Burnout materno
Quando si parla di burnout, molti immaginano immediatamente l’ambito lavorativo: scadenze, stress cronico, responsabilità pressanti. Ma esiste una forma meno discussa e altrettanto impattante: il burnout materno, una condizione di esaurimento emotivo, fisico e mentale che colpisce molte mamme, spesso in silenzio.

Il burnout materno è uno stato di profonda stanchezza legato al ruolo genitoriale. Non è “semplice stress” né un momento passeggero di fatica: è una condizione che può compromettere il benessere della mamma e la qualità della relazione con i figli e con il partner.
I segnali tipici includono:
- Esaurimento emotivo: sentirsi “vuote”, senza più energie.
- Distanza emotiva dai figli: amare i propri bambini, ma percepirli come “troppo” o sentirsi sopraffatte dalla loro presenza.
- Senso di inefficacia: percepire di non essere “abbastanza”, nonostante gli sforzi continui.
- Irritabilità e senso di colpa: un loop emotivo difficile da spezzare.
Le mamme spesso si trovano al centro di aspettative altissime: essere presenti, accudenti, pazienti, organizzate, performanti sul lavoro e perfette nella gestione della casa. A questa pressione sociale si aggiungono altri fattori come:
- Carico mentale sproporzionato
Non si tratta solo di “fare”, ma di ricordare, pianificare, anticipare i bisogni di tutti. - Mancanza di supporto
Le famiglie moderne sono spesso più isolate rispetto al passato: meno aiuti, meno reti, più solitudine. - Poca cura di sé
Tra figli, lavoro e casa, il tempo per la propria salute e il proprio benessere è spesso l’ultima voce della lista. - Idealizzazione della maternità
L’idea che una “buona mamma” debba essere sempre felice, realizzata e presente crea aspettative irrealistiche e un grande senso di fallimento.
Il burnout materno non arriva all’improvviso: si insinua piano. I campanelli d’allarme possono includere:
- svegliarsi già stanche e senza motivazione
- avere la sensazione di vivere in pilota automatico
- perdere interesse per attività prima piacevoli
- sentirsi intrappolate nel ruolo
- provare frustrazione frequente, anche con minimi stimoli
Se questi sintomi persistono per settimane o mesi, è importante non ignorarli.
Cosa si può fare?
1. Chiedere aiuto (e accettarlo)
Delegare non è un fallimento. Può significare coinvolgere più il partner, chiedere ai familiari, o organizzare una rete di supporto.
2. Prendersi spazi personali senza sensi di colpa
Anche solo mezz’ora al giorno di attività rigeneranti può fare la differenza: una passeggiata, una lettura, qualche minuto di silenzio.
3. Fare chiarezza sul carico mentale
Listare le responsabilità e redistribuirle in modo equilibrato può ridurre drasticamente la pressione quotidiana.
4. Parlare con un professionista
Psicologi e psicoterapeuti possono offrire strumenti concreti per riconoscere e gestire il burnout, senza giudizio.
5. Rompere il mito della mamma perfetta
Accettare che esistono giornate difficili non significa essere cattive madri: significa essere umane.
Trucchi spezzafame per i brindisi prenatalizi
Il Natale è già nell’aria, ma noi mamme e papà corriamo il rischio di arrivare già appesantiti ai pranzi e le cene delle festività. Ci sono dei trucchi spezzafame per i brindisi natalizi, li svela all’Adnkronos Salute il nutrizionista e fitoterapeuta Ciro Vestita.
“Tisane e spezzafame naturali, come i finocchi, possono esser di grande aiuto”, spiega Vestita. “Durante questo periodo e nelle feste natalizie – ribadisce – è facile ingrassare perché mangiamo in maniera più disordinata, poi, in una fase successiva, durante la festa, stiamo anche di più a casa dove non mancheranno gli avanzi. Quindi è facile che scappi un pezzetto di dolce in più, del cioccolato. E alla fine della giornata si arriva ad aver accumulato 5-600 calorie di troppo. Ma qualche stratagemma per evitare questo c’è”.
