Articoli della categoria ‘BLOG & FORUM’

Social vietati ai minori?

Apr 18
Scritto da Annamaria avatar

Il tema è tornato con forza al centro del dibattito: social vietati ai minori? Non è più solo una riflessione tra genitori, ma una vera e propria proposta che si inserisce in un movimento più ampio, già discusso anche in altri Paesi europei, dove si cerca di proteggere bambini e ragazzi da un uso precoce e spesso incontrollato delle piattaforme digitali. L’idea di fondo è semplice ma potente: i social non sono ambienti neutri. Espongono i più piccoli a dinamiche complesse — giudizio, confronto, dipendenza — che non sempre sono pronti a gestire. Per questo si parla sempre più spesso di limiti di età, controlli più rigidi e responsabilità anche da parte delle piattaforme. Il Governo accelera sul ddl per la tutela dei minori, puntando ad innalzare la “maggiore età” per accedere alle piattaforme social, ma cosa significa davvero, nella vita quotidiana di una famiglia?

social vietati ai minori

Significa, prima di tutto, interrogarsi su quanto presto i bambini entrino in contatto con smartphone e social. Oggi succede sempre prima, spesso per necessità, a volte per comodità, altre per pressione sociale (“ce l’hanno tutti”). Eppure, sempre più esperti sottolineano che anticipare troppo questi strumenti può avere conseguenze sulla concentrazione, sull’autostima e sulle relazioni.

In questo contesto si inserisce anche la voce di Francesca Barra, giornalista, conduttrice, scrittrice, che ha contribuito ad alimentare la riflessione con un punto di vista molto concreto. Non si limita a parlare di divieti, ma invita a guardare il problema in modo più ampio.

“Non è una questione di controllo, ma di protezione”, è il senso del suo messaggio. E ancora, mette in guardia da un errore molto comune: considerare i social un semplice passatempo. In realtà, come sottolinea, sono un ambiente complesso, capace di influenzare profondamente il modo in cui i ragazzi si percepiscono e si relazionano.

Barra, che è madre di quattro figli di età diverse, a Leggo racconta anche quanto sia difficile trovare un equilibrio tra il proteggere e il non isolare. Per questo insiste su un punto fondamentale: il ruolo degli adulti. Non basta dire “no”, serve costruire alternative, proporre esperienze, creare tempo condiviso. 

Ed è qui che il tema della proposta di legge si intreccia con la vita reale delle famiglie. Perché una norma può aiutare, può dare un limite chiaro, ma non può sostituire l’educazione. Non può insegnare ai bambini come usare uno strumento, né può costruire quel rapporto di fiducia che si crea giorno dopo giorno.

In molti Paesi si stanno già sperimentando restrizioni più rigide, proprio perché la dipendenza da social e smartphone è considerata sempre più un problema di salute pubblica. Ma anche chi è favorevole ai divieti sottolinea che da soli non bastano. Il punto, allora, non è solo “vietare o no”, ma capire quando, come e con quali regole introdurre questi strumenti nella vita dei nostri figli. E forse la domanda più importante resta un’altra: che esempio diamo noi?

Perché i bambini osservano, imitano, assorbono. Se siamo i primi a stare sempre con lo smartphone in mano, a scrollare senza sosta, a distrarci continuamente, sarà difficile chiedere loro di fare diversamente. Alla fine, più che una battaglia contro i social, questa è una sfida educativa. Una di quelle che non si risolvono con una sola regola, ma con presenza, coerenza e dialogo.

E in mezzo a tutto questo, resta una certezza: proteggere l’infanzia, oggi, significa anche imparare a mettere dei confini nel mondo digitale. Senza paura di dire qualche no in più. Anche se è la parte più difficile.

Scrivere a mano fa bene ai bambini

Apr 17
Scritto da Annamaria avatar

In un mondo fatto di tablet, smartphone e tastiere, potrebbe sembrare quasi un dettaglio del passato. E invece no: scrivere a mano, e in particolare in corsivo, sta tornando al centro del dibattito educativo. Negli Stati Uniti, per esempio, alcune scuole stanno reintroducendo l’insegnamento del corsivo dopo anni di abbandono, proprio perché ci si è resi conto di quanto sia importante per lo sviluppo: fa bene ai bambini. E la verità è che non si tratta solo di “bella grafia”.

