Il make up tra i bambini non è un gioco
Negli ultimi anni il mondo della bellezza ha rivolto un’attenzione inedita a un pubblico sempre più giovane, tanto da generare fenomeni come quello ribattezzato sui social con l’hashtag #SephoraKids: bambini e pre-adolescenti, spesso tra gli 8 e i 13 anni, che si avvicinano a prodotti cosmetici tipici degli adulti come se fossero routine di gioco quotidiana. Questa tendenza è alimentata soprattutto da social media, influencer e packaging accattivante che mostrano creme antietà, sieri e trattamenti avanzati come se fossero alla portata dei più piccoli: una “skincare da adulta” in miniatura trasformata in fenomeno virale da TikTok e Instagram. Ma il make up tra I bambini non è un gioco.
L’apparenza è spesso innocua, ma dietro questo trend ci sono preoccupazioni concrete per la salute dei bambini. La pelle dei bambini ha caratteristiche diverse da quella degli adulti: è più sottile, più permeabile e assorbe più rapidamente sostanze attive presenti nei cosmetici. Questo significa che certi ingredienti “forti” presenti nei prodotti anti-age o esfolianti possono essere troppo aggressivi e causare irritazioni, dermatiti e reazioni allergiche.
Prodotti pensati per adulti possono contenere retinolo, acidi esfolianti, profumazioni intense e altri attivi che non sono adatti alla pelle delicata dei giovanissimi, con conseguenze che vanno dalla secchezza cutanea a irritazioni persistenti. Dietro l’uso precoce di trattamenti estetici c’è spesso anche un invito implicito all’“iper-adultizzazione”: bambine e ragazzine iniziano a interiorizzare messaggi legati alla bellezza e al controllo del corpo in età in cui lo sviluppo psicologico è ancora molto delicato.
Il fenomeno #SephoraKids e simili ha portato alcune aziende a rivedere le proprie strategie di marketing nei confronti dei più giovani, con campagne e messaggi più attenti alla sicurezza e all’età dei consumatori. Per esempio, marchi come Kiehl’s hanno lanciato iniziative di comunicazione per evidenziare che i bambini dovrebbero usare prodotti semplici come protezione solare o creme leggere e non trattamenti anti-età o esfolianti. In altri casi, ci sono stati tentativi legislativi per limitare la vendita di cosmetici anti-età a minorenni proprio perché non sono formulati per la loro pelle e il rischio di uso improprio è alto.
Molti genitori pensano che lo “skincare da bambini” sia un’estensione innocua del gioco, qualcosa che si fa per divertirsi o imitare gli adulti. Ma non è così. Quando i prodotti vengono usati come routine quotidiana e con aspettative di “miglioramento”, si rischia di normalizzare l’idea che l’aspetto debba essere controllato precocemente, anziché valorizzare l’infanzia come tempo di salute prima che di estetica.
I ragazzi guardano video tutorial, vedono influencer più grandi usare determinati prodotti e poi cercano di replicare la routine su sé stessi, senza comprendere che spesso si tratta di prodotti pensati per pelli mature e non adatti a loro.
Cosa possono fare i genitori? Spiegare ai figli perché la pelle dei bambini è diversa e quali prodotti sono adatti alla loro età. Chiarire che non tutti i cosmetici sono sicuri o necessari prima dell’età adulta. Idratante leggero e protezione solare sono spesso più che sufficienti. Far evitare loro prodotti con attivi troppo potenti. In caso di dubbi, chiedere al pediatra o a un dermatologo.
Un po’ di trucco per Carnevale o una crema base per il divertimento non sono il problema; il problema è trasformare una routine da adulto in un’abitudine quotidiana troppo presto.
Autoerotismo infantile
L’autoerotismo infantile è un tema che spesso mette in difficoltà i genitori. Spiazza, imbarazza, a volte preoccupa. Eppure, se affrontato con serenità e informazioni corrette, può essere letto per quello che è nella maggior parte dei casi: una tappa naturale dello sviluppo.