“Ci sono alcune piante medicali da usare sotto forma di infuso, ad esempio la malva, la melissa, la camomilla e il biancospino, che sono piante sedative, calmanti: frenano la voglia di mangiare, sono ‘sazianti’ , quindi ci si ritrova la sera ad aver mangiato meno, semplicemente perché questi infusi hanno praticamente bloccato l’appetito”, chiarisce.
“Infine sono ricchissimi di mucillagini e, siccome madre natura non fa mai ‘scatole singole’, queste tisane servono anche a depurarsi e a disintossicarsi”. Ottimo anche il tè verde, “una tazza calda, in questo periodo invernale, è confortevole: spezza la fame ed è ha anche proprietà preventive”, sottolinea ancora.
Un altro segreto? “Si basa sui ‘cuori’ di finocchio. Prendiamo solo la parte interna – suggerisce – Da un finocchio grosso come un pugno rimane praticamente una pallina da ping pong e di questi ‘cuori’ ne mangeremo circa 5 prima pranzo e prima cena che spezzeranno la fame. Questi ortaggi, in più, sono fortemente diuretici, e ci sgonfiano facendoci sentire meglio”.
Pavimento pelvico: come allenarlo
Allenare il pavimento pelvico non è un esercizio “da dopo”, ma un gesto di cura da iniziare già in gravidanza per preparare il corpo, prevenire problemi e sostenere il benessere della donna. E’ importante sapere come allenarlo. Il pavimento pelvico è quella “cupola” di muscoli, legamenti e tessuti connettivi che sostiene gli organi del bacino: vescica, utero, retto, vagina. Se quella struttura viene trascurata, specialmente durante la gravidanza e il parto, aumentano il rischio di incontinenza, prolassi o fastidi nel post-parto.

Durante la gravidanza, infatti, il peso crescente dell’utero e del bambino, unito ai cambiamenti ormonali che rendono i tessuti più lassi, impone al pavimento pelvico uno sforzo considerevole, come spiega Valeria Savasi, professoressa di ginecologia e ostetricia all’università di Milano. La direttrice dell’unità operativa complessa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Buzzi al Corriere della Sera chiarisce: “in gravidanza il pavimento pelvico, pur rimanendo attivo e competente, viene messo sotto sforzo dal peso crescente del feto e dall’aumento del volume dell’utero e viene ulteriormente indebolito dalle modificazioni ormonali, che rendono più lassi e meno tonici i tessuti per preparare la donna al parto”.
Il risultato di questa pressione costante può manifestarsi con fastidi anche prima del parto: un terzo delle donne al primo figlio e più della metà di chi ha già partorito può sperimentare perdite urinarie.
Ecco perché è importante agire: mantenere allenata la muscolatura del pavimento pelvico non significa soltanto prevenire l’incontinenza, ma anche rendere più agevole il parto stesso. “Se è tenuta allenata – evidenzia l’esperta – non solo previene le perdite urinarie involontarie nei nove mesi, ma al momento del parto facilita anche la fuoriuscita del bambino, velocizzando i tempi e riducendo il rischio di lacerazioni spontanee e di episiotomia”.
Ma come si fa, concretamente, ad “allenare” il pavimento pelvico? Il metodo più semplice e diffuso sono i cosiddetti esercizi di Kegel: consistono nel contrarre i muscoli pelvici come se si volesse trattenere la pipì, mantenendo la contrazione per circa 5 secondi e poi rilassando per un tempo doppio. L’ideale è ripetere questa sequenza almeno dieci volte per tre volte al giorno.
Un suggerimento utile: il momento ideale per praticarli è quando si va al bagno. All’inizio, se si ha difficoltà a identificare i muscoli giusti, è consigliabile farsi guidare da un’ostetrica del corso preparto o da un fisioterapista esperto, per essere sicure di lavorare bene.
Oltre ai Kegel, è utile abbinare esercizi di sollevamento del bacino e ginnastica posturale: yoga prenatale, pilates adattato, nuoto o semplici passeggiate quotidiane aiutano a mantenere la tonicità e la flessibilità del corpo con delicatezza.
