Gli errori da evitare dopo il parto
L’estate può spingere molte neomamme a riprendere subito i ritmi di sempre. Ma ma ci sono gli errori da evitare dopo il parto, indipendentemente dal fatto che il bambino sia nato col naturale o col taglio cesareo. Il caldo, inoltre, aumenta i rischi. Ecco cosa è importante non fare nelle settimane successive alla nascita del proprio figlio, soprattutto col termometro su.

Non esporsi al sole nelle ore più calde
Nelle prime settimane dopo il parto è meglio evitare l’esposizione al sole tra le 11 e le 17. Il caldo intenso può provocare cali di pressione, disidratazione e aumentare il senso di affaticamento. Se è presente una cicatrice da taglio cesareo o da episiotomia, è importante proteggerla dai raggi UV per evitare che si pigmenti o guarisca più lentamente.
Non bere troppo poco
Con il caldo e, soprattutto, se si allatta al seno, il fabbisogno di liquidi aumenta sensibilmente. È consigliabile bere acqua durante tutta la giornata, consumare frutta ricca di acqua come anguria, melone e pesche e limitare bevande zuccherate e alcoliche.
Non riprendere subito l’attività fisica intensa
Le prime settimane sono dedicate al recupero: vanno bene passeggiate leggere, sempre dopo il via libera del ginecologo, rimandando allenamenti più impegnativi ai tempi consigliati dallo specialista.
Non trascurare il riposo
Recuperare le energie è fondamentale. Cercare di dormire quando dorme il bambino, chiedere aiuto al partner o ai familiari e non pretendere di fare tutto da sole permette al corpo di rigenerarsi e riduce il rischio di stress eccessivo.
Non indossare abiti troppo stretti o tessuti sintetici
Con il caldo la pelle suda di più e la zona intima, ancora delicata dopo il parto, ha bisogno di respirare. Meglio scegliere biancheria in cotone e abiti leggeri e traspiranti che limitino irritazioni e fastidi.
Non ignorare i segnali del proprio corpo
Febbre, perdite maleodoranti, dolore intenso, sanguinamento molto abbondante, gonfiore improvviso alle gambe o forte mal di testa non devono mai essere sottovalutati. In presenza di questi sintomi è importante contattare tempestivamente il medico o il pronto soccorso.
Non seguire diete drastiche
Dopo il parto il corpo ha bisogno di energie, soprattutto se si allatta. Eliminare interi gruppi alimentari o ridurre eccessivamente le calorie può compromettere il recupero e aumentare la stanchezza. Nutrirsi in modo equilibrato con frutta, verdura, cereali integrali, proteine e grassi buoni.
Non avere fretta di tornare “come prima”
È forse l’errore più comune. Concedersi pazienza è un gesto di cura verso se stesse.
Parto libero
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di parto libero, una scelta che incuriosisce molte future mamme e che alimenta un acceso dibattito tra sostenitori e medici. C’è chi lo considera il modo più naturale per mettere al mondo un bambino e chi, invece, richiama l’attenzione sui possibili rischi legati all’assenza di assistenza sanitaria. Prima di prendere in considerazione qualsiasi decisione è importante sapere esattamente di cosa si tratta, distinguendo tra il desiderio di vivere un parto rispettoso e la scelta di affrontarlo senza personale medico.
Con l’espressione parto libero (freebirth) si intende un parto pianificato senza la presenza di ostetriche, ginecologi o altri professionisti sanitari. Nella maggior parte dei casi avviene in casa e la donna affronta travaglio e nascita con il solo supporto del partner o dei familiari, oppure completamente da sola. È diverso dal parto in casa assistito, che invece prevede la presenza di ostetriche esperte e una selezione accurata delle gravidanze considerate a basso rischio.
Perché alcune donne lo scelgono? Le motivazioni possono essere diverse e spesso molto personali:
- desiderio di vivere un’esperienza il più possibile naturale;
- volontà di evitare interventi medici ritenuti non necessari;
- esperienze negative vissute durante precedenti parti in ospedale;
- ricerca di un ambiente familiare, intimo e rilassante;
- desiderio di sentirsi protagoniste delle proprie scelte.
