Solo-maxxing
Tra le tante mode che nascono sui social, ce n’è una che preoccupa noi genitori, psicologi ed educatori. Si chiama solo-maxxing. Questo termine cela una tendenza che può diventare problematica soprattutto per gli adolescenti. Sempre più ragazzi scelgono di isolarsi volontariamente, convinti che stare lontani dagli altri sia il modo migliore per migliorare se stessi. Ma è davvero così?

Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi solo (da soli) e maxxing (massimizzare). In pratica, chi segue questa filosofia cerca di “ottimizzare” la propria vita dedicando tutto il tempo a sé: allenamento, studio, alimentazione, letture, videogiochi, crescita personale o sviluppo di nuove competenze. L’idea di prendersi cura di sé è senza dubbio positiva. Il problema nasce quando il desiderio di migliorarsi si trasforma nella convinzione che le relazioni siano soltanto una perdita di tempo.
Sui social, in particolare su TikTok, Instagram e YouTube, molti creator raccontano la propria routine ideale: sveglia all’alba, palestra, lavoro o studio, alimentazione rigidissima e pochissimi rapporti sociali. L’immagine proposta è quella del ragazzo “forte”, indipendente e autosufficiente, che non ha bisogno di amici, fidanzati o momenti di svago.
Per un adolescente, però, questo messaggio può essere molto pericoloso. L’età della crescita è infatti il periodo in cui si impara a costruire amicizie, affrontare i conflitti, sviluppare empatia e creare legami. Rinunciare a tutto questo significa privarsi di esperienze fondamentali per lo sviluppo emotivo.
Gli psicologi sottolineano che trascorrere del tempo da soli fa bene: aiuta a conoscersi meglio, favorisce la concentrazione e permette di recuperare energie. Ma l’isolamento volontario e prolungato è un’altra cosa. Il rischio è quello di sviluppare solitudine, ansia sociale e una crescente difficoltà nel relazionarsi con gli altri.
Per questo i genitori hanno un ruolo fondamentale. Devono comprendere il fenomeno e parlarne con i propri figli. Crescere significa anche imparare a stare con gli altri, condividere emozioni, affrontare delusioni e coltivare amicizie sincere. Nessuno di noi, tanto meno i giovanissimi, può trasformarsi in ‘un’isola’.
La longevità si impara da piccoli
La longevità è una delle parole più abusate degli ultimi anni. Un tempo vivere a lungo era soprattutto una questione di fortuna e genetica, oggi la scienza è sempre più concorde su un punto: ciò che facciamo ogni giorno può fare una grande differenza. Molte delle abitudini che favoriscono una vita lunga e in salute si imparano fin dall’infanzia. La longevità si impara da piccoli.
Educare i bambini alla longevità non significa parlare loro di vecchiaia e morte, ma insegnare uno stile di vita che permetta di crescere in equilibrio. La prima lezione riguarda il movimento. I bambini devono viverlo come un piacere. Correre al parco, andare in bicicletta, nuotare, o semplicemente trascorrere ore all’aria aperta, aiuta a sviluppare muscoli, ossa e cuore,. Imparano a prendersi cura del loro corpo.
Un’altra abitudine fondamentale è quella di mangiare bene. La longevità nasce da un rapporto sano con il cibo: tanta frutta e verdura di stagione, cereali integrali, legumi, pesce, olio extravergine d’oliva e pochi alimenti ultraprocessati. Coinvolgere i bambini nella preparazione dei pasti, portarli al mercato o far crescere qualche erba aromatica sul balcone li aiuta a sviluppare e consapevolezza verso quello che si porta in tavola.
Anche il sonno è un vero alleato della salute. Durante il riposo il cervello consolida ciò che ha imparato, il sistema immunitario si rafforza e l’organismo produce gli ormoni della crescita. Stabilire orari regolari e limitare gli schermi prima di andare a letto sono piccoli gesti che regalano col passare del tempo anni di vita.