Dopo la nascita del bambino, la “sfida” non è finita: il parto per via vaginale e le spinte del travaglio possono allungare e stressare i muscoli del pavimento pelvico, rendendo necessaria una riabilitazione personalizzata. “Durante la fase espulsiva del parto – spiega Savasi – il passaggio della testa del feto provoca un allungamento delle fibre del muscolo puborettale di circa tre volte la loro lunghezza a riposo, e questo provoca un trauma in due parti su tre”.
I problemi più frequenti dopo il parto? Incontinenza urinaria, perdite involontarie, difficoltà a controllare la vescica durante sforzi (tosse, starnuti), e in alcuni casi anche dolore durante i rapporti sessuali o disfunzioni legate al rilassamento dei tessuti.
Per prevenire o ridurre questi rischi, è consigliabile, anche in assenza di sintomi, iniziare un percorso di riabilitazione del pavimento pelvico dopo circa 6 settimane dal parto, magari con l’aiuto di un’ostetrica o di un fisioterapista specializzato. Gli esercizi devono essere graduali, spesso inizialmente sdraiate o sedute, per evitare stress ai tessuti ancora in fase di recupero. Infine, è importante tenere presente che un pavimento pelvico in salute non agisce solo sulla continenza: migliora complessivamente il benessere del corpo, la postura, la funzione sessuale, e protegge dai problemi che possono comparire anche molti anni dopo il parto.
Movimento del parto libero
Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di “parto libero”, un’espressione che può sembrare vaga ma che racconta una realtà molto concreta. E’ il desiderio di molte donne di vivere la nascita dei propri figli con maggiore autonomia, rispetto e consapevolezza. Il movimento del parto libero non nasce come ribellione alla medicina o alle strutture sanitarie. E’ una risposta a un bisogno profondo: sentirsi protagoniste del proprio parto, non semplici pazienti da gestire.

Nel concetto di parto libero rientra l’idea che la donna abbia il diritto di scegliere dove partorire, con chi farlo e in che modo affrontare il dolore, senza pressioni e senza procedure standardizzate applicate in automatico. Significa reclamare un tempo e uno spazio in cui la fisiologia del corpo venga ascoltata prima ancora che guidata, un contesto in cui la nascita non sia vista come un evento di rischio, ma come un processo naturale che, quando non presenta complicazioni, può svolgersi in maniera fluida e rispettosa.
Molte donne che si avvicinano a questo movimento raccontano una sensazione comune: il desiderio di recuperare la centralità del loro corpo. Per decenni il parto è stato vissuto quasi esclusivamente all’interno di sale parto altamente medicalizzate, con protocolli rigidi e una forte delega ai professionisti. Questo ha sicuramente aumentato la sicurezza in moltissimi casi, ma ha anche portato a un uso talvolta eccessivo di interventi non sempre necessari. Il parto libero non rifiuta l’assistenza medica: al contrario, la considera preziosa e fondamentale quando serve. Chiede semplicemente che la gravidanza fisiologica venga rispettata come tale.
Dentro questo approccio rientrano le scelte più diverse: alcune donne desiderano partorire in ospedale con un’ostetrica dedicata che le accompagni passo passo; altre preferiscono il parto in casa, assistite da professionisti esperti; altre ancora scelgono le case maternità, luoghi accoglienti che uniscono calore domestico e competenza sanitaria. Ciò che accomuna tutte queste esperienze è la volontà di essere trattate con delicatezza, ascolto e fiducia.
Tra i pilastri del parto libero c’è anche l’idea di informazione. Le donne che vi si avvicinano vogliono conoscere davvero ogni aspetto del travaglio. Come si muove il bambino, quali posizioni possono aiutare, cosa succede al corpo durante le contrazioni, quali interventi sono utili e quali, invece, si possono evitare. Sapere permette di scegliere, e scegliere permette di sentirsi più serene. Molte testimonianze raccontano che un parto vissuto con consapevolezza. Questo, anche quando richiede un intervento medico, lascia comunque alla madre la sensazione di essere stata parte attiva. E non spettatrice.