Può comparire già nei primi anni di vita, spesso tra i 2 e i 6 anni, ma non esiste un’età “standard”. I bambini scoprono il proprio corpo un po’ alla volta: mani, piedi, pancia… e anche i genitali. In questa fase non c’è alcuna connotazione sessuale adulta. Il gesto non è legato al desiderio, ma alla scoperta di sensazioni nuove, al piacere fisico immediato o alla ricerca di conforto. Può capitare: nei momenti di stanchezza o noia, prima di dormire, in situazioni di stress o cambiamento, come gesto automatico di rassicurazione
Perché succede? Le ragioni principali sono semplici e lontane da interpretazioni complesse:
- Curiosità corporea: il bambino esplora ciò che fa parte di sé
- Piacere sensoriale: alcune zone del corpo danno sensazioni gradevoli
- Autoconsolazione: un modo per calmarsi, come succhiare il pollice
- Gestione delle emozioni: noia, tensione, stanchezza
In altre parole, il bambino non “fa qualcosa di sbagliato”, sta sperimentando.
Cosa fare? Restare calmi: niente scenate, rimproveri o facce scandalizzate. Normalizzare: spiegare con parole semplici che il corpo è una cosa naturale Introdurre il concetto di privacy: “Ci sono cose che si fanno da soli, in un luogo privato”. Distrarre con naturalezza se accade in pubblico. Osservare il contesto: quando succede? In quali momenti?
Cosa evitare? Punizioni o frasi colpevolizzanti. Etichette come “brutto”, “sporco”, “vergognoso”. Drammatizzare o parlarne ossessivamente Far passare l’idea che il corpo sia qualcosa di cui vergognarsi. Un atteggiamento rigido o punitivo può trasformare una fase fisiologica in un problema emotivo.
Nella grande maggioranza dei casi non serve intervenire. È però consigliabile confrontarsi con il pediatra o uno specialista se: il comportamento è ossessivo e continuo, il bambino si isola o sembra molto agitato, compaiono gesti sessualizzati non adeguati all’età, il comportamento è accompagnato da cambiamenti improvvisi di umore o regressioni In questi casi non si parla di allarmismo, ma di attenzione e tutela.
L’autoerotismo infantile non è un segnale di precocità, né di problemi futuri. È, molto più spesso, una fase che passa da sola, se accompagnata da adulti presenti, informati e sereni.
Bambini, coltelli e microcriminalità
Negli ultimi anni si sente sempre più associare le parole bambini, coltelli e microcriminalità. Purtroppo il tema della microcriminalità tra i minori è tornato al centro delle cronache italiane e del dibattito pubblico, con episodi che lasciano sgomenti e fanno riflettere qualsiasi mamma o papà. Dalle cronache di ragazzi fermati con coltelli e perfino mannaie da bambini poco più che dodicenni in alcune città italiane, al fenomeno più ampio dei minori segnalati per porto di armi improprie, la realtà non può più essere ignorata.
Secondo una recente ricerca promossa da Save the Children in collaborazione con il ministero della Giustizia e dell’Interno, dal 2019 al 2024 i casi di minorenni segnalati per il possesso di armi improprie (dai coltelli alle mazze alle catene) sono più che raddoppiati. Nel solo primo semestre del 2025 i casi hanno già raggiunto oltre mille segnalazioni.
A Milano, città spesso al centro delle cronache, il prefetto ha osservato che nei reati predatori commessi da giovanissimi l’uso di coltelli è diventato più evidente, con situazioni che spesso emergono non solo in contesti di rapina, ma anche in risse e minacce tra coetanei.
Questi dati vanno letti con attenzione: non indicano che la maggior parte dei ragazzi è criminale, ma che una quota crescente di minorenni entra in contatto con forme di violenza o di possesso di oggetti pericolosi, spesso in contesti di gruppo o in aree territoriali difficili.