Tra i pilastri della longevità c’è anche il benessere emotivo. I bambini devono imparare fin da piccoli a riconoscere le emozioni, a parlarne senza vergogna e a chiedere aiuto quando qualcosa li fa stare male. Crescere in un ambiente familiare sereno, ricco di ascolto e affetto, contribuisce a costruire quella resilienza che accompagnerà per sempre.
Allenare il cervello con la curiosità è un altro beneficio. Leggere libri, fare domande, costruire, disegnare, imparare una lingua straniera o suonare uno strumento musicale lo stimola e crea nuove connessioni neuronali.
Un altro insegnamento prezioso è il valore delle relazioni. Le persone che vivono più a lungo nel mondo hanno spesso una caratteristica comune: coltivano amicizie sincere, trascorrono tempo con la famiglia e fanno parte di una comunità. Anche i bambini hanno bisogno di imparare l’importanza della condivisione, dell’empatia e del prendersi cura degli altri.
Poi c’è il rapporto con la natura. Passeggiare in un bosco, osservare gli animali, giocare in spiaggia o semplicemente trascorrere del tempo in un giardino riduce lo stress, migliora l’umore e insegna il rispetto per l’ambiente.
Educare alla longevità significa aiutarli a vivere ogni fase della loro vita nel migliore dei modi,. Perché la longevità non inizia dopo i cinquant’anni: comincia molto prima.
Family Fatigue
L’estate è da sempre associata a vacanze, relax e tempo da trascorrere in famiglia. Eppure, per molte mamme, la realtà è molto diversa. Con la chiusura delle scuole e degli asili, mentre il lavoro continua a richiedere presenza e organizzazione, il carico mentale rischia di diventare ancora più pesante. È quello che gli esperti chiamano Family Fatigue, un fenomeno sempre più diffuso che descrive lo stress emotivo e organizzativo vissuto dai genitori durante i mesi estivi.

A dare un nome a questa condizione è Unobravo, piattaforma di psicologia online, che ha condotto un’indagine tra i professionisti che collaborano con il servizio. I risultati raccontano una situazione che molte famiglie conoscono bene: il 68% degli psicologi osserva un aumento dello stress genitoriale proprio durante l’estate.
Secondo Valeria Fiorenza Perris, psicoterapeuta e Clinical Director di Unobravo, “quello che emerge con chiarezza da questa indagine è che il carico mentale continua a gravare in misura maggiore sulle donne, che spesso si trovano ad affrontare da sole l’organizzazione familiare, soprattutto nei periodi in cui i punti di riferimento, come la scuola e la rete di supporto parentale e/o amicale, vengono meno”.
In altre parole, quando finisce la scuola non viene meno soltanto un luogo di apprendimento per i bambini. Viene meno anche un importante sostegno organizzativo per le famiglie. Da un giorno all’altro occorre trovare soluzioni per coprire intere giornate, organizzare attività, gestire centri estivi, nonni, babysitter e, contemporaneamente, continuare a lavorare.
Non sorprende quindi che il 73% dei genitori segnali difficoltà nella conciliazione tra lavoro e famiglia, mentre il 67% lamenta i costi sempre più elevati di centri estivi e servizi di assistenza. A questo si aggiunge un altro dato significativo: il 40% delle famiglie dichiara di non poter contare su una rete di supporto stabile.
A pagare il prezzo più alto sono soprattutto le mamme. Ben l’85% degli psicologi coinvolti nell’indagine riferisce infatti che il peso maggiore della Family Fatigue ricade sulle donne. Un dato che conferma come la gestione della vita familiare continui ancora oggi a essere distribuita in modo poco equilibrato.