Chi sostiene il parto libero evidenzia alcuni benefici:
- maggiore libertà di movimento durante il travaglio;
- ambiente tranquillo e privo di stress;
- rispetto dei tempi fisiologici del parto;
- maggiore senso di controllo e autonomia;
- possibilità di vivere la nascita in totale intimità.
Dal punto di vista psicologico, alcune donne riferiscono un forte senso di empowerment e una maggiore connessione con il proprio corpo.
Ci sono però i rischi da conoscere. Le principali società scientifiche e ostetriche invitano però alla massima prudenza. Anche una gravidanza perfettamente fisiologica può infatti trasformarsi in pochi minuti in un’emergenza. Tra i possibili rischi ci sono:
- emorragia materna;
- sofferenza fetale improvvisa;
- distocia di spalla (quando il bambino resta bloccato durante il parto);
- prolasso del cordone ombelicale;
- mancata respirazione del neonato alla nascita;
- necessità urgente di un taglio cesareo.
In queste situazioni ogni minuto può fare la differenza e la presenza di personale qualificato permette di intervenire rapidamente. Desiderare un parto dolce, rispettoso e il meno possibile medicalizzato è una richiesta sempre più diffusa e assolutamente legittima. Tuttavia è fondamentale ricordare che la sicurezza della madre e del neonato resta la priorità.
Caldo estremo: più rischio di partorire prima
Le temperature roventi di queste settimane non rappresentano solo un disagio per le future mamme. Secondo un importante studio internazionale, il caldo estremo potrebbe addirittura anticipare il momento del parto. C’è più rischio di partorire prima. A riportare i risultati della ricerca è Salute e Benessere, che riassume i dati di un’analisi pubblicata sulla rivista scientifica Environment International, la più ampia mai realizzata su questo argomento.

Lo studio ha preso in esame ben 36,6 milioni di nascite avvenute durante la stagione estiva in 250 città di 13 Paesi, tra cui anche l’Italia, nell’arco di quarant’anni. I risultati sono chiari: più le temperature aumentano, maggiore è il rischio di andare incontro a un parto prematuro.
I ricercatori hanno osservato che nelle giornate di caldo moderato il rischio di partorire prima della 37ª settimana cresce del 2,8%, mentre durante le ondate di calore più intense arriva al 3,8%. In termini pratici, gli esperti stimano che circa 855 parti prematuri ogni milione di nascite estive siano direttamente collegati allo stress provocato dal caldo.
L’effetto, però, non riguarda soltanto i parti prematuri. La ricerca evidenzia che anche le gravidanze arrivate ormai a termine possono subire un’accelerazione. Le settimane più delicate sembrano essere quelle comprese tra la 31ª e la 40ª settimana, quando il caldo intenso potrebbe indurre l’organismo ad avviare il travaglio con qualche giorno o settimana di anticipo.
Ma perché succede? Come spiega l’articolo di Salute e Benessere, durante la gravidanza il corpo della donna produce già naturalmente più calore a causa della crescita del bambino e della placenta. Quando le temperature esterne diventano molto elevate, l’organismo fatica a disperdere il calore in eccesso. A questo possono aggiungersi disidratazione, alterazioni ormonali e processi infiammatori che, insieme, possono favorire la comparsa delle contrazioni.
L’Italia rientra tra i Paesi europei maggiormente esposti a questo fenomeno. Le estati sono sempre più lunghe e afose e, soprattutto nelle grandi città, l’effetto “isola di calore” causato da asfalto e cemento rende ancora più difficile trovare sollievo, anche durante la notte.
Per questo motivo gli esperti invitano le future mamme a prestare particolare attenzione nei giorni in cui le temperature sono elevate. Bere molta acqua durante tutta la giornata, evitare di uscire nelle ore più calde, preferire ambienti climatizzati o ben ventilati, indossare abiti leggeri in fibre naturali e concedersi momenti di riposo sono semplici accorgimenti che possono aiutare a ridurre lo stress da calore.