La microcriminalità minorile non è un fenomeno semplice né isolato. In molte situazioni emerge un intreccio di fattori:
Influenza del contesto sociale — discorsi difficili da casa, pressioni sociali, noia o mancanza di prospettive possono spingere i ragazzi a cercare modi distorti per affermarsi.
Spinta dei gruppi — in alcuni casi avere un coltello o un oggetto simile diventa un modo per “appartenere” o sentirsi rispettati dal gruppo.
Normalizzazione della violenza — l’uso di armi bianche può essere percepito da alcuni giovani come una “moda” o come un mezzo di autodifesa, come è emerso da episodi cronachistici dove ragazzi giustificano il porto di coltelli come necessità per “difendersi”.
È importante specificare che in Italia, nonostante l’aumento di questi fenomeni, il tasso di devianza giovanile resta tra i più bassi d’Europa, ma questo non riduce l’urgenza di affrontare il fenomeno in modo serio e sistemico.
Quando si parla di ragazzini con i coltelli o di risse finite male, la prima reazione è spesso di allarme e paura. Ma limitarsi alla repressione non basta: esperti, associazioni e autorità sottolineano l’importanza di una risposta che unisca prevenzione, educazione, sostegno e dialogo, sia nelle scuole sia nelle famiglie. Come evidenziano programmi educativi studiati contro la criminalità giovanile all’estero, è utile anche lavorare sulla consapevolezza delle conseguenze legali e umane dell’uso di armi e promuovere percorsi che aiutino i ragazzi a gestire conflitti e frustrazioni in modo costruttivo.
Di fronte a questa realtà, quali sono i passi concreti che possiamo fare come genitori?
1. Parlare apertamente
Non aspettare che siano i fatti di cronaca a sollevare la questione. Parlare con i propri figli di paura, pressione dei pari, identità e violenza con calma e sincerità è un primo passo essenziale.
2. Osservare i segnali
Rapidi cambiamenti di umore, desiderio di isolarsi, attaccamento a oggetti pericolosi, riferimenti a “rispetto tramite paura” o giustificazioni per portare oggetti impropri meritano attenzione e dialogo precoce.
3. Coinvolgere la scuola e il contesto
Le attività educative nelle scuole (incontri con educatori, percorsi su gestione dei conflitti, progetti extracurriculari) aiutano a costruire competenze sociali e emotive. Non esitare a chiedere alla scuola di partecipare a progetti o di segnalare comportamenti preoccupanti.
4. Dare alternative positive
Sport, arti, laboratori creativi, gruppi di interesse possono ridurre l’attrazione verso contesti di rischio.
5. Non sottovalutare l’impatto digitale
La condivisione di video di risse o atti di violenza sui social può normalizzare comportamenti estremi. Parlare di uso consapevole dei social e monitorare cosa i ragazzi vedono online è parte della protezione familiare.
Come parlarne con i proprio figli? Parti da un fatto reale, senza sensazionalismi. Puoi agganciarti a una notizia sentita al telegiornale o sui social e chiedere: “Tu cosa ne pensi?” oppure “Ne avete parlato tra amici?”. L’obiettivo è capire il loro punto di vista, prima di esporre il tuo.
Ascolta più di quanto parli. Resisti alla tentazione di fare subito la predica. I ragazzi si aprono di più quando si sentono ascoltati e non giudicati. Spiega le conseguenze concrete. Non solo quelle legali, ma soprattutto quelle umane: una ferita, una vita segnata, famiglie distrutte, sensi di colpa che restano per sempre. Smonta il mito del “serve per difendersi”. Aiutali a capire che portare un coltello aumenta il rischio di finire nei guai o di farsi male, non il contrario. Rinforza l’idea di valore personale Fagli sentire che il rispetto non nasce dalla paura che si incute, ma da come si tratta gli altri. Offriti come punto di riferimento e dai soprattutto l’esempio.
