Articoli della categoria ‘BLOG & FORUM’

Maternità oltre i 40 anni

Gen 15
Scritto da Annamaria avatar

La maternità oltre i 40 anni è sempre più comune in Italia: molte donne, come l’attrice di Un Medico in Famiglia Margot Sikabonyi, scelgono di allargare la famiglia in un momento della vita in cui si sentono più stabili, consapevoli e pronte ad affrontare ciò che verrà. Margot, che ha dato il benvenuto al suo terzo figlio Michele a 42 anni, racconta questa esperienza con una sincerità delicata e intensa al Corriere della Sera.

maternita oltre i 40 anni
L’attrice di Un Medico in Famiglia Margot Sikabonyi con il terzogenito Michele, nato il 6 ottobre scorso

Per lei, “mamma a 42 anni, con altri due bambini, reduce da un divorzio, coraggiosa forse sì”, ma soprattutto è una donna che finalmente sente di possedere gli strumenti interiori per vivere la maternità con piena presenza. Margot dice che prima, a 30 anni, si sentiva spesso in balia degli eventi: una giovinezza segnata da insicurezze e giudizi esterni che le impedivano di godersi appieno il ruolo di madre. Oggi, invece, sente una profonda armonia con il suo bambino e con se stessa, nonostante “lo scenario che mi circonda sia assolutamente imperfetto”, con una famiglia allargata e la mancanza di una rete familiare vicino a lei.

Molto della sua riflessione sulla maternità oltre i 40 anni ruota attorno a un concetto essenziale: la consapevolezza di sé. Racconta che tante paure sono svanite proprio grazie alla sicurezza, alla maturità e alla capacità di ascoltare il proprio corpo e la propria mente. Anche se “le notti sono discontinue a causa dei pasti, il tempo per me è praticamente inesistente”, Margot sottolinea che la maternità non l’ha cancellata, anzi: ha dato voce alla donna che è oggi, con una maggiore capacità di abbandonarsi, accettare i propri limiti e aprirsi alle nuove possibilità.

Un altro punto che emerge forte dalle sue parole riguarda il supporto emotivo nelle fasi più delicate. Margot riflette su quanto la solitudine sia diffusa tra le mamme e su come una rete di donne, di figure affettive e di sostegno psicologico possa fare la differenza: “la società tende a metterci alla prova con mille richieste, aspettative e ci immagina affiancate da presenze che non sempre sono in grado di cogliere cosa accade dentro di noi”. Per lei, ritrovare equilibrio significa anche imparare a vivere e raccontare le proprie emozioni, senza paura di mostrare fragilità.

Infine Margot parla dei valori che desidera trasmettere ai suoi figli: essere presenti, vedere, ascoltare e vivere con empatia. “Se penso a Michele desidero essere presente: ci sono, ti vedo, ti ascolto”, dice, aggiungendo che la serenità è un tesoro da coltivare non solo per sé, ma per chi cresce accanto a noi.

La sua esperienza dimostra che la maternità oltre i 40 anni non è soltanto possibile, ma può essere una stagione di pienezza, profondità e autenticità, in cui la donna non perde se stessa, ma trova una nuova misura del suo potenziale come madre e come persona.

Quando si toglie l’albero di Natale

Gen 11
Scritto da Annamaria avatar

Ogni anno il dilemma è lo stesso: quando si toglie l’albero di Natale? Secondo la tradizione più diffusa in Italia, la data di riferimento è il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, che per consuetudine “tutte le feste porta via”. In molte case si smonta l’albero proprio in questa giornata, perché segna simbolicamente la fine del periodo natalizio. E il ritorno alla routine quotidiana. Infatti in molte case già non c’è più…

Per i più tradizionalisti, però, la questione non finisce qui. C’è chi segue un’usanza ancora più antica e aspetta il 2 febbraio, la festa della Candelora, che nella tradizione cristiana chiude ufficialmente il ciclo legato alla nascita e presentazione di Gesù al Tempio. In alcune famiglie si lascia l’albero e le luci fino a quella data, per rispettare appieno l’intero percorso liturgico.