Scrivere a mano è un’attività complessa che coinvolge il cervello in modo profondo. Quando un bambino impugna una penna, coordina movimento, pensiero, memoria e attenzione. Non è un gesto automatico come digitare su una tastiera: è un processo attivo, che stimola più aree cerebrali contemporaneamente e aiuta a costruire competenze fondamentali. 

Proprio per questo, diversi studi hanno dimostrato che i bambini che scrivono a mano non solo imparano meglio, ma ricordano anche di più. Scrivere con carta e penna, infatti, crea “agganci” mentali più forti rispetto alla digitazione, facilitando la comprensione e la memorizzazione. 

E c’è di più. Il corsivo, rispetto allo stampatello, ha una caratteristica particolare: è fluido, continuo, richiede di non staccare mai la penna dal foglio. Questo allena la concentrazione, la coordinazione e perfino il pensiero logico, aiutando i bambini a collegare le idee in modo più naturale e sequenziale. In pratica, non è solo scrivere: è imparare a pensare.

C’è poi un aspetto che spesso sottovalutiamo: la scrittura è anche espressione personale. Il corsivo, a differenza dei caratteri digitali tutti uguali, cambia da persona a persona. È un segno distintivo, quasi una firma emotiva. E imparare a scrivere significa anche imparare a raccontarsi.

Oggi, però, molti bambini scrivono sempre meno a mano. Tra compiti digitali, chat e dispositivi elettronici, la penna rischia di diventare uno strumento secondario. E questo ha conseguenze: difficoltà nella grafia, minore concentrazione, più fatica nel rielaborare i contenuti. Non a caso, alcune ricerche segnalano un aumento delle difficoltà di scrittura tra i più piccoli. Ecco perché si sta tornando indietro, o meglio: si sta cercando un equilibrio. Nessuno mette in discussione l’importanza della tecnologia, ma affiancarla alla scrittura manuale è fondamentale. Perché ciò che imparano oggi i bambini diventa una competenza per tutta la vita.

Un bambino che scrive a mano sviluppa più facilmente capacità di sintesi, attenzione e memoria. Da adulto, questo si traduce in maggiore capacità di organizzare il pensiero, prendere appunti efficaci, esprimersi in modo chiaro. Anche nel lavoro, dove tutto è digitale, queste abilità fanno la differenza. E poi c’è qualcosa di più sottile, ma altrettanto importante: scrivere rallenta. In un mondo veloce, insegna a fermarsi, a riflettere, a dare un senso alle parole.

Per questo, forse, la vera sfida non è scegliere tra penna e tastiera. Ma ricordarsi che, dietro un gesto semplice come scrivere, c’è una parte fondamentale della crescita dei nostri figli. E vale davvero la pena non perderla.

Bambini e chat di classe

Apr 12
Scritto da Annamaria avatar

Le chat di classe sono entrate a pieno titolo nella vita quotidiana di famiglie e bambini. Tra compiti, avvisi e messaggi dell’ultimo minuto, possono essere uno strumento utilissimo… ma anche una fonte di stress, fraintendimenti e confusione. Quindi la domanda è: sono davvero utili? E soprattutto, a che età ha senso che i bambini le usino in autonomia? Proviamo a fare chiarezza.

bambini e chat di classe

Le chat di classe sulla carta, nascono con un obiettivo molto pratico: condividere informazioni. Compiti, orari, avvisi dell’insegnante, materiale da portare. In questo senso sono uno strumento veloce e comodo, soprattutto per i genitori che lavorano e hanno bisogno di aggiornamenti rapidi. Quando funzionano bene, alleggeriscono l’organizzazione familiare. Quando funzionano male… diventano un flusso infinito di notifiche.

Le chat dei genitori sono ormai la norma, soprattutto alla scuola primaria. Tra i vantaggi c’è sicuramente la possibilità di aiutarsi: un compito dimenticato, un’informazione sfuggita, una conferma veloce. Creano anche un senso di “rete”, che per molti è rassicurante. Ma ci sono anche dei rischi da non sottovalutare. Le chat possono trasformarsi facilmente in discussioni infinite, polemiche sulla scuola o sugli insegnanti, condivisione eccessiva di opinioni non richieste E spesso, senza volerlo, aumentano l’ansia invece di ridurla. La regola d’oro? Usarle per informazioni utili, evitando giudizi e commenti a caldo.

