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Ragazzi e droga

Ott 13
Scritto da Annamaria avatar

Le dipendenze cambiano, le sostanze si moltiplicano e i ragazzi sono sempre più esposti a rischi che possono avere conseguenze serie sulla salute fisica e mentale. A fotografare la situazione sono i dati del 2025: nei Pronto Soccorso italiani si sono registrati 9.641 accessi per condizioni direttamente droga-correlate, il 15% in più rispetto all’anno precedente. E c’è un dato che preoccupa particolarmente le famiglie: il 10% di questi accessi ha riguardato minorenni. Per ragazzi e droga l’allarme cresce esponenzialmente

ragazzi e droga

Quasi la metà dei pazienti arrivati in ospedale presentava una psicosi indotta da sostanze. Nell’11% dei casi è stato necessario il ricovero e, tra questi, il 17% è stato trasferito in terapia intensiva. Numeri che raccontano quanto il consumo di droghe possa trasformarsi in un’emergenza sanitaria, anche quando a farne le spese sono giovanissimi.

Non si tratta soltanto delle sostanze tradizionalmente conosciute. Nel 2025 il sistema nazionale di allerta ha identificato 92 nuove sostanze psicoattive circolanti in Italia. Un panorama in continua evoluzione, nel quale diventa più difficile riconoscere i rischi e intervenire tempestivamente.

Tra i giovani, inoltre, si osserva sempre più spesso la sovrapposizione tra consumo di sostanze e altri comportamenti a rischio. Un intreccio che può coinvolgere la salute mentale, la vita scolastica, le relazioni familiari e la socialità, rendendo fondamentale la capacità di intercettare precocemente i segnali di disagio.

“Non possiamo più leggere le dipendenze attraverso un unico modello – spiega Claudio Leonardi, Presidente della SIPaD –. Cambiano le sostanze, i mercati, le modalità di consumo e le persone esposte al rischio. Tra i giovani osserviamo sempre più spesso la sovrapposizione di sostanze e comportamenti a rischio; nei servizi e in Pronto Soccorso aumenta invece la complessità clinica. La formazione deve seguire questa evoluzione”.

Un quadro che chiama in causa anche gli adulti: genitori, insegnanti ed educatori possono svolgere un ruolo importante nel riconoscere cambiamenti improvvisi nel comportamento, isolamento, difficoltà emotive o altre situazioni che meritano attenzione. Senza allarmismi, ma senza sottovalutare i segnali di possibile sofferenza.

È in questo contesto che la SIPaD, Società Italiana Patologie da Dipendenza, annuncia in collaborazione con il Consorzio Universitario Humanitas la nascita di Addiction Academy Italia, un polo nazionale dedicato alla ricerca, all’alta formazione e alla divulgazione scientifica sulle dipendenze e sulle problematiche associate.

L’obiettivo è aggiornare le competenze dei professionisti che lavorano in questo ambito, affrontando fenomeni sempre più articolati: dal policonsumo alle nuove sostanze psicoattive, dalla cocaina e dal crack agli oppioidi sintetici, fino alle dipendenze comportamentali, al gioco d’azzardo, al gaming e all’uso problematico delle tecnologie.

“La nascita di Addiction Academy Italia rappresenta un passo importante nella costruzione di percorsi sempre più qualificati nell’ambito delle dipendenze e della salute mentale. La partnership con SIPaD ci permette di mettere a sistema l’esperienza del Consorzio Universitario Humanitas nell’alta formazione, con le competenze scientifiche e cliniche altamente specialistiche di questa realtà. Nuovi Master universitari, formazione ECM, ricerca, eventi e pubblicazioni saranno parte di un ecosistema capace di coniugare conoscenza, aggiornamento professionale e pratica sul campo”, dichiara Antonio Attianese, Direttore Generale del Consorzio Universitario Humanitas.

