Articoli taggati come ‘ragazzi’

Social vietati ai minori?

Apr 18
Scritto da Annamaria avatar

Il tema è tornato con forza al centro del dibattito: social vietati ai minori? Non è più solo una riflessione tra genitori, ma una vera e propria proposta che si inserisce in un movimento più ampio, già discusso anche in altri Paesi europei, dove si cerca di proteggere bambini e ragazzi da un uso precoce e spesso incontrollato delle piattaforme digitali. L’idea di fondo è semplice ma potente: i social non sono ambienti neutri. Espongono i più piccoli a dinamiche complesse — giudizio, confronto, dipendenza — che non sempre sono pronti a gestire. Per questo si parla sempre più spesso di limiti di età, controlli più rigidi e responsabilità anche da parte delle piattaforme. Il Governo accelera sul ddl per la tutela dei minori, puntando ad innalzare la “maggiore età” per accedere alle piattaforme social, ma cosa significa davvero, nella vita quotidiana di una famiglia?

social vietati ai minori

Significa, prima di tutto, interrogarsi su quanto presto i bambini entrino in contatto con smartphone e social. Oggi succede sempre prima, spesso per necessità, a volte per comodità, altre per pressione sociale (“ce l’hanno tutti”). Eppure, sempre più esperti sottolineano che anticipare troppo questi strumenti può avere conseguenze sulla concentrazione, sull’autostima e sulle relazioni.

In questo contesto si inserisce anche la voce di Francesca Barra, giornalista, conduttrice, scrittrice, che ha contribuito ad alimentare la riflessione con un punto di vista molto concreto. Non si limita a parlare di divieti, ma invita a guardare il problema in modo più ampio.

“Non è una questione di controllo, ma di protezione”, è il senso del suo messaggio. E ancora, mette in guardia da un errore molto comune: considerare i social un semplice passatempo. In realtà, come sottolinea, sono un ambiente complesso, capace di influenzare profondamente il modo in cui i ragazzi si percepiscono e si relazionano.

Barra, che è madre di quattro figli di età diverse, a Leggo racconta anche quanto sia difficile trovare un equilibrio tra il proteggere e il non isolare. Per questo insiste su un punto fondamentale: il ruolo degli adulti. Non basta dire “no”, serve costruire alternative, proporre esperienze, creare tempo condiviso. 

Ed è qui che il tema della proposta di legge si intreccia con la vita reale delle famiglie. Perché una norma può aiutare, può dare un limite chiaro, ma non può sostituire l’educazione. Non può insegnare ai bambini come usare uno strumento, né può costruire quel rapporto di fiducia che si crea giorno dopo giorno.

In molti Paesi si stanno già sperimentando restrizioni più rigide, proprio perché la dipendenza da social e smartphone è considerata sempre più un problema di salute pubblica. Ma anche chi è favorevole ai divieti sottolinea che da soli non bastano. Il punto, allora, non è solo “vietare o no”, ma capire quando, come e con quali regole introdurre questi strumenti nella vita dei nostri figli. E forse la domanda più importante resta un’altra: che esempio diamo noi?

Perché i bambini osservano, imitano, assorbono. Se siamo i primi a stare sempre con lo smartphone in mano, a scrollare senza sosta, a distrarci continuamente, sarà difficile chiedere loro di fare diversamente. Alla fine, più che una battaglia contro i social, questa è una sfida educativa. Una di quelle che non si risolvono con una sola regola, ma con presenza, coerenza e dialogo.

E in mezzo a tutto questo, resta una certezza: proteggere l’infanzia, oggi, significa anche imparare a mettere dei confini nel mondo digitale. Senza paura di dire qualche no in più. Anche se è la parte più difficile.

Giovani: il futuro fa paura

Mar 12
Scritto da Annamaria avatar

Crescere oggi non è semplice. Per molti ragazzi pensare al futuro non significa entusiasmo o sogni, ma ansia, pressione e senso di smarrimento. Il futuro fa paura ai giovani. È la fotografia che emerge dalla ricerca “Fragile – mappae mundi di una nuova generazione”, promossa dalla Fondazione Unhate, che ha analizzato il rapporto dei giovani italiani tra i 13 e i 24 anni con il presente e con ciò che li aspetta domani. Il dato che colpisce di più è che quasi un giovane su quattro si sente sopraffatto e bloccato, schiacciato da aspettative, paure e difficoltà relazionali. Una condizione che gli studiosi definiscono quella degli “sfiduciati sotto pressione”: ragazzi che percepiscono il mondo come minaccioso, fanno fatica a immaginare il futuro e tendono a interiorizzare il disagio senza chiedere aiuto.