Le conseguenze non riguardano soltanto l’umore. Lo stress prolungato può tradursi in stanchezza mentale, irritabilità, frustrazione, difficoltà nel sonno e perfino sintomi fisici come mal di testa, tensioni muscolari e disturbi gastrointestinali. Tra i sentimenti più frequentemente riportati in terapia durante i mesi estivi emergono la stanchezza mentale, segnalata dal 75% degli specialisti, la frustrazione e l’irritabilità.
C’è poi un altro aspetto che molti genitori conoscono bene: il senso di colpa. La sensazione di non riuscire a fare abbastanza, di non essere sufficientemente presenti o di ricorrere troppo spesso agli schermi per intrattenere i figli. Non a caso il 71% dei terapeuti osserva un aumento dell’ansia legata al tempo che i bambini trascorrono davanti a tablet, smartphone e televisione durante l’estate.
Come affrontare allora questo periodo senza sentirsi sopraffatti? Gli esperti di Unobravo suggeriscono alcune strategie semplici ma efficaci. La pianificazione anticipata delle settimane estive può alleggerire il carico organizzativo. Anche il coinvolgimento attivo del partner, dei nonni o di altre figure di supporto è fondamentale per evitare che tutto ricada su una sola persona.
Un altro concetto importante richiamato dagli psicologi è quello della “good enough parenting”, la genitorialità sufficientemente buona. Non esistono genitori perfetti e non è necessario organizzare attività straordinarie ogni giorno per essere una mamma o un papà presenti e amorevoli. Accettare i propri limiti e concedersi qualche imperfezione può fare una grande differenza.
Infine, come ricorda Valeria Fiorenza Perris, “riconoscere la propria fatica è il primo passo per prendersene cura con maggiore consapevolezza”. Un messaggio prezioso soprattutto per le mamme, che spesso mettono i bisogni di tutti davanti ai propri. Anche durante l’estate, prendersi cura di sé non è un lusso: è una necessità.
Social vietati ai minori: protezione o passo indietro?
Da oggi una domanda divide genitori, educatori e adolescenti di mezzo mondo: i social vietati ai minori di 16 anni sono davvero la soluzione? Si tratta si semplice protezione o è un passo indietro rispetto al passato? Il dibattito si è acceso dopo l’annuncio del primo ministro britannico Keir Starmer, che ha deciso di vietare l’accesso alle principali piattaforme social ai ragazzi sotto i 16 anni. TikTok, Instagram, Snapchat, Facebook, YouTube e X potrebbero diventare off limits per milioni di adolescenti britannici a partire dal 2027.

Si tratta di una decisione forte, destinata a far discutere. Le parole di Starmer non lasciano spazio a dubbi: secondo il premier, i social network espongono i ragazzi a contenuti pericolosi, facilitano bullismo e molestie, possono compromettere la salute mentale e sono progettati per creare dipendenza. “I social media rendono i bambini infelici”, ha dichiarato, spiegando di aver preso questa decisione pensando prima di tutto alla sicurezza dei più giovani.
Ma è davvero così semplice? Chi è genitore, come me, oggi conosce bene il dilemma. Da una parte ci sono le paure. Quelle reali. Ragazzi che passano ore davanti allo schermo, confronti continui con modelli irraggiungibili, cyberbullismo, contenuti violenti, sfide pericolose, dipendenza da like e approvazione sociale. Sono problemi che esistono e che nessuno può più fingere di ignorare. Dall’altra parte, però, c’è un’altra verità.
I social non sono soltanto il luogo dove nascono insicurezze e rischi. Per molti adolescenti rappresentano anche uno spazio di espressione, creatività, informazione e socializzazione. Ci sono ragazzi timidi che trovano online il coraggio di raccontarsi, giovani che imparano lingue straniere, coltivano passioni, seguono corsi, costruiscono amicizie e scoprono interessi che altrimenti non avrebbero mai incontrato.