L’iniziativa prevede anche una nuova rivista scientifica semestrale e indicizzata, The Italian Journal of Addiction Science and Clinical Practice, edita da Carocci e interamente dedicata alle dipendenze e alla pratica clinica.

A rendere ancora più urgente la necessità di rafforzare la prevenzione e la cura è la carenza di personale. Secondo la Fondazione GIMBE, rispetto agli standard necessari per i Servizi per le Dipendenze mancano quasi 1.900 professionisti.

Intanto, nel 2025 i Servizi pubblici per le Dipendenze hanno avuto in carico 131.328 persone, il 3,5% in più rispetto al 2024, mentre le comunità terapeutiche hanno assistito 25.644 utenti. Anche il dato sulla mortalità conferma la gravità del fenomeno: nel 2025 sono stati registrati 249 decessi direttamente droga-correlati, il 7,8% in più rispetto ai 231 del 2024. La cocaina è stata associata al 33% delle morti, mentre oppiacei e oppioidi continuano a rappresentare una quota rilevante degli eventi letali.

Di fronte a numeri simili, parlare di dipendenze significa anche parlare di adolescenti, fragilità e famiglie. Informazione, ascolto, prevenzione e accesso tempestivo a professionisti qualificati sono strumenti fondamentali per aiutare i ragazzi a riconoscere i rischi e chiedere aiuto prima che una situazione di disagio si trasformi in un’emergenza.

Analfabetismo mestruale

Set 15
Scritto da Annamaria avatar

Parlare di mestruazioni dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo. Eppure, ancora oggi, per molte ragazze il ciclo arriva accompagnato da imbarazzo, domande senza risposta e informazioni raccolte qua e là, magari sui social o tra le amiche. È quello che viene definito analfabetismo mestruale, cioè la difficoltà a conoscere e comprendere davvero il funzionamento del ciclo mestruale, a riconoscere ciò che è normale e a capire quando invece un sintomo merita un approfondimento.

Non significa semplicemente non sapere che cosa siano le mestruazioni. Significa, più in generale, non avere gli strumenti per vivere il proprio corpo con consapevolezza. Secondo UNICEF, una conoscenza incompleta delle mestruazioni può alimentare paure, pregiudizi e discriminazioni. Parlare del ciclo prima ancora della prima mestruazione aiuta invece le ragazze ad arrivare preparate a questo passaggio e a viverlo con maggiore serenità.

Sapere quando può arrivare la prima mestruazione è solo l’inizio. Una ragazza dovrebbe sapere, per esempio, che il ciclo può essere irregolare soprattutto nei primi anni, che durata e quantità del flusso possono variare e che esistono diversi prodotti mestruali tra cui scegliere. Ma soprattutto dovrebbe imparare ad ascoltare il proprio corpo. Dolore, stanchezza, cambiamenti dell’umore, flusso molto abbondante o irregolarità non devono essere automaticamente liquidati con un “è normale, hai il ciclo”. Conoscere il proprio ciclo permette di distinguere meglio ciò che rientra nella propria normalità da quello che invece è nuovo, particolarmente intenso o persistente e merita di essere raccontato a un professionista. L’informazione diventa sempre prevenzione.

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative dedicate alla salute mestruale, nelle scuole, nelle associazioni, nei servizi territoriali e attraverso progetti rivolti alle adolescenti. Gli sportelli dedicati al ciclo e alla salute mestruale possono offrire uno spazio semplice e riservato nel quale fare domande che spesso una ragazza non se la sente di rivolgere ai genitori o al medico. Sono domande normalissime. E avere un luogo in cui ricevere una risposta corretta, senza giudizi e senza imbarazzo, può fare una grande differenza.

In Italia un punto di riferimento importante sono anche i consultori familiari, che il Ministero della Salute indica tra i servizi territoriali rivolti a donne, minori, coppie e famiglie. Al loro interno possono lavorare ginecologi, ostetriche, psicologi e altre figure sanitarie e sociali. In alcune realtà esistono inoltre gli Spazi giovani, servizi collegati ai consultori e pensati proprio per affrontare le problematiche legate alla sessualità e alla salute degli adolescenti.

