Ecoemozioni nei ragazzi
La crisi climatica non è più soltanto un problema ambientale, ma anche psicologico, soprattutto per bambini e adolescenti. Secondo l’articolo di Corriere della Sera, sempre più ricerche mostrano che l’emergenza climatica incide in modo significativo sulla salute mentale dei giovani, generando nuove forme di stati d’animo collettivi definiti dagli autori del libro Ecoemozioni. Alice Facchini e Matteo Innocenti definiscono i disturbi nei ragazzi come ecoansia, ecoparalisi, eutierria e solastalgia.

La cosiddetta ecoansia è forse la forma più diffusa: non si tratta di una malattia, ma di un’emozione intensa legata alla percezione di un futuro incerto per il pianeta. Può manifestarsi come ansia, nervosismo, sensazione di impotenza o tristezza, e talvolta porta i giovani a sentirsi isolati o incompresi da chi non condivide la stessa preoccupazione.
Come spiegano gli autori, “Non è una malattia, ma una condizione innata, un’emozione che tutti proviamo, anche chi non se ne rende conto. Infatti, chi può affermare di non avere paura della devastazione del nostro ambiente, che potrebbe mettere a rischio la specie umana?”.
Un’altra ecoemozione descritta è l’ecoparalisi, uno stato in cui la mente si blocca davanti all’idea di un pianeta irreversibilmente danneggiato: si percepisce tutto come inutile, troppo complicato o compromesso, e questo può durare da poche ore a giorni, influenzando negativamente l’umore e le prospettive di azione.
Ma non tutte le ecoemozioni sono negative. L’eutierria è uno stato emotivo positivo che nasce da un senso di pace e di unità con la natura, ad esempio immergendosi in un ambiente naturale o immaginandolo. Questo tipo di connessione può accrescere speranza, fiducia e benessere, aiutando a bilanciare le sensazioni negative legate alla crisi climatica.
Infine, c’è la solastalgia, una forma di nostalgia dolorosa per l’ambiente che si sta degradando sotto i nostri occhi. È quella sensazione di perdita di qualcosa a cui sentiamo profondamente di appartenere — come un parco che scompare o un paesaggio trasformato — che mescola il piacere dei ricordi con la tristezza per ciò che non potrà più tornare.
Gli autori sottolineano che riconoscere queste ecoemozioni nei ragazzi è il primo passo per aiutarli a gestirle: immergersi nella natura, ascoltarla con calma e riscoprire il nostro legame profondo con l’ambiente non solo favorisce benessere psicologico, ma può trasformare preoccupazione e impotenza in impegno propositivo verso il futuro.
I social minano davvero l’attenzione dei ragazzi
Per anni ci siamo sentiti dire che i videogiochi sono il grande nemico dell’attenzione dei ragazzi, la causa di ogni distrazione, il buco nero che inghiotte concentrazione e rendimento scolastico. E invece, a quanto pare, stavamo guardando dalla parte sbagliata. Una ricerca del Karolinska Institutet insieme alla Oregon Health & Science University ha seguito più di 8.300 bambini dai 10 ai 14 anni per capire davvero come reagisce la loro attenzione quando passano tempo davanti agli schermi. E la sorpresa è notevole: i problemi non arrivano dai videogiochi, né dai video o dalla tv. L’unico vero fattore che sembra incidere sulla capacità di mantenere il focus sono… i social. Sono loro che minano davvero l’attenzione dei ragazzi.
Già questo, da solo, ribalta una narrazione intera. I ricercatori spiegano che la questione non è “quanto” schermo, ma “che tipo” di schermo. Quando un ragazzo gioca, anche se può sembrare immerso in un mondo parallelo, in realtà sta sostenendo un livello di concentrazione costante: prende decisioni, segue obiettivi, coordina strategie. Lo stesso vale per un video, che ha un inizio, una fine, un flusso lineare. I social, invece, lavorano esattamente al contrario: notifiche improvvise, feed infiniti, messaggi che arrivano a raffica, e quell’attesa — quasi pavloviana — che qualcosa stia per succedere da un momento all’altro. È proprio questa frammentazione continua dell’attenzione il terreno più fertile per la distrazione.