E poi ci sono i nostalgici o gli amanti dell’atmosfera accogliente: alcune persone non vogliono proprio dire addio all’abete prima del cambio di stagione e aspettano l’equinozio di primavera (intorno al 20 marzo) per riporre gli addobbi. È un modo originale, e un po’ indulgente, di prolungare il calore delle feste anche nei mesi invernali più freddi. 

A livello pratico, però, la maggior parte delle famiglie italiane decide di smontare l’albero nel weekend subito dopo l’Epifania: è comodo, non ci sono più vacanze di mezzo e spesso si trova qualche ora libera. Inoltre, se l’albero è naturale, è davvero difficile tenerlo oltre una certa data senza che inizi a perdere gli aghi in modo eccessivo. 

Parlando in prima persona… beh, il mio albero è ancora lì. Sì, lo ammetto con un sorriso: tra ritorni dal lavoro, riordino dei regali, panni da fare e appuntamenti vari, non ho ancora avuto il tempo di toglierlo. Forse lo farò proprio oggi, chissà… Ma confesso che un po’ mi dispiace. Quel mix di lucine, profumo di pino e atmosfera magica rende la casa così accogliente che toglierlo sembra quasi un piccolo “addio” alla festa. 

Insomma, non esiste una regola rigida: l’importante è fare la scelta che rispecchia il vostro ritmo familiare. Che sia già stato fatto il 6 gennaio o lo si farà il 2 febbraio o appena trovate un pomeriggio libero, smontare l’albero è sempre un piccolo rito di passaggio tra passato e futuro. 

Nuovi programmi scolastici: vecchi libri da buttare

Dic 14
Scritto da Annamaria avatar

Il grande aggiornamento delle Indicazioni nazionali, quello che dal 2026 cambierà programmi, impostazione didattica e persino alcune materie come il ritorno del latino alle medie, non avrà effetti solo sul modo di insegnare. Avrà un impatto molto concreto anche sulle tasche delle famiglie. È un aspetto di cui si parla poco, ma che rischia di diventare il problema numero uno già dall’anno scolastico 2026/27: i vecchi libri non varranno più nulla e il mercato dell’usato, per un anno o forse due, sarà praticamente azzerato. Insomma, nuovi programmi scolastici, e quindi vecchi libri da buttare.

nuovi programmiscolastici libri vecchi da buttare

Il motivo è semplice. Quando entrano in vigore nuove Indicazioni nazionali, gli editori devono rivedere completamente i testi: non qualche paragrafo, ma l’impostazione, la scelta dei contenuti, le mappe concettuali, gli esercizi, talvolta perfino l’ordine dei capitoli. Questo significa che i libri attualmente in circolazione non saranno più adottabili. Chi aveva già programmato di comprare i testi di seconda mano, si ritroverà senza alternative, obbligato a passare al nuovo.

Il problema riguarda soprattutto le scuole medie, perché è qui che il ricambio dei libri pesa di più. Per molte famiglie, l’usato è sempre stato una boccata d’ossigeno: un risparmio che, a seconda delle materie, può arrivare anche al 40-50% sul costo finale. E non è solo questione di risparmiare: c’è anche il tema del “ciclo virtuoso”, in cui ogni studente vende i propri libri per acquistare quelli dell’anno successivo, ammortizzando la spesa. Con il cambio dei programmi, questo ciclo si interrompe. Chi oggi frequenta seconda o terza media, ad esempio, non potrà rivendere quasi nulla, e chi entrerà in prima media nel 2026 dovrà acquistare tutto nuovo.

Il paradosso è evidente: una riforma pensata per modernizzare la scuola rischia di pesare soprattutto sulle famiglie che già fanno fatica a sostenere una lista di testi sempre più costosa. E questo accade proprio mentre il governo sta spingendo su tradizione, radici culturali e studio più rigoroso della grammatica e della storia dell’Occidente. Una visione condivisibile o meno, ma che inevitabilmente porta con sé un prezzo.

A tutto questo si aggiunge un altro dettaglio poco considerato: il mercato dell’usato non è solo un modo per risparmiare, ma anche una forma di economia circolare spontanea, un’abitudine utilissima che riduce sprechi e consumo di carta. Con l’arrivo dei nuovi programmi, migliaia di libri attuali rischiano di finire nei cassetti, negli scatoloni o, peggio ancora, al macero.