Allora la domanda diventa inevitabile: il problema sono davvero i social o il modo in cui vengono utilizzati? Per anni abbiamo chiesto alle famiglie di educare all’uso consapevole della tecnologia. Oggi qualcuno propone una strada diversa: eliminare il problema alla radice, vietando l’accesso. Ma un divieto può sostituire l’educazione?
Molti esperti fanno notare che i ragazzi potrebbero aggirare facilmente le restrizioni, come già accade con altri limiti online. Il rischio è che i social diventino ancora più attraenti proprio perché proibiti, mentre genitori e figli perdono un’importante occasione di confronto. Forse la vera sfida non è decidere se i social siano buoni o cattivi. Forse la sfida è insegnare ai nostri figli a viverli senza esserne travolti. Perché la generazione che oggi ha 10, 12 o 15 anni non conoscerà un mondo senza tecnologia. Il digitale farà parte della loro vita, del loro lavoro, delle loro relazioni. Imparare a gestirlo sarà una competenza fondamentale quanto leggere, scrivere o studiare una lingua straniera.
Il Regno Unito ha scelto una strada netta e coraggiosa. Resta da capire se sarà quella giusta. Nel frattempo una domanda resta aperta e riguarda tutti noi, soprattutto noi genitori: è meglio proteggere i ragazzi tenendoli lontani dai social o accompagnarli passo dopo passo a usarli con consapevolezza? Probabilmente non esiste una risposta valida per tutti. Ma la discussione, bià in atto, va affrontata con ancora più energia.
Scuola: la bocciatura può essere un’opportunità
La fine dell’anno scolastico porta con sé pagelle, ansie e aspettative. Per alcuni ragazzi, però, arriva anche una notizia difficile da accettare: la bocciatura. Un evento che spesso viene vissuto come una sconfitta, ma che potrebbe trasformarsi in un’importante occasione di crescita. La bocciatura a scuola può essere un’opportunità.
A sostenerlo è il giornalista e scrittore Federico Mello, autore del libro Elogio della bocciatura, nato proprio dalla sua esperienza personale. Aveva 15 anni quando fu bocciato e ricorda ancora perfettamente quel momento. “Non è possibile, non posso essere io”, pensò quando vide il risultato. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, guarda a quell’episodio con occhi diversi e ha deciso di raccontarlo per aiutare ragazzi e famiglie ad affrontare il fallimento scolastico senza vergogna e lo spiega al Corriere della Sera.
Secondo Mello, il problema non è solo il voto insufficiente. Spesso un ragazzo che viene bocciato è un ragazzo che si sente solo, incompreso o schiacciato dalle aspettative. Nel libro trova spazio anche la riflessione di Alberto Bonfanti, insegnante da oltre quarant’anni e presidente di Portofranco Milano, centro che sostiene gratuitamente studenti in difficoltà. “Dietro una bocciatura si può trovare molta solitudine – spiega Bonfanti – Intorno al ragazzo che molla la scuola o che smette di studiare spesso non c’è nessun adulto che lo aiuta ad affrontare le difficoltà”.
Uno dei concetti più forti espressi da Mello riguarda il valore personale dei ragazzi. “Tu non sei i tuoi voti. Tu non sei il tuo percorso scolastico. Tu sei tantissimo altro”, scrive nel libro. Parole che dovrebbero essere appese in ogni cameretta. Perché un’insufficienza o una bocciatura non definiscono il carattere, le capacità o il futuro di una persona. Anche molti genitori, sottolinea l’autore in un’intervista, vivono i risultati scolastici dei figli come un giudizio su se stessi. Un peso enorme che rischia di aumentare la pressione sui ragazzi.
Dietro molte difficoltà scolastiche si nascondono ansia, insicurezze e fragilità emotive. “Ho parlato con tantissimi ragazzi bocciati, l’ansia è generalizzata. Alcuni studenti fanno scena muta alla cattedra e invece sono preparatissimi”, racconta Mello. Tra social network, confronti continui, aspettative elevate e paura di sbagliare, molti adolescenti vivono la scuola con una pressione che spesso gli adulti faticano a comprendere.