Ovviamente, i ricercatori sono cauti: a livello individuale, parliamo di un effetto “modesto”. Non è che ogni ragazzino che passa del tempo su Instagram o TikTok svilupperà un disturbo dell’attenzione, e nessuno sta dicendo che i social “causino” qualcosa come l’ADHD. Ma il punto è un altro: quando un’intera generazione è immersa quotidianamente in un ambiente così frammentato, anche un piccolo cambiamento individuale può trasformarsi in un effetto enorme a livello sociale, con più diagnosi e più fatica generale nel concentrarsi.
E allora, forse, la soluzione non è demonizzare gli schermi in blocco — perché videogiochi e video non sembrano affatto il problema — ma iniziare a guardare con più lucidità come i ragazzi usano i social e che tipo di spazio mentale lasciano loro. Non serve diventare rigidi o punitivi: basta favorire un uso più consapevole, spezzare qualche automatismo, ritagliarsi momenti senza notifiche, alternare digitale e offline con un po’ più di cura. Anche perché l’attenzione non è un interruttore: è un muscolo. E oggi, più che mai, ha bisogno di essere allenato nel modo giusto.
Torna la “Maturità”
L’Esame di Stato cambia volto e anche nome. Dal 2026, infatti, torna la Maturità, proprio come un tempo. Un ritorno alle origini che non è solo simbolico, ma segna anche una nuova impostazione per l’esame che conclude il percorso scolastico di milioni di studenti italiani. La riforma, approvata definitivamente dal Parlamento, porta con sé diverse novità pensate per rendere la prova più equilibrata, più formativa e più vicina alla realtà scolastica di oggi.

Il colloquio orale, che negli ultimi anni si era trasformato in un lungo percorso multidisciplinare, sarà d’ora in poi incentrato su quattro materie. Saranno individuate ogni anno dal Ministero dell’Istruzione entro il 31 gennaio, in modo da permettere agli studenti di prepararsi per tempo e in modo mirato.
Restano invece due prove scritte: una di italiano comune a tutti e una di indirizzo, diversa a seconda del tipo di scuola.
Anche le commissioni cambiano: saranno più snelle, composte da cinque membri (due interni, due esterni e un presidente esterno), per rendere il lavoro di valutazione più agile e coerente.
Un altro punto fermo riguarda la partecipazione: chi rifiuterà il colloquio orale verrà automaticamente bocciato. Il messaggio è chiaro: l’esame va affrontato con serietà e consapevolezza, come tappa finale di un percorso formativo, non come ostacolo da evitare.
Il voto finale terrà conto non solo dei risultati delle prove, ma anche dell’impegno dimostrato durante l’anno e di eventuali attività extrascolastiche riconosciute come formative o meritorie.
L’obiettivo della riforma è duplice: ridare centralità al merito e alla preparazione effettiva, e allo stesso tempo valorizzare il percorso complessivo dello studente. Il ritorno al nome “Maturità” vuole proprio richiamare questo concetto: non si tratta solo di un esame, ma di un momento di crescita personale e culturale.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha spiegato che la riforma nasce per “restituire dignità e valore a un passaggio decisivo nel percorso formativo dei giovani”. Sottolinea che la Maturità deve tornare a rappresentare una prova di maturazione, non solo di conoscenza.
Per gli studenti di oggi il cambiamento più grande sarà nella gestione del tempo e del metodo di studio. Con un colloquio centrato su poche materie, servirà approfondire davvero, capire i collegamenti e non limitarsi alla semplice memorizzazione. Anche il modo di essere valutati sarà più completo. Conterà la partecipazione, la costanza, la capacità di esprimersi e di argomentare. Un approccio più “europeo”, che guarda non solo alle conoscenze ma anche alle competenze e all’autonomia di pensiero. E voi che ne pensate?
La Gen Z riscrive le regole dell’errore
Per anni, in Italia, l’errore è stato un tabù. Un fallimento da evitare a tutti i costi, segno di debolezza più che di crescita. Ma le nuove generazioni stanno ribaltando la prospettiva: oggi, per quasi la metà degli studenti italiani (42%), sbagliare non è più una vergogna, bensì un’occasione per migliorare. La Gen Z riscrive le regole dell’errore.

A dirlo è una ricerca di Skuola.net, realizzata con Tipp-Ex, che ha coinvolto 2.500 ragazzi delle scuole superiori e dell’università. Il 32% descrive l’errore come “frustrante ma utile”, un altro 10% lo vede come uno stimolo concreto a fare meglio. Solo una minoranza, il 22%, lo considera ancora un fallimento senza alcun lato positivo.