Carnevale 2026: i costumi più gettonati
Il Carnevale 2026 si preannuncia ricco di colori, fantasia e riferimenti pop che arrivano direttamente dal grande schermo! Le tendenze per i travestimenti dei bambini seguono ciò che amano guardare, giocare e immaginare, e quest’anno i costumi più desiderati raccontano una festa di eroi, emozioni e avventure da vivere insieme. Ecco i costumi più gettonati.
1. Personaggi dei film più amati
Oltre alle emozioni di Inside Out 2 e ai protagonisti di Zootropolis 2, ci sono molte richieste legate a travestimenti ispirati a eroi del cinema e personaggi iconici, sia classici sia moderni. Ad esempio:
- Supereroi come Batman, Superman e Supergirl, intramontabili e sempre amati dai piccoli esploratori di avventure.
2. Classici che non passano mai
I bambini continuano ad adorare costumi ispirati a figure tipiche di Carnevale e della fantasia infantile:
- Animali simpatici come pinguini, gattini, farfalle o draghi
- Professioni classiche come pompiere, astronauta o poliziotto
Questi travestimenti sono versatili, facili da trovare e perfetti per correre e giocare tutto il giorno.
3. Costumi a tema famiglia (Family Match)
Una tendenza forte del 2026 è il Carnevale in “squadra”, ovvero i costumi coordinati per genitori e figli:
- la famiglia Addams in versione notturna
- personaggi di Super Mario Bros, dove ogni membro interpreta un personaggio diverso
- temi naturali come sole, nuvole e arcobaleni per un gruppo colorato e originale
Queste idee rendono il Carnevale un’esperienza condivisa e divertente per tutti.
4. Trend green e “creativi”
Un altro filone che va forte è quello dei costumi sostenibili e creativi:
- vestiti fai-da-te realizzati con materiali riciclati
- idee di closet cosplay, cioè usare capi di casa per trasformarli in personaggi di tendenza. Ad esempio, una felpa blu e qualche accessorio possono diventare Judy Hopps da Zootropolis o Dustin da Stranger Things usando oggetti già nell’armadio.
5. Ispirazioni dal mondo dei videogiochi e pop culture
Se guardiamo alle fonti di costume più attuali online (come negozi di costumi stagionali), vediamo che alcune figure legate al mondo dei videogiochi sono presenti anche nelle proposte per bambini nel 2026, ad esempio:
- personaggi di temi come “Among Us”, dove la semplice tuta colorata è subito riconoscibile
Questa tendenza nasce dalla moda dei videogiochi e rimane un travestimento semplice da realizzare e amatissimo dai più piccoli.
Carnevale 2026 promette di essere un’esplosione di sogni realizzati. Che si tratti di un costume ispirato agli eroi preferiti, o di una maschera generata dalla creatività di casa, l’importante è divertirsi, giocare insieme e vivere la festa con spirito leggero
Febbre e scuola: quando tenere i bimbi a casa
Nelle ultime settimane la polemica è esplosa sui social: Matteo Giunta, marito di Federica Pellegrini, si è pubblicamente scagliato contro quei genitori che mandano i figli all’asilo o a scuola nonostante la febbre o sintomi influenzali, definendoli “irresponsabili”. Le sue parole, durissime, arrivano in un momento in cui l’influenza stagionale è particolarmente diffusa e le famiglie si confrontano quotidianamente con il dilemma di mandare o no il bambino malato in collettività. Ma oltre ai toni forti dei messaggi social, cosa dicono i pediatri su febbre e scuola? Quando tenere i bimbi a casa per non mettere a rischio la sua salute e quella dei compagni?
Secondo Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria, che ne ha parlato al Corriere della Sera, è importante guardare oltre la semplice presenza o assenza di febbre. In questa stagione influenzale, soprattutto nei bambini sotto i 5 anni, fascia che si ammala di più, è buona regola non mandare a scuola un bambino che non sta bene, anche se non ha la febbre alta.
