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Bambini social

Gen 14
Scritto da Annamaria avatar

Dobbiamo riflettere. I bambini sono social sin dalla nascita ormai. Noi adulti pubblichiamo le loro foto da quando nascono fino a quando diventano adolescenti e oltre. Sono i nostri figli. E’ vero, ma non sono nostra proprietà. Noi decidiamo che diventino social loro malgrado.

bambini social

L’Unità nella rubrica Bambini social – Un giorno questo like diventerà tuo” pubblica il contributo di esperti su un tema assai caldo: l’opportunità di postare le foto dei nostri piccoli sul web, creando così, a loro insaputa un’identità social che rimarrà in eterno. 

La psicologa e psicoterapeuta Simona Piemontese a tal proposito, con le sue parole sui bambini social, fa davvero pensare. “Il bisogno di condividere le foto dei nostri figli è, evidentemente, un bisogno nostro. Certamente non loro. Senza assolutamente demonizzare la condivisione sui social tout court, ci dovremmo chiedere ‘perché lo facciamo?’, ‘che senso attribuiamo a ciò?’. I motivi sono i più disparati. Tanti like, rinforzano positivamente chi li riceve, gratificano. Mostrano che genitore sono. Mi avvicinano a chi è lontano. Rendono l’immagine di me che voglio dare al mondo, per quanto questa possa essere magari lontanissima dalla realtà. Potremmo continuare ma vorrei soffermarmi sul bambino”, spiega.

“Un figlio, soprattutto piccolo, potrebbe, un giorno, non gradire quelle foto postate sui social. Se penso alle foto della mia infanzia, negli anni ‘80, con vestiti improbabili, tagli di capelli improbabili, da adolescente non avrei gradito vederle su Facebook. Oggi sono adulta e sono capace di riderci su, attrezzata per farlo. I nostri figli, oggi piccoli ma domani adolescenti, lo saranno? In un’epoca dove tutto è osservato, dove tutto è potenzialmente oggetto di commenti, cosa accadrà?”, sottolinea ancora la Piemontese.

“Non voglio pensare, per forza, a scenari drammatici, seppure possibili, in cui foto private o condivise con pochi amici, finiscano in mani sbagliate. Penso soltanto a un concetto di privato, di intimo, su cui, postando una foto di mio figlio, sto facendo una scelta che lo riguarda ma su cui lui non ha scelta. Quella foto non sarà più privata, quel ricordo non sarà più intimo. Sono io che scelgo per lui. Scelgo per lui un’identità ‘social’ che, come sappiamo, è pressoché eterna. Allo stato, non disponiamo di dati sostanziali. Nonostante il fenomeno sia molto studiato, è troppo recente per comprenderne appieno la portata. Ma lo sguardo che ho sulla adolescenza, attraverso la mia professione, mi porta a pensare che i nostri ragazzi non sono sempre così felici di ritrovarsi in rete, attraverso gli occhi dei genitori”, continua l’esperta.

“Hanno bisogno di costruire la loro identità, anche quella virtuale. E hanno bisogno di farlo seguendo le loro inclinazioni che potrebbero non corrispondere alle nostre. Hanno bisogno di declinarsi per come sono oggi, e non già per la storia ‘digitale’ che abbiamo creato noi per loro. La costruzione dell’identità è un tema così complesso, travagliato, anch’esso così intimo che necessita di delicatezza e attenzione. Così come i loro genitori che hanno bisogno di ‘postare’ foto per riceverne feedback, gli adolescenti hanno bisogno di presentarsi al mondo e sperimentarne la risonanza. Vorrei che fossero liberi. Liberi di decidere chi sono, chi vogliono essere con ciò che abbiamo costruito assieme a loro con fatica, che certamente è più dei like su un social”, prosegue. 

“Altrettanta importanza andrebbe data, anche, all’aspetto sociale di questo tema per gli adolescenti: il bisogno di accettazione dei pari, la paura di essere valutati negativamente, di ricevere commenti negativi fino al timore di essere vittime di bullismo o cyber bullismo. Timori, oggi più che mai, attuali”, chiarisce la psicologa.

