Ragazzi e droga
Le dipendenze cambiano, le sostanze si moltiplicano e i ragazzi sono sempre più esposti a rischi che possono avere conseguenze serie sulla salute fisica e mentale. A fotografare la situazione sono i dati del 2025: nei Pronto Soccorso italiani si sono registrati 9.641 accessi per condizioni direttamente droga-correlate, il 15% in più rispetto all’anno precedente. E c’è un dato che preoccupa particolarmente le famiglie: il 10% di questi accessi ha riguardato minorenni. Per ragazzi e droga l’allarme cresce esponenzialmente

Quasi la metà dei pazienti arrivati in ospedale presentava una psicosi indotta da sostanze. Nell’11% dei casi è stato necessario il ricovero e, tra questi, il 17% è stato trasferito in terapia intensiva. Numeri che raccontano quanto il consumo di droghe possa trasformarsi in un’emergenza sanitaria, anche quando a farne le spese sono giovanissimi.
Non si tratta soltanto delle sostanze tradizionalmente conosciute. Nel 2025 il sistema nazionale di allerta ha identificato 92 nuove sostanze psicoattive circolanti in Italia. Un panorama in continua evoluzione, nel quale diventa più difficile riconoscere i rischi e intervenire tempestivamente.
Tra i giovani, inoltre, si osserva sempre più spesso la sovrapposizione tra consumo di sostanze e altri comportamenti a rischio. Un intreccio che può coinvolgere la salute mentale, la vita scolastica, le relazioni familiari e la socialità, rendendo fondamentale la capacità di intercettare precocemente i segnali di disagio.
“Non possiamo più leggere le dipendenze attraverso un unico modello – spiega Claudio Leonardi, Presidente della SIPaD –. Cambiano le sostanze, i mercati, le modalità di consumo e le persone esposte al rischio. Tra i giovani osserviamo sempre più spesso la sovrapposizione di sostanze e comportamenti a rischio; nei servizi e in Pronto Soccorso aumenta invece la complessità clinica. La formazione deve seguire questa evoluzione”.
Un quadro che chiama in causa anche gli adulti: genitori, insegnanti ed educatori possono svolgere un ruolo importante nel riconoscere cambiamenti improvvisi nel comportamento, isolamento, difficoltà emotive o altre situazioni che meritano attenzione. Senza allarmismi, ma senza sottovalutare i segnali di possibile sofferenza.
È in questo contesto che la SIPaD, Società Italiana Patologie da Dipendenza, annuncia in collaborazione con il Consorzio Universitario Humanitas la nascita di Addiction Academy Italia, un polo nazionale dedicato alla ricerca, all’alta formazione e alla divulgazione scientifica sulle dipendenze e sulle problematiche associate.
L’obiettivo è aggiornare le competenze dei professionisti che lavorano in questo ambito, affrontando fenomeni sempre più articolati: dal policonsumo alle nuove sostanze psicoattive, dalla cocaina e dal crack agli oppioidi sintetici, fino alle dipendenze comportamentali, al gioco d’azzardo, al gaming e all’uso problematico delle tecnologie.
“La nascita di Addiction Academy Italia rappresenta un passo importante nella costruzione di percorsi sempre più qualificati nell’ambito delle dipendenze e della salute mentale. La partnership con SIPaD ci permette di mettere a sistema l’esperienza del Consorzio Universitario Humanitas nell’alta formazione, con le competenze scientifiche e cliniche altamente specialistiche di questa realtà. Nuovi Master universitari, formazione ECM, ricerca, eventi e pubblicazioni saranno parte di un ecosistema capace di coniugare conoscenza, aggiornamento professionale e pratica sul campo”, dichiara Antonio Attianese, Direttore Generale del Consorzio Universitario Humanitas.
L’iniziativa prevede anche una nuova rivista scientifica semestrale e indicizzata, The Italian Journal of Addiction Science and Clinical Practice, edita da Carocci e interamente dedicata alle dipendenze e alla pratica clinica.
A rendere ancora più urgente la necessità di rafforzare la prevenzione e la cura è la carenza di personale. Secondo la Fondazione GIMBE, rispetto agli standard necessari per i Servizi per le Dipendenze mancano quasi 1.900 professionisti.