Il motivo? Le malattie influenzali e virali deprimono le difese immunitarie, rendendo il bambino più vulnerabile a ricadute e a infezioni secondarie. Inoltre, molte di queste infezioni si trasmettono proprio nei giorni precedenti la comparsa dei sintomi e durante tutto il periodo in cui i piccoli sono sintomatici, aumentando il rischio di contagio tra i compagni.
Una regola pratica, ripresa anche da diverse indicazioni pediatriche internazionali, è semplice:
restare a casa almeno 24 ore dopo che la febbre è scomparsa senza l’uso di antipiretici. Come spiega Agostiniani, se un bambino ha recuperato il suo comportamento abituale, è attivo, gioca, si idrata bene e ha perso i segni di malessere, è presumibilmente pronto a tornare in classe. In altre parole, non basta che la temperatura rientri nei valori normali grazie a un farmaco: è importante che l’intero quadro clinico sia migliorato.
Mantenere a casa i bambini malati non è soltanto una questione di comfort o di evitare che “stiano male di nuovo”: ha un valore più ampio di tutela collettiva. Le infezioni respiratorie si diffondono facilmente in ambienti chiusi come aule e asili. Un bambino influenzato può essere fonte di contagio anche quando i sintomi sono lievi. La scuola non è un sostituto della convalescenza: tornare troppo presto rischia di allungare i tempi di guarigione.
Giunta nelle sue storie ha sottolineato che “quello che per qualcuno è ‘solo febbre’, per altri può significare complicazioni o ospedale”: un richiamo forte alla responsabilità non solo individuale, ma collettiva.
La legge in molte regioni italiane non richiede obbligatoriamente un certificato medico per il rientro dopo una semplice febbre o un’influenza, ma le indicazioni pediatriche suggeriscono sempre di confrontarsi con il medico di famiglia per un quadro personalizzato. Il buon senso, infatti, rimane la bussola più utile nei casi in cui i sintomi non sono netti o quando si torna troppo rapidamente alla vita di comunità.
Lettura ad alta voce per tutti i neonati
In occasione della Giornata Mondiale della Lettura ad Alta Voce, che ricorre 4 febbraio, la Società Italiana di Neonatologia (SIN) promuove la diffusione della cultura della lettura condivisa ad alta voce per tutti i neonati e in particolare per i neonati prematuri, nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale (TIN).
I nati pretermine sono a rischio di sviluppo neurologico atipico non solo per quanto riguarda gli aspetti motori e sensoriali, ma anche per quelli cognitivi, comportamentali e sociali, pur in assenza di lesioni cerebrali maggiori. Tale rischio aumenta quanto più il neonato è prematuro.
Il miglioramento dell’assistenza ostetrica e neonatologica ha determinato un incremento dei tassi di sopravvivenza e una riduzione della morbilità severa alla dimissione dalle TIN, rendendo sempre più evidente la necessità di prevenire e mitigare gli esiti a lungo termine. Le percentuali di ritardo del linguaggio nei neonati pretermine con età gestazionale inferiore alle 32 settimane sono comprese tra il 24% e il 32%.
Esistono periodi sensibili e critici dello sviluppo, in cui l’assenza di un’adeguata stimolazione o l’esposizione a esperienze sensoriali inappropriate può alterare i processi maturativi.
Il cervello in via di sviluppo necessita di input sensoriali specifici, forniti al momento opportuno. Nel grembo materno la voce della madre rappresenta il suono dominante: a partire dalla 28a settimana il feto è in grado di discriminare tra suoni di diversa intensità, come le voci maschili e femminili. L’apprendimento uditivo e le basi dello sviluppo del linguaggio iniziano nel terzo trimestre; il riconoscimento della voce materna avverrebbe verosimilmente intorno alla 32a settimana. Questo canale privilegiato di apprendimento e relazione viene bruscamente interrotto dalla nascita pretermine.