Bambini e chat: quando è il momento giusto? Qui non esiste una risposta valida per tutti, ma qualche punto fermo sì. Nella scuola primaria, è preferibile che siano i genitori a gestire le comunicazioni. I bambini non hanno ancora gli strumenti per gestire chat, messaggi e dinamiche di gruppo. Dalla fine delle elementari o alle medie, invece, le chat tra compagni iniziano ad avere più senso. In questo caso diventano anche uno spazio di relazione, oltre che organizzativo. Ma attenzione: non è solo una questione di età, quanto di maturità.

Le chat, per i bambini, non sono solo “messaggi”. Possono diventare: fonte di esclusione (gruppi paralleli, messaggi ignorati), luogo di incomprensioni, spazio in cui nascono piccoli conflitti Senza contare l’esposizione agli schermi e alle notifiche continue. Per questo è importante che i genitori restino presenti, senza essere invasivi ma neanche completamente assenti.

Le chat possono essere anche una grande occasione educativa. Insegnare ai bambini a scrivere con rispetto, a non inviare messaggi impulsivi, a non condividere tutto, a capire quando è meglio parlare di persona. Sono competenze fondamentali oggi.

Tra notifiche e messaggi, il rischio di sentirsi sopraffatti è reale. Qualche piccolo accorgimento può aiutare:

  • silenziare la chat (senza sensi di colpa!)
  • leggerla in momenti precisi della giornata
  • evitare di rispondere a tutto
  • uscire dalle discussioni inutili

Galateo di Pasqua formato bambini

Apr 05
Scritto da Annamaria avatar

Diciamolo: la Pasqua in famiglia è bellissima… ma quando ci sono i bambini può trasformarsi in una piccola maratona tra uova di cioccolato, tovaglie tirate e “quando si mangia?”. La soluzione? Un pizzico di galateo… pensato su misura per loro (e per la serenità dei grandi). Dalla colazione al pranzo, ecco come vivere tutto con leggerezza, coinvolgendo i piccoli senza stress: il galateo di Pasqua formato bambini.

galateo di pasqua formato bambini

La colazione di Pasqua è il primo momento magico: occhi assonnati, uova da scartare e quell’aria di festa che si respira appena svegli. Per i bambini, il galateo qui è semplicissimo e si può trasformare in gioco:

  • si aspetta tutti insieme prima di aprire le uova (almeno simbolicamente!)
  • si ringrazia chi ha pensato al regalo
  • si condivide (anche solo un pezzettino!) con fratelli o cugini

Un piccolo trucco salva-mamme: create un “rituale”. Una frase, una filastrocca o un countdown prima di scartare le uova. Li aiuta a gestire l’attesa e rende tutto più speciale.

Il pranzo è il vero banco di prova. Tavola apparecchiata, tempi lunghi, adulti che chiacchierano… e bambini che dopo 10 minuti hanno già finito la pazienza. Qui il galateo deve essere realistico, non perfetto. Insegniamo loro, con dolcezza:

  • a stare seduti almeno per il tempo “giusto” (magari con mini pause concordate)
  • a non interrompere continuamente
  • a chiedere “per favore” e dire “grazie”
  • a non giocare con il cibo (ma senza drammi se succede!)

E poi una regola d’oro: coinvolgerli. Un bambino che si sente parte della tavola collabora molto di più.

Piccoli compiti perfetti:

  • distribuire i tovaglioli
  • portare il pane
  • aiutare a sparecchiare

Si sentiranno importanti (e staranno più tranquilli).

Per evitare crisi a metà pranzo, giocate d’anticipo preparate:

  • fogli e colori a tema Pasqua
  • un piccolo gioco da tavolo
  • una mini caccia alle uova tra una portata e l’altra

Non serve molto: basta dare alternative alla noia. La verità è una: Pasqua non è un esame di buona educazione. Un po’ di confusione, qualche risata troppo forte, una macchia sulla tovaglia… fanno parte del gioco. E, a pensarci bene, sono proprio questi momenti a rendere la giornata viva.

