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Aria condizionata e bambini

Ago 24
Scritto da Annamaria avatar

Il grande caldo non sembra voler mollare la presa. Anche a fine agosto, con temperature ancora molto elevate, l’aria condizionata può diventare una preziosa alleata per rendere più sopportabili le giornate in casa. E se ci sono bambini piccoli? Tenere acceso il condizionatore fa male oppure no?

aria condizinata e bambini

L’aria condizionata non è vietata ai bambini, purché venga utilizzata nel modo giusto. Il problema, infatti, sono gli sbalzi termici, una temperatura troppo bassa o un apparecchio poco pulito. Con i bimbi la parola d’ordine è equilibrio. Non serve trasformare casa in un frigorifero. Bisogna creare un ambiente confortevole, evitando differenze troppo brusche tra la temperatura esterna e quella interna. Meglio quindi impostare il climatizzatore su una temperatura moderata, generalmente intorno ai 24-26 °C, evitando di puntare il getto d’aria direttamente sul piccolo. Il flusso dovrebbe essere indirizzato verso l’alto o distribuito nell’ambiente.

Attenzione anche alla notte. Se il bambino dorme con l’aria condizionata accesa, è preferibile utilizzare una modalità delicata: sudore eccessivo e ambienti afosi non aiutano il sonno, ma nemmeno una stanza troppo fredda.

Mi raccomando: pulire regolarmente filtri e apparecchio. Un condizionatore trascurato può accumulare polvere e altri residui che vengono poi immessi nell’aria.

Il discorso vale anche fuori casa. In estate capita continuamente di passare dai 35-38 °C dell’esterno ai 20-22 °C di un centro commerciale, di un ristorante o di un’automobile climatizzata.Per i bambini, soprattutto i più piccoli, questi passaggi possono essere fastidiosi. Non è necessario coprirli con maglioni pesanti appena entrano in un locale, ma è utile avere sempre con sé un golfino leggero o una felpa di cotone. In auto, poi, mai puntare le bocchette direttamente sul bambino. 

Il vero nemico resta il caldo eccessivo. Quando le temperature sono molto alte, soprattutto durante le ore centrali della giornata, evitare che i bambini rimangano in ambienti troppo caldi è importante. Una casa fresca, quindi, può essere un aiuto prezioso. Ma non serve esagerare.

Un altro falso mito è che il condizionatore faccia automaticamente venire il raffreddore. Il raffreddore è causato da virus, non dall’aria fredda in sé. Tuttavia, un ambiente troppo freddo o un getto diretto possono irritare naso e gola e rendere più fastidiosi alcuni disturbi respiratori.

Profumo per bambini: sì o no?

Ago 23
Scritto da Annamaria avatar

Profumo per bambini: si o no? Sempre più marchi propongono fragranze dedicate ai più piccoli, ma sono davvero una buona idea? Ecco cosa sapere prima di spruzzarle sulla pelle dei bambini.

Passeggiando tra gli scaffali delle profumerie o navigando online è sempre più facile imbattersi in profumi pensati per neonati e bambini. Flaconi colorati, fragranze delicate e packaging irresistibili: ma è davvero una buona scelta? La risposta è: dipende. La pelle dei bambini, soprattutto nei primi anni di vita, è molto più sottile e delicata rispetto a quella degli adulti. Per questo motivo gli esperti consigliano di evitare prodotti contenenti alcol, allergeni o fragranze troppo intense, che potrebbero provocare irritazioni o sensibilizzazioni.

Nei primi mesi di vita il profumo migliore per un neonato è il suo odore naturale. Non serve coprirlo con essenze artificiali. Se il bambino è più grande e si desidera utilizzare una fragranza, è importante orientarsi verso prodotti studiati appositamente per l’infanzia. Un buon profumo per bambini dovrebbe avere alcune caratteristiche precise: essere dermatologicamente testato; contenere poco o niente alcol; avere una formulazione delicata; essere privo degli allergeni più comuni; presentare una fragranza leggera e fresca.

Tra le note più adatte ai piccoli ci sono quelle di acqua di fiori d’arancio, camomilla, cotone, muschio bianco, talco, lavanda delicata o agrumi molto leggeri. Sono profumi che trasmettono una sensazione di pulito senza risultare invadenti. Meglio invece evitare essenze molto dolci, speziate, orientali o particolarmente persistenti.