È importante ricordare che lo studio individua un’associazione tra temperature elevate e aumento del rischio di parto anticipato, ma non significa che il caldo provochi automaticamente un parto prematuro. Tuttavia rappresenta un ulteriore motivo per prendersi cura di sé durante la gravidanza, soprattutto nei mesi estivi. Se compaiono contrazioni regolari, perdite di liquido, sanguinamenti o una riduzione dei movimenti del bambino, è fondamentale contattare subito il proprio ginecologo o recarsi al punto nascita di riferimento.
Valentina Persia sulla depressione post partum
Ci sono aspetti della maternità di cui si parla ancora troppo poco. Uno di questi è la depressione post partum, una condizione che può colpire molte donne dopo la nascita di un figlio e che spesso si accompagna a sensi di colpa, paura e solitudine. A raccontare la sua esperienza è stata la comica Valentina Persia, che ha scelto di condividere un periodo molto delicato della sua vita per aiutare altre mamme a sentirsi meno sole. Ospite de La Volta Buona, la 54enne è tornata a parlare della nascita dei suoi gemelli, Lorenzo e Carlotta, arrivati nel 2015 grazie alla fecondazione assistita. Un momento atteso e desiderato che, però, non è stato accompagnato solo dalla gioia che spesso ci si aspetta dopo l’arrivo di un bambino. “Mi sentivo inadeguata”, ha detto sulla depressione post partum.

Con grande sincerità, Valentina ha raccontato le difficoltà affrontate subito dopo il parto. “Per cinque mesi non sono stata bene. Quando ci si prepara alla maternità, ti raccontano tutti che sarà meraviglioso, che sentirai un amore immediato, che quando tornerai a casa sarai finalmente una donna appagata. Nessuno ti dice che c’è anche un rovescio della medaglia: ci si sente inadeguate, diverse, non si dorme la notte, si piange e soprattutto si ha paura”, ha spiegato. Parole che molte mamme potrebbero riconoscere come proprie. Perché la maternità non è sempre fatta solo di sorrisi e tenerezza: a volte porta con sé stanchezza estrema, fragilità emotiva e la sensazione di non essere all’altezza del nuovo ruolo.
Valentina ha deciso di raccontare pubblicamente la sua esperienza già alcuni anni fa e da allora ha ricevuto centinaia di messaggi da donne che si sono riconosciute nelle sue parole. “Non bisogna giudicare, perché non si può mai sapere cosa c’è nella testa di una donna che ha avuto soltanto la sfortuna di non alzare la mano e chiedere aiuto. Io ho alzato la mano e ho detto che avevo un problema”, ha sottolineato. Un messaggio importante, soprattutto perché ancora oggi molte neomamme vivono il disagio in silenzio per paura di essere considerate cattive madri o di non essere comprese.
Tra gli aspetti più dolorosi della depressione post partum c’è spesso il timore di non riuscire a creare subito quel legame speciale che tutti descrivono come immediato. “Avevo paura di non stare facendo bene. La mia paura era quella di non sentire amore all’inizio”, ha raccontato Valentina. A rassicurarla è stata una psicologa, che le disse una frase destinata a restarle nel cuore: “Già il fatto che tu ti ponga la domanda significa che questo amore c’è”. Una riflessione preziosa che può aiutare molte donne a liberarsi dal peso delle aspettative irrealistiche che spesso accompagnano la maternità.
Oggi Lorenzo e Carlotta hanno quasi 11 anni e conoscono la storia della loro mamma. Valentina ne parla apertamente anche nel suo libro Questo bambino a chi lo do, nato proprio con l’obiettivo di offrire conforto a chi sta attraversando momenti simili. Il suo invito è semplice ma potente: non affrontare tutto da sole: “Se sentite anche il minimo sconforto, quella sensazione che non vi fa dormire bene, che non vi fa sorridere e non vi fa sentire la gioia immediata, sappiate che non siete sole. Chiedete aiuto, perché passa”. Ed è forse questo il messaggio più importante da ricordare: la depressione post partum non è una colpa, non è una debolezza e non definisce il valore di una madre. Chiedere sostegno è un atto d’amore verso se stesse e verso i propri figli. E, soprattutto, è il primo passo per stare meglio.