Intanto, nel 2025 i Servizi pubblici per le Dipendenze hanno avuto in carico 131.328 persone, il 3,5% in più rispetto al 2024, mentre le comunità terapeutiche hanno assistito 25.644 utenti. Anche il dato sulla mortalità conferma la gravità del fenomeno: nel 2025 sono stati registrati 249 decessi direttamente droga-correlati, il 7,8% in più rispetto ai 231 del 2024. La cocaina è stata associata al 33% delle morti, mentre oppiacei e oppioidi continuano a rappresentare una quota rilevante degli eventi letali.
Di fronte a numeri simili, parlare di dipendenze significa anche parlare di adolescenti, fragilità e famiglie. Informazione, ascolto, prevenzione e accesso tempestivo a professionisti qualificati sono strumenti fondamentali per aiutare i ragazzi a riconoscere i rischi e chiedere aiuto prima che una situazione di disagio si trasformi in un’emergenza.
Disturbi alimentari: segnali da non ignorare
A volte comincia con una dieta, con la paura di ingrassare o con il desiderio di mangiare in modo più sano. Altre volte, invece, il cambiamento è così graduale che mamma e papà se ne accorgono quando il rapporto con il cibo è già diventato fonte di ansia e sofferenza. I disturbi alimentari possono riguardare bambini, adolescenti e giovani adulti, femmine e maschi. Riconoscerli presto è importante, perché intervenire tempestivamente aumenta le possibilità di recupero, come sottolinea anche il Ministero della Salute. Ecco i segnali da non ignorare.
Il primo campanello d’allarme può essere un comportamento che si ripete nel tempo. Il ragazzo o la ragazza comincia a saltare i pasti, riduce sempre di più le quantità, elimina intere categorie di alimenti oppure controlla ossessivamente calorie e ingredienti. Può diventare molto rigido nelle proprie abitudini a tavola e provare ansia, rabbia o senso di colpa quando non riesce a rispettarle.
In altri casi succede il contrario: si verificano episodi in cui si mangia molto e si ha la sensazione di perdere il controllo. Possono comparire anche comportamenti compensatori, come provocarsi il vomito, usare lassativi o fare attività fisica in modo eccessivo per cercare di compensare ciò che si è mangiato. Sono segnali da non sottovalutare, soprattutto se diventano frequenti o vengono tenuti nascosti.
Non bisogna guardare soltanto il piatto o la bilancia. Un ragazzo che sta vivendo un disagio può iniziare a isolarsi, rinunciare alle uscite con gli amici se prevedono di mangiare insieme oppure diventare particolarmente irritabile e chiuso. Può parlare continuamente del proprio peso, sentirsi sempre troppo grasso anche quando non lo è o vivere con grande angoscia ogni cambiamento del proprio corpo.
Anche alcuni sintomi fisici meritano attenzione: stanchezza persistente, capogiri, sensazione di freddo, difficoltà digestive, perdita di capelli e, nelle ragazze, alterazioni o scomparsa del ciclo mestruale. Un dimagrimento evidente è un segnale importante, ma attenzione: un disturbo alimentare può essere presente anche quando il peso è nella norma. Aspettare che il figlio diventi molto magro prima di chiedere aiuto può significare perdere tempo prezioso.
Per un genitore non è facile capire come comportarsi. La tentazione di insistere perché il figlio mangi, controllare ogni boccone o ripetere che dovrebbe smettere di preoccuparsi del proprio aspetto è comprensibile, ma rischia di aumentare la tensione.
Meglio scegliere un momento tranquillo e parlare con affetto, senza accuse. Invece di commentare il peso o l’aspetto fisico, si può dire: “Ti vedo preoccupato e mi sembra che ultimamente tu stia soffrendo. Vorrei capire come ti senti e aiutarti”. È importante ascoltare senza minimizzare, evitare paragoni con fratelli o amici e non trasformare ogni pasto in una discussione.
Il figlio potrebbe negare il problema, arrabbiarsi o non riuscire a spiegare quello che sta vivendo. Non significa necessariamente che non abbia bisogno di aiuto. A volte dietro il silenzio ci sono vergogna, paura e una sofferenza che è difficile raccontare.