Se si decide di usare un profumo, è preferibile non spruzzarlo direttamente sulla pelle del bambino. La scelta migliore è vaporizzarlo sui vestiti, mantenendo una certa distanza, evitando il viso e le mani, che i più piccoli portano spesso alla bocca. Se il bambino ha una pelle particolarmente sensibile, soffre di dermatite atopica o di allergie cutanee, è consigliabile rinunciare del tutto al profumo o chiedere un parere al pediatra.

Il profumo può essere una coccola, ma non è un prodotto indispensabile. Una corretta igiene quotidiana, un bagnetto con detergenti delicati e abiti puliti sono più che sufficienti per far stare bene un bambino. Molti pediatri ricordano tra l’altro che l’odore naturale dei neonati e dei bambini ha un ruolo importante anche nel rapporto con mamma e papà, favorendo il legame affettivo fin dai primi giorni di vita.

Campi estivi in barca a vela

Ago 11
Scritto da Annamaria avatar

C’è un’estate diversa dai soliti centri estivi, fatta di vele issate al vento, tuffi in acque cristalline, notti in rada e tramonti vissuti dal ponte di una barca. I campi estivi in barca a vela stanno conquistando sempre più famiglie perché uniscono divertimento, sport, educazione e spirito di squadra in un’unica esperienza che i bambini ricordano per tutta la vita. Progetti come quelli organizzati da Campi nel Vento permettono ai ragazzi di vivere qualche giorno lontano dagli schermi e dalla routine, imparando a collaborare, a rispettare la natura e a cavarsela in tante piccole situazioni quotidiane.

campi estivi in barca a vela

Generalmente i campi in barca a vela sono pensati per bambini e ragazzi dagli 8-9 anni in su, anche se l’età minima può variare in base all’organizzazione e alla tipologia dell’esperienza proposta. Le imbarcazioni sono condotte da skipper esperti e gli equipaggi sono sempre seguiti da istruttori qualificati, per garantire sicurezza e assistenza costante.

La vita in barca è molto più varia di quanto si possa immaginare. I ragazzi imparano, naturalmente e divertendosi, a partecipare alla gestione dell’imbarcazione. Durante la giornata possono:

  • imparare le basi della navigazione a vela;
  • issare e regolare le vele insieme all’equipaggio;
  • leggere vento e meteo;
  • fare snorkeling e nuotare in baie raggiungibili solo via mare;
  • esplorare piccole isole e calette;
  • partecipare a giochi di squadra;
  • aiutare nella preparazione dei pasti e nel riordino della barca;
  • dormire in rada osservando le stelle.

Ogni attività diventa un’occasione per imparare qualcosa di nuovo.

La barca è una piccola comunità dove tutti hanno un ruolo. I bambini imparano rapidamente che ognuno deve dare il proprio contributo: rifare la cuccetta, mantenere gli spazi in ordine, rispettare gli orari, collaborare con i compagni. Senza quasi accorgersene sviluppano autonomia, spirito di adattamento, responsabilità e capacità di problem solving. Sono competenze che poi riportano anche nella vita di tutti i giorni.

Uno degli aspetti più belli di questi campi è il rapporto diretto con la natura. Molte esperienze prevedono anche la presenza di una biologa marina, che accompagna i ragazzi alla scoperta dell’ecosistema del Mediterraneo. Attraverso escursioni, osservazioni e attività pratiche, i bambini imparano a riconoscere pesci, stelle marine, praterie di Posidonia e altri organismi, comprendendo quanto sia importante proteggere il mare. Non si tratta di una semplice lezione, ma di un modo coinvolgente per trasformare la curiosità in consapevolezza ambientale.

In barca il telefono passa inevitabilmente in secondo piano. Le giornate scorrono tra navigazione, risate, bagni, chiacchiere e attività condivise. Si riscopre il piacere di stare insieme senza notifiche continue, costruendo amicizie autentiche e imparando a comunicare faccia a faccia. Per molti ragazzi è una delle prime esperienze di vera “disconnessione”, spesso vissuta con entusiasmo.

Non è solo una vacanza, ma un percorso di crescita. I bambini tornano a casa con maggiore sicurezza in se stessi, più indipendenza, nuovi amici e tanti ricordi da raccontare.

Pipì a letto dopo i 5 anni: errori da evitare

Ago 07
Scritto da Annamaria avatar

La pipì a letto dopo i 5 anni è un problema molto più comune di quanto si pensi. L’enuresi notturna interessa infatti molti bambini in età scolare e, nella maggior parte dei casi, non dipende da pigrizia, dispetti o cattive abitudini. Eppure, spesso sono proprio le reazioni degli adulti a far sentire il bambino in colpa, peggiorando il disagio. Ecco gli errori da evitare se vostro figlio continua a bagnare il letto durante la notte.

pipi a letto dopo i 5 anni errori da evitare

1. Non sgridarlo

La prima regola è semplice: mai rimproverare il bambino. Non lo fa apposta e non può controllarlo durante il sonno. Frasi come “Sei troppo grande” oppure “Devi impegnarti di più” rischiano solo di aumentare ansia, vergogna e senso di colpa.