Non esistono studi che quantifichino con precisione gli effetti della mancanza di stimoli linguistici da parte della mamma conseguente alla nascita pretermine; tuttavia, è plausibile che essa sia estremamente significativa, soprattutto in assenza di un’apertura H24 delle TIN ai genitori. Considerando che mediamente una persona parla dalle 2,5 alle 3,5 ore al giorno, utilizzando circa 16.000 parole, risulta evidente la riduzione dell’acquisizione linguistica. In altri termini, la quantità di contatto tra figli e genitori è strettamente correlata allo sviluppo del linguaggio. Inoltre, i neonati pretermine hanno difficoltà a distinguere i suoni rilevanti da quelli di sottofondo: i rumori ambientali possono ostacolare il riconoscimento delle voci genitoriali, ulteriormente attenuate dalle pareti dell’incubatrice.
“La ridotta esposizione prenatale al linguaggio umano, l’ambiente uditivo stressante delle TIN, la diminuzione del linguaggio diretto al neonato, indubbiamente meno ricco di contenuti relazionali , dovuta sia all’inibizione emotiva dei genitori, sia alla rotazione degli operatori sanitari sono indicati come principali fattori di rischio per lo sviluppo del linguaggio e della capacità di autoregolazione in questi bambini”, spiega il Prof. Massimo Agosti, Presidente SIN.
Prosegue: “La cura del neonato in collaborazione con la famiglia, attuata attraverso programmi di assistenza individualizzata, viene oggi considerata uno standard assistenziale imprescindibile nelle TIN e comprende diverse strategie volte a promuovere il neurosviluppo. Tra queste, nel rispetto dei segnali comportamentali del neonato, si inserisce la lettura ad alta voce. Una presenza genitoriale più costante, favorita dall’apertura H24 dei reparti e da specifici programmi di accoglienza e, di conseguenza, una maggiore esposizione alle parole, sono associate a un incremento delle vocalizzazioni neonatali e a un migliore sviluppo del linguaggio espressivo”.
Numerosi studi hanno evidenziato gli effetti benefici dell’esposizione alla voce materna registrata; tuttavia, la lettura ad alta voce si distingue per la possibilità di instaurare una relazione diretta e significativa tra genitore e figlio.
In un recente studio condotto dalla Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Bufalini, Ausl Romagna, Cesena, e il Laboratorio di Psicodinamica dello Sviluppo, Dipartimento di Psicologia, Università di Bologna, sede di Cesena, i genitori di alcuni neonati pretermine hanno ricevuto un libro illustrato. Sono stati supportati nella lettura in TIN e nella sua prosecuzione dopo la dimissione. I risultati sono stati confrontati con quelli di neonati reclutati prima dell’implementazione dell’intervento. I bambini esposti alla lettura ad alta voce hanno mostrato, nel follow-up, punteggi alle scale di neurosviluppo più stabili e meno soggetti a un declino nel tempo.
Condividere la lettura di un libro tra un adulto e un bambino, anche in epoca neonatale, sia pretermine, sia a termine, è molto più di un semplice trasferimento di informazioni. In quello che può apparire come un semplice scambio di parole o gesti è presente una profonda dimensione affettiva che costruisce e definisce la relazione genitore-figlio. La lettura è un vero e proprio atto sociale, legato alla relazione affettiva. Rappresenta un valido supporto alla crescita e allo sviluppo della capacità di regolazione emotiva del neonato. Leggere ad alta voce contribuisce, inoltre, a promuovere una cultura relazionale che contrasta l’utilizzo eccessivo dei dispositivi digitali nei primi anni di vita.
Nell’ambito delle iniziative volte a favorire la lettura nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale, la SIN ha donato a tutti i Centri di Neonatologia italiani una copia del libro “Nel tuo abbraccio. E’ un vero e proprio “viaggio in rima” all’interno della Carta dei Diritti del Bambino Nato Prematuro, ideato da Vivere ETS Coordinamento Nazionale delle Associazioni per la Neonatologia, con il contributo e la supervisione scientifica della SIN e della SIN INF (Società Italiana di Neonatologia Infermieristica), edito da Carthusia.