Conoscere il ciclo non serve soltanto a sapere quando mettere un assorbente in borsa. Serve a non avere paura del proprio corpo. Serve a non sentirsi “strane” quando qualcosa cambia. Serve a sapere che il dolore molto forte non deve necessariamente essere sopportato in silenzio e che, se il ciclo è particolarmente abbondante, irregolare o associato ad altri disturbi, è possibile parlarne con un medico. Serve anche a scegliere con maggiore consapevolezza prodotti e abitudini igieniche. E serve a sentirsi più libere: andare a scuola, fare sport, uscire con gli amici, andare al mare o partire per un viaggio non dovrebbero diventare attività da evitare perché è arrivato il ciclo.

UNICEF sottolinea infatti che la salute mestruale non riguarda soltanto l’igiene, ma anche informazione, accesso ai servizi, disponibilità di prodotti adeguati, benessere, dignità e possibilità di partecipare normalmente alla vita scolastica e sociale.

La conversazione sul ciclo può iniziare molto tra mamma e figlia. Non serve organizzare il classico “discorso importante”. È molto più utile rispondere alle domande quando arrivano, usare le parole corrette e spiegare con semplicità che cosa sta succedendo nel corpo. E soprattutto evitare di trasmettere l’idea che le mestruazioni siano qualcosa di cui vergognarsi. Una figlia che sa che può parlare liberamente del proprio ciclo sarà anche più propensa a raccontare un dolore insolito, un cambiamento, una preoccupazione o un sintomo che la mette in difficoltà. È questa la vera forza dell’educazione mestruale: non dare soltanto informazioni, ma costruire un rapporto più consapevole con il proprio corpo.

Vademecum per mamme e figlie

Parlate del ciclo prima che arrivi. La prima mestruazione non dovrebbe essere una sorpresa.

Usate parole semplici e corrette. Niente tabù e niente “segreti da donne”.

Non fate confronti. Ogni ciclo può essere diverso e soprattutto nei primi anni può essere irregolare.

Insegnate ad ascoltare il dolore. Avere le mestruazioni non significa dover stare male per forza.

Parlate anche di ragazzi. La salute mestruale non dovrebbe essere considerata un argomento esclusivamente femminile: conoscere significa anche imparare a rispettare il corpo degli altri e a superare pregiudizi e prese in giro.

Indicate alle ragazze dove chiedere aiuto. Consultorio, pediatra, medico di famiglia, ginecologo, ostetrica o eventuali sportelli dedicati possono diventare punti di riferimento.

Perché una ragazza informata non è una ragazza che sa semplicemente “come funziona il ciclo”. È una ragazza che conosce il proprio corpo, sa fare domande e non ha paura di chiedere aiuto quando qualcosa non le sembra normale.

E forse è proprio da qui che dovrebbe cominciare una vera educazione alla salute: dalla possibilità di parlare del proprio corpo senza vergogna.

Solo-maxxing

Lug 17
Scritto da Annamaria avatar

Tra le tante mode che nascono sui social, ce n’è una che preoccupa noi genitori, psicologi ed educatori. Si chiama solo-maxxing. Questo termine cela una tendenza che può diventare problematica soprattutto per gli adolescenti. Sempre più ragazzi scelgono di isolarsi volontariamente, convinti che stare lontani dagli altri sia il modo migliore per migliorare se stessi. Ma è davvero così? 

Solo maxxing

Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi solo (da soli) e maxxing (massimizzare). In pratica, chi segue questa filosofia cerca di “ottimizzare” la propria vita dedicando tutto il tempo a sé: allenamento, studio, alimentazione, letture, videogiochi, crescita personale o sviluppo di nuove competenze. L’idea di prendersi cura di sé è senza dubbio positiva. Il problema nasce quando il desiderio di migliorarsi si trasforma nella convinzione che le relazioni siano soltanto una perdita di tempo.

