale preoccupazione in un vero carico emotivo. Molto più utile è ricordare ai figli che un esame misura una preparazione scolastica, non il loro valore come persone.
Anche l’organizzazione delle giornate merita attenzione. Nei giorni che precedono le prove non serve trasformare la casa in una caserma. Meglio aiutare i ragazzi a costruire una routine equilibrata, alternando studio, pause, attività fisica e momenti di svago. Una passeggiata, una corsa al parco, una pedalata o perfino una partita a pallone con gli amici possono essere alleati preziosi. Muoversi aiuta a scaricare la tensione e migliora la concentrazione.
Attenzione anche al sonno. Nelle settimane degli esami molti adolescenti tendono a fare le ore piccole per ripassare. In realtà dormire poco riduce memoria, attenzione e capacità di apprendimento. Un buon riposo vale spesso più di qualche pagina studiata alle due di notte.
Anche l’alimentazione può dare una mano. Colazioni complete, pasti regolari e tanta idratazione aiutano il cervello a lavorare meglio. Meglio evitare di compensare la stanchezza con bevande energetiche o quantità eccessive di caffè.
Per i ragazzi che affrontano l’esame di terza media, il ruolo dei genitori resta ancora molto importante. È il primo esame della loro vita e l’emotività può giocare brutti scherzi. In questo caso può essere utile simulare l’orale, ascoltare una presentazione o semplicemente incoraggiarli a raccontare ciò che hanno studiato.
Con i maturandi, invece, occorre spesso fare un passo indietro. A 18 o 19 anni molti ragazzi desiderano gestire autonomamente il proprio percorso. Essere presenti senza invadere i loro spazi può rivelarsi la strategia più efficace. La nuova maturità, poi, porta con sé un’attenzione particolare al percorso svolto durante l’anno scolastico, alle competenze maturate e alla capacità di collegare conoscenze diverse. Per questo non serve imparare tutto a memoria. È più importante comprendere, ragionare e saper costruire collegamenti.
E se arriva un momento di crisi? Può capitare. Qualche lacrima, un attacco di panico, la sensazione di non ricordare più nulla sono esperienze molto comuni. In quei casi la cosa migliore da fare è ascoltare senza minimizzare. Evitiamo frasi come “Non è niente” o “Non hai motivo di agitarti”. Per chi sta vivendo quell’emozione, invece, il motivo esiste eccome. Meglio accogliere la preoccupazione e ricordare che sentirsi agitati prima di un esame è assolutamente normale.
Tra qualche settimana tutto questo sarà già un ricordo. I voti passeranno, le prove finiranno, ma resterà il modo in cui i ragazzi si saranno sentiti accompagnati durante questo percorso. Forse il regalo più grande che un genitore può fare in questi giorni non è un aiuto nello studio, ma la certezza di avere accanto qualcuno che crede in lui a prescindere dal risultato finale.
Nuovi programmi scolastici: vecchi libri da buttare
Il grande aggiornamento delle Indicazioni nazionali, quello che dal 2026 cambierà programmi, impostazione didattica e persino alcune materie come il ritorno del latino alle medie, non avrà effetti solo sul modo di insegnare. Avrà un impatto molto concreto anche sulle tasche delle famiglie. È un aspetto di cui si parla poco, ma che rischia di diventare il problema numero uno già dall’anno scolastico 2026/27: i vecchi libri non varranno più nulla e il mercato dell’usato, per un anno o forse due, sarà praticamente azzerato. Insomma, nuovi programmi scolastici, e quindi vecchi libri da buttare.

Il motivo è semplice. Quando entrano in vigore nuove Indicazioni nazionali, gli editori devono rivedere completamente i testi: non qualche paragrafo, ma l’impostazione, la scelta dei contenuti, le mappe concettuali, gli esercizi, talvolta perfino l’ordine dei capitoli. Questo significa che i libri attualmente in circolazione non saranno più adottabili. Chi aveva già programmato di comprare i testi di seconda mano, si ritroverà senza alternative, obbligato a passare al nuovo.
Il problema riguarda soprattutto le scuole medie, perché è qui che il ricambio dei libri pesa di più. Per molte famiglie, l’usato è sempre stato una boccata d’ossigeno: un risparmio che, a seconda delle materie, può arrivare anche al 40-50% sul costo finale. E non è solo questione di risparmiare: c’è anche il tema del “ciclo virtuoso”, in cui ogni studente vende i propri libri per acquistare quelli dell’anno successivo, ammortizzando la spesa. Con il cambio dei programmi, questo ciclo si interrompe. Chi oggi frequenta seconda o terza media, ad esempio, non potrà rivendere quasi nulla, e chi entrerà in prima media nel 2026 dovrà acquistare tutto nuovo.