Secondo l’autore, il primo passo è cambiare prospettiva. Un brutto risultato non deve diventare un’etichetta: “Chi fallisce deve uscire dall’idea di essere uno che non vale niente”. Per questo è importante aiutare i ragazzi a distinguere tra il giudizio su una prestazione e il valore della loro persona. Un anno andato male non cancella talenti, passioni e potenzialità.
Nel libro si parla anche del concetto di daìmon, una sorta di vocazione personale, quella passione che ogni ragazzo dovrebbe avere la possibilità di scoprire e coltivare. Sport, musica, arte, lettura, tecnologia: trovare ciò che accende entusiasmo e motivazione può fare la differenza nel percorso di crescita: “È importante coltivare una passione, fare più esperienze possibili in modo tale da intercettarla e trovare la propria strada”.
Per aiutare i ragazzi a ridimensionare la delusione, Mello ricorda che molte persone di successo hanno conosciuto il fallimento scolastico prima di raggiungere traguardi straordinari. Tra questi cita nomi come Alberto Angela, Umberto Veronesi, Albert Einstein e Winston Churchill. La lezione finale è forse la più importante di tutte: gli errori fanno parte della vita e non rappresentano necessariamente un ostacolo. Anzi, come scrive Federico Mello, “l’errore, la bocciatura, non rappresentano un ostacolo sulla via, ma la via stessa”. Un messaggio prezioso da ricordare in questi giorni di pagelle.
Scuola quasi finita: come aiutare i bambini
Le giornate si allungano, il sole scalda sempre di più e nell’aria si respira già profumo d’estate. Eppure, per molti bambini, questi ultimi giorni di scuola possono essere tra i più faticosi dell’intero anno. La concentrazione cala, la stanchezza accumulata nei mesi si fa sentire e la voglia di vacanze cresce di giorno in giorno. In più, i giorni di festa già finiti rischiano di creare una sorta di “effetto fisarmonica”: qualche giorno di relax, seguito però dal ritorno tra i banchi per le ultime verifiche, le recite, le feste di classe e gli ultimi impegni scolastici. Scuola quasi finita e il ponte lungo appena passato possono far danni: come possiamo aiutare i bambini a vivere questo periodo senza stress?

La prima cosa da fare è comprendere che il rientro dopo un ponte lungo richiede un piccolo periodo di riadattamento. È normale che i bambini siano più distratti del solito, che facciano fatica ad alzarsi la mattina o che mostrino poca voglia di aprire libri e quaderni. Non si tratta di pigrizia, ma di un meccanismo naturale: dopo giorni di libertà il cervello ha bisogno di ritrovare gradualmente il ritmo.
In questi ultimi giorni è utile evitare pressioni eccessive. Se ci sono ancora compiti o verifiche da preparare, meglio organizzare brevi sessioni di studio intervallate da momenti di pausa. La qualità della concentrazione conta molto più delle ore trascorse alla scrivania.
Anche il sonno merita particolare attenzione. Con il caldo e le serate più lunghe è facile andare a letto più tardi, ma mantenere orari regolari aiuta i bambini ad affrontare meglio le giornate scolastiche e a gestire la stanchezza accumulata durante l’anno.
Un altro aspetto importante è valorizzare ciò che è stato fatto. Invece di concentrarsi soltanto sugli ultimi voti, può essere bello ripercorrere insieme il cammino degli ultimi mesi: le cose imparate, le amicizie nate, le paure superate e i traguardi raggiunti. Per un bambino sentirsi riconosciuto per il proprio impegno è spesso più importante di qualsiasi pagella.