Se si notano più segnali, se persistono o se il rapporto con il cibo condiziona la vita quotidiana, è bene parlarne con il pediatra o il medico di famiglia, senza aspettare che la situazione peggiori. Sarà il professionista a valutare il quadro e a indirizzare, quando necessario, verso un’équipe specializzata, che può comprendere medici, psicologi, psichiatri e professionisti della nutrizione.
Non bisogna improvvisare diete, imporre controlli sul peso o pensare che basti la forza di volontà per risolvere il problema. I disturbi alimentari non sono un capriccio né una scelta e richiedono un percorso di cura adeguato. Se compaiono svenimenti, forte debolezza, disidratazione, dolore al petto o altri sintomi acuti, è necessario richiedere una valutazione medica urgente.
Scuola: novità in arrivo
Il Ministero dell’Istruzione introduce importanti novità per la scuola italiana, con interventi che vanno dalla didattica alla sicurezza, fino al benessere emotivo dei nostri figli. Ecco cosa c’è da sapere per affrontare l’anno scolastico 2026/2027, le novità in arrivo, dall’ingresso ufficiale dell’intelligenza artificiale al supporto psicologico gratuito per i ragazzi. I punti chiave li ha riassunti Skuola.net.

- Intelligenza Artificiale in classe: Non è più una sperimentazione isolata. L’IA entra ufficialmente nei programmi di Educazione Civica con regole chiare per proteggere privacy e sicurezza. L’obiettivo è insegnare un uso etico della tecnologia e prevenire la dipendenza da social media tra i minori.
- Nuovi programmi (Infanzia, Primaria e Prima Media): Debuttano le nuove Indicazioni Nazionali. Per chi inizia la prima media c’è anche la possibilità di fare un primo approccio al latino (LEL – Latino per l’Educazione Linguistica) per comprendere meglio le radici della nostra lingua. Per le classi già avviate non cambia nulla: proseguiranno con i vecchi programmi fino alla fine del ciclo.
- Supporto psicologico gratuito (“AscoltaMI”): Un’ottima notizia per le famiglie con figli nell’ultimo anno delle medie e nel primo biennio delle superiori. Tramite il portale Unica, i genitori possono richiedere un voucher gratuito per 5 incontri di consulenza psicologica individuale online, pensati per aiutare i ragazzi a gestire ansia e fragilità.
- Educazione affettivo-sessuale e consenso dei genitori: Le nozioni base di salute e prevenzione restano nei programmi scolastici standard. Se però la scuola decide di organizzare corsi extra o invitare esperti esterni su questi temi, le famiglie dovranno essere informate in anticipo, consultare il materiale e dare il proprio consenso scritto.
- Sicurezza negli istituti a rischio: in risposta agli episodi di violenza dello scorso anno, i dirigenti scolastici dei contesti più a rischio potranno richiedere l’intervento delle forze dell’ordine e l’uso di metal detector per impedire l’ingresso di armi o oggetti pericolosi a scuola.
- Riforma degli Istituti Tecnici (Modello 4+2): Per le prime classi dei tecnici e professionali parte una formazione più orientata al lavoro e alle materie scientifiche (STEM). Si consolida il modello “4+2”, che permette di prendere il diploma in 4 anni per poi lavorare, andare all’università o frequentare 2 anni di specializzazione negli ITS Academy.
- Nasce il Liceo Matematico (Sperimentale): In 100 licei italiani (sia scientifici che classici) parte un percorso sperimentale che aggiunge ore di laboratorio per applicare la matematica in modo pratico, collegandola ad arte, filosofia e letteratura.
Acne: consigli pratici per gestirla
L’acne è una delle problematiche dermatologiche più diffuse e, soprattutto durante l’adolescenza, può avere un impatto importante non solo sull’aspetto fisico ma anche sul benessere emotivo. Non si tratta infatti di una semplice questione estetica: brufoli, punti neri e infiammazioni possono influenzare l’autostima e il rapporto con gli altri. I numeri parlano chiaro. Secondo l’Osservatorio Skincare realizzato da ScuolaZoo in collaborazione con Lamuselab, il 72% dei ragazzi tra i 14 e i 22 anni dichiara di convivere con l’acne. Una condizione che, però, non riguarda soltanto gli adolescenti. Studi internazionali mostrano come il problema sia frequente anche in età adulta, soprattutto tra le donne. Ecco alcuni consigli pratici per gestirla.