Il movimento del parto libero coinvolge sempre più ostetriche, associazioni e gruppi di sostegno che lavorano per promuovere un’assistenza basata sull’evidenza scientifica e sul rispetto della fisiologia. L’obiettivo non è creare contrapposizioni tra “naturale” e “medicale”, ma favorire un dialogo in cui il benessere di madre e bambino sia davvero al centro. La tecnologia, quando necessaria, è una risorsa preziosissima; ciò che si chiede è che non sostituisca l’ascolto e la relazione.
Di fondo, questo movimento parla di libertà, ma anche di fiducia. Fiducia nel corpo, nelle proprie sensazioni, nei professionisti che accompagnano la nascita. Racconta un modo di avvicinarsi al parto meno spaventato e più consapevole, in cui ogni scelta, dall’ambiente alla posizione, dalla gestione del dolore al tipo di assistenza,è rispettata e non giudicata.
Il “parto libero” è, in definitiva, una richiesta di umanità. È il tentativo di restituire alla nascita il suo valore profondo, intimo e potente, permettendo alle donne di viverla come una delle esperienze più trasformative della loro vita.
Alimenti e salute: nuovo glossario
Molti termini di uso comune mettono in relazione alimenti e salute, ma spesso in maniera approssimativa. Cosa sia un alimento spazzatura lo possiamo intuire, ma il nuovo Glossario FeSIN (Federazione delle Società Italiane di Nutrizione), dal titolo “Alimentazione e Nutrizione in parole”, chiarisce diversi concetti.
In primo luogo, che “alimento spazzatura” è un termine non scientifico, usato nel linguaggio comune per indicare un alimento che per la sua composizione e/o modalità di preparazione è in evidente contrasto con i criteri di una sana alimentazione. E quindi chiarisce che gli effetti negativi di un alimento spazzatura sullo stato di salute dipendono dalla sua composizione, dalla quantità e dalla frequenza di consumo, e dal tipo di dieta in cui è inserito.
Ugualmente, molti termini che descrivono componenti e categorie di alimenti sembrano ben noti, ma il Glossario fornisce maggiori, importanti spiegazioni. Ad esempio, che l’alcol etilico (o etanolo) è il prodotto della fermentazione di zuccheri e amidi e che, pur fornendo un apporto energetico pari a circa 7 kcal/g, è privo di funzioni strutturali o regolatorie per l’organismo. Inoltre, il Glossario specifica che l’alcol etilico viene assorbito rapidamente a livello gastrointestinale, alterando il metabolismo di macro- e micronutrienti, la funzione del sistema nervoso centrale e di vari organi e apparati e, molto importante, che è contenuto nelle bevande alcoliche, il cui consumo non viene raccomandato.
Il nuovo strumento redatto dalla FeSIN permette anche di discriminare tra parole simili. Ad esempio, prendendo in esame i termini che si riferiscono a dichiarazioni ed etichette, permette di distinguere l’etichetta dell’alimento (Qualunque testo, marchio commerciale o di fabbrica, segno, immagine o altra rappresentazione grafica scritto, stampato, stampigliato, marchiato, impresso in rilievo o a impronta sull’imballaggio o sul contenitore di un alimento o che accompagna tale imballaggio o contenitore), dalla etichetta nutrizionale, che è l’insieme di informazioni presenti sulla confezione di un prodotto alimentare, relative al valore energetico e al contenuto in macro e micronutrienti.
Il Glossario mette anche in risalto che entrambi i tipi di etichetta sono regolati da normative europee. Diversa, poi, è l’etichettatura fronte pacco, ossia l’insieme di informazioni nutrizionali semplificate sul fronte delle confezioni alimentari che mira ad aiutare i consumatori nelle loro scelte alimentari. Può trattarsi di una ripetizione parziale delle informazioni contenute nella etichetta nutrizionale (per esempio, il valore energetico da solo o insieme alle quantità di grassi, grassi saturi, zuccheri e sale), o può fornire informazioni aggiuntive sulla qualità nutrizionale complessiva dell’alimento, mediante simboli, lettere, codici, colore o altri formati grafici.