La SIN sostiene, inoltre, il programma nazionale Nati per Leggere, che promuove la lettura ad alta voce in famiglia nei bambini da 0 a 6 anni.
“La Società Italiana di Neonatologia è in prima linea nel promuovere l’assistenza in collaborazione con le famiglie nelle Terapie Intensive Neonatali italiane, l’apertura H24 dei reparti ai genitori e tutte le iniziative a sostegno della salute e del benessere del neonato e della sua famiglia nei primi 1000 giorni di vita. Tutti noi neonatologiconsideriamo i genitori una parte integrante delle nostre cure verso il neonato”, continua Agosti.
“In questo contesto, la lettura ad alta voce dei genitori in TIN si configura come un intervento potente a supporto del neurosviluppo. A fronte dei tanti benefici emotivi, relazionali e fisici a breve e lungo termine legati alla presenza dei genitori in TIN, non è più accettabile limitarne l’ingresso, adducendo l’infondata giustificazione che possa aumentare il rischio infettivo. Esistono al contrario solidi studi scientifici che dimostrano come la loro presenza riduca le infezioni neonatali”, sottolinea.
“A tale proposito, gli Standard Assistenziali Europei per la salute del neonato incentivano la strutturazione dell’ambiente fisico delle TIN in modo da facilitare il coinvolgimento dei genitori in tutti gli ambiti di cura dei loro neonati. E documentano, supportati da rigorose metanalisi e dagli ultimi Global Position Papers dell’OMS, la ridotta mortalità ed incidenza di infezioni che ne consegue, attraverso l’implementazione della pratica della Kangaroo Care e dell’aumento dei tassi di allattamento al seno. La lettura ad alta voce, oltre ai sopracitati benefici in termini di neurosviluppo, diventa un ulteriore strumento di partecipazione attiva alle cure, sostenuta dall’apertura H24 dei reparti di TIN”, conclude la Dott.ssa Irene Papa, Segretaria del Gruppo di Studio Care Neonatale della SIN.
Iscrizione scuola 2026/2027: vademecum
Se sei genitore e ancora non hai completato l’iscrizione alla scuola per l’anno 2026/2027, è il momento di organizzarsi: la procedura telematica è aperta dal 13 gennaio e si chiude il 14 febbraio 2026 alle ore 20.00. Ecco una guida semplice per non farsi trovare impreparati. Un vademecum.
1 – Le domande vanno inviate esclusivamente online:
dalle ore 8:00 del 13 gennaio 2026
alle ore 20:00 del 14 febbraio 2026
Questa scadenza vale per le classi prime di:
- scuola primaria
- scuola secondaria di primo grado
- scuola secondaria di secondo grado
e anche per altri percorsi di istruzione come IeFP e alcuni percorsi quadriennali.
L’ordine temporale con cui presenti la domanda non influisce sull’accoglimento: tutte saranno trattate allo stesso modo.
2 – La procedura si svolge tramite la Piattaforma Unica del Ministero dell’Istruzione, raggiungibile all’indirizzo dedicato alle iscrizioni online. Per accedervi avrai bisogno di una identità digitale tra queste:
SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale)
CIE (Carta d’Identità Elettronica)
CNS (Carta Nazionale dei Servizi)
eIDAS (per identificazioni digitali europee)
3- Le iscrizioni online riguardano le classi prime di:
- scuola primaria
- scuola secondaria di I grado
- scuola secondaria di II grado
Non comprende invece (in genere) la scuola dell’infanzia, che per la maggior parte dei casi richiede ancora domanda cartacea direttamente alla scuola scelta.
4 – Per completare la procedura online ti serviranno:
i dati anagrafici del bambino/ della bambina
il codice fiscale (del bambino e dei genitori)
la scuola (o scuole) a cui vuoi iscriverlo
le credenziali di identità digitale validi come SPID o CIE per accedere alla piattaforma
Ricorda: puoi indicare più preferenze di scuole nella stessa domanda (es. prima, seconda e terza scelta), così la piattaforma tenterà di inserirti anche se la prima scuola non ha posti disponibili.