Sui social, in particolare su TikTok, Instagram e YouTube, molti creator raccontano la propria routine ideale: sveglia all’alba, palestra, lavoro o studio, alimentazione rigidissima e pochissimi rapporti sociali. L’immagine proposta è quella del ragazzo “forte”, indipendente e autosufficiente, che non ha bisogno di amici, fidanzati o momenti di svago.

Per un adolescente, però, questo messaggio può essere molto pericoloso. L’età della crescita è infatti il periodo in cui si impara a costruire amicizie, affrontare i conflitti, sviluppare empatia e creare legami. Rinunciare a tutto questo significa privarsi di esperienze fondamentali per lo sviluppo emotivo.

Gli psicologi sottolineano che trascorrere del tempo da soli fa bene: aiuta a conoscersi meglio, favorisce la concentrazione e permette di recuperare energie. Ma l’isolamento volontario e prolungato è un’altra cosa. Il rischio è quello di sviluppare solitudine, ansia sociale e una crescente difficoltà nel relazionarsi con gli altri.

Per questo i genitori hanno un ruolo fondamentale. Devono comprendere il fenomeno e parlarne con i propri figli. Crescere significa anche imparare a stare con gli altri, condividere emozioni, affrontare delusioni e coltivare amicizie sincere. Nessuno di noi, tanto meno i giovanissimi, può trasformarsi in ‘un’isola’.

La longevità si impara da piccoli

Lug 14
Scritto da Annamaria avatar

La longevità è una delle parole più abusate degli ultimi anni. Un tempo vivere a lungo era soprattutto una questione di fortuna e genetica, oggi la scienza è sempre più concorde su un punto: ciò che facciamo ogni giorno può fare una grande differenza. Molte delle abitudini che favoriscono una vita lunga e in salute si imparano fin dall’infanzia. La longevità si impara da piccoli.

la longevita si impara da piccoli

Educare i bambini alla longevità non significa parlare loro di vecchiaia e morte, ma insegnare uno stile di vita che permetta di crescere in equilibrio. La prima lezione riguarda il movimento. I bambini devono viverlo come un piacere. Correre al parco, andare in bicicletta, nuotare, o semplicemente trascorrere ore all’aria aperta, aiuta a sviluppare muscoli, ossa e cuore,. Imparano a prendersi cura del loro corpo.

Un’altra abitudine fondamentale è quella di mangiare bene. La longevità nasce da un rapporto sano con il cibo: tanta frutta e verdura di stagione, cereali integrali, legumi, pesce, olio extravergine d’oliva e pochi alimenti ultraprocessati. Coinvolgere i bambini nella preparazione dei pasti, portarli al mercato o far crescere qualche erba aromatica sul balcone li aiuta a sviluppare e consapevolezza verso quello che si porta in tavola.

Anche il sonno è un vero alleato della salute. Durante il riposo il cervello consolida ciò che ha imparato, il sistema immunitario si rafforza e l’organismo produce gli ormoni della crescita. Stabilire orari regolari e limitare gli schermi prima di andare a letto sono piccoli gesti che regalano col passare del tempo anni di vita.

Tra i pilastri della longevità c’è anche il benessere emotivo. I bambini devono imparare fin da piccoli a riconoscere le emozioni, a parlarne senza vergogna e a chiedere aiuto quando qualcosa li fa stare male. Crescere in un ambiente familiare sereno, ricco di ascolto e affetto, contribuisce a costruire quella resilienza che accompagnerà per sempre.

Allenare il cervello con la curiosità è un altro beneficio. Leggere libri, fare domande, costruire, disegnare, imparare una lingua straniera o suonare uno strumento musicale lo stimola e crea nuove connessioni neuronali.

Un altro insegnamento prezioso è il valore delle relazioni. Le persone che vivono più a lungo nel mondo hanno spesso una caratteristica comune: coltivano amicizie sincere, trascorrono tempo con la famiglia e fanno parte di una comunità. Anche i bambini hanno bisogno di imparare l’importanza della condivisione, dell’empatia e del prendersi cura degli altri.