Si parla molto della necessità di seguire una dieta corretta, strumento fondamentale per mantenere uno stato ottimale di salute e benessere, ma raramente ci si sofferma a considerare che essa si basa sui fabbisogni nutrizionali. E anche in questo caso viene in aiuto il Glossario, spiegando che il fabbisogno nutrizionale è l’apporto di energia o di un nutriente necessario per soddisfare le esigenze metaboliche, garantire crescita e sviluppo, preservare l’integrità anatomica e funzionale dell’organismo, promuovere la salute e il benessere dell’individuo. Tiene conto delle necessità legate all’attività fisica ed alle differenti condizioni fisiologiche e patologiche.
Quindi, soddisfare i fabbisogni nutrizionali permette di mantenere un buono stato di nutrizione. Ma se non ci alimentiamo correttamente, cosa può accadere? Il Glossario aiuta a capirlo definendo i termini legati allo stato di nutrizione e sue alterazioni.
Ad esempio malnutrizione per difetto, ossia la sindrome clinica multifattoriale conseguente ad apporti di energia e/o nutrienti insufficienti, per periodi protratti di tempo, rispetto alle necessità dell’individuo. Causa significative alterazioni strutturali, metaboliche e funzionali dell’organismo, con conseguenti effetti negativi su crescita, sviluppo, integrità anatomica e funzionale dell’organismo, stato di salute e benessere psicofisico. Ugualmente, il Glossario definisce alcune sindromi e malattie, e termini relativi alla diagnosi nutrizionale, per permettere di orientarsi anche a chi non è esperto.
Nel Glossario, trovano spiegazione termini specifici quali sarcopenia, la sindrome clinica caratterizzata dalla perdita di massa muscolare, forza muscolare e funzione motoria. Si distingue in primaria, dovuta all’invecchiamento, e secondaria, dovuta alla presenza di patologie. Ma sono descritti anche termini più generali come malattie dismetaboliche, patologie caratterizzate da una alterazione del metabolismo che può essere causata da fattori differenti, tra i quali fattori genetici, stile di vita, condizioni mediche preesistenti, ecc. Includono, tra le altre, il diabete mellito, l’obesità, le dislipidemie e la sindrome metabolica. Nel caso di alterato funzionamento di una via metabolica specifica, spesso di origine genetica, si parla di malattie metaboliche ereditarie.
Infine, vengono definiti termini legati alle differenti aree della Alimentazione e Nutrizione umana, sia quelle di più recente sviluppo quali la nutrigenetica (studio delle variazioni del patrimonio genetico di un individuo (polimorfismi) che possono influenzare le risposte ai componenti della dieta. È alla base della nutrizione personalizzata o nutrizione di precisione), sia quelle più note come la dietetica (applicazione dei principi della nutrizione umana per la valutazione dell’adeguatezza nutrizionale della dieta e la formulazione di schemi alimentari da utilizzare in condizioni fisiologiche e patologiche).
Dalla A alla Z, attraversando diverse aree scientifico-culturali, il Glossario FeSIN propone 200 nuove definizioni per orientarsi tra alimentazione, nutrizione e salute, per una più corretta e univoca comunicazione e comprensione tra esperti, ma anche di facile utilizzo, per la popolazione, le industrie alimentari, gli editori scolastici, i giornalisti, i social, ecc.
La seconda edizione del Glossario Alimentazione e Nutrizione in Parole è il frutto del lavoro di oltre due anni di un gruppo di esperti delle quattro Società Scientifiche Federate FeSIN, la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), la Società Italiana di Nutrizione Pediatrica (SINUPE), la Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione (SISA) e l’Associazione Scientifica Alimentazione, Nutrizione e Dietetica (ASAND), ed il contributo dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI) e della Società Italiana di Nutrizione Artificiale e metabolismo (SINPE), che avevano partecipato alla prima edizione. È disponibile, gratuitamente, dai siti internet della FeSIN e delle società federate.
Post parto: quando tornare al lavoro?
Il post parto è sempre un momento delicato per tante ragioni. Molte neomamme si domandano: quando è opportuno tornare al lavoro? Non esiste lo stesso tempo per tutte. Ci sono alcuni elementi importanti da considerare per prendere una decisione consapevole e sostenibile.

Dopo il parto il corpo ha bisogno di tempo per recuperare. Oltre al recupero fisico, c’è quello emotivo: l’arrivo di un bambino porta gioia, ma anche stanchezza, cambiamenti ormonali, nuove responsabilità.