Valigia parto in estate: il vademecum
Quando il pancione è ormai agli sgoccioli e le temperature iniziano a salire, organizzare la valigia parto per l’ospedale richiede qualche attenzione in più. Tra afa, sudorazione e possibili sbalzi di temperatura dovuti all’aria condizionata, è importante prepararsi con cura per vivere i primi giorni con il proprio neonato nel massimo comfort. Ecco il vademecum per la valigia parto in estate.
La regola numero uno? Preparare la valigia con qualche settimana di anticipo. Le future mamme che partoriranno tra giugno e settembre dovrebbero iniziare a organizzarla già intorno alla 34ª-35ª settimana di gravidanza, così da evitare corse dell’ultimo minuto.
Per la mamma, meglio privilegiare indumenti leggeri, freschi e realizzati in fibre naturali. Camicie da notte o pigiami con apertura frontale, utili in caso di allattamento, dovrebbero essere in cotone leggero. Anche la vestaglia può essere scelta in una versione estiva, morbida e poco ingombrante. In ospedale l’aria condizionata può essere piuttosto intensa, quindi è comunque consigliabile portare una felpa leggera o un cardigan.
Non devono mancare ciabatte comode, infradito per la doccia, biancheria intima in cotone e reggiseni per l’allattamento. Molte mamme trovano utile avere con sé anche uno spray rinfrescante per il viso e un piccolo ventaglio portatile, soprattutto durante il travaglio nelle giornate più calde.
Anche il beauty case va alleggerito. Meglio puntare sull’essenziale: detergente delicato, spazzolino e dentifricio, elastici per capelli, deodorante, crema idratante e burrocacao. In estate può essere utile aggiungere delle salviette rinfrescanti e una crema lenitiva per le gambe, che negli ultimi mesi di gravidanza possono risultare più pesanti e gonfie.
Per il neonato vale una regola che sorprende molte neomamme: non bisogna vestirlo troppo. I bambini appena nati non devono soffrire il caldo sotto strati eccessivi di vestiti. In piena estate bastano generalmente body a maniche corte in cotone, tutine leggere e una copertina sottile da utilizzare solo se necessario o in ambienti particolarmente climatizzati.
Nella valigia del piccolo non dovrebbero mancare almeno 4-5 cambi completi, bavaglini, calzini leggeri e un cappellino di cotone per il rientro a casa. È sempre importante verificare le indicazioni specifiche della struttura ospedaliera, perché alcuni reparti forniscono parte del corredino.
Un consiglio utile riguarda anche il viaggio di ritorno. Se l’auto rimane parcheggiata al sole, è bene raffrescarla prima di sistemare il neonato nel seggiolino. Una mussoletta di cotone può diventare una preziosa alleata per proteggere il bambino dal sole senza impedirgli di respirare correttamente.
Infine, nella valigia non dovrebbero esserci solo oggetti pratici. Portare con sé qualcosa che faccia sentire a proprio agio può fare la differenza: una bottiglia termica per mantenere l’acqua fresca, una playlist rilassante, una fotografia speciale o un piccolo cuscino da casa possono aiutare a vivere il momento con maggiore serenità.
Gravidanza e primi anni: luci e ombre
I primi mille giorni di vita di un bambino, dalla gravidanza ai due anni, sono fondamentali per la sua salute presente e futura. E una buona notizia c’è: sempre più mamme e papà italiani stanno adottando comportamenti più sani durante la gravidanza e nei primi anni di vita dei figli. A dirlo è l’ultima rilevazione della Sorveglianza Bambine e Bambini 0-2 anni, promossa dal Ministero della Salute, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità e realizzata insieme alle Regioni. Ci sono però luci e ombre. Gravidanza e primi anni fanno ancora discutere: alcuni miglioramenti ci sono, ma le cattive abitudini rimangono.