Il paradosso è evidente: una riforma pensata per modernizzare la scuola rischia di pesare soprattutto sulle famiglie che già fanno fatica a sostenere una lista di testi sempre più costosa. E questo accade proprio mentre il governo sta spingendo su tradizione, radici culturali e studio più rigoroso della grammatica e della storia dell’Occidente. Una visione condivisibile o meno, ma che inevitabilmente porta con sé un prezzo.
A tutto questo si aggiunge un altro dettaglio poco considerato: il mercato dell’usato non è solo un modo per risparmiare, ma anche una forma di economia circolare spontanea, un’abitudine utilissima che riduce sprechi e consumo di carta. Con l’arrivo dei nuovi programmi, migliaia di libri attuali rischiano di finire nei cassetti, negli scatoloni o, peggio ancora, al macero.
Le famiglie dovranno quindi prepararsi a un autunno 2026 più costoso del solito. C’è chi parla di incentivi, chi suggerisce voucher o bonus libri ampliati, chi chiede alle scuole di adottare testi digitali almeno in parte. Ma ad oggi, soluzioni ufficiali non ce ne sono. E la sensazione è che questo tema emergerà forte e chiaro solo quando, a giugno, verranno pubblicate le nuove liste dei libri di testo.
Per ora, di certo c’è una cosa sola: dietro la riforma culturale che il Ministero dell’Istruzione ha avviato, si nasconde anche una riforma economica non dichiarata, che riguarda direttamente ogni famiglia italiana con figli in età scolare. Il rischio è che il rinnovamento didattico diventi, almeno all’inizio, un rinnovamento costoso.
La scuola italiana cambia
A fine dicembre 2025 il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha firmato il testo definitivo delle nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, cioè le nostre medie. Saranno operative dal primo anno scolastico 2026/27, dando il via a una trasformazione importante dei programmi didattici che era al centro di un lungo dibattito pubblico da mesi. La scuola italiana cambia volto.

L’obiettivo dichiarato dal Ministro è chiaro: “voltare pagina”, restituendo al percorso scolastico un impianto culturale che valorizzi la storia occidentale, la nostra identità linguistica e i fondamenti della lingua italiana, a partire dalla grammatica e dallo studio dei classici. Secondo Valditara, queste scelte dovrebbero aiutare gli studenti a sviluppare una maggiore padronanza espressiva e un pensiero critico più solido, senza però tornare a un passato superato ma attingendo alle radici della nostra civiltà.
Una delle novità che ha attirato maggiore attenzione è il ritorno del latino nella scuola media, previsto a partire dal secondo anno. Lo studio del latino sarà facoltativo, con un’ora settimanale aggiuntiva svolta nelle attività pomeridiane di potenziamento e affidato ai docenti di italiano già abilitati per la disciplina. L’intento è di fare del latino non una materia esclusiva, ma uno strumento di sostegno alla comprensione profonda della lingua e alla logica del pensiero.
Accanto al latino, si rafforza lo studio della grammatica e della calligrafia fin dalla scuola primaria, con l’obiettivo di evitare “eccessi di spontaneismo” nell’espressione scritta e promuovere una scrittura più consapevole e accurata. Verrà data maggiore importanza alla memorizzazione di poesie e filastrocche, alla scrittura in corsivo, all’ortografia e ai riassunti, strumenti ritenuti utili anche per favorire la comprensione e la riflessione personale sui testi.
Un altro aspetto centrale riguarda l’insegnamento della storia, che nelle nuove linee guida viene orientato con una forte enfasi sulla storia dell’Occidente come filo conduttore dei programmi. In pratica, si privilegia il racconto delle origini e dello sviluppo della civiltà europea e italiana, con l’intento di offrire agli studenti una narrativa storica più coerente e integrata delle proprie radici culturali.
Le modifiche, tuttavia, non riguardano solo le cosiddette “materie umanistiche”. Secondo il testo delle Indicazioni nazionali, verranno innovati anche i programmi di matematica, scienze, musica e lingue straniere, con un approccio didattico che punta a partire dal reale, includere strumenti digitali e stimolare competenze pratiche insieme a quelle teoriche. Anche l’educazione motoria e tecnica avrà spazi e accorgimenti pensati per una didattica più laboratoriale e coinvolgente.
Naturalmente, un cambiamento di questa portata non è passato senza controversie. Sindacati e alcune associazioni di insegnanti hanno espresso critiche, definendo i nuovi programmi troppo prescrittivi o troppo centrati su una visione culturale considerata da alcuni troppo orientata verso l’identità occidentale. Alcune osservazioni sono state sollevate anche dal Consiglio di Stato durante l’iter di approvazione, sebbene alla fine sia arrivato il via libera.