Lo studio racconta una generazione cresciuta in un contesto pieno di opportunità – più accesso all’informazione, più libertà di movimento, orizzonti globali più ampi – ma anche più complesso e difficile da interpretare. Quando mancano punti di riferimento solidi, questa apertura può trasformarsi in una fonte di pressione e spaesamento, fino a creare una vera e propria sensazione di “blocco”.

La ricerca individua quattro diversi profili tra i giovani italiani, che aiutano a capire meglio le tante sfumature di questa generazione. Il gruppo più numeroso è quello dei “moderati in transizione”, che rappresenta il 34%: ragazzi che mantengono un equilibrio fragile e hanno bisogno di sostegno per affrontare i passaggi più delicati della crescita. Poi ci sono gli “irrequieti in bilico”, circa il 25%, giovani spesso molto attivi e motivati ma esposti a un forte rischio di sovraccarico e ansia da prestazione. All’estremo opposto si trovano i “fiduciosi propositivi”, che sono solo il 17%: ragazzi con buon equilibrio emotivo e relazionale, capaci di guardare al futuro come a uno spazio di possibilità.

Nonostante le fragilità, il quadro non è completamente negativo. Molti giovani continuano a credere nel futuro, nella scienza, nella tecnologia e nelle opportunità offerte dall’Europa. Ma allo stesso tempo emergono segnali diffusi di stanchezza, insicurezza e senso di inadeguatezza, soprattutto nella fascia tra i 17 e i 19 anni, quando si avvicinano le scelte più importanti per la vita adulta.

Secondo gli esperti, la chiave per trasformare questa fragilità in una risorsa sta soprattutto nelle relazioni educative e nei contesti che accompagnano i ragazzi nella crescita. Scuola, famiglia, attività sportive, artistiche o di volontariato possono diventare spazi fondamentali in cui i giovani costruiscono fiducia, identità e senso del futuro. Perché crescere significa anche imparare a orientarsi in un mondo complesso, ma nessuno dovrebbe farlo da solo.

Contro HPV vaccinazione decisiva

Mar 05
Scritto da Annamaria avatar

“In Italia ogni anno circa 5.000 tumori sono legati al papillomavirus umano. Parliamo di una malattia che, in molti casi, può essere prevenuta grazie alla vaccinazione e allo screening. Per questo guardiamo con favore alla legge in arrivo e rinnoviamo il nostro impegno a fianco delle Istituzioni per rafforzare la prevenzione”. È l’appello del Presidente della Lega Italiana per Lotta contro i Tumori, il prof. Francesco Schittulli, in occasione della Giornata mondiale contro l’HPV, che si è celebrata ieri 4 marzo. Contro l’HPV la vaccinazione è decisiva.

contro hpv vaccinazione decisiva

La LILT è infatti tra i firmatari del Manifesto per l’eliminazione dei tumori correlati al papillomavirus (HPV), responsabile nella quasi totalità dei casi del tumore della cervice uterina e associato anche a tumori dell’ano, della vagina, della vulva, del pene e della regione testa-collo. Un virus estremamente diffuso: circa l’80% delle persone sessualmente attive lo contrae almeno una volta nella vita.

L’odierna iniziativa, promossa insieme ad associazioni di pazienti, società scientifiche e organizzazioni civiche per rafforzare le politiche di prevenzione e sostenere le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha come obiettivo l’eliminazione del tumore della cervice uterina, problema di sanità pubblica.

“La vaccinazione anti-HPV rappresenta uno degli strumenti più efficaci di sanità pubblica che abbiamo a disposizione”, sottolinea Schittulli. “È fondamentale continuare a investire sulla prevenzione, sull’informazione corretta e sull’aumento delle coperture vaccinali, soprattutto tra i più giovani”. E questo è l’impegno della LILT anche attraverso i propri ambulatori e la disponibilità di intervento nelle Scuole, avendo sottoscritto un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione finalizzato a promuovere percorsi di educazione alla salute e alla prevenzione.

La comunità scientifica internazionale considera infatti la combinazione tra vaccinazione e screening la strategia più efficace per prevenire i tumori HPV-correlati. Tuttavia, in Italia le coperture vaccinali restano ancora lontane dagli obiettivi fissati a livello internazionale, che puntano a raggiungere entro il 2030 almeno il 90% della popolazione target vaccinata. 

“È fondamentale recuperare i ritardi accumulati negli anni della pandemia e accelerare le coperture vaccinali”, conclude Schittulli. “Solo attraverso una forte alleanza tra istituzioni, sistema sanitario, scuola e associazioni sarà possibile proteggere le nuove generazioni e avvicinarci all’obiettivo di eliminare i tumori HPV-correlati”.