2. Non umiliarlo davanti agli altri

Può sembrare una battuta innocente, ma raccontare a nonni, amici o fratelli che il bambino fa ancora la pipì a letto può ferirlo profondamente. L’enuresi è un tema molto delicato e va affrontato con discrezione e rispetto della sua privacy.

3. Non punirlo

Niente castighi, niente giochi tolti e nessuna punizione. L’enuresi è un disturbo involontario: punire un bambino per qualcosa che non può controllare non serve a risolvere il problema, ma rischia di compromettere la sua autostima.

4. Non svegliarlo ogni notte per farlo andare in bagno

Molti genitori impostano la sveglia nel cuore della notte pensando di prevenire l’incidente. In realtà questa soluzione non insegna al bambino a riconoscere lo stimolo e può disturbare il sonno di tutta la famiglia. Se il problema persiste, è meglio confrontarsi con il pediatra per valutare le strategie più adatte.

5. Non limitare drasticamente l’acqua

Far bere poco durante la giornata è un errore. Il bambino deve mantenersi ben idratato. È sufficiente evitare grandi quantità di liquidi poco prima di andare a dormire e limitare le bevande zuccherate o contenenti caffeina.

6. Non ignorare il problema

Se dopo i 5 anni la pipì a letto continua con una certa frequenza, è opportuno parlarne con il pediatra. Nella maggior parte dei casi si tratta di una fase destinata a risolversi, ma il medico può escludere eventuali cause mediche e suggerire il percorso più adatto.

7. Non confrontarlo con altri bambini

Ogni bambino ha i propri tempi di maturazione. Dire frasi come “Tua sorella alla tua età non lo faceva” oppure “I tuoi amici dormono già senza problemi” non aiuta e aumenta solo la pressione emotiva.

8. Non trasformare il letto in un motivo di ansia

Cambiare le lenzuola con serenità, usare un coprimaterasso impermeabile e rassicurare il bambino sono piccoli gesti che fanno una grande differenza. L’obiettivo è fargli capire che può contare sull’aiuto dei genitori, senza sentirsi giudicato.

La buona notizia è che nella maggior parte dei casi l’enuresi notturna tende a risolversi spontaneamente con la crescita. Affrontarla con pazienza, comprensione e senza colpevolizzare il bambino è il modo migliore per aiutarlo a vivere questa fase con serenità. Se gli episodi sono frequenti o persistono nel tempo, una visita dal pediatra permetterà di individuare le eventuali cause e trovare insieme la soluzione più adatta.

“È importante che i genitori riferiscano al più presto il disturbo al pediatra – spiega Manuela Trinci, psicoterapeuta dell’età evolutiva e referente scientifico di Ludobiblio, IRCCS Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze-. Non c’è nulla di cui vergognarsi, ma è necessario aiutare il bambino a superare questa fase. Talvolta l’enuresi si manifesta in concomitanza con un disagio a scuola, difficoltà con gli amichetti o la separazione dei genitori. Il pediatra valuterà il bambino e potrà consigliare, se necessario, il supporto di uno psicologo. Creare una rete di sostegno composta da genitori, pediatra, insegnanti ed eventualmente psicoterapeuta è la strategia migliore per supportarlo in un momento di difficoltà”.

Smartphone a bimbi piccoli? I pediatri dicono no

Ago 05
Scritto da Annamaria avatar

Smartphone a bimbi piccoli? I pediatri dicono di no, di aspettare. Sono sempre più i medici che lanciano un appello ai genitori: niente smartphone, tablet e altri dispositivi digitali nei primi tre anni di vita. Un messaggio che oggi trova spazio anche in una proposta di legge presentata al Senato, nata con il sostegno della Società Italiana di Pediatria e della Fondazione Terre des Hommes, con l’obiettivo di tutelare lo sviluppo dei più piccoli e aiutare le famiglie a fare scelte più consapevoli.

Secondo i pediatri, i primi mille giorni di vita sono fondamentali per lo sviluppo del cervello. In questa fase il bambino ha bisogno soprattutto di relazioni, sguardi, parole, movimento e gioco libero. Un’esposizione eccessiva agli schermi, invece, può interferire con queste esperienze essenziali e, nei casi più marcati, contribuire a un ritardo nello sviluppo cognitivo, del linguaggio e delle competenze relazionali.