Perché compare l’acne? Le cause possono essere diverse e spesso si combinano tra loro. Tra i fattori più comuni troviamo gli squilibri ormonali, la predisposizione genetica, lo stress, l’utilizzo di prodotti cosmetici non adatti e una detersione scorretta della pelle. Anche l’esposizione eccessiva al sole può peggiorare la situazione. Se inizialmente sembra che i brufoli migliorino, i raggi UV tendono a ispessire lo strato superficiale della pelle, favorendo l’ostruzione dei pori e provocando, nel tempo, un peggioramento delle manifestazioni acneiche.
Ci sono alcuni errori che è importante evitare. Quando compaiono i primi brufoli, la tentazione di schiacciarli è forte. Manipolare le lesioni aumenta il rischio di infiammazione, infezioni e cicatrici permanenti. Anche affidarsi a rimedi fai-da-te aggressivi può rivelarsi controproducente. La pelle acneica è già infiammata e necessita di trattamenti delicati e specifici.
Nel libro Skin Revolution, come riporta Vanity Fair, la dermatologa Ines Mordente suggerisce alcune semplici regole che possono fare la differenza nella gestione quotidiana dell’acne:
- evitare di toccare o schiacciare i brufoli;
- utilizzare detergenti delicati con azione seboregolatrice;
- scegliere make-up di qualità e formulato per pelli acneiche;
- seguire una skincare costante e personalizzata;
- effettuare esfoliazioni leggere solo quando indicate da uno specialista;
- mantenere un’alimentazione equilibrata;
- limitare l’esposizione solare e utilizzare sempre una protezione adeguata.
Per trattamenti più intensivi, come peeling chimici e terapie specifiche, è sempre consigliabile rivolgersi a un dermatologo.
Nei casi di acne moderata o severa, il medico può valutare l’utilizzo di trattamenti specifici. Tra le soluzioni più utilizzate ci sono retinoidi, perossido di benzoile, acido azelaico, acido salicilico e, in alcuni casi, antibiotici topici o sistemici. La terapia viene scelta in base all’età, alla gravità delle lesioni, alla zona interessata e alle caratteristiche individuali della pelle. Per questo motivo è importante evitare il “fai da te” e affidarsi sempre a un professionista.
Social vietati ai minori: protezione o passo indietro?
Da oggi una domanda divide genitori, educatori e adolescenti di mezzo mondo: i social vietati ai minori di 16 anni sono davvero la soluzione? Si tratta si semplice protezione o è un passo indietro rispetto al passato? Il dibattito si è acceso dopo l’annuncio del primo ministro britannico Keir Starmer, che ha deciso di vietare l’accesso alle principali piattaforme social ai ragazzi sotto i 16 anni. TikTok, Instagram, Snapchat, Facebook, YouTube e X potrebbero diventare off limits per milioni di adolescenti britannici a partire dal 2027.
Si tratta di una decisione forte, destinata a far discutere. Le parole di Starmer non lasciano spazio a dubbi: secondo il premier, i social network espongono i ragazzi a contenuti pericolosi, facilitano bullismo e molestie, possono compromettere la salute mentale e sono progettati per creare dipendenza. “I social media rendono i bambini infelici”, ha dichiarato, spiegando di aver preso questa decisione pensando prima di tutto alla sicurezza dei più giovani.
Ma è davvero così semplice? Chi è genitore, come me, oggi conosce bene il dilemma. Da una parte ci sono le paure. Quelle reali. Ragazzi che passano ore davanti allo schermo, confronti continui con modelli irraggiungibili, cyberbullismo, contenuti violenti, sfide pericolose, dipendenza da like e approvazione sociale. Sono problemi che esistono e che nessuno può più fingere di ignorare. Dall’altra parte, però, c’è un’altra verità.