Ecoemozioni nei ragazzi

Dic 27
Scritto da Annamaria avatar

La crisi climatica non è più soltanto un problema ambientale, ma anche psicologico, soprattutto per bambini e adolescenti. Secondo l’articolo di Corriere della Sera, sempre più ricerche mostrano che l’emergenza climatica incide in modo significativo sulla salute mentale dei giovani, generando nuove forme di stati d’animo collettivi definiti dagli autori del libro Ecoemozioni. Alice Facchini e Matteo Innocenti definiscono i disturbi nei ragazzi come ecoansia, ecoparalisi, eutierria e solastalgia. 

ecoemozioni nei ragazzi

La cosiddetta ecoansia è forse la forma più diffusa: non si tratta di una malattia, ma di un’emozione intensa legata alla percezione di un futuro incerto per il pianeta. Può manifestarsi come ansia, nervosismo, sensazione di impotenza o tristezza, e talvolta porta i giovani a sentirsi isolati o incompresi da chi non condivide la stessa preoccupazione. 

Come spiegano gli autori, “Non è una malattia, ma una condizione innata, un’emozione che tutti proviamo, anche chi non se ne rende conto. Infatti, chi può affermare di non avere paura della devastazione del nostro ambiente, che potrebbe mettere a rischio la specie umana?”. 

Un’altra ecoemozione descritta è l’ecoparalisi, uno stato in cui la mente si blocca davanti all’idea di un pianeta irreversibilmente danneggiato: si percepisce tutto come inutile, troppo complicato o compromesso, e questo può durare da poche ore a giorni, influenzando negativamente l’umore e le prospettive di azione. 

Ma non tutte le ecoemozioni sono negative. L’eutierria è uno stato emotivo positivo che nasce da un senso di pace e di unità con la natura, ad esempio immergendosi in un ambiente naturale o immaginandolo. Questo tipo di connessione può accrescere speranza, fiducia e benessere, aiutando a bilanciare le sensazioni negative legate alla crisi climatica. 

Infine, c’è la solastalgia, una forma di nostalgia dolorosa per l’ambiente che si sta degradando sotto i nostri occhi. È quella sensazione di perdita di qualcosa a cui sentiamo profondamente di appartenere — come un parco che scompare o un paesaggio trasformato — che mescola il piacere dei ricordi con la tristezza per ciò che non potrà più tornare. 

Gli autori sottolineano che riconoscere queste ecoemozioni nei ragazzi è il primo passo per aiutarli a gestirle: immergersi nella natura, ascoltarla con calma e riscoprire il nostro legame profondo con l’ambiente non solo favorisce benessere psicologico, ma può trasformare preoccupazione e impotenza in impegno propositivo verso il futuro. 

I social minano davvero l’attenzione dei ragazzi

Dic 11
Scritto da Annamaria avatar

Per anni ci siamo sentiti dire che i videogiochi sono il grande nemico dell’attenzione dei ragazzi, la causa di ogni distrazione, il buco nero che inghiotte concentrazione e rendimento scolastico. E invece, a quanto pare, stavamo guardando dalla parte sbagliata. Una ricerca del Karolinska Institutet insieme alla Oregon Health & Science University ha seguito più di 8.300 bambini dai 10 ai 14 anni per capire davvero come reagisce la loro attenzione quando passano tempo davanti agli schermi. E la sorpresa è notevole: i problemi non arrivano dai videogiochi, né dai video o dalla tv. L’unico vero fattore che sembra incidere sulla capacità di mantenere il focus sono… i social. Sono loro che minano davvero l’attenzione dei ragazzi.

Già questo, da solo, ribalta una narrazione intera. I ricercatori spiegano che la questione non è “quanto” schermo, ma “che tipo” di schermo. Quando un ragazzo gioca, anche se può sembrare immerso in un mondo parallelo, in realtà sta sostenendo un livello di concentrazione costante: prende decisioni, segue obiettivi, coordina strategie. Lo stesso vale per un video, che ha un inizio, una fine, un flusso lineare. I social, invece, lavorano esattamente al contrario: notifiche improvvise, feed infiniti, messaggi che arrivano a raffica, e quell’attesa — quasi pavloviana — che qualcosa stia per succedere da un momento all’altro. È proprio questa frammentazione continua dell’attenzione il terreno più fertile per la distrazione.