“In sostanza, credo che sia necessaria molta più attenzione e consapevolezza da parte dei genitori, rispetto a qualcosa di molto più complesso di una semplice foto lasciata sui social. Consapevolezza rispetto alla costruzione dell’identità digitale che stiamo fornendo ai nostri figli attraverso la loro esposizione su un social. Consapevolezza che stiamo facendo una scelta per loro, ma che potrebbero, un giorno, non condividere. Forse dovremmo chiederci cosa significhi un like e se ci possa essere un’eredità. Potremmo riflettere su chi i nostri bambini e i nostri adolescenti vedano avere tanti like. Spesso a personaggi di ben poco spessore”, infine conclude la Piemontesi.

Buoni propositi del nuovo anno

Gen 01
Scritto da Annamaria avatar

E’ appena iniziato il 2024. L’1 gennaio è bene fare una lista di buoni propositi del nuovo anno, che ci facciano sentire meglio essere più sereni, rendendoci persone migliori e genitori un po’ più attenti. Perché siamo noi l’esempio dei nostri figli, il loro punto di riferimento.

E’ una lista che può diventare molto lunga quella dei buoni propositi del nuovo anno. Sono in realtà piccoli traguardi che possono riguardare noi adulti ma pure i più piccoli e, soprattutto, gli adolescenti che si incamminano verso la maggiore età.

Buoni propositi del nuovo anno:

Usare meno lo smartphone. Stare sempre col telefonino in mano ci porta a isolarci: viviano maggiormente la realtà.

Imparare a fregarsene. Le critiche, se costruttive, fanno bene, ma i giudizi netti non aiutano alcuno.

Eliminare il superfluo. Spesso siamo attaccati a cose che in realtà hanno davvero poco valore. Cerchiamo di tenere a quel che è davvero importante.

Dormire di più. Io devo farlo, ma anche mia figlia che sia per studiare, ma pure per stare con gli amici, a volte sbaglia e fa le ore piccole…

Imparare una lingua nuova: essere cittadini del mondo regala tantissima libertà.

Portare a termine i proprio progetti, tenere fisso davanti a sé l’obiettivo e non rinunciarvi per cose futili o ingenuità.

Camminare, muoversi, fare attività fisica: allunga la vita e ci mantiene in forma.

Leggere, leggere, leggere. Non solo per studio, ma per sognare e immagazinnare informazioni utili.

Contattare le persone a cui vogliamo bene che, per una qualche ragione, abbiamo momentaneamente perso, lasciandole per strada.

ùSmetterla di criticare e criticarsi: accettare anche i difetti è una grande prova.

Prendere la vita con leggerezza qualche volta, perché ridere fa bene.

Lamentarsi di meno: piangersi addosso è sbagliato. Meglio reagire.

Essere gentili con chi ci circonda e avere coraggio. Questo è diventato, personalmente, il mio mantra.

Care Neonatale

Ott 06
Scritto da Annamaria avatar

Quando un bimbo nasce prima del termine avviene un passaggio improvviso e prematuro dal confort dell’utero materno al mondo esterno, proprio in una fase molto delicata e cruciale dello sviluppo del sistema nervoso centrale e delle funzioni cerebrali. Tutti gli stimoli che provengono dall’esterno (rumori, luci, manipolazioni) non possono essere adeguatamente modulati e determinano un carico di stress eccessivo per il piccolo, con conseguenze negative sulla sua crescita e sul suo sviluppo neurologico nel lungo termine. 

care neonatale

Negli ultimi decenni, proprio dalla necessità di fronteggiare questa problematica, è nata e si è sviluppata la Care Neonatale. Per “Care” si intende l’approccio assistenziale globale. Ha come obiettivo di ridurre il più possibile l’esperienza dello stress del neonato prematuro durante l’ospedalizzazione e di promuovere il suo benessere psico-fisico. 

La “Care” fatta di tecniche mirate a minimizzare le stimolazioni esterne si è evoluta negli anni in “Developmental Care”, proposta per la prima volta dalla neuropsicologa statunitense Heidelise Als. La Developmental Care è un approccio di cura individualizzato che tiene in considerazione il livello maturativo del singolo neonato, della sua età gestazionale e delle sue condizioni cliniche. 

Il piccolo paziente è un individuo in grado di mettersi in relazione con l’ambiente esterno. L’osservazione e la comprensione dei suoi comportamenti guidano l’operatore nel fornire l’assistenza più adatta in ogni fase del ricovero. 