Poi c’è il rapporto con la natura. Passeggiare in un bosco, osservare gli animali, giocare in spiaggia o semplicemente trascorrere del tempo in un giardino riduce lo stress, migliora l’umore e insegna il rispetto per l’ambiente. 

Educare alla longevità significa aiutarli a vivere ogni fase della loro vita nel migliore dei modi,. Perché la longevità non inizia dopo i cinquant’anni: comincia molto prima.

Family Fatigue

Giu 25
Scritto da Annamaria avatar

L’estate è da sempre associata a vacanze, relax e tempo da trascorrere in famiglia. Eppure, per molte mamme, la realtà è molto diversa. Con la chiusura delle scuole e degli asili, mentre il lavoro continua a richiedere presenza e organizzazione, il carico mentale rischia di diventare ancora più pesante. È quello che gli esperti chiamano Family Fatigue, un fenomeno sempre più diffuso che descrive lo stress emotivo e organizzativo vissuto dai genitori durante i mesi estivi.

A dare un nome a questa condizione è Unobravo, piattaforma di psicologia online, che ha condotto un’indagine tra i professionisti che collaborano con il servizio. I risultati raccontano una situazione che molte famiglie conoscono bene: il 68% degli psicologi osserva un aumento dello stress genitoriale proprio durante l’estate.

Secondo Valeria Fiorenza Perris, psicoterapeuta e Clinical Director di Unobravo, “quello che emerge con chiarezza da questa indagine è che il carico mentale continua a gravare in misura maggiore sulle donne, che spesso si trovano ad affrontare da sole l’organizzazione familiare, soprattutto nei periodi in cui i punti di riferimento, come la scuola e la rete di supporto parentale e/o amicale, vengono meno”.

In altre parole, quando finisce la scuola non viene meno soltanto un luogo di apprendimento per i bambini. Viene meno anche un importante sostegno organizzativo per le famiglie. Da un giorno all’altro occorre trovare soluzioni per coprire intere giornate, organizzare attività, gestire centri estivi, nonni, babysitter e, contemporaneamente, continuare a lavorare.

Non sorprende quindi che il 73% dei genitori segnali difficoltà nella conciliazione tra lavoro e famiglia, mentre il 67% lamenta i costi sempre più elevati di centri estivi e servizi di assistenza. A questo si aggiunge un altro dato significativo: il 40% delle famiglie dichiara di non poter contare su una rete di supporto stabile.

A pagare il prezzo più alto sono soprattutto le mamme. Ben l’85% degli psicologi coinvolti nell’indagine riferisce infatti che il peso maggiore della Family Fatigue ricade sulle donne. Un dato che conferma come la gestione della vita familiare continui ancora oggi a essere distribuita in modo poco equilibrato.

Le conseguenze non riguardano soltanto l’umore. Lo stress prolungato può tradursi in stanchezza mentale, irritabilità, frustrazione, difficoltà nel sonno e perfino sintomi fisici come mal di testa, tensioni muscolari e disturbi gastrointestinali. Tra i sentimenti più frequentemente riportati in terapia durante i mesi estivi emergono la stanchezza mentale, segnalata dal 75% degli specialisti, la frustrazione e l’irritabilità.

C’è poi un altro aspetto che molti genitori conoscono bene: il senso di colpa. La sensazione di non riuscire a fare abbastanza, di non essere sufficientemente presenti o di ricorrere troppo spesso agli schermi per intrattenere i figli. Non a caso il 71% dei terapeuti osserva un aumento dell’ansia legata al tempo che i bambini trascorrono davanti a tablet, smartphone e televisione durante l’estate.

Come affrontare allora questo periodo senza sentirsi sopraffatti? Gli esperti di Unobravo suggeriscono alcune strategie semplici ma efficaci. La pianificazione anticipata delle settimane estive può alleggerire il carico organizzativo. Anche il coinvolgimento attivo del partner, dei nonni o di altre figure di supporto è fondamentale per evitare che tutto ricada su una sola persona.