Molte donne sentono la necessità di prendersi tutto il congedo a disposizione; altre avvertono il desiderio di tornare prima alla routine lavorativa. Entrambe le scelte sono valide: l’importante è che la mamma si ascolti e consideri il proprio benessere complessivo.
Nei primi mesi il neonato dipende completamente dai genitori. L’allattamento, i ritmi irregolari di sonno, la necessità di contatto e sicurezza rendono il periodo iniziale particolarmente intenso.
Una mamma può valutare il rientro al lavoro anche in base a:
- modalità di alimentazione del bambino e loro compatibilità con gli orari di lavoro;
- possibilità di affidarlo a una persona di fiducia o a un servizio educativo adeguato;
- equilibrio tra tempo passato con il bambino e qualità dell’accudimento.
Le condizioni di lavoro giocano un ruolo centrale:
- Flessibilità degli orari
- Possibilità di lavoro da remoto
- Ambiente comprensivo verso le esigenze familiari
- Tutele previste dal contratto
Più un ambiente è favorevole, più può essere sereno un eventuale rientro anticipato. Al contrario, in contesti rigidi o molto stressanti, prendersi tutto il tempo concesso può essere una scelta più salutare.
Per molte famiglie, il ritorno al lavoro è legato anche a considerazioni economiche. Il costo di eventuali servizi per l’infanzia, il livello di sostegno familiare disponibile o altre spese possono influenzare la decisione.
È importante anche considerare come organizzare la vita quotidiana una volta rientrati: gestione dei turni, dei compiti domestici e del tempo libero.
In Italia la normativa tutela la salute di mamma e bambino con:
- Congedo di maternità obbligatorio
- Congedo parentale facoltativo
- Pausa per l’allattamento nei primi mesi dal rientro
- Tutele per lavori considerati a rischio
Conoscere i propri diritti aiuta a sentirsi più sicure e a pianificare con tranquillità.
Decidere quando tornare al lavoro non è solo una questione di tempi, ma soprattutto di equilibrio personale. Parlare con persone di fiducia, condividere dubbi e aspettative con il partner, confrontarsi con altre mamme può aiutare a chiarire la propria posizione. Per dubbi specifici sulla salute fisica o emotiva, è utile rivolgersi al proprio medico o a una figura sanitaria di riferimento.
10 consigli per seguire la Dieta Mediterranea
Il 16 novembre 2025 ricorre il quindicesimo anniversario del riconoscimento della Dieta Mediterranea come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità da parte dell’UNESCO. Questo importante traguardo celebra non solo un modello alimentare sano e sostenibile, ma anche un insieme di saperi, pratiche, tradizioni e valori condivisi dalle comunità del Mediterraneo. La SINU, Società Italiana di Nutrizione Umana, propone 10 consigli per seguire la Dieta Mediterranea e farsi del bene.

1. Quello che non deve mai mancare in dispensa
Per cucinare piatti sani e secondo le ricette della tradizione mediterranea, ci sono alcuni alimenti essenziali che non dovrebbero mai mancare in dispensa: olio extravergine d’oliva, pomodori pelati, legumi secchi o in barattolo, preferibilmente in vetro, pasta e riso integrali, farro, cereali, spezie come origano, basilico, rosmarino.
2. La lista della spesa “mediterranea”
Per una migliore gestione, è consigliato organizzare la lista settimanale della spesa con prevalenza di: frutta e verdura fresche e di stagione, pesce azzurro (alici, sgombro, sardine), yogurt bianco, uova, carni bianche, formaggi freschi (ad es. mozzarella, ricotta), pane integrale o ai cereali. Quando possibile, privilegiare prodotti locali e di filiera corta, per sostenere l’economia del territorio, ridurre l’impatto ambientale dei trasporti e garantire maggiore freschezza e qualità agli alimenti.
3. Un menù settimanale antistress e salva tempo
Seguendo le indicazioni della Piramide Alimentare SINU, relativamente alla frequenza di consumo dei diversi alimenti, è facile organizzare un menu settimanale personalizzato, che aiuterà a risparmiare tempo, evitare scelte impulsive e a ridurre lo stress di “cosa cucino oggi?”.