Anche la famiglia svolge un ruolo fondamentale nel percorso assistenziale. La Family Centered Care, e cioè la Care incentrata sulla famiglia, si basa sull’evidenza che il contatto tra neonati e genitori è benefico per tutto il nucleo familiare. I genitori adeguatamente informati e guidati dai professionisti sanitari diventano parte attiva delle cure. Questo ha un impatto positivo sullo sviluppo globale del bambino. Incoraggia il bonding genitore-neonato e migliora la sicurezza e le competenze genitoriali nell’accudimento. 

E’ il caso della Neuroprotective Care. Si basa su 7 principi fondamentali. Salvaguardare il sonno e il riposo dei neonati ricoverati in TIN grazie all’intervento dei caregivers e il contatto precoce con i genitori adottando lo skin to skin. Posizione e contenimento dei neonati prematuri. Protezione della cute. Minimizzare lo stress. Nutrizione adeguata. Collaborare con le famiglie per sostenere i genitori nel ruolo di caregiver. Promuovere un attaccamento sicuro e un ambiente accogliente e curativo per ridurre al minimo l’impatto negativo della TIN.

La partecipazione dei genitori alle cure del piccolo è di per sé cura preziosa e fondamento della Care Neonatale. Lo ribadiscono anche gli Standard Assistenziali Europei per la Salute del Neonato. Gli Standard nascono dall’esigenza di diffondere e garantire a tutti i neonati la migliore qualità di cure possibile. Questo obiettivo può essere raggiunto solo se tutti i professionisti sanitari che lavorano in Terapia Intensiva Neonatale vengono formati adeguatamente e applicano sul campo i principi della cura dello sviluppo incentrata sul neonato e sulla famiglia. 

Altro obiettivo cruciale delle cure perinatali è garantire sempre ai piccoli pazienti un’analgosedazione ottimale e personalizzata. Il dolore impatta fortemente sulla qualità di vita del neonato e di tutto il nucleo familiare. I piccoli ricoverati e in particolar modo i neonati prematuri, sono sottoposti a lunghe ospedalizzazioni in ambiente intensivo e a procedure frequenti, necessarie, ma dolorose e stressanti. La ridotta capacità di manifestare lo stress e di comunicare dolore e disagio contribuiscono ad aumentare il rischio di un’analgesia inadeguata nei prematuri. Un approccio globale, che preveda l’utilizzo combinato di tecniche farmacologiche e non farmacologiche, associate ad interventi ambientali ed assistenziali, in cui siano coinvolti anche i genitori, consente di ottenere un migliore controllo di stress e dolore. Tutto questo si traduce in benefici enormi sulla salute dei piccoli pazienti.

“Quando il dolore e il disconfort sono ridotti al minimo, i neonati mangiano e dormono meglio. Crescono di più, sono più stabili. Mostrano uno sviluppo neurocomportamentale più armonioso nel lungo termine”, afferma il Dott. Luigi Orfeo, Presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN). “Conforto adeguato, riconoscimento e trattamento del dolore sono, quindi, alla base dell’assistenza neonatologica. Nostro compito è quello di diffondere tra neonatologi ed infermieri le più recenti evidenze scientifiche e tutti i progressi disponibili. Questo a garanzia delle migliori cure possibili per i nostri neonati”, aggiunge. 

Bebè: consigli anti panico

Lug 11
Scritto da Annamaria avatar

Quando sta per arrivare il bebè si va in ansia, sorgono mille dubbi. Ecco alcuni consigli anti panico per i neo genitori.

E’ corretto prenderlo se piange? Può dormire nel lettone? Lo svezzamento quando si inizia? Le domande a volte assalgono le mamme e i papà. Il bebè è una novità bella grossa, i consigli anti panico degli esperti psicologi e pediatri di Heart4Children, associazione di promozione sociale che supporta le famiglie possono dare una grande mano.

bebe consigli anti panico

Consigli anti panico per gestire al meglio il bebè riportati da Oggi:

Il co-spleeping accoglie i bisogni di contatto, calore e rassicurazione del neonato. Se volete tenerlo nel lettone con voi attenti, però, che dorma supino e usate una superficie dedicata senza paracolpi e cuscini.