Vademecum salva-Pasqua:

  • Abbassa le aspettative: non sarà perfetto, ed è giusto così
  • Coinvolgi i bambini, non limitarli soltanto
  • Alterna momenti a tavola e piccole pause
  • Porta sempre un “piano B” anti-noia
  • Evita troppe regole tutte insieme
  • Ricorda: stanno imparando, non devono essere impeccabili

Alla fine della giornata non ricorderanno se sono stati composti a tavola, ma se si sono divertiti, se si sono sentiti parte della festa, se hanno riso con voi. E anche tu, probabilmente, ricorderai molto di più un abbraccio appiccicoso di cioccolato che una tovaglia perfetta.

Papà non è un peluche

Mar 21
Scritto da Annamaria avatar

C’è un’immagine tenera che spesso associamo ai papà: quella del “padre peluche”. Sempre disponibile, sempre accomodante, pronto a dire sì per evitare lacrime, capricci o tensioni. Un papà dolce, certo. Ma attenzione: quando la dolcezza diventa assenza di regole, il rischio è di fare più danni che bene. Papà non è un peluche: i bambini non hanno bisogno solo di affetto, ma anche di confini chiari, presenza autorevole e guida emotiva.

Essere un papà presente non significa accontentare ogni richiesta. Anzi. I bambini hanno bisogno di qualcuno che li aiuti a distinguere tra ciò che vogliono e ciò che è giusto per loro. Un “no” detto con calma e amore è molto più educativo di cento “sì” concessi per stanchezza o senso di colpa.

Può sembrare strano, ma i limiti fanno sentire i bambini più sicuri. Sapere che c’è un adulto che guida, che decide, che contiene le emozioni, dà stabilità. Un papà troppo permissivo, invece, rischia di lasciare il bambino senza punti di riferimento, costretto a gestire da solo emozioni che non è ancora pronto a controllare.

Dire sempre sì evita i conflitti… ma non prepara alla vita reale. I bambini devono imparare, poco alla volta, che non tutto è immediato e che la frustrazione fa parte della crescita. Un papà che sa dire “no” insegna una competenza fondamentale: aspettare, adattarsi, trovare soluzioni. Attenzione: non si tratta di essere duri o distanti. Il modello giusto non è il papà severo di una volta, ma quello autorevole: affettuoso, presente, ma anche coerente. Un papà che ascolta, spiega, accoglie le emozioni… ma resta fermo quando serve.

Il papà ha un ruolo prezioso nello sviluppo emotivo dei figli. Spesso è colui che introduce il bambino al mondo esterno, alle regole sociali, alla gestione del rischio. Se diventa solo “il buono” o quello che concede tutto, perde una parte fondamentale di questa funzione.

Non è facile dire di no, soprattutto quando si è stanchi o si ha poco tempo. Ma essere genitori non significa essere perfetti: significa essere punti di riferimento. E un papà che sa dire “no” con amore non è meno affettuoso. È semplicemente un papà che sta aiutando suo figlio a crescere davvero. 

Hair trend: Sanremo insegna

Mar 16
Scritto da Annamaria avatar

Sanremo 2026 non solo inonda con la sua musica le classifiche, insegna pure lo stile. Le cantanti all’Ariston hanno regalato gli hair trend del momento. Dai capelli lunghi e levigati ai tagli pixie più audaci, il festival ha mostrato acconciature che influenzeranno ciò che le persone cercheranno e indosseranno durante tutto l’anno.

Screenshot 2026 03 16 alle 14.40.49
Screenshot 2026 03 16 alle 14.40.49

Secondo Annabelle Taurua, Beauty Expert di Fresha, “il festival ha dimostrato come le acconciature possano rafforzare il mood di un outfit. I look che abbiamo visto bilanciavano sofisticatezza classica ed esecuzione al passo con le tendenze, ed è proprio questo che vedremo durante tutto l’anno”. Quindi: quali saranno i tagli femminili che domineranno la scena quest’anno e su chi li abbiamo visti a Sanremo?

Per rispondere a questa domanda, Fresha ha analizzato i dati di ricerca su Google italiani, tra cui il volume medio mensile di ricerca in Italia per identificare i trend più popolari durante il 2025 e la variazione percentuale annua per capire quali trend stanno guadagnando slancio verso il 2026. Annabelle Taurua ha poi commentato riferendo ogni haircut agli artisti che hanno partecipato quest’anno a Sanremo. Ecco la classifica:

1. Polished Lengths, Levante

Levante ha incantato il palco con capelli lunghi e levigati, pettinati con una riga centrale precisa. La chioma incorniciava il viso elegantemente e completava alla perfezione i suoi outfit couture. Con un aumento incredibile del 175% delle ricerche in Italia, non sorprende che questo look raffinato e lucido stia diventando una delle tendenze principali del 2026. Taurua osserva: “I capelli lunghi e levigati puntano a creare un’estetica sofisticata e armoniosa che valorizza l’outfit senza sovrastarlo. Lo styling di Levante è un esempio perfetto di questo equilibrio”.