Un altro concetto importante richiamato dagli psicologi è quello della “good enough parenting”, la genitorialità sufficientemente buona. Non esistono genitori perfetti e non è necessario organizzare attività straordinarie ogni giorno per essere una mamma o un papà presenti e amorevoli. Accettare i propri limiti e concedersi qualche imperfezione può fare una grande differenza.

Infine, come ricorda Valeria Fiorenza Perris, “riconoscere la propria fatica è il primo passo per prendersene cura con maggiore consapevolezza”. Un messaggio prezioso soprattutto per le mamme, che spesso mettono i bisogni di tutti davanti ai propri. Anche durante l’estate, prendersi cura di sé non è un lusso: è una necessità.

Social vietati ai minori: protezione o passo indietro?

Giu 15
Scritto da Annamaria avatar

Da oggi una domanda divide genitori, educatori e adolescenti di mezzo mondo: i social vietati ai minori di 16 anni sono davvero la soluzione? Si tratta si semplice protezione o è un passo indietro rispetto al passato? Il dibattito si è acceso dopo l’annuncio del primo ministro britannico Keir Starmer, che ha deciso di vietare l’accesso alle principali piattaforme social ai ragazzi sotto i 16 anni. TikTok, Instagram, Snapchat, Facebook, YouTube e X potrebbero diventare off limits per milioni di adolescenti britannici a partire dal 2027.

social vietati ai minori protezione o passo indietro

Si tratta di una decisione forte, destinata a far discutere. Le parole di Starmer non lasciano spazio a dubbi: secondo il premier, i social network espongono i ragazzi a contenuti pericolosi, facilitano bullismo e molestie, possono compromettere la salute mentale e sono progettati per creare dipendenza. “I social media rendono i bambini infelici”, ha dichiarato, spiegando di aver preso questa decisione pensando prima di tutto alla sicurezza dei più giovani.

Ma è davvero così semplice? Chi è genitore, come me, oggi conosce bene il dilemma. Da una parte ci sono le paure. Quelle reali. Ragazzi che passano ore davanti allo schermo, confronti continui con modelli irraggiungibili, cyberbullismo, contenuti violenti, sfide pericolose, dipendenza da like e approvazione sociale. Sono problemi che esistono e che nessuno può più fingere di ignorare. Dall’altra parte, però, c’è un’altra verità.

I social non sono soltanto il luogo dove nascono insicurezze e rischi. Per molti adolescenti rappresentano anche uno spazio di espressione, creatività, informazione e socializzazione. Ci sono ragazzi timidi che trovano online il coraggio di raccontarsi, giovani che imparano lingue straniere, coltivano passioni, seguono corsi, costruiscono amicizie e scoprono interessi che altrimenti non avrebbero mai incontrato.

Allora la domanda diventa inevitabile: il problema sono davvero i social o il modo in cui vengono utilizzati? Per anni abbiamo chiesto alle famiglie di educare all’uso consapevole della tecnologia. Oggi qualcuno propone una strada diversa: eliminare il problema alla radice, vietando l’accesso. Ma un divieto può sostituire l’educazione?

Molti esperti fanno notare che i ragazzi potrebbero aggirare facilmente le restrizioni, come già accade con altri limiti online. Il rischio è che i social diventino ancora più attraenti proprio perché proibiti, mentre genitori e figli perdono un’importante occasione di confronto. Forse la vera sfida non è decidere se i social siano buoni o cattivi. Forse la sfida è insegnare ai nostri figli a viverli senza esserne travolti. Perché la generazione che oggi ha 10, 12 o 15 anni non conoscerà un mondo senza tecnologia. Il digitale farà parte della loro vita, del loro lavoro, delle loro relazioni. Imparare a gestirlo sarà una competenza fondamentale quanto leggere, scrivere o studiare una lingua straniera.