Attaccare il bambino al seno è l’unico modo per stimolare la produzione di latte. A volte, però, il latte prodotto non basta e non ci si deve sentire in colpa. Offritegli del latte artificiale dopo la poppata al seno. 

Quando e se tornare al lavoro. Il rientro al lavoro dovrebbe avvenire in modo graduale, dopo i 6 mesi del bambino, dopo, cioè, che il piccolo ha posto le basi per la sua conoscenza del mondo e del proprio valore, attraverso la relazione con mamma e le altre figure primarie. 

Affidare il bebé alla babysitter o ai nonni? Va bene, l’importante è che sia a una persona di cui vi fidate. I bambini lo percepiscono, quindi si sentiranno al sicuro con quella persona. E’ meglio iniziare poche ore alla volta. 

Svezzamento time: l’Oms suggerisce di farlo dai 6 mesi di vita. Fate caso ai segnali che il bambino manda quando è pronto a mangiare cibo diverso dal latte. Ai bimbi che amano essere imboccati, frullate il cibo e datelo col cucchiaino, mentre se vogliono fare da soli offritegli cibo solido tagliato in modo sicuro. 

Febbre, influenza, malattie infantili: se un bambino sente il genitore preoccupato o spaventato, si agita e questo non aiuta il processo di guarigione. 

Cellulari e tablet? L’esposizione ai device digitali va limitata soprattutto nei primi 3 anni di vita, quando potrebbe interferire con lo sviluppo del cervello più sensibile 

Vademecum per futuri genitori

Giu 27
Scritto da Annamaria avatar

Ci sono modi giusti per affrontare una gravidanza e il post partum. E’ necessario mantenere innanzitutto la calma. La Dottoressa Laura Beretta, psicoterapeuta della Humatitas, con il suo vademecum per futuri genitori regala consigli utili a chi sta per avere un bambino.

La gravidanza e il post parto possono avere un impatto destabilizzante e portare a sofferenza psicologica, proprio per evitare che insorgano problemi mentali, sintomi depressivi, lievi o anche molto gravi meglio affidarsi agli esperti. Il vademecum per futuri genitori cerca di suggerire le 10 cose importanti da ricordare a chi sta vivendo il periodo della gravidanza e del post parto.

E’ chiaro che se ci si accorgesse che qualcosa non va il consiglio principale è quello di rivolgersi immediatamente a uno specialista, ma il vademecum per futuri genitori è senz’altro utile:

1) L’esperienza nascita è fisiologicamente complessa

2) È necessario prendersi cura del proprio benessere mediante sonno adeguato, attività fisica moderata e supporto sociale positivo

3) Il supporto emotivo e pratico del partner è uno dei più significativi fattori di protezione

4) Anche i padri possono stare male

5) Partecipare a corsi pre-parto, corsi di allattamento o altre iniziative di gruppo rivolte ai genitori può essere di grande aiuto

6) Il confronto con uno psicologo durante la gestazione è sempre utile per sfruttare a pieno le potenzialità evolutive di questo importante passaggio di vita

7) Non sottovalutare eventuali segnali o manifestazioni di disagio psicologico

8) In caso di dubbio o certezza di disagio psicologico meritevole di attenzione clinica, rivolgersi ad un professionista. In modo da tutelare sé e il bambino

9) In situazioni di psicopatologia materna o paterna l’approccio di cura deve coinvolgere anche il partner e supportare la relazione madre-padre-bambino

10)  Le possibili conseguenze della psicopatologia materna del bambino non sono inevitabili. Un intervento di cura tempestivo sui genitori riduce la possibilità di trasmissione inter-generazionale e può mitigare l’effetto dell’impatto della psicopatologia sulla prole.

Essere bravi genitori

Giu 22
Scritto da Annamaria avatar

Si può imparare a essere bravi genitori? Secondo gli esperti sì, assolutamente. Si può migliorare il rapporto coi figli, anche nel periodo terribile dell’adolescenza. Questo apporta benefici all’intera famiglia: gli attriti, infatti, generano un allontanamento e sono fonte di grande preoccupazione e stress.

essere bravi genitori

Essere bravi genitori non è sempre semplice, è bene ascoltare i consigli che l’esperta dà sulle pagine de La Gazzetta dello Sport. “I genitori devono essere degli ‘allenatori’ che favoriscono una crescita sana dei figli attraverso l’amore, la comprensione e la capacità di ascolto”, spiega Roberta Cesaroni, mental coach e psicologa del lavoro esperta in relazioni fra genitori e figli. 