4. La riscoperta delle ricette dell’antica tradizione mediterranea
La nostra tradizione è ricca di tante ricette tipiche, tramandate di generazione in generazione. Riscoprirle, prepararle, in famiglia o con amici, magari con una reinterpretazione moderna, aiuterà a rendere la cucina un momento creativo, piacevole e di condivisione.
5. Spuntini semplici e salutari
Frutta fresca e secca (noci, mandorle, ecc.), yogurt naturale, ma anche una fetta di pane con olio e pomodoro sono la scelta più pratica e sana per una merenda gustosa e genuina.
6. Cucinare in doppia dose
Cucinare legumi, riso, cereali o verdure richiede lunghe preparazioni e cotture. Prevedere una quantità maggiore e conservarla in frigorifero o freezer, in contenitori preferibilmente in vetro, aiuterà a risparmiare tempo e avere sempre a disposizione piatti sani.
7. Un “kit aromatico” per dare più sapore
Alla base della cucina mediterranea ci sono i sapori e i profumi del nostro territorio. Cipolla, aglio, prezzemolo, sedano e carota, tritati e conservati in frigorifero o freezer e pronti all’uso, saranno il mix perfetto per dare più sapore ai piatti in pochi secondi, riducendo anche l’uso di sale.
8. Il piatto unico contiene tutti i nutrienti necessari
Un piatto unico ben bilanciato, come un’insalata di farro con verdure e feta o una pasta con ceci e spinaci, racchiude tutti i nutrienti essenziali in una sola preparazione, semplificando la cucina quotidiana: riduce il numero di pentole da usare, accorcia i tempi di preparazione e cottura e consente di risparmiare energia e acqua, contribuendo anche a uno stile di vita più sostenibile.
9. La tecnologia è a sostegno della Dieta Mediterranea
Sfruttare gli elettrodomestici moderni come la friggitrice ad aria per verdure croccanti senza olio, la pentola a pressione per legumi pronti in 30 minuti o i robot da cucina per tritare, impastare, frullare, è una validissima scelta e un aiuto in cucina, per risparmiare tempo e soprattutto fatica.
10. Mangiare insieme
La Dieta Mediterranea non è solo un insieme di alimenti, ma un vero e proprio stile di vita che valorizza anche la convivialità. Mangiare insieme, in famiglia o con amici, favorisce la condivisione, rallenta il ritmo dei pasti, migliora la qualità dell’alimentazione e il benessere psicologico. Anche il momento del pasto può diventare un’occasione per educare i più piccoli a scelte alimentari sane, rafforzare i legami e riscoprire il piacere di stare a tavola, lontano da schermi e distrazioni.
Mortalità materna in calo
Nel mondo arriva una buona notizia: la mortalità materna è in forte calo, segno che gravidanza e parto stanno diventando sempre più sicuri grazie a un migliore accesso alle cure e alla prevenzione.

Secondo i dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra il 2000 e il 2023 la mortalità materna è calata di circa il 41%, passando da oltre 440 mila a circa 260 mila decessi all’anno. Un risultato importante, dovuto soprattutto all’aumento dell’assistenza qualificata durante la gravidanza e al parto, alla presenza di personale sanitario preparato e a un supporto più efficace nel periodo post-parto.
Fondamentale anche la diffusione di metodi contraccettivi sicuri e di politiche di pianificazione familiare: solo nel 2023 l’uso dei contraccettivi avrebbe evitato oltre 70 mila decessi materni.
Nonostante i progressi, restano forti disuguaglianze: in alcune aree del mondo, in particolare nell’Africa subsahariana, la mortalità materna rimane ancora elevata, con tassi lontani da quelli dei Paesi più sviluppati.
Il trend, però, è incoraggiante. Dimostra che investire nella salute riproduttiva, nella prevenzione e nell’educazione sanitaria produce risultati concreti. La sfida ora è garantire che ogni donna, ovunque viva, possa affrontare gravidanza e parto in piena sicurezza e con uguali diritti alla salute.

Scritto da Annamaria e postato in