I social non sono soltanto il luogo dove nascono insicurezze e rischi. Per molti adolescenti rappresentano anche uno spazio di espressione, creatività, informazione e socializzazione. Ci sono ragazzi timidi che trovano online il coraggio di raccontarsi, giovani che imparano lingue straniere, coltivano passioni, seguono corsi, costruiscono amicizie e scoprono interessi che altrimenti non avrebbero mai incontrato.
Allora la domanda diventa inevitabile: il problema sono davvero i social o il modo in cui vengono utilizzati? Per anni abbiamo chiesto alle famiglie di educare all’uso consapevole della tecnologia. Oggi qualcuno propone una strada diversa: eliminare il problema alla radice, vietando l’accesso. Ma un divieto può sostituire l’educazione?
Molti esperti fanno notare che i ragazzi potrebbero aggirare facilmente le restrizioni, come già accade con altri limiti online. Il rischio è che i social diventino ancora più attraenti proprio perché proibiti, mentre genitori e figli perdono un’importante occasione di confronto. Forse la vera sfida non è decidere se i social siano buoni o cattivi. Forse la sfida è insegnare ai nostri figli a viverli senza esserne travolti. Perché la generazione che oggi ha 10, 12 o 15 anni non conoscerà un mondo senza tecnologia. Il digitale farà parte della loro vita, del loro lavoro, delle loro relazioni. Imparare a gestirlo sarà una competenza fondamentale quanto leggere, scrivere o studiare una lingua straniera.
Il Regno Unito ha scelto una strada netta e coraggiosa. Resta da capire se sarà quella giusta. Nel frattempo una domanda resta aperta e riguarda tutti noi, soprattutto noi genitori: è meglio proteggere i ragazzi tenendoli lontani dai social o accompagnarli passo dopo passo a usarli con consapevolezza? Probabilmente non esiste una risposta valida per tutti. Ma la discussione, bià in atto, va affrontata con ancora più energia.
Estate studio all’estero: vademecum per i figli
La scuola è finita e per molte famiglie arriva in estate il momento di una delle esperienze più formative dell’adolescenza: un soggiorno studio all’estero. Che si tratti di due settimane in college, di un campus internazionale o di una famiglia ospitante, partire per imparare l’inglese significa molto più che frequentare un corso di lingua. Per molti ragazzi è la prima vera esperienza lontano da casa, un’occasione preziosa per acquisire autonomia, sicurezza e nuove amicizie. Ma come possono i genitori prepararli al meglio? E come aiutarli ad affrontare senza ansia il distacco? Ecco un vademecum per preparare i figli

Parlatene con anticipo
Uno degli errori più comuni è concentrarsi soltanto sugli aspetti pratici della partenza. In realtà è importante preparare anche il lato emotivo. Parlate con vostro figlio di ciò che lo aspetta: la nuova scuola, la famiglia ospitante, i compagni provenienti da altri Paesi. Lasciategli esprimere dubbi, paure ed entusiasmo senza minimizzare le sue emozioni.È normale essere felici e spaventati allo stesso tempo.
Allenare un po’ l’inglese prima della partenza
Non servono lezioni intensive dell’ultimo minuto. Molto più utile è abituarsi all’ascolto della lingua. Film in lingua originale, serie tv con sottotitoli, podcast per ragazzi e semplici conversazioni possono aiutare ad arrivare più preparati. Il messaggio da trasmettere è semplice: non serve parlare perfettamente. L’importante è avere voglia di comunicare.
Insegnare l’autonomia quotidiana
Prima di partire è utile verificare che il ragazzo sappia gestire alcune attività di base:
- preparare la valigia;
- tenere in ordine le proprie cose;
- organizzare gli orari;
- usare il telefono in modo responsabile;
- gestire una piccola somma di denaro.
Piccole competenze che all’estero faranno una grande differenza.
Preparare una valigia intelligente
Meglio evitare di riempire il bagaglio all’inverosimile. Oltre agli abiti adeguati al clima, è utile inserire:
- una copia dei documenti;
- eventuali farmaci personali;
- numeri di emergenza;
- adattatore per le prese elettriche;
- una felpa o una giacca impermeabile, sempre utili anche in estate.
Molti ragazzi trovano rassicurante portare con sé un piccolo oggetto che ricordi casa.