Le famiglie dovranno quindi prepararsi a un autunno 2026 più costoso del solito. C’è chi parla di incentivi, chi suggerisce voucher o bonus libri ampliati, chi chiede alle scuole di adottare testi digitali almeno in parte. Ma ad oggi, soluzioni ufficiali non ce ne sono. E la sensazione è che questo tema emergerà forte e chiaro solo quando, a giugno, verranno pubblicate le nuove liste dei libri di testo.

Per ora, di certo c’è una cosa sola: dietro la riforma culturale che il Ministero dell’Istruzione ha avviato, si nasconde anche una riforma economica non dichiarata, che riguarda direttamente ogni famiglia italiana con figli in età scolare. Il rischio è che il rinnovamento didattico diventi, almeno all’inizio, un rinnovamento costoso.

I social minano davvero l’attenzione dei ragazzi

Dic 11
Scritto da Annamaria avatar

Per anni ci siamo sentiti dire che i videogiochi sono il grande nemico dell’attenzione dei ragazzi, la causa di ogni distrazione, il buco nero che inghiotte concentrazione e rendimento scolastico. E invece, a quanto pare, stavamo guardando dalla parte sbagliata. Una ricerca del Karolinska Institutet insieme alla Oregon Health & Science University ha seguito più di 8.300 bambini dai 10 ai 14 anni per capire davvero come reagisce la loro attenzione quando passano tempo davanti agli schermi. E la sorpresa è notevole: i problemi non arrivano dai videogiochi, né dai video o dalla tv. L’unico vero fattore che sembra incidere sulla capacità di mantenere il focus sono… i social. Sono loro che minano davvero l’attenzione dei ragazzi.

i social minano davvero l attenzione dei ragazzi

Già questo, da solo, ribalta una narrazione intera. I ricercatori spiegano che la questione non è “quanto” schermo, ma “che tipo” di schermo. Quando un ragazzo gioca, anche se può sembrare immerso in un mondo parallelo, in realtà sta sostenendo un livello di concentrazione costante: prende decisioni, segue obiettivi, coordina strategie. Lo stesso vale per un video, che ha un inizio, una fine, un flusso lineare. I social, invece, lavorano esattamente al contrario: notifiche improvvise, feed infiniti, messaggi che arrivano a raffica, e quell’attesa — quasi pavloviana — che qualcosa stia per succedere da un momento all’altro. È proprio questa frammentazione continua dell’attenzione il terreno più fertile per la distrazione.

Ovviamente, i ricercatori sono cauti: a livello individuale, parliamo di un effetto “modesto”. Non è che ogni ragazzino che passa del tempo su Instagram o TikTok svilupperà un disturbo dell’attenzione, e nessuno sta dicendo che i social “causino” qualcosa come l’ADHD. Ma il punto è un altro: quando un’intera generazione è immersa quotidianamente in un ambiente così frammentato, anche un piccolo cambiamento individuale può trasformarsi in un effetto enorme a livello sociale, con più diagnosi e più fatica generale nel concentrarsi.

E allora, forse, la soluzione non è demonizzare gli schermi in blocco — perché videogiochi e video non sembrano affatto il problema — ma iniziare a guardare con più lucidità come i ragazzi usano i social e che tipo di spazio mentale lasciano loro. Non serve diventare rigidi o punitivi: basta favorire un uso più consapevole, spezzare qualche automatismo, ritagliarsi momenti senza notifiche, alternare digitale e offline con un po’ più di cura. Anche perché l’attenzione non è un interruttore: è un muscolo. E oggi, più che mai, ha bisogno di essere allenato nel modo giusto.

Homeschooling

Nov 30
Scritto da Annamaria avatar

Quando si parla di istruzione obbligatoria, la mente corre subito all’immagine tradizionale: lo zaino, la scuola, l’aula, i compagni. Eppure in Italia, come in molti altri Paesi, esiste un’alternativa regolamentata: l’istruzione parentale, più nota come homeschooling o home education. Significa che non è obbligatorio frequentare una scuola: i genitori possono scegliere di “fare scuola a casa” per i figli, assumendosi la responsabilità della loro istruzione diretta. 