Il cambiamento c’è, anche se non mancano i retaggi del passato. Quasi un ragazzo su due (45%) confessa di sentirsi agitato o sotto pressione quando sbaglia a scuola, e tra le ragazze il senso di dover “fare meglio” è ancora più forte. Segno che l’idea dell’errore come colpa, eredità della vecchia scuola “Gentiliana”, non è del tutto superata.
C’è però un nuovo vento che soffia tra i banchi: quello del “fail and learn”, l’arte di sbagliare per crescere. I giovani stanno imparando a guardare i propri inciampi con occhi diversi, persino con un pizzico di ironia. E se il 65% si limita a barrare un errore, molti preferiscono strumenti come il correttore a nastro o il bianchetto: piccoli gesti simbolici per trasformare lo sbaglio in una ripartenza.
“Le nuove generazioni sono molto più esposte rispetto al passato all’ansia da prestazione a scuola, come del resto avviene nello sport e sui social: 9 su 10 la percepiscono in maniera tangibile nel loro quotidiano – spiega Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net, a Leggo – Ma la loro reazione è rivoluzionaria, specie se raffrontata alla mentalità tipica italiana: invece di flagellarsi per l’errore o viverlo come uno stigma da evitare a tutti i costi, preferiscono usarlo come lezione per ripartire”.
Aggiunge Giada Canestrelli di BIC Italia: “Vogliamo aiutare i ragazzi a vivere l’errore con serenità e leggerezza, trasformandolo in un’occasione di crescita. L’errore non è un fallimento, ma un passaggio naturale del percorso di apprendimento: correggerlo con semplicità, e magari con un pizzico di ironia, significa imparare a guardarlo con occhi nuovi e a ritrovare fiducia in sé stessi”.
Look scuola: divieti
All’apertura delle scuole, non è solo il suono della campanella a segnare l’inizio del nuovo anno: molte scuole hanno deciso di introdurre o rafforzare regolamenti sull’abbigliamento degli studenti, imponendo divieti precisi che stanno suscitando dibattito sui look da adottare a scuola. L’Ansa segnala che in numerosi istituti sono stati distribuiti depliant o circolari che spiegano cosa non è permesso: gonne troppo corte, addomi scoperti, cappelli o cappucci in aula, unghie molto lunghe, zeppe alte o sandali incandescenti.
Secondo un sondaggio di Skuola.net (quasi 3.000 studenti coinvolti), circa 3 su 10 devono stare attenti a come vestirsi ogni mattina per evitare richiami o addirittura sanzioni; altri il 55% segnalano che c’è un dress code implicito che chiede un abbigliamento “adeguato” al contesto; solamente 1 studente su 5 ha carta bianca.
Tra i divieti più ricorrenti:
- top o canottiere minimal, magliette con scollature eccessive che lasciano le spalle o l’addome scoperto;
- gonne e pantaloni troppo corti, jeans strappati;
- cappelli o cappucci in aula;
- unghie finte troppo lunghe, trucco vistoso, capelli molto colorati, piercing; per le ragazze in particolare.
- per i ragazzi, il focus è meno sull’abbigliamento “minimale”, più su barba curata, aspetto ordinato; barbe troppo lunghe o trasandate vengono criticate.
Le scuole affermano che lo scopo è mantenere un ambiente “sobrio, decoroso, pulito e ordinato”, dove l’abbigliamento non distragga o impedisca la concentrazione.
Ci sono opinioni contrastanti su questi regolamenti. C’è chi sostiene che la scuola non sia il luogo per mostrare look da spiaggia o da festa, soprattutto con l’arrivo dei mesi più caldi; che è giusto mantenere una certa sobrietà e rispetto verso l’ambiente educativo. Alcuni presidi sottolineano che comunque queste regole sono dettate dall’autonomia scolastica: ossia, è l’istituto che decide cosa è adeguato nel proprio contesto.
Immancabili, però, le critiche. Molti studenti e associazioni dicono che spesso le regole sono vaghe e soggettive (“decoroso”, “impone distrazione”). E finiscono per penalizzare in modo sproporzionato le ragazze. C’è chi teme che si entri in una logica che limita la libertà di espressione personale. O che diventi una fonte di disagio fisico (con il caldo, per esempio) o psicologico. Inoltre, alcuni commentatori dicono che le sanzioni o i richiami possano sembrare arbitrari se non c’è chiarezza su cosa sia consentito o no.