Stabilire regole per le comunicazioni
Prima della partenza concordate insieme quando sentirvi. Videochiamate continue possono rendere più difficile l’inserimento nel nuovo contesto. Sentire mamma e papà ogni cinque minuti non aiuta a vivere l’esperienza. Meglio stabilire un momento della giornata dedicato alle comunicazioni e lasciare al ragazzo lo spazio per immergersi nella nuova realtà.
Attenzione alla nostalgia
La cosiddetta homesickness, la nostalgia di casa, è molto frequente nei primi giorni. Può manifestarsi con tristezza, irritabilità o voglia di tornare subito a casa. Nella maggior parte dei casi è una fase passeggera che si supera rapidamente. I genitori possono aiutare ascoltando senza drammatizzare e incoraggiando il figlio a partecipare alle attività e a fare nuove amicizie.
Non creare aspettative irrealistiche
Non tutti torneranno parlando inglese come madrelingua dopo due settimane. L’obiettivo più importante non è la perfezione linguistica, ma la crescita personale. Molti ragazzi rientrano con maggiore fiducia in se stessi, più autonomia e una nuova consapevolezza delle proprie capacità.
Al ritorno, lasciate che raccontino
Quando rientrano a casa, evitate di trasformare l’esperienza in un’interrogazione. Lasciate che siano loro a raccontare ciò che hanno vissuto, le amicizie nate, le difficoltà superate e i momenti più divertenti. Spesso il vero valore del soggiorno studio emerge proprio dopo il ritorno, quando i ragazzi si rendono conto di essere cambiati un po’.
Partire da soli per un soggiorno studio è una piccola sfida, sia per i figli sia per i genitori. Per i ragazzi significa scoprire di poter cavarsela lontano da casa. Per mamma e papà significa fare un passo indietro e lasciare spazio alla crescita. Ed è proprio questa fiducia reciproca il ricordo più prezioso che porteranno con sé al ritorno.
Social vietati ai minori?
Il tema è tornato con forza al centro del dibattito: social vietati ai minori? Non è più solo una riflessione tra genitori, ma una vera e propria proposta che si inserisce in un movimento più ampio, già discusso anche in altri Paesi europei, dove si cerca di proteggere bambini e ragazzi da un uso precoce e spesso incontrollato delle piattaforme digitali. L’idea di fondo è semplice ma potente: i social non sono ambienti neutri. Espongono i più piccoli a dinamiche complesse — giudizio, confronto, dipendenza — che non sempre sono pronti a gestire. Per questo si parla sempre più spesso di limiti di età, controlli più rigidi e responsabilità anche da parte delle piattaforme. Il Governo accelera sul ddl per la tutela dei minori, puntando ad innalzare la “maggiore età” per accedere alle piattaforme social, ma cosa significa davvero, nella vita quotidiana di una famiglia?

Significa, prima di tutto, interrogarsi su quanto presto i bambini entrino in contatto con smartphone e social. Oggi succede sempre prima, spesso per necessità, a volte per comodità, altre per pressione sociale (“ce l’hanno tutti”). Eppure, sempre più esperti sottolineano che anticipare troppo questi strumenti può avere conseguenze sulla concentrazione, sull’autostima e sulle relazioni.
In questo contesto si inserisce anche la voce di Francesca Barra, giornalista, conduttrice, scrittrice, che ha contribuito ad alimentare la riflessione con un punto di vista molto concreto. Non si limita a parlare di divieti, ma invita a guardare il problema in modo più ampio.
“Non è una questione di controllo, ma di protezione”, è il senso del suo messaggio. E ancora, mette in guardia da un errore molto comune: considerare i social un semplice passatempo. In realtà, come sottolinea, sono un ambiente complesso, capace di influenzare profondamente il modo in cui i ragazzi si percepiscono e si relazionano.
Barra, che è madre di quattro figli di età diverse, a Leggo racconta anche quanto sia difficile trovare un equilibrio tra il proteggere e il non isolare. Per questo insiste su un punto fondamentale: il ruolo degli adulti. Non basta dire “no”, serve costruire alternative, proporre esperienze, creare tempo condiviso.