La recente vicenda dei bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco” ha portato alla ribalta questo tema. Le famiglie che optano per l’homeschooling non sono fuori legge: la normativa italiana lo consente, a patto di rispettare alcune Regole. Nel caso in questione, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha confermato che per quei bambini l’obbligo scolastico risultava “regolarmente espletato” tramite educazione domiciliare riconosciuta. 

Allora, come funziona davvero l’istruzione parentale? E cosa devono sapere le famiglie che la scelgono, oggi, in Italia?

Innanzitutto, per “optare” per l’homeschooling bisogna fare una dichiarazione formale: i genitori devono inviare al dirigente scolastico della scuola più vicina una comunicazione in cui dichiarano la loro volontà di provvedere all’istruzione in famiglia, e affermano di possedere la capacità tecnica o economica per farlo. Questa dichiarazione va rinnovata ogni anno. 

Dopo aver fatto questa scelta, i bambini non “perdono” l’obbligo scolastico: lo affrontano in un modo diverso, e cioè somministrando loro l’istruzione a casa. Ma per poter passare all’anno successivo, ciascun alunno in homeschooling deve sostenere ogni anno un esame di idoneità presso una scuola statale o paritaria, fino a quando non viene assolto l’obbligo di istruzione (che in Italia dura 10 anni). 

Le modalità dell’esame variano a seconda del livello scolastico: per la scuola primaria è prevista almeno una prova scritta di competenze linguistiche, una di competenze logico-matematiche e un colloquio. Per la scuola media tre prove scritte (italiano, matematica, inglese) più un colloquio interdisciplinare. Per il biennio superiore un esame sulle discipline previste dal piano di studi dell’indirizzo scelto. 

La scuola a cui si affida l’esame ha anche l’obbligo di vigilare sul rispetto dell’obbligo scolastico: se la famiglia non presenta la dichiarazione di istruzione parentale o non consente l’esame, il dirigente scolastico, e in seconda battuta anche il sindaco del comune di residenza, possono intervenire. 

In questi anni l’homeschooling è aumentato molto: le famiglie che lo scelgono sono molte di più rispetto al passato e provengono da diverse realtà, spesso spinti dal desiderio di un’educazione più personalizzata e rispettosa dei tempi del bambino. 

Questo percorso offre flessibilità: la possibilità di costruire un programma di apprendimento su misura, di modulare tempi e ritmi, ma richiede consapevolezza, impegno e trasparenza. Non è una “via facile”: gli esami di idoneità richiedono preparazione adeguata, ed è importante che la famiglia si mantenga aggiornata su programmi e scadenze.

Il caso della “famiglia nel bosco” ha ricordato che la scelta dell’homeschooling, benché legale e possibile, non è esente da responsabilità. Le istituzioni competenti vigilano per far sì che l’istruzione avvenga seriamente, e intervengono se emergono irregolarità o condizioni non idonee. 

In definitiva, l’istruzione parentale rappresenta un’alternativa reale e regolata alla scuola tradizionale: una scelta per chi crede che l’apprendimento possa avvenire anche fuori dalle aule, nel contesto della famiglia, con metodi diversi, tempi personalizzati e percorsi su misura. Ma è anche una scelta che comporta doveri: dichiarazioni da presentare, esami da sostenere, verifica della serietà del percorso educativo.

Chi decide di intraprendere questa strada lo fa perché crede in un’educazione consapevole, libera e responsabile. E quando la legge è rispettata, anche l’homeschooling può essere un’opportunità di crescita e libertà  per i bambini, per i genitori, per l’intero concetto di scuola.

Bambini: insegnare la gentilezza

Nov 22
Scritto da Annamaria avatar

Il 13 novembre scorso è stata celebrata la Giornata Mondiale della Gentilezza. In un mondo in cui tutto ormai pare superfluo vale la pena di soffermarsi su un valore semplice, ma fondamentale. Noi, da genitori, dobbiamo chiederci sempre come meglio insegnare la gentilezza ai bambini, per renderli adulti migliori domani.

bambini insegnare la gentilezza

I bimbi non imparano dalle parole, ma dagli esempi. Un “grazie” detto con sincerità, una porta tenuta aperta, un tono calmo anche quando si è stanchi: sono tutti gesti quotidiani che modellano la loro idea di come ci si comporta con gli altri. La regola d’oro è semplice: si insegna gentilezza solo se la si pratica.