Il periodo più difficile per i ragazzi sono i primi 2-3 anni dell’adolescenza, quelli in cui nascono conflitti, ci sono forti contrasti con mamma e papà e alcune volte delle vere e proprie ribellioni. E’ il momento in cui alcune regole vengono prese come impoisizioni ingiuste. Questo periodo è importantissimo perché fa parte del percorso di crescita e fa aumentare nei ragazzi la loro autoconsapevolezza. Per essere bravi genitori è necessario comprenderlo e confrontarsi con loro: la famiglia deve essere un’alleata, non il nemico.

“Se i genitori non capiscono ciò c’è il rischio che si creino incomprensioni. A quest’età si ha bisogno di qualcuno con cui confrontarsi e se i ragazzini non trovano una sponda nella famiglia possono far affidamento su coetanei con le loro stesse difficoltà, sui social e sul web, con tutti i pericoli che ciò comporta”, avverte l’esperta.

A volte è anche il gap generazionale a incidere: “Emerge chiaramente che in famiglia sono presenti gap culturali e generazionali dovuti anche a modalità di comunicazione molto diverse fra loro. Da un lato ci sono le generazioni dell’era digitale, dall’altro quelle dell’era analogica. Parlando un linguaggio differente, è difficile comprendersi tra genitori e figli. Nella costruzione di un rapporto sano, però, il dialogo è fondamentale”, sottolinea Cesaroni.

I genitori non devono diventare degli ‘amici’, la definizione dei ruoli è fondamentale, devono imporre regole, chiaramente, ma non dettate da litigi. Non devono neppure essere infinite. “E’ sufficiente porre pochi paletti, su cui però non bisogna transigere. Un sano no fa crescere più di tante facili vittorie, ma una severità ingiustificata non porta a nulla” osserva Cesaroni. “Il cambiamento dei teenager è frutto del cambiamento di mamma e papà, che deve basarsi sull’amore e non sulle punizioni. Infatti, la punizione porta vendetta, mentre l’amore porta a questa riflessione: i miei genitori mi amano, non li posso tradire”, conclude l’esperta.

Sharenting

Apr 23
Scritto da Annamaria avatar

Si parla tanto di sharenting, ma cos’è esattamente? Con questo termine di descrive il fenomeno di condividere costantemente online da parte dei genitori immagini e video dei propri figli.

Il termine sharenting coniato negli Stati Uniti, deriva dalle parole inglesi “share” (condividere) e “parenting” (genitorialità). La costante esposizione dei minori da parte di mamma e papà, ovviamente, avviene, nella maggioranza dei casi, senza il consenso dei piccoli, non ancora in grado di capire le implicazioni della cosa. Brunella Greco, esperta di Save the Children in tema di tutela dei minori online, che spiega il significato di pratiche come l’over sharenting. (altro…)

Scuola per diventare principesse

Apr 16
Scritto da Annamaria avatar

La scuola per diventare principesse crea polemica. Sembra davvero fuori tempo una scelta del genere, che scatena sui social una piccola bufera. La scuola per diventare principesse prevede nel programma lezioni di galateo, portamento, camminata con i tacchi, bon ton, dizione, trucco e acconciatura. Il corso, della durata di tre mesi, è per ragazzine che vanno dai 6 ai 9 anni. L’ha organizzato “Stefania Vadalà Eventi”, che ha una sede a Rho, comune della città metropolitana di Milano, in Lombardia.

Una profonda riflessione sulla scuola per diventare principesse la fa sul Fatto Quotidiano, Alex Coriazzoli, maestro e giornalista. “E’ assurdo che si sia anche solo pensato ad un corso per principesse: una scuola di stereotipizzazione. Due i motivi – scrive sul quotidiano – Il primo: l’idea di essere una principessa si associa a quella della ricchezza, della borghesia. Pensare di insegnare a delle bambine o a dei bambini di diventare aristocratici è fuorviante, perversa. In un Paese dove un giovane su quattro è a rischio di povertà servirebbe una scuola che insegni l’idea di solidarietà, di cooperazione, che non crei ancor più lo stigma del divario sociale”.
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