Le migliori città europee per viaggiare da soli
Sempre più persone scelgono il viaggio in solitaria come forma di self-care. Un recente studio del servizio di psicologia Unobravo ha stilato la classifica mettendo in fila le migliori città europee per vivere un’esperienza significativa, viaggiare da soli fa bene!.

Per capire l’impatto sulla salute mentale del viaggiare da soli, la ricerca ha analizzato oltre 30 delle città più popolari d’Europa per individuare le migliori destinazioni per i viaggiatori solitari del 2025. La classifica finale tiene conto di sicurezza, convenienza, condizioni meteorologiche, attività e tasso di ritorno dei viaggiatori.
Al primo posto troviamo Lisbona, che si conferma la meta ideale per chi vuole partire senza compagnia. Oltre 2.000 esperienze a cinque stelle, temperature miti (24 °C di media) e un tasso di ritorno dei visitatori del 15% la rendono una destinazione perfetta per ricaricare le energie.
Al secondo posto si piazza Istanbul, la città più conveniente della top 10, con i pasti meno cari (8,92 euro) e ostelli a partire da 19 euro a notte. Segue Praga, che conquista i viaggiatori solitari grazie al suo alto livello di sicurezza (75,39), i prezzi accessibili e la facilità con cui si può girare a piedi o con i mezzi pubblici.
L’Italia brilla con due mete nella top 10: Roma, quarta in classifica, che incanta con i suoi monumenti e i caffè di quartiere sempre vivi. Sorrento, ottava, perfetta per chi cerca panorami mozzafiato, clima mite e oltre 1.000 esperienze a cinque stelle.
Secondo la psicoterapeuta Dott.ssa Valeria Fiorenza Perris, psicoterapeuta e Direttrice Clinica presso Unobravo, “viaggiare da soli può agire come una sorta di reset psicologico”. “Permette alle persone di sperimentare l’autonomia in modo significativo, contribuendo a rafforzare la fiducia in se stessi e il senso di autoefficacia. Quando si è da soli e si esplora un nuovo ambiente, si entra anche in un contatto più profondo e autentico con se stessi, senza pressioni esterne”, aggiunge.
Gli esperti sottolineano come il viaggio in solitaria possa sviluppare resilienza e capacità di problem-solving, qualità strettamente legate a un miglioramento della salute mentale. “Uscire dalla propria zona di comfort non solo favorisce l’adattabilità a diverse situazioni”, aggiunge la Dott.ssa Fiorenza Perris, “ma può anche stimolare la creatività, la flessibilità cognitiva e un più profondo senso di autonomia personale”.
Con l’11% degli italiani che ha già pianificato un viaggio da soli per l’estate 2025 (in aumento del 4% rispetto all’anno scorso), il trend è chiaro. Sempre più persone scelgono di partire in autonomia per rallentare, ritrovare chiarezza emotiva e riscoprire sé stesse.
La classifica:
1 Lisbona
2 Istambul
3 praga
4 Roma
5 Budapest
6 Atene
7 Zagabria
8 Sorrento
9 Tallinn
10 Dubrovnik/Vienna
11 Monaco di Baviera
12 Barcellona
13 Lubiana
14 Helsinki
15 La Valletta
16 Siviglia
17 Berlino
18 Firenze
19 Gand
20 Amsterdam
“Compiti vacanze inutili e dannosi”
La scuola è appena finita e già sul registro, ormai elettronico, compaiono i compiti per le vacanze. Secondo Italo Farnetani, saggista e professore ordinario di Pediatria dell’università Ludes-United Campus of Malta, sono “inutili e dannosi”. A Fanpage spiega il motivo del suo pensiero.

Quando gli si chiede perché consideri i compiti per le vacanze inutili e dannosi, il pediatra spiega: “Le vacanze nascono per dare agli alunni la possibilità di recuperare dalle fatiche scolastiche e sviluppare resilienza, riprendendosi dallo stress dell’anno appena vissuto. Studiare è infatti un lavoro mentale considerevole e dopo lo sforzo si richiede necessariamente una pausa”.