5 – Se in una scuola ci sono più richieste di posti disponibili, si procede con criteri di priorità decisi dal Consiglio d’Istituto della scuola stessa (come residenza nel bacino, fratelli già iscritti, situazioni familiari particolari, ecc.). La pubblicazione delle graduatorie avviene dopo la chiusura del periodo di iscrizioni.
Non serve affrettarsi il primo giorno: la data di invio non dà precedenza, quindi puoi compilare con calma entro il 14 febbraio.
Supporto per chi ne ha bisogno: se non hai un computer o hai difficoltà tecniche, molte scuole offrono supporto per la compilazione direttamente in segreteria.
Iscrizioni scuola dell’infanzia: restano cartacee nella maggior parte dei casi e vanno consegnate alla scuola prescelta, sempre entro il 14 febbraio.
All’asilo nido i bambini scambiano batteri e fa bene
Quando pensiamo ai batteri, spesso ci vengono in mente parole come germi o malattie. Ma il nostro corpo ospita un esercito di microrganismi che fanno molto bene alla salute, soprattutto nell’intestino, dove il microbioma aiuta digestione, sistema immunitario e sviluppo complessivo. Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature dall’Università di Trento ha appena aggiunto un pezzo affascinante a questo puzzle. I bambini, fin dal primo anno di vita, si scambiano batteri tra loro, e fa bene. Questo processo contribuisce ad arricchire la diversità dei batteri intestinali. Accade soprattutto all’asilo nido.
Lo studio, condotto dal gruppo di Metagenomica Computazionale del Dipartimento di Biologia cellulare, computazione e integrata, ha coinvolto 134 persone. Tra questi, bambini di 4–15 mesi che frequentavano nidi d’infanzia, i loro genitori, fratelli, animali domestici e il personale educativo. Per un anno intero sono stati raccolti campioni biologici e analizzati con tecniche avanzate di sequenziamento metagenomico e analisi bioinformatica per mappare i batteri presenti in ciascun individuo.
I risultati sono affascinanti. Inizialmente i microbiomi dei bambini hanno ceppi unici, ma entro pochi mesi di interazione sociale nel nido emergeva una condivisione concreta di batteri tra i piccoli che trascorrevano tempo insieme. In media, circa una quota significativa dei ceppi batterici intestinali veniva condivisa tra bambini che frequentavano lo stesso gruppo. Ma non con quelli di altri nidi.
Il microbioma è un ecosistema complesso che supporta la digestione e l’assorbimento dei nutrienti, influisce sulla risposta immunitaria. Ha legami con lo sviluppo neurologico e metabolico nel corso della crescita Una maggiore diversità di batteri è generalmente associata a un microbioma più resiliente e robusto, capace di difendersi meglio dalle infezioni e di adattarsi a cambiamenti ambientali. La trasmissione di batteri tra coetanei nei primi mesi di vita potrebbe quindi rappresentare un contributo naturale. E positivo alla costruzione di un microbioma sano.
Questo tipo di interazione è simile a quanto osservato in altri contesti di microbioma umano. Condividere ambienti e attività con altre persone può modellare comunità microbiche corte e lunghe, comprese quelle della pelle e delle mucose.
L’asilo nido e le interazioni quotidiane — giochi, contatto fisico, condivisione di oggetti — diventano, secondo lo studio, fenomeni biologicamente significativi oltre che sociali. Gli scienziati sottolineano che questo processo potrebbe essere uno dei modi in cui il microbioma del bambino si arricchisce oltre ai ceppi ereditati dalla madre alla nascita.
E non finisce qui. Comprendere i modelli naturali di trasmissione dei batteri nei primi mesi di vita potrebbe aiutare in futuro a sviluppare approcci preventivi o bioterapeutici in ambito medico. Questo soprattutto nei casi in cui il microbioma è stato compromesso, ad esempio dopo trattamenti con antibiotici.