Questo è anche il momento giusto per iniziare a parlare dell’estate. Programmare una gita, scegliere qualche libro da leggere sotto l’ombrellone o immaginare le attività delle vacanze può trasformare l’attesa in qualcosa di positivo e motivante.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che la fine della scuola porta con sé emozioni contrastanti. Alcuni bambini non vedono l’ora di salutare i banchi, altri vivono con nostalgia il distacco da insegnanti e compagni, soprattutto se li attende un cambio di ciclo scolastico. Ascoltare ciò che provano, senza banalizzare i loro sentimenti, è il modo migliore per sostenerli.
Ormai manca davvero poco. Ancora qualche giorno di impegno, qualche mattina di sveglia presto e poi arriveranno le tanto attese vacanze. Il compito di noi genitori, in questa fase, non è pretendere l’ultimo sprint perfetto, ma aiutare i nostri figli ad arrivare al traguardo con serenità, entusiasmo e la soddisfazione di aver concluso un altro importante anno di crescita.
Scuole aperte anche in estate? La rivoluzione
In Emilia-Romagna sta per partire un esperimento che potrebbe davvero cambiare il modo in cui immaginiamo la scuola in Italia. In 42 Comuni della regione, dal 31 agosto al 14 settembre, gli istituti scolastici resteranno aperti anche prima dell’inizio ufficiale delle lezioni, accogliendo bambini dai 6 agli 11 anni con laboratori culturali, attività sportive, musica, giochi e momenti di socializzazione. E se fosse seguito da tutte le regioni? Le scuole aperte anche in estate potrebbero essere la piccola-grande rivoluzione che tutti si auspicano.

Non si tratta di “lezioni anticipate”, ma di un progetto completamente diverso, pensato per trasformare la scuola in uno spazio aperto alla comunità, vivo anche durante l’estate. A organizzare le attività saranno educatori esterni e professionisti del terzo settore, mentre i Comuni potranno gestire il tutto in autonomia, adattandosi alle esigenze del territorio e alle possibilità concrete delle strutture.
La Regione Emilia-Romagna ha investito 3 milioni di euro nell’iniziativa e il presidente Michele De Pascale ha già spiegato che l’obiettivo è ampliare progressivamente il progetto fino a coinvolgere tutte le scuole del territorio tra il 2027 e il 2028. Un piano che segue quello già avviato a gennaio con “Scuole aperte”, dedicato agli studenti delle medie e superiori con attività extracurriculari all’interno degli istituti.
L’idea di fondo è semplice, ma potentissima: aiutare le famiglie in un periodo spesso molto complicato, anche dal punto di vista economico, e allo stesso tempo offrire ai bambini occasioni di crescita, incontro e apprendimento. E se questo modello venisse seguito anche dal resto delle regioni italiane, le conseguenze potrebbero essere enormemente positive.
Per moltissimi genitori, infatti, le settimane tra la fine dei centri estivi e la riapertura delle scuole rappresentano un vero problema organizzativo. Le ferie spesso sono finite, il lavoro ricomincia a pieno ritmo e non tutti possono contare su nonni disponibili o babysitter. Avere scuole aperte con attività strutturate significherebbe alleggerire concretamente il peso che ogni estate ricade sulle famiglie.
Ma non sarebbe importante solo per gli adulti. Anche per i bambini potrebbe rappresentare una piccola rivoluzione. Oggi l’estate rischia spesso di trasformarsi in lunghissime giornate davanti a tablet, smartphone e televisione, soprattutto per chi resta in città. Ritrovare invece gli amici, fare sport, partecipare a laboratori creativi e vivere la scuola in modo più leggero e libero aiuterebbe tantissimo anche sul piano emotivo e relazionale.
C’è poi un altro aspetto fondamentale: le disuguaglianze. Non tutti i bambini durante l’estate hanno accesso alle stesse opportunità. C’è chi viaggia, frequenta campus, corsi e attività, e chi invece trascorre mesi senza stimoli. Progetti come questo potrebbero offrire occasioni educative anche a chi normalmente non potrebbe permettersele, trasformando la scuola in un vero presidio sociale e culturale.