Il Regno Unito ha scelto una strada netta e coraggiosa. Resta da capire se sarà quella giusta. Nel frattempo una domanda resta aperta e riguarda tutti noi, soprattutto noi genitori: è meglio proteggere i ragazzi tenendoli lontani dai social o accompagnarli passo dopo passo a usarli con consapevolezza? Probabilmente non esiste una risposta valida per tutti. Ma la discussione, bià in atto, va affrontata con ancora più energia.

Scuola: la bocciatura può essere un’opportunità

Giu 11
Scritto da Annamaria avatar

La fine dell’anno scolastico porta con sé pagelle, ansie e aspettative. Per alcuni ragazzi, però, arriva anche una notizia difficile da accettare: la bocciatura. Un evento che spesso viene vissuto come una sconfitta, ma che potrebbe trasformarsi in un’importante occasione di crescita. La bocciatura a scuola può essere un’opportunità.

scuola la bocciatura puo essere un opportunita

A sostenerlo è il giornalista e scrittore Federico Mello, autore del libro Elogio della bocciatura, nato proprio dalla sua esperienza personale. Aveva 15 anni quando fu bocciato e ricorda ancora perfettamente quel momento. “Non è possibile, non posso essere io”, pensò quando vide il risultato. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, guarda a quell’episodio con occhi diversi e ha deciso di raccontarlo per aiutare ragazzi e famiglie ad affrontare il fallimento scolastico senza vergogna e lo spiega al Corriere della Sera.

Secondo Mello, il problema non è solo il voto insufficiente. Spesso un ragazzo che viene bocciato è un ragazzo che si sente solo, incompreso o schiacciato dalle aspettative. Nel libro trova spazio anche la riflessione di Alberto Bonfanti, insegnante da oltre quarant’anni e presidente di Portofranco Milano, centro che sostiene gratuitamente studenti in difficoltà. “Dietro una bocciatura si può trovare molta solitudine – spiega Bonfanti – Intorno al ragazzo che molla la scuola o che smette di studiare spesso non c’è nessun adulto che lo aiuta ad affrontare le difficoltà”.

Uno dei concetti più forti espressi da Mello riguarda il valore personale dei ragazzi. “Tu non sei i tuoi voti. Tu non sei il tuo percorso scolastico. Tu sei tantissimo altro”, scrive nel libro. Parole che dovrebbero essere appese in ogni cameretta. Perché un’insufficienza o una bocciatura non definiscono il carattere, le capacità o il futuro di una persona. Anche molti genitori, sottolinea l’autore in un’intervista, vivono i risultati scolastici dei figli come un giudizio su se stessi. Un peso enorme che rischia di aumentare la pressione sui ragazzi.

Dietro molte difficoltà scolastiche si nascondono ansia, insicurezze e fragilità emotive. “Ho parlato con tantissimi ragazzi bocciati, l’ansia è generalizzata. Alcuni studenti fanno scena muta alla cattedra e invece sono preparatissimi”, racconta Mello. Tra social network, confronti continui, aspettative elevate e paura di sbagliare, molti adolescenti vivono la scuola con una pressione che spesso gli adulti faticano a comprendere.

Secondo l’autore, il primo passo è cambiare prospettiva. Un brutto risultato non deve diventare un’etichetta: “Chi fallisce deve uscire dall’idea di essere uno che non vale niente”.  Per questo è importante aiutare i ragazzi a distinguere tra il giudizio su una prestazione e il valore della loro persona. Un anno andato male non cancella talenti, passioni e potenzialità.

Nel libro si parla anche del concetto di daìmon, una sorta di vocazione personale, quella passione che ogni ragazzo dovrebbe avere la possibilità di scoprire e coltivare. Sport, musica, arte, lettura, tecnologia: trovare ciò che accende entusiasmo e motivazione può fare la differenza nel percorso di crescita: “È importante coltivare una passione, fare più esperienze possibili in modo tale da intercettarla e trovare la propria strada”.