I dati mostrano segnali incoraggianti. Oggi sono sempre meno le donne che fumano o consumano alcol durante la gravidanza, e cresce l’attenzione verso il benessere dei bambini. Tuttavia, gli esperti sottolineano che siamo ancora lontani dagli standard raccomandati e che persistono forti differenze tra Nord e Sud Italia, sia dal punto di vista sanitario sia sociale.
Secondo il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Rocco Bellantone, le disuguaglianze iniziano addirittura prima della nascita. “Non tutti i bambini nascono e crescono nelle stesse condizioni”, spiega. Le difficoltà economiche, culturali e sociali possono influenzare la salute fin dai primi mesi di vita, con conseguenze che si trascinano negli anni.
Tra gli aspetti che preoccupano maggiormente gli esperti c’è l’utilizzo corretto dell’acido folico. Ben il 93,2% delle mamme dichiara di averlo assunto durante la gravidanza, ma solo il 35,4% lo ha fatto nei tempi raccomandati, cioè prima del concepimento e nelle prime settimane di gestazione. Molte donne iniziano infatti a prenderlo quando la gravidanza è già iniziata, riducendone così l’efficacia preventiva contro alcune malformazioni congenite. Anche in questo caso emergono forti differenze territoriali: si passa dal 24,6% di assunzione corretta in Campania al 44,4% in Veneto.
Sul fronte del fumo, i dati sono confortanti ma non del tutto rassicuranti. Il 5,5% delle donne continua a fumare durante la gravidanza. La percentuale varia dal 3,2% della Provincia autonoma di Bolzano al 7,9% del Lazio. Un dato interessante riguarda il periodo successivo al parto: molte donne riprendono a fumare durante l’allattamento e aumenta anche il consumo di sigarette elettroniche e dispositivi a tabacco riscaldato. Inoltre quasi una madre su tre vive in una casa dove il partner o altri familiari fumano abitualmente.
Anche il consumo di alcol in gravidanza è diminuito, ma non è scomparso. Il 7,4% delle donne dichiara di bere occasionalmente, almeno una o due volte al mese, mentre una piccola quota continua a consumare alcol con maggiore frequenza. Gli esperti ricordano che non esiste una quantità di alcol considerata sicura durante la gravidanza.
L’allattamento resta un altro punto cruciale. Meno della metà dei bambini tra i 2 e i 3 mesi riceve latte materno in modo esclusivo. La percentuale cala ulteriormente tra i 4 e i 5 mesi di vita. Anche qui il divario territoriale è evidente: le regioni del Sud registrano generalmente i dati peggiori. Ancora oggi il 13,1% dei bambini italiani non riceve mai latte materno.
Tra le buone notizie c’è il crescente numero di genitori che mette a dormire i neonati a pancia in su, la posizione raccomandata per ridurre il rischio di sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS). Lo fa il 70% delle famiglie, anche se restano ampi margini di miglioramento.
A preoccupare particolarmente pediatri ed esperti dello sviluppo infantile è invece il rapporto sempre più precoce dei bambini con gli schermi. Già tra i 2 e i 5 mesi di vita il 14,6% dei piccoli trascorre del tempo davanti a televisione, smartphone, tablet o computer. In alcune regioni del Sud, come la Sicilia, la percentuale arriva a sfiorare il 25%.
Con il passare dei mesi il fenomeno cresce ulteriormente. Tra gli 11 e i 15 mesi, in alcune aree del Paese oltre un terzo dei bambini trascorre almeno una o due ore al giorno davanti a uno schermo. Numeri che fanno riflettere, soprattutto considerando che le linee guida internazionali raccomandano di evitare completamente l’esposizione agli schermi nei primi anni di vita.
Parallelamente emerge un altro dato che dovrebbe far riflettere le famiglie: si legge ancora troppo poco ai bambini. Oltre la metà dei piccoli tra i 2 e i 5 mesi non ha mai ascoltato la lettura di un libro nella settimana precedente all’intervista. E proprio nelle regioni del Sud si registrano le percentuali più basse di lettura quotidiana condivisa.