2. Riviera Bob, Serena Brancale
Un morbido Riviera Bob fino al mento è stato visto su Serena Brancale, leggermente arrotondato alle estremità e stratificato per dare movimento. Con 18.100 ricerche mensili e un aumento del 50% YoY, il Riviera Bob cattura chiaramente l’attenzione. Taurua nota: “I Riviera Bob sono una rivisitazione moderna di un taglio classico: versatili, eleganti e valorizzanti. Il taglio di Serena dimostra perfettamente come questa tendenza funzioni sul palco e nella vita di tutti i giorni”.

3. Blunt Bob, Mara Sattei
Mara Sattei ha portato un taglio più deciso e editoriale con un Blunt Bob, caratterizzato da linee dritte e precise che incorniciavano il viso con sicurezza. Con un aumento del 69% YoY, il Blunt Bob sta emergendo come un taglio minimalista ma di grande impatto. Taurua aggiunge: “I Blunt Bob sono audaci e fotogenici; funzionano benissimo davanti alla telecamera e offrono un finish moderno e raffinato. Il look di Mara incarna perfettamente questa tendenza”.

4. Pixie/Bixie, Bianca Balti
Bianca Balti ha fatto una dichiarazione forte con un Bixie strutturato, abbracciando una lunghezza corta e giocosa con volume sulla corona. Questo taglio è particolarmente significativo perché mostra la ricrescita dei suoi capelli dopo il trattamento per il cancro, trasformando il suo look di Sanremo in un momento di trionfo personale e di stile. Con 110.000 ricerche mensili in Italia, il Bixie dimostra perché i tagli corti e audaci sono assolutamente richiesti. Taurua commenta:  “La scelta di Bianca è di ispirazione, celebra la resilienza e lo stile. Con 110.000 ricerche in Italia, non sorprende che il suo Bixie catturi l’attenzione: è espressivo, elegante, valorizza i lineamenti e riflette un trend crescente per il 2026”.

5. Micro Bangs & Slicked-Back, Michele Bravi & Malika Ayane
Diversi artisti e co-conduttori hanno incorporato texture e styling definiti nei loro look. Michele Bravi ha sfoggiato capelli pettinati con riga laterale precisa e styling tirato, dando al suo outfit ispirato al menswear un tocco elegante e dandy. Malika Ayane, invece, ha abbinato il suo couture strutturato a una coda bassa pettinata all’indietro, creando un finish elegante e drammatico.

Questi stili rispecchiano le tendenze di ricerca: l’interesse per le micro frange è aumentato del 39%, mentre gli styling slicked-back contano 9.900 ricerche mensili.  Taurua osserva: “I capelli pettinati all’indietro e le micro frange sono minimal ma d’impatto; valorizzano i lineamenti, completano l’outfit e elevano il look complessivo. Michele e Malika hanno mostrato esattamente come eseguire questi styling sul red carpet”.

Giovani: il futuro fa paura

Mar 12
Scritto da Annamaria avatar

Crescere oggi non è semplice. Per molti ragazzi pensare al futuro non significa entusiasmo o sogni, ma ansia, pressione e senso di smarrimento. Il futuro fa paura ai giovani. È la fotografia che emerge dalla ricerca “Fragile – mappae mundi di una nuova generazione”, promossa dalla Fondazione Unhate, che ha analizzato il rapporto dei giovani italiani tra i 13 e i 24 anni con il presente e con ciò che li aspetta domani. Il dato che colpisce di più è che quasi un giovane su quattro si sente sopraffatto e bloccato, schiacciato da aspettative, paure e difficoltà relazionali. Una condizione che gli studiosi definiscono quella degli “sfiduciati sotto pressione”: ragazzi che percepiscono il mondo come minaccioso, fanno fatica a immaginare il futuro e tendono a interiorizzare il disagio senza chiedere aiuto.

giovani ilfuturo fa paura

Lo studio racconta una generazione cresciuta in un contesto pieno di opportunità – più accesso all’informazione, più libertà di movimento, orizzonti globali più ampi – ma anche più complesso e difficile da interpretare. Quando mancano punti di riferimento solidi, questa apertura può trasformarsi in una fonte di pressione e spaesamento, fino a creare una vera e propria sensazione di “blocco”.