Ovviamente, i ricercatori sono cauti: a livello individuale, parliamo di un effetto “modesto”. Non è che ogni ragazzino che passa del tempo su Instagram o TikTok svilupperà un disturbo dell’attenzione, e nessuno sta dicendo che i social “causino” qualcosa come l’ADHD. Ma il punto è un altro: quando un’intera generazione è immersa quotidianamente in un ambiente così frammentato, anche un piccolo cambiamento individuale può trasformarsi in un effetto enorme a livello sociale, con più diagnosi e più fatica generale nel concentrarsi.

E allora, forse, la soluzione non è demonizzare gli schermi in blocco — perché videogiochi e video non sembrano affatto il problema — ma iniziare a guardare con più lucidità come i ragazzi usano i social e che tipo di spazio mentale lasciano loro. Non serve diventare rigidi o punitivi: basta favorire un uso più consapevole, spezzare qualche automatismo, ritagliarsi momenti senza notifiche, alternare digitale e offline con un po’ più di cura. Anche perché l’attenzione non è un interruttore: è un muscolo. E oggi, più che mai, ha bisogno di essere allenato nel modo giusto.

Torna la “Maturità” 

Ott 30
Scritto da Annamaria avatar

L’Esame di Stato cambia volto  e anche nome. Dal 2026, infatti, torna la Maturità, proprio come un tempo. Un ritorno alle origini che non è solo simbolico, ma segna anche una nuova impostazione per l’esame che conclude il percorso scolastico di milioni di studenti italiani. La riforma, approvata definitivamente dal Parlamento, porta con sé diverse novità pensate per rendere la prova più equilibrata, più formativa e più vicina alla realtà scolastica di oggi.

torna la maturita

Il colloquio orale, che negli ultimi anni si era trasformato in un lungo percorso multidisciplinare, sarà d’ora in poi incentrato su quattro materie. Saranno individuate ogni anno dal Ministero dell’Istruzione entro il 31 gennaio, in modo da permettere agli studenti di prepararsi per tempo e in modo mirato.

Restano invece due prove scritte: una di italiano comune a tutti e una di indirizzo, diversa a seconda del tipo di scuola.

Anche le commissioni cambiano: saranno più snelle, composte da cinque membri (due interni, due esterni e un presidente esterno), per rendere il lavoro di valutazione più agile e coerente.

Un altro punto fermo riguarda la partecipazione: chi rifiuterà il colloquio orale verrà automaticamente bocciato. Il messaggio è chiaro: l’esame va affrontato con serietà e consapevolezza, come tappa finale di un percorso formativo, non come ostacolo da evitare.

Il voto finale terrà conto non solo dei risultati delle prove, ma anche dell’impegno dimostrato durante l’anno e di eventuali attività extrascolastiche riconosciute come formative o meritorie.

L’obiettivo della riforma è duplice: ridare centralità al merito e alla preparazione effettiva, e allo stesso tempo valorizzare il percorso complessivo dello studente. Il ritorno al nome “Maturità” vuole proprio richiamare questo concetto: non si tratta solo di un esame, ma di un momento di crescita personale e culturale.

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha spiegato che la riforma nasce per “restituire dignità e valore a un passaggio decisivo nel percorso formativo dei giovani”. Sottolinea che la Maturità deve tornare a rappresentare una prova di maturazione, non solo di conoscenza.

Per gli studenti di oggi il cambiamento più grande sarà nella gestione del tempo e del metodo di studio. Con un colloquio centrato su poche materie, servirà approfondire davvero, capire i collegamenti e non limitarsi alla semplice memorizzazione. Anche il modo di essere valutati sarà più completo. Conterà la partecipazione, la costanza, la capacità di esprimersi e di argomentare. Un approccio più “europeo”, che guarda non solo alle conoscenze ma anche alle competenze e all’autonomia di pensiero. E voi che ne pensate?

La Gen Z riscrive le regole dell’errore

Ott 13
Scritto da Annamaria avatar

Per anni, in Italia, l’errore è stato un tabù. Un fallimento da evitare a tutti i costi, segno di debolezza più che di crescita. Ma le nuove generazioni stanno ribaltando la prospettiva: oggi, per quasi la metà degli studenti italiani (42%), sbagliare non è più una vergogna, bensì un’occasione per migliorare. La Gen Z riscrive le regole dell’errore.

la gen z riscrive le regole dellerrore

A dirlo è una ricerca di Skuola.net, realizzata con Tipp-Ex, che ha coinvolto 2.500 ragazzi delle scuole superiori e dell’università. Il 32% descrive l’errore come “frustrante ma utile”, un altro 10% lo vede come uno stimolo concreto a fare meglio. Solo una minoranza, il 22%, lo considera ancora un fallimento senza alcun lato positivo.