Un altro aspetto che preoccupa gli specialisti riguarda l’uso dello smartphone per calmare il bambino. Se il cellulare diventa la soluzione abituale per interrompere il pianto o una crisi di nervosismo, il piccolo rischia di sviluppare con maggiore difficoltà la capacità di gestire le proprie emozioni, affidandosi sempre allo stimolo digitale.

Il disegno di legge non punta a “punire” le famiglie, ma a promuovere prevenzione e informazione. Tra gli obiettivi principali ci sono: evitare l’esposizione agli schermi nei bambini fino a 3 anni; diffondere linee guida nazionali rivolte ai genitori; offrire informazioni già durante la gravidanza, nei corsi preparto, nei consultori e attraverso i pediatri; promuovere servizi educativi per la prima infanzia che limitino l’uso dei dispositivi digitali.

Nella quotidianità non è sempre semplice rinunciare al telefono, soprattutto quando si è stanchi o si è fuori casa. Eppure esistono tante alternative che aiutano il bambino a crescere e divertirsi: leggere insieme un libro illustrato; cantare filastrocche e canzoncine; giocare con costruzioni o incastri; fare una passeggiata all’aria aperta; coinvolgerlo in piccoli giochi sensoriali o creativi. Non servono attività complicate: spesso bastano la presenza di un adulto e qualche minuto di attenzione condivisa.

Gli esperti ricordano che la tecnologia non è un nemico, ma ogni età ha i suoi bisogni. Nei primissimi anni di vita nessuna app può sostituire una conversazione, un abbraccio o un gioco fatto insieme. L’obiettivo non è creare sensi di colpa, ma aiutare le famiglie a usare gli strumenti digitali con maggiore consapevolezza. Perché il regalo più prezioso che si può fare a un bambino, soprattutto nei suoi primi anni, resta il tempo trascorso con mamma e papà.

Annegamento dei bambini: le regole

Ago 02
Scritto da Annamaria avatar

Non ci sono urla, né schizzi che attirano l’attenzione. Nella maggior parte dei casi un bambino che sta annegando non si agita e non riesce nemmeno a chiedere aiuto: scivola sott’acqua in silenzio. E bastano tra i 3 e i 6 minuti senza ossigeno perché le conseguenze possano diventare irreversibili. L’annegamento dei bambini continua a essere una delle principali cause di morte accidentali: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità provoca ogni anno centinaia di vittime pediatriche nel mondo, mentre in Italia l’Istituto Superiore di Sanità stima circa 300 decessi ogni anno. Ecco le regole che possono salvare una vita.

annegamento bambini le regole

Quando si verifica un’emergenza, il tempo è fondamentale. Intervenire subito può fare la differenza.“Va tirato fuori subito, messo supino e iniziate le manovre di rianimazione cardiopolmonare mentre si chiama aiuto”, spiega Claudia Bondone, consigliere nazionale della Società Italiana di Pediatria e direttrice della Pediatria d’Urgenza dell’Ospedale Regina Margherita di Torino. Anche quando il bambino sembra essersi ripreso, non bisogna abbassare la guardia: è importante accompagnarlo sempre al pronto soccorso per escludere eventuali complicanze respiratorie.

Secondo la pediatra, esiste una regola semplice ma fondamentale per prevenire gli incidenti. “L’unica vera sicurezza è avere un adulto a distanza di un braccio, con contatto visivo costante e senza distrazioni”. Lo smartphone, una chiacchierata o un attimo di distrazione possono bastare perché accada l’impensabile. E non serve che l’acqua sia alta. “Anche pochi centimetri d’acqua possono essere pericolosi, specie per i più piccoli, che possono accedervi facilmente”.

Molti incidenti, inoltre, avvengono proprio negli ambienti domestici, dove ci si sente più tranquilli: “Il 50% degli annegamenti avviene in ambito domestico, nelle vasche da bagno, nelle piscinette gonfiabili e nelle piscine private. Ecco perché è fondamentale che le piscine domestiche siano recintate e coperte nei mesi invernali”.

I bambini sotto i cinque anni sono quelli più esposti al rischio, ma anche gli adolescenti possono mettersi in pericolo, soprattutto quando sottovalutano i rischi o assumono alcol e sostanze. Tra gli errori più comuni dei genitori c’è quello di affidarsi completamente a braccioli, salvagenti e gonfiabili: “Sono strumenti di ausilio, ma danno un falso senso di sicurezza. È essenziale controllare che siano a norma e marchiati CE, e ricordare che non sostituiscono mai la sorveglianza diretta”. Anche lasciare giochi galleggianti in piscina può essere rischioso: “Possono invogliare il bambino a tuffarsi da solo”.