Ora la parola passa agli editori e alle scuole, che dovranno preparare i nuovi libri di testo e organizzare l’offerta formativa in vista dell’anno scolastico 2026/27. Per insegnanti, studenti e famiglie si apre quindi un periodo di lavoro e di adattamento, in cui l’educazione italiana punta a combinare tradizione e innovazione per rispondere alle esigenze di un mondo in rapido cambiamento.
Homeschooling
Quando si parla di istruzione obbligatoria, la mente corre subito all’immagine tradizionale: lo zaino, la scuola, l’aula, i compagni. Eppure in Italia, come in molti altri Paesi, esiste un’alternativa regolamentata: l’istruzione parentale, più nota come homeschooling o home education. Significa che non è obbligatorio frequentare una scuola: i genitori possono scegliere di “fare scuola a casa” per i figli, assumendosi la responsabilità della loro istruzione diretta.

La recente vicenda dei bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco” ha portato alla ribalta questo tema. Le famiglie che optano per l’homeschooling non sono fuori legge: la normativa italiana lo consente, a patto di rispettare alcune Regole. Nel caso in questione, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha confermato che per quei bambini l’obbligo scolastico risultava “regolarmente espletato” tramite educazione domiciliare riconosciuta.
Allora, come funziona davvero l’istruzione parentale? E cosa devono sapere le famiglie che la scelgono, oggi, in Italia?
Innanzitutto, per “optare” per l’homeschooling bisogna fare una dichiarazione formale: i genitori devono inviare al dirigente scolastico della scuola più vicina una comunicazione in cui dichiarano la loro volontà di provvedere all’istruzione in famiglia, e affermano di possedere la capacità tecnica o economica per farlo. Questa dichiarazione va rinnovata ogni anno.
Dopo aver fatto questa scelta, i bambini non “perdono” l’obbligo scolastico: lo affrontano in un modo diverso, e cioè somministrando loro l’istruzione a casa. Ma per poter passare all’anno successivo, ciascun alunno in homeschooling deve sostenere ogni anno un esame di idoneità presso una scuola statale o paritaria, fino a quando non viene assolto l’obbligo di istruzione (che in Italia dura 10 anni).
Le modalità dell’esame variano a seconda del livello scolastico: per la scuola primaria è prevista almeno una prova scritta di competenze linguistiche, una di competenze logico-matematiche e un colloquio. Per la scuola media tre prove scritte (italiano, matematica, inglese) più un colloquio interdisciplinare. Per il biennio superiore un esame sulle discipline previste dal piano di studi dell’indirizzo scelto.
La scuola a cui si affida l’esame ha anche l’obbligo di vigilare sul rispetto dell’obbligo scolastico: se la famiglia non presenta la dichiarazione di istruzione parentale o non consente l’esame, il dirigente scolastico, e in seconda battuta anche il sindaco del comune di residenza, possono intervenire.
In questi anni l’homeschooling è aumentato molto: le famiglie che lo scelgono sono molte di più rispetto al passato e provengono da diverse realtà, spesso spinti dal desiderio di un’educazione più personalizzata e rispettosa dei tempi del bambino.
Questo percorso offre flessibilità: la possibilità di costruire un programma di apprendimento su misura, di modulare tempi e ritmi, ma richiede consapevolezza, impegno e trasparenza. Non è una “via facile”: gli esami di idoneità richiedono preparazione adeguata, ed è importante che la famiglia si mantenga aggiornata su programmi e scadenze.
Il caso della “famiglia nel bosco” ha ricordato che la scelta dell’homeschooling, benché legale e possibile, non è esente da responsabilità. Le istituzioni competenti vigilano per far sì che l’istruzione avvenga seriamente, e intervengono se emergono irregolarità o condizioni non idonee.
In definitiva, l’istruzione parentale rappresenta un’alternativa reale e regolata alla scuola tradizionale: una scelta per chi crede che l’apprendimento possa avvenire anche fuori dalle aule, nel contesto della famiglia, con metodi diversi, tempi personalizzati e percorsi su misura. Ma è anche una scelta che comporta doveri: dichiarazioni da presentare, esami da sostenere, verifica della serietà del percorso educativo.
Chi decide di intraprendere questa strada lo fa perché crede in un’educazione consapevole, libera e responsabile. E quando la legge è rispettata, anche l’homeschooling può essere un’opportunità di crescita e libertà per i bambini, per i genitori, per l’intero concetto di scuola.

Scritto da Annamaria e postato in