Inutili e dannosi, Farnetani non ha alcun dubbio sui compiti per le vacanze. Per lui “il cervello ha bisogno di riposo”. “Oltre a ciò, i compiti impediscono ai ragazzi di staccare davvero la spina, costringendoli a trascinarsi dietro lo stress scolastico e il pensiero degli esercizi ancora da finire lungo tutta l’estate. Con le alte temperature, poi, è ancora più difficile studiare, e il risultato è che, quasi sempre, ci si applica svogliatamente e male. E poi, parliamoci chiaro, a settembre sono molto pochi gli insegnanti che, con tutto quello che c’è da fare, si mettono a controllare gli esercizi svolti durante l’estate, quindi chi si è impegnato finisce anche per sentirsi preso in giro”, aggiunge.
L’esperto dice che è un “timore infondato”, che, senza le assegnazioni, i ragazzi dimentichino tutto. “L’apprendimento si basa sulla memoria a lungo termine, che non svanisce in tre mesi. Durante l’anno scolastico, nelle ore pomeridiane in cui si studia davvero, si fissano le nozioni a lungo termine. Se un ragazzo è stato promosso, significa che ha imparato bene. Chi non ha imparato, invece, non lo farà certo con qualche compito estivo, anche perché non ci sarà nessun insegnante che potrà affiancarlo e aiutarlo correggendone gli errori. La memoria a lungo termine si chiama così proprio perché non scade a giugno”.
Per Farnetani i ragazzi in estate devono dedicarsi allo sport o alla lettura. Quest’ultima, però, deve essere un piacere. E poi a visitare, conoscere, fare nuove amicizie. A questo serve la bella stagione, non a stare sui libri chini a studiare.
Nuova piramide alimentare dieta mediterranea
La Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) ha presentato una nuova versione della piramide alimentare della dieta mediterranea, con l’obiettivo di contrastare il calo di adesione a questo modello alimentare, soprattutto tra bambini e adolescenti.

Le novità della nuova piramide alimentare riguardante la dieta mediterranea enfatizza maggiore consumo di alimenti vegetali: frutta, verdura, legumi e cereali integrali dovrebbero costituire la base dell’alimentazione quotidiana. Riduzione di carne rossa e salumi: consumo limitato a 1-2 porzioni a settimana. Moderazione nell’uso di zuccheri e sale: limitare l’assunzione di dolci e alimenti ad alto contenuto di sale. Promozione di prodotti locali e stagionali: preferire alimenti freschi, di stagione e provenienti da filiere corte. Integrazione di aspetti culturali e ambientali: la piramide considera anche la sostenibilità ambientale e le tradizioni culinarie locali.
Secondo i dati raccolti dalla SINU:
- Il 9% dei bambini e ragazzi in Italia non consuma mai verdura.
- Il 7% non mangia frutta.
- Il 26% non include cereali integrali nella dieta.
- Il 14% evita latte e latticini.
- Il 47% consuma più di tre porzioni di carne alla settimana.
Questi dati evidenziano una scarsa adesione ai principi della dieta mediterranea, aumentando il rischio di carenze nutrizionali e malattie croniche.
La nuova piramide alimentare dieta mediterranea non è solo un modello nutrizionale, ma anche uno stile di vita che promuove la salute individuale e la sostenibilità ambientale. Adottare questo schema alimentare significa fare una scelta consapevole per il proprio benessere e per quello del pianeta.
Struttura della nuova piramide alimentare dieta mediterranea
1. Base – Alimenti da consumare quotidianamente:
- Frutta e verdura fresche: almeno 5 porzioni al giorno, preferibilmente di stagione e locali.
- Cereali integrali: pane, pasta, riso, couscous, meglio se integrali.
- Legumi: consigliati ogni giorno, anziché 2-3 volte a settimana come in precedenza.
- Olio extravergine d’oliva: principale fonte di grassi.
- Acqua: almeno 1,5-2 litri al giorno.
- Attività fisica: esercizio regolare, convivialità e riposo adeguato sono elementi fondamentali dello stile di vita mediterraneo.
2. Livello intermedio – Alimenti da consumare con moderazione:
- Latticini: latte, yogurt e formaggi in quantità moderate.
- Pesce e pollame: 2-3 porzioni a settimana.
- Uova: fino a 4 porzioni settimanali.
3. Vertice – Alimenti da consumare occasionalmente:
- Carne rossa e salumi: limitare a 1-2 porzioni a settimana.
- Dolci e zuccheri raffinati: consumo sporadico.
- Vino: in quantità moderate e solo durante i pasti, se non controindicato.

Scritto da Annamaria e postato in