La ricerca individua quattro diversi profili tra i giovani italiani, che aiutano a capire meglio le tante sfumature di questa generazione. Il gruppo più numeroso è quello dei “moderati in transizione”, che rappresenta il 34%: ragazzi che mantengono un equilibrio fragile e hanno bisogno di sostegno per affrontare i passaggi più delicati della crescita. Poi ci sono gli “irrequieti in bilico”, circa il 25%, giovani spesso molto attivi e motivati ma esposti a un forte rischio di sovraccarico e ansia da prestazione. All’estremo opposto si trovano i “fiduciosi propositivi”, che sono solo il 17%: ragazzi con buon equilibrio emotivo e relazionale, capaci di guardare al futuro come a uno spazio di possibilità.

Nonostante le fragilità, il quadro non è completamente negativo. Molti giovani continuano a credere nel futuro, nella scienza, nella tecnologia e nelle opportunità offerte dall’Europa. Ma allo stesso tempo emergono segnali diffusi di stanchezza, insicurezza e senso di inadeguatezza, soprattutto nella fascia tra i 17 e i 19 anni, quando si avvicinano le scelte più importanti per la vita adulta.

Secondo gli esperti, la chiave per trasformare questa fragilità in una risorsa sta soprattutto nelle relazioni educative e nei contesti che accompagnano i ragazzi nella crescita. Scuola, famiglia, attività sportive, artistiche o di volontariato possono diventare spazi fondamentali in cui i giovani costruiscono fiducia, identità e senso del futuro. Perché crescere significa anche imparare a orientarsi in un mondo complesso, ma nessuno dovrebbe farlo da solo.

Ospedale e rispetto: vademecum per genitori

Mar 11
Scritto da Annamaria avatar

Negli ultimi anni negli ospedali italiani sono aumentate le aggressioni contro medici e infermieri. All’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, ad esempio, gli episodi di violenza verbale e fisica sono più che raddoppiati in cinque anni, passando da 28 nel 2021 a 64 nel 2025. Ospedale e rispetto devono andare a braccetto. Arriva il vademecum per i genitori.

il rispetto e la prima cura

Il Bambino Gesù lancia una campagna dal messaggio molto semplice ma potente: “Il rispetto è la prima cura”. L’idea è speciale: sono proprio i bambini a ricordare agli adulti come comportarsi in ospedale, con un piccolo vademecum pensato soprattutto per i genitori che arrivano al pronto soccorso con i loro figli. L’obiettivo è migliorare l’ambiente di cura e rafforzare l’alleanza tra famiglie e personale sanitario, perché la serenità di medici e infermieri aiuta anche i bambini a sentirsi più tranquilli e protetti.

Il vademecum del Bambino Gesù: 7 regole per i genitori

Ecco le sette semplici regole ricordate ai genitori quando si entra in ospedale:

  1. Aspettare con pazienza. In pronto soccorso ogni caso ha una priorità diversa.
  2. Non alzare la voce. Urlare spaventa i bambini e non aiuta il lavoro dei medici.
  3. Fidarsi del personale sanitario. Ogni situazione viene valutata con attenzione.
  4. Ricordare che non si è soli. In ospedale ci sono altri pazienti e famiglie da rispettare.
  5. Seguire le regole degli spazi comuni. L’ospedale è un luogo condiviso.
  6. Fare piccoli gesti di attenzione. Anche il rispetto quotidiano fa la differenza.
  7. Lasciare gli ambienti puliti. Prendersi cura degli spazi aiuta tutti a stare meglio. 

Quando un bambino sta male è normale essere preoccupati o spaventati. Ma creare un clima sereno aiuta il personale sanitario a lavorare meglio e rende l’esperienza ospedaliera meno stressante per tutti. Il messaggio della campagna è chiaro: la cura dei bambini inizia anche dal rispetto reciproco tra medici, infermieri e famiglie. Un piccolo promemoria che vale sempre, soprattutto nei momenti più delicati.

La campagna è promossa dall’Irccs in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza su operatori sanitari e socio-sanitari il 12 marzo.