Per aiutare i ragazzi a ridimensionare la delusione, Mello ricorda che molte persone di successo hanno conosciuto il fallimento scolastico prima di raggiungere traguardi straordinari. Tra questi cita nomi come Alberto Angela, Umberto Veronesi, Albert Einstein e Winston Churchill. La lezione finale è forse la più importante di tutte: gli errori fanno parte della vita e non rappresentano necessariamente un ostacolo. Anzi, come scrive Federico Mello, “l’errore, la bocciatura, non rappresentano un ostacolo sulla via, ma la via stessa”. Un messaggio prezioso da ricordare in questi giorni di pagelle.

Scuola quasi finita: come aiutare i bambini

Giu 03
Scritto da Annamaria avatar

Le giornate si allungano, il sole scalda sempre di più e nell’aria si respira già profumo d’estate. Eppure, per molti bambini, questi ultimi giorni di scuola possono essere tra i più faticosi dell’intero anno. La concentrazione cala, la stanchezza accumulata nei mesi si fa sentire e la voglia di vacanze cresce di giorno in giorno. In più, i giorni di festa già finiti rischiano di creare una sorta di “effetto fisarmonica”: qualche giorno di relax, seguito però dal ritorno tra i banchi per le ultime verifiche, le recite, le feste di classe e gli ultimi impegni scolastici. Scuola quasi finita e il ponte lungo appena passato possono far danni: come possiamo aiutare i bambini a vivere questo periodo senza stress?

scuola quasi finita come aiutare i bambini

La prima cosa da fare è comprendere che il rientro dopo un ponte lungo richiede un piccolo periodo di riadattamento. È normale che i bambini siano più distratti del solito, che facciano fatica ad alzarsi la mattina o che mostrino poca voglia di aprire libri e quaderni. Non si tratta di pigrizia, ma di un meccanismo naturale: dopo giorni di libertà il cervello ha bisogno di ritrovare gradualmente il ritmo.

In questi ultimi giorni è utile evitare pressioni eccessive. Se ci sono ancora compiti o verifiche da preparare, meglio organizzare brevi sessioni di studio intervallate da momenti di pausa. La qualità della concentrazione conta molto più delle ore trascorse alla scrivania.

Anche il sonno merita particolare attenzione. Con il caldo e le serate più lunghe è facile andare a letto più tardi, ma mantenere orari regolari aiuta i bambini ad affrontare meglio le giornate scolastiche e a gestire la stanchezza accumulata durante l’anno.

Un altro aspetto importante è valorizzare ciò che è stato fatto. Invece di concentrarsi soltanto sugli ultimi voti, può essere bello ripercorrere insieme il cammino degli ultimi mesi: le cose imparate, le amicizie nate, le paure superate e i traguardi raggiunti. Per un bambino sentirsi riconosciuto per il proprio impegno è spesso più importante di qualsiasi pagella.

Questo è anche il momento giusto per iniziare a parlare dell’estate. Programmare una gita, scegliere qualche libro da leggere sotto l’ombrellone o immaginare le attività delle vacanze può trasformare l’attesa in qualcosa di positivo e motivante.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che la fine della scuola porta con sé emozioni contrastanti. Alcuni bambini non vedono l’ora di salutare i banchi, altri vivono con nostalgia il distacco da insegnanti e compagni, soprattutto se li attende un cambio di ciclo scolastico. Ascoltare ciò che provano, senza banalizzare i loro sentimenti, è il modo migliore per sostenerli.

Ormai manca davvero poco. Ancora qualche giorno di impegno, qualche mattina di sveglia presto e poi arriveranno le tanto attese vacanze. Il compito di noi genitori, in questa fase, non è pretendere l’ultimo sprint perfetto, ma aiutare i nostri figli ad arrivare al traguardo con serenità, entusiasmo e la soddisfazione di aver concluso un altro importante anno di crescita.