E forse la parte più interessante è proprio questa: l’idea di una scuola diversa. Non solo luogo di verifiche, interrogazioni e compiti, ma spazio aperto, creativo, inclusivo. Un posto dove stare bene anche fuori dall’orario tradizionale e dove imparare possa significare anche giocare, socializzare, sperimentare. L’Emilia-Romagna sta facendo il primo passo. E se il resto d’Italia decidesse di seguirla, la scuola potrebbe davvero diventare qualcosa di molto più vicino alla vita reale delle famiglie di oggi.
Sindrome dell’impostore può colpire una mamma?
A quanto pare ne soffre 1 italiano su 7. La sindrome dell’impostore può colpire anche una mamma? Sì. Sentirsi inadeguate anche quando si sta facendo del proprio meglio. Avere la sensazione di “non essere abbastanza” come mamma. Pensare continuamente che le altre siano più brave, più organizzate, più pazienti, più capaci. È una sensazione che moltissime donne conoscono bene, anche se spesso fanno fatica ad ammetterlo.

Quella vocina interiore che sussurra “non sei all’altezza”, “prima o poi tutti si accorgeranno che stai improvvisando”, non riguarda solo il lavoro o la carriera. Può insinuarsi anche nella maternità, soprattutto in un’epoca in cui i social mostrano continuamente immagini di mamme apparentemente perfette, sorridenti, impeccabili e sempre sotto controllo. La realtà, però, è molto diversa.
La sindrome dell’impostore non è una malattia, ma un meccanismo psicologico che porta una persona a svalutare continuamente sé stessa e i propri risultati, attribuendo ciò che fa alla fortuna o al caso. Nel caso delle mamme, può tradursi nella convinzione costante di non essere abbastanza brave nel proprio ruolo genitoriale. Anche una donna amorevole, presente e attenta può sentirsi “finta”, incapace, costantemente in errore, inadeguata rispetto alle altre madri E spesso tutto questo si accompagna a un fortissimo senso di colpa.
La sindrome dell’impostore nelle mamme può manifestarsi in tanti modi diversi.
Per esempio:
- sentirsi sempre in difetto
- avere paura di sbagliare qualsiasi scelta educativa
- confrontarsi continuamente con altre mamme
- vivere male i consigli non richiesti
- pensare di “non fare mai abbastanza”
- sentirsi sopraffatte anche nelle cose normali
- nascondere le proprie fragilità per paura del giudizio
Molte donne raccontano di sentirsi “smarrite” soprattutto dopo la nascita del primo figlio, quando la maternità reale si scontra con quella idealizzata. E il problema è che spesso dall’esterno nessuno se ne accorge.
Instagram e TikTok hanno amplificato moltissimo questo fenomeno. Feed pieni di case perfette, bambini sempre sorridenti, lunch box creative e mamme impeccabili anche dopo notti insonni possono generare un confronto continuo e silenzioso. Ma la maternità vera raramente è filtrata. È fatta anche di stanchezza, caos, dubbi, pianti improvvisi, sensi di colpa e giornate in cui si sopravvive più che brillare. Eppure molte mamme continuano a pensare di essere le uniche a sentirsi così.
Cosa fare quando ci si sente “non abbastanza”? La prima cosa importante è capire una verità semplice: nessuna mamma nasce imparata. La maternità si costruisce giorno dopo giorno, spesso per tentativi, aggiustamenti e intuizioni.Può aiutare smettere di confrontarsi continuamente, parlare apertamente delle proprie emozioni, chiedere supporto senza vergogna, ritagliarsi momenti per sé , ricordarsi che perfezione e buon genitore non sono la stessa cosa Anche confrontarsi con uno psicologo, soprattutto se ansia e senso di inadeguatezza diventano troppo pesanti, può essere un aiuto prezioso. Essere una buona madre non significa essere perfetta.

Scritto da Annamaria e postato in