La fotografia che emerge è quella di un’Italia che sta migliorando, ma a velocità diverse. Da una parte cresce la consapevolezza sull’importanza delle buone pratiche nei primi anni di vita; dall’altra restano forti disparità territoriali e culturali che rischiano di influenzare il futuro dei bambini fin dalla nascita.
La sfida, secondo gli esperti, è proprio questa: garantire a tutti i bambini le stesse opportunità di salute, indipendentemente dalla regione in cui nascono o dalle condizioni economiche della loro famiglia. Perché investire nei primi mille giorni significa investire nel futuro di un’intera generazione.
Donare latte materno: un gesto d’amore
Un qualcosa piccolo solo all’apparenza, ma capace di fare la differenza nella vita di tantissimi neonati e delle loro famiglie. Donare il proprio latte materno è un gesto d’amore: significa trasformare un’esperienza profondamente intima come l’allattamento in un atto concreto di cura e solidarietà. E oggi, più che mai, il Latte Umano Donato rappresenta una risorsa preziosa soprattutto per i bambini più fragili, come i neonati prematuri o con patologie complesse ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale.

In occasione della Giornata Mondiale della Donazione del Latte Umano, che si celebra oggi, 19 maggio, l’Associazione Italiana Banche del Latte Umano Donato (AIBLUD) e la Società Italiana di Neonatologia (SIN) hanno voluto accendere i riflettori sull’importanza delle Banche del Latte Umano, strutture specializzate dove il latte donato dalle mamme viene raccolto, controllato, trattato e conservato in totale sicurezza. Per tanti piccoli pazienti questo latte non è soltanto nutrimento. È una vera terapia salvavita.
Negli ultimi anni la medicina neonatale ha fatto passi da gigante, ma il latte umano continua a essere considerato insostituibile. Non a caso nel 2024 il Parlamento Europeo ne ha riconosciuto ufficialmente il valore classificandolo come “sostanza di origine umana”, al pari di un tessuto. E i benefici riguardano tutti: i neonati che lo ricevono, le mamme che lo donano e persino l’intera comunità.
Per una donna, donare il proprio latte significa innanzitutto sentirsi utile, parte attiva di una rete di aiuto concreta. Sapere che quel latte potrà nutrire un bambino fragile, magari nato troppo presto o in condizioni delicate, ha un enorme valore emotivo e psicologico. Molte mamme raccontano che la donazione rafforza il senso di autostima e rende ancora più significativo il proprio percorso di maternità.
Anche dal punto di vista fisico ci sono benefici importanti. L’estrazione regolare del latte aiuta infatti a mantenere stabile la produzione lattea e può essere utile soprattutto nelle prime settimane dopo il parto, quando l’allattamento si sta ancora consolidando. Inoltre, può ridurre il rischio di ingorghi mammari o mastiti nelle donne che producono latte in eccesso. Ma non è tutto.
Entrare in contatto con una Banca del Latte significa spesso ricevere supporto qualificato sull’allattamento, sulla conservazione del latte e sulla gestione dei primi mesi con il neonato. Un accompagnamento prezioso che aiuta molte mamme a vivere questa fase con maggiore consapevolezza e serenità.
Per i neonati che ricevono il latte donato, invece, i vantaggi sono enormi e scientificamente documentati. Il latte umano riduce in modo significativo il rischio di gravi complicanze nei bambini prematuri, come l’enterocolite necrotizzante, una patologia intestinale molto pericolosa. Aiuta inoltre a migliorare la digestione, sostiene il sistema immunitario e favorisce uno sviluppo neurologico più armonioso.
Anche per i neonati a termine che, temporaneamente, non possono essere allattati dalla propria mamma, il latte donato rappresenta la migliore alternativa possibile. E spesso aiuta anche le madri riceventi dal punto di vista emotivo. Sapere che il proprio bambino sta ricevendo latte umano può alleviare ansia, senso di colpa o frustrazione in momenti già molto delicati, soprattutto dopo un parto difficile o una nascita prematura.