Per essere gentili bisogna capire come ci si sente e come si sentono gli altri. Parlare con i bambini delle emozioni, che siano di rabbia, frustrazione, gioia o tristezza, li aiuta a riconoscerle e a gestirle, evitando comportamenti impulsivi e aggressivi. La gentilezza nasce quasi sempre da empatia + autocontrollo.

“Per favore”, “grazie”, “posso?”, “mi dispiace”: sembrano formule di cortesia, ma per i bambini sono veri mattoni educativi. L’obiettivo non è ripeterle a memoria, ma capire perché si usano. Spiegazioni brevi, legate al loro mondo, funzionano sempre: “Diciamo grazie quando qualcuno ci aiuta”, “Diciamo scusa quando abbiamo fatto male a qualcuno”. Non servono lunghe prediche: bastano coerenza e quotidianità.

La gentilezza si allena come un muscolo. Alcune idee pratiche:

  • Il barattolo della gentilezza: ogni volta che il bambino compie un gesto gentile, si inserisce un bigliettino. A fine settimana si leggono insieme.
  • La missione del giorno: “Oggi facciamo un complimento a qualcuno” oppure “Aiutiamo un amico in difficoltà”.
  • Il gioco del grazie: prima di dormire, ognuno dice qualcosa per cui è grato.

Essere gentili non significa essere perfetti. La gentilezza, paradossalmente, si impara soprattutto quando si sbaglia: un litigio, un gesto impulsivo, una parola di troppo. La chiave è mostrar loro come si ripara un errore: un “mi dispiace” detto bene, un abbraccio, un disegno per fare pace. Riparare è il modo più concreto di insegnare rispetto.

I bambini devono capire che la gentilezza non è solo verso gli altri, ma anche verso sé stessi.
Significa prendersi una pausa, dire che si è stanchi, accettare di non riuscire subito, celebrare i piccoli successi. Un bambino che sa essere gentile con sé stesso cresce più sicuro, più sereno, più aperto agli altri.

Insegnare la gentilezza ai bambini non è un compito educativo marginale: è uno dei doni più grandi che un adulto può fare. Un bambino che cresce in un ambiente gentile impara che il mondo può essere un posto buono, e fa la sua parte per renderlo tale.

Decalogo prenatalizio per preparare i bambini 

Nov 17
Scritto da Annamaria avatar

Il periodo che sta per arrivare è uno dei momenti più magici dell’anno: luci, profumi, musica, attesa e tradizioni che si tramandano da generazioni. Ma il Natale non è solo regali e consumismo: può diventare un’occasione preziosa per insegnare ai piccoli di casa valori importanti come la gentilezza, la gratitudine, la condivisione e la cura degli altri.

Pretty little girl is holding a gift box and smiling while sitting on her bed in her room at home

Ecco quindi un decalogo prenatalizio semplice e divertente, per preparare i bambini al Natale in modo giocoso ma anche profondo, vivendo ogni giorno della preparazione come parte della magia.

1. Preparare insieme un calendario dell’attesa creativo

Non solo cioccolatini! Realizzate un calendario fai-da-te con bigliettini, lavoretti o piccoli impegni quotidiani. Ogni casella può contenere un messaggio positivo o un gesto da compiere.

2. Raccontare il senso del Natale con parole semplici

Che si affronti da punto di vista religioso, tradizionale o culturale, il bambino ha bisogno di capire perché stiamo festeggiando, non solo come.

3. Allestire la casa con decorazioni “narrate”

Ogni addobbo può avere una storia: da dove viene, perché si usa, cosa rappresenta. Dare un significato trasforma l’ambiente in un luogo vivo, non in una semplice vetrina.