Ed è qui che il tema della proposta di legge si intreccia con la vita reale delle famiglie. Perché una norma può aiutare, può dare un limite chiaro, ma non può sostituire l’educazione. Non può insegnare ai bambini come usare uno strumento, né può costruire quel rapporto di fiducia che si crea giorno dopo giorno.
In molti Paesi si stanno già sperimentando restrizioni più rigide, proprio perché la dipendenza da social e smartphone è considerata sempre più un problema di salute pubblica. Ma anche chi è favorevole ai divieti sottolinea che da soli non bastano. Il punto, allora, non è solo “vietare o no”, ma capire quando, come e con quali regole introdurre questi strumenti nella vita dei nostri figli. E forse la domanda più importante resta un’altra: che esempio diamo noi?
Perché i bambini osservano, imitano, assorbono. Se siamo i primi a stare sempre con lo smartphone in mano, a scrollare senza sosta, a distrarci continuamente, sarà difficile chiedere loro di fare diversamente. Alla fine, più che una battaglia contro i social, questa è una sfida educativa. Una di quelle che non si risolvono con una sola regola, ma con presenza, coerenza e dialogo.
E in mezzo a tutto questo, resta una certezza: proteggere l’infanzia, oggi, significa anche imparare a mettere dei confini nel mondo digitale. Senza paura di dire qualche no in più. Anche se è la parte più difficile.
Giovani: il futuro fa paura
Crescere oggi non è semplice. Per molti ragazzi pensare al futuro non significa entusiasmo o sogni, ma ansia, pressione e senso di smarrimento. Il futuro fa paura ai giovani. È la fotografia che emerge dalla ricerca “Fragile – mappae mundi di una nuova generazione”, promossa dalla Fondazione Unhate, che ha analizzato il rapporto dei giovani italiani tra i 13 e i 24 anni con il presente e con ciò che li aspetta domani. Il dato che colpisce di più è che quasi un giovane su quattro si sente sopraffatto e bloccato, schiacciato da aspettative, paure e difficoltà relazionali. Una condizione che gli studiosi definiscono quella degli “sfiduciati sotto pressione”: ragazzi che percepiscono il mondo come minaccioso, fanno fatica a immaginare il futuro e tendono a interiorizzare il disagio senza chiedere aiuto.

Lo studio racconta una generazione cresciuta in un contesto pieno di opportunità – più accesso all’informazione, più libertà di movimento, orizzonti globali più ampi – ma anche più complesso e difficile da interpretare. Quando mancano punti di riferimento solidi, questa apertura può trasformarsi in una fonte di pressione e spaesamento, fino a creare una vera e propria sensazione di “blocco”.
La ricerca individua quattro diversi profili tra i giovani italiani, che aiutano a capire meglio le tante sfumature di questa generazione. Il gruppo più numeroso è quello dei “moderati in transizione”, che rappresenta il 34%: ragazzi che mantengono un equilibrio fragile e hanno bisogno di sostegno per affrontare i passaggi più delicati della crescita. Poi ci sono gli “irrequieti in bilico”, circa il 25%, giovani spesso molto attivi e motivati ma esposti a un forte rischio di sovraccarico e ansia da prestazione. All’estremo opposto si trovano i “fiduciosi propositivi”, che sono solo il 17%: ragazzi con buon equilibrio emotivo e relazionale, capaci di guardare al futuro come a uno spazio di possibilità.
Nonostante le fragilità, il quadro non è completamente negativo. Molti giovani continuano a credere nel futuro, nella scienza, nella tecnologia e nelle opportunità offerte dall’Europa. Ma allo stesso tempo emergono segnali diffusi di stanchezza, insicurezza e senso di inadeguatezza, soprattutto nella fascia tra i 17 e i 19 anni, quando si avvicinano le scelte più importanti per la vita adulta.
Secondo gli esperti, la chiave per trasformare questa fragilità in una risorsa sta soprattutto nelle relazioni educative e nei contesti che accompagnano i ragazzi nella crescita. Scuola, famiglia, attività sportive, artistiche o di volontariato possono diventare spazi fondamentali in cui i giovani costruiscono fiducia, identità e senso del futuro. Perché crescere significa anche imparare a orientarsi in un mondo complesso, ma nessuno dovrebbe farlo da solo.

Scritto da Annamaria e postato in