Le Banche del Latte diventano così qualcosa di molto più grande di un semplice servizio sanitario. Creano una rete di sostegno tra mamme, famiglie e operatori sanitari, promuovendo una cultura della condivisione e della cura reciproca. Un sistema che fa bene anche alla sanità pubblica, perché l’utilizzo del latte umano contribuisce a ridurre complicanze, ricoveri prolungati e costi ospedalieri.
Oggi l’Italia conta 44 Banche del Latte Umano Donato ed è tra i Paesi europei più avanzati in questo settore. Ma secondo gli esperti c’è ancora bisogno di ampliare la rete e rendere l’accesso al latte donato più omogeneo su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo è semplice ma fondamentale: garantire a ogni neonato, fin dai primi giorni di vita, le stesse opportunità di cura e di salute. Perché dietro ogni goccia di latte donato c’è molto più di un alimento. C’è il gesto silenzioso di una mamma che aiuta un’altra mamma.
Come riconoscere la diastasi addominale
Ti alleni, mangi bene, fai attenzione… ma quella pancia non va via? Se ti è capitato di guardarti allo specchio e pensare “non è possibile, non può essere solo gonfiore”, sappi che non sei sola. Secondo quanto riportato da Il Messaggero, dietro una pancia che non migliora con sport e dieta potrebbe esserci una condizione molto comune dopo la gravidanza: la diastasi addominale. Durante la gravidanza, i muscoli dell’addome si allontanano per fare spazio al bambino. È un processo naturale. Il problema nasce quando, dopo il parto, questi muscoli non tornano più alla loro posizione originaria. Si crea così una separazione (più o meno evidente) chiamata diastasi. Come riconoscere questa patologia?

La dottoressa Laura Petrini Rossi, fisioterapista specializzata nella riabilitazione del pavimento pelvico e nelle patologie femminili, ideatrice del metodo Fisiodermica, spiega al quotidiano quali segnali a cui prestare attenzione:
Pancia sempre gonfia, anche a digiuno o appena sveglia
Addome che sporge in avanti, soprattutto nella zona dell’ombelico
Mal di schiena, in particolare nella zona lombare
Difficoltà a “tenere dentro” la pancia, anche sforzandosi
L’esperta lo dice chiaramente: “Non è solo grasso”. E aggiunge che, proprio per questo motivo, dieta e allenamento tradizionale spesso non bastano a risolvere il problema. Anzi, in alcuni casi, esercizi non adatti in palestra, come i ‘crunch’ ad esempio, possono persino peggiorare la situazione.
Per molte donne il primo campanello d’allarme arriva davanti allo specchio, ma esiste anche un piccolo gesto che può aiutare a orientarsi. Sdraiandosi a pancia in su e sollevando leggermente testa e spalle, si può percepire con le dita, in corrispondenza dell’ombelico, una sorta di spazio tra i muscoli. È una sensazione particolare, come una fessura, che può far sospettare la presenza di diastasi. Naturalmente non si tratta di una diagnosi, ma può essere un primo passo per capire se approfondire.
Un aspetto importante che emerge è la distinzione tra semplice gonfiore e diastasi. Il gonfiore tende a variare, a comparire e scomparire nell’arco della giornata, spesso legato all’alimentazione o alla digestione. La diastasi, invece, resta. È stabile, visibile, e non cambia nonostante gli sforzi. Per questo motivo, quando il dubbio c’è, la cosa più utile da fare è rivolgersi a uno specialista, come un fisioterapista esperto in pavimento pelvico o un medico. Perché la diastasi si può trattare, ma serve un approccio mirato e personalizzato. Solo nei casi più severi si ricorre alla chirurgia, con l’addominoplastica.
Può capitare anche a donne molto allenate e attente. È una possibile conseguenza della gravidanza, e riconoscerla è il primo passo per prendersi cura di sé nel modo giusto.

Scritto da Annamaria e postato in