Il cambiamento c’è, anche se non mancano i retaggi del passato. Quasi un ragazzo su due (45%) confessa di sentirsi agitato o sotto pressione quando sbaglia a scuola, e tra le ragazze il senso di dover “fare meglio” è ancora più forte. Segno che l’idea dell’errore come colpa, eredità della vecchia scuola “Gentiliana”, non è del tutto superata.

C’è però un nuovo vento che soffia tra i banchi: quello del “fail and learn”, l’arte di sbagliare per crescere. I giovani stanno imparando a guardare i propri inciampi con occhi diversi, persino con un pizzico di ironia. E se il 65% si limita a barrare un errore, molti preferiscono strumenti come il correttore a nastro o il bianchetto: piccoli gesti simbolici per trasformare lo sbaglio in una ripartenza.

Le nuove generazioni sono molto più esposte rispetto al passato all’ansia da prestazione a scuola, come del resto avviene nello sport e sui social: 9 su 10 la percepiscono in maniera tangibile nel loro quotidiano – spiega Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net, a LeggoMa la loro reazione è rivoluzionaria, specie se raffrontata alla mentalità tipica italiana: invece di flagellarsi per l’errore o viverlo come uno stigma da evitare a tutti i costi, preferiscono usarlo come lezione per ripartire”.


Aggiunge Giada Canestrelli di BIC Italia: “Vogliamo aiutare i ragazzi a vivere l’errore con serenità e leggerezza, trasformandolo in un’occasione di crescita. L’errore non è un fallimento, ma un passaggio naturale del percorso di apprendimento: correggerlo con semplicità, e magari con un pizzico di ironia, significa imparare a guardarlo con occhi nuovi e a ritrovare fiducia in sé stessi”.

Look scuola: divieti

Set 18
Scritto da Annamaria avatar

All’apertura delle scuole, non è solo il suono della campanella a segnare l’inizio del nuovo anno: molte scuole hanno deciso di introdurre o rafforzare regolamenti sull’abbigliamento degli studenti, imponendo divieti precisi che stanno suscitando dibattito sui look da adottare a scuola. L’Ansa segnala che in numerosi istituti sono stati distribuiti depliant o circolari che spiegano cosa non è permesso: gonne troppo corte, addomi scoperti, cappelli o cappucci in aula, unghie molto lunghe, zeppe alte o sandali incandescenti. 

look scuola divieti

Secondo un sondaggio di Skuola.net (quasi 3.000 studenti coinvolti), circa 3 su 10 devono stare attenti a come vestirsi ogni mattina per evitare richiami o addirittura sanzioni; altri il 55% segnalano che c’è un dress code implicito che chiede un abbigliamento “adeguato” al contesto; solamente 1 studente su 5 ha carta bianca. 

Tra i divieti più ricorrenti:

  • top o canottiere minimal, magliette con scollature eccessive che lasciano le spalle o l’addome scoperto; 
  • gonne e pantaloni troppo corti, jeans strappati; 
  • cappelli o cappucci in aula; 
  • unghie finte troppo lunghe, trucco vistoso, capelli molto colorati, piercing; per le ragazze in particolare. 
  • per i ragazzi, il focus è meno sull’abbigliamento “minimale”, più su barba curata, aspetto ordinato; barbe troppo lunghe o trasandate vengono criticate. 

Le scuole affermano che lo scopo è mantenere un ambiente “sobrio, decoroso, pulito e ordinato”, dove l’abbigliamento non distragga o impedisca la concentrazione. 

Ci sono opinioni contrastanti su questi regolamenti.  C’è chi sostiene che la scuola non sia il luogo per mostrare look da spiaggia o da festa, soprattutto con l’arrivo dei mesi più caldi; che è giusto mantenere una certa sobrietà e rispetto verso l’ambiente educativo. Alcuni presidi sottolineano che comunque queste regole sono dettate dall’autonomia scolastica: ossia, è l’istituto che decide cosa è adeguato nel proprio contesto. 

Immancabili, però, le critiche. Molti studenti e associazioni dicono che spesso le regole sono vaghe e soggettive (“decoroso”, “impone distrazione”). E finiscono per penalizzare in modo sproporzionato le ragazze. C’è chi teme che si entri in una logica che limita la libertà di espressione personale. O che diventi una fonte di disagio fisico (con il caldo, per esempio) o psicologico. Inoltre, alcuni commentatori dicono che le sanzioni o i richiami possano sembrare arbitrari se non c’è chiarezza su cosa sia consentito o no.