4. Introdurre il valore della gratitudine

Un piccolo rituale quotidiano può bastare: ogni sera, scrivere (o disegnare) una cosa per cui si è grati. Il Natale parte dal cuore, non dai pacchi.

5. Organizzare attività manuali più che “shopping”

Saltare un pomeriggio al centro commerciale e sostituirlo con una giornata creativa: biscotti, disegni, biglietti, pupazzi, stelle di carta.
Il ricordo dura più di un acquisto.

6. Parlare di sostenibilità

Scegliere decorazioni riutilizzabili, carte regalo riciclate, doni utili o esperienziali: una scelta consapevole fa parte della magia moderna.

7. Inserire momenti di lettura condivisa

I libri natalizi — fiabe, racconti, albi illustrati — trasportano nella dimensione dell’immaginazione, nutrendo emozioni e fantasia.

8. Allenare la gentilezza

Creare la “missione della gentilezza”: per esempio, aiutare un compagno, fare un complimento, donare qualcosa a chi ne ha bisogno, coccolare un animale.
Il vero spirito natalizio è un superpotere quotidiano.

9. Coinvolgerli nei gesti di dono

Non solo ricevere, ma anche scegliere o realizzare un regalo per qualcuno, imparando l’emozione del “pensare all’altro”.

10. Godersi l’attesa senza fretta

La magia sta nel percorso, non nel giorno clou. Spegnere i ritmi, rallentare, sorseggiare una cioccolata calda guardando le luci: questo è crescere con il cuore pieno.

Torna la “Maturità” 

Ott 30
Scritto da Annamaria avatar

L’Esame di Stato cambia volto  e anche nome. Dal 2026, infatti, torna la Maturità, proprio come un tempo. Un ritorno alle origini che non è solo simbolico, ma segna anche una nuova impostazione per l’esame che conclude il percorso scolastico di milioni di studenti italiani. La riforma, approvata definitivamente dal Parlamento, porta con sé diverse novità pensate per rendere la prova più equilibrata, più formativa e più vicina alla realtà scolastica di oggi.

torna la maturita

Il colloquio orale, che negli ultimi anni si era trasformato in un lungo percorso multidisciplinare, sarà d’ora in poi incentrato su quattro materie. Saranno individuate ogni anno dal Ministero dell’Istruzione entro il 31 gennaio, in modo da permettere agli studenti di prepararsi per tempo e in modo mirato.

Restano invece due prove scritte: una di italiano comune a tutti e una di indirizzo, diversa a seconda del tipo di scuola.

Anche le commissioni cambiano: saranno più snelle, composte da cinque membri (due interni, due esterni e un presidente esterno), per rendere il lavoro di valutazione più agile e coerente.

Un altro punto fermo riguarda la partecipazione: chi rifiuterà il colloquio orale verrà automaticamente bocciato. Il messaggio è chiaro: l’esame va affrontato con serietà e consapevolezza, come tappa finale di un percorso formativo, non come ostacolo da evitare.

Il voto finale terrà conto non solo dei risultati delle prove, ma anche dell’impegno dimostrato durante l’anno e di eventuali attività extrascolastiche riconosciute come formative o meritorie.

L’obiettivo della riforma è duplice: ridare centralità al merito e alla preparazione effettiva, e allo stesso tempo valorizzare il percorso complessivo dello studente. Il ritorno al nome “Maturità” vuole proprio richiamare questo concetto: non si tratta solo di un esame, ma di un momento di crescita personale e culturale.

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha spiegato che la riforma nasce per “restituire dignità e valore a un passaggio decisivo nel percorso formativo dei giovani”. Sottolinea che la Maturità deve tornare a rappresentare una prova di maturazione, non solo di conoscenza.

Per gli studenti di oggi il cambiamento più grande sarà nella gestione del tempo e del metodo di studio. Con un colloquio centrato su poche materie, servirà approfondire davvero, capire i collegamenti e non limitarsi alla semplice memorizzazione. Anche il modo di essere valutati sarà più completo. Conterà la partecipazione, la costanza, la capacità di esprimersi e di argomentare. Un approccio più “europeo”, che guarda non solo alle conoscenze ma anche alle competenze e all’autonomia di pensiero. E voi che ne pensate?