La sicurezza non passa solo dalla sorveglianza, ma anche dall’educazione: “Bisogna spiegare ai bambini che l’acqua è un ambiente bellissimo, ma in cui si entra solo con un adulto. È importante iscriverli a corsi di acquaticità già da neonati e, dai 6 anni, a corsi di nuoto”.

Infine, quando si trascorre una giornata al mare o in piscina, è buona norma scegliere stabilimenti sorvegliati, informarsi sulle condizioni del mare, rispettare le previsioni meteo, utilizzare attrezzature sicure e prestare attenzione anche a dettagli spesso trascurati, come le grate di scarico delle piscine.

Bambini gentili? I tre errori

Lug 31
Scritto da Annamaria avatar

Essere gentili non significa essere sempre ubbidienti, dire sempre sì o evitare qualsiasi conflitto. È uno degli equivoci più diffusi tra mamme e papà e, secondo gli esperti, rischia di crescere bambini compiacenti invece che davvero capaci di costruire relazioni sane. Bambini davvero gentili? I tre errori che molti genitori fanno senza accorgersene li spiega Natalia Re, presidente del Movimento Italiano per la Gentilezza (MIG). 

bamnini gentili i tre errori

Autrice insieme ad Antonio Di Bartolomeo del libro La gentilezza come linguaggio della responsabilità sociale. Autenticità, azione e parola, chiarisce tutto nel libro. E’ un manuale pratico che invita le famiglie a considerare la gentilezza non come un semplice insieme di buone maniere, ma come una vera competenza da allenare ogni giorno. “Molti adulti pensano che un bambino gentile sia quello che non contraddice, che non crea conflitti, che ‘fa il bravo’. In realtà così si rischia di educare alla compiacenza, non alla gentilezza”, chiarisce Natalia Re.

Secondo l’esperta, la gentilezza non è un tratto del carattere con cui si nasce. “È una competenza”, sottolinea, “e come tutte le competenze va insegnata nel modo giusto”. Essere gentili significa infatti “riconoscere l’altro, senza annullare sé stessi e con il coraggio di dire anche dei no rispettosi”.

Uno degli errori più frequenti è costringere i bambini a chiedere immediatamente scusa dopo un litigio. Quante volte capita di dire: “Chiedi scusa subito”? Per Natalia Re, però, una scusa imposta rischia di perdere il suo significato più profondo. Il bambino, infatti, “impara la formula, non il significato”. Più che obbligarlo a pronunciare una parola, è importante aiutarlo a comprendere cosa ha provato l’altra persona e perché il suo comportamento possa averla ferita.

Un altro sbaglio è premiare esclusivamente i bambini tranquilli, quelli che non protestano e non disturbano mai. A prima vista sembrano i più educati, ma non è sempre così. “Premiare solo il comportamento tranquillo ha il risultato di ottenere bambini silenziosi e non consapevoli”, osserva Re. Un bambino che non esprime emozioni o opinioni, infatti, potrebbe aver imparato semplicemente che è meglio non esporsi.

C’è poi un terzo errore che molti genitori commettono con le migliori intenzioni: evitare a tutti i costi i conflitti. Cercare sempre di appianare ogni discussione può sembrare un modo per proteggere i figli, ma non li prepara alla vita reale. Secondo Natalia Re, questo atteggiamento “produce nei ragazzi l’incapacità di gestire relazioni reali”. Imparare ad affrontare un confronto con rispetto è invece una capacità fondamentale che accompagnerà i bambini anche da adulti.

Tra gli aspetti più interessanti affrontati nel libro c’è anche il valore del “no”. Molti bambini, soprattutto le bambine, vengono educate a essere sempre disponibili e accomodanti. Ma la gentilezza non coincide con il compiacere tutti. “La gentilezza non è piacere a tutti, ma avere rispetto sia per gli altri sia per se stessi”, spiega l’esperta. E aggiunge: “Dire no può essere un atto profondamente gentile. È sicuramente meglio di un sì detto controvoglia o ambiguo”.

Per insegnare davvero la gentilezza non servono grandi lezioni, ma piccoli gesti quotidiani. Ascoltare senza interrompere, accogliere le emozioni dei figli, dare il buon esempio e insegnare che si può esprimere il proprio punto di vista con rispetto sono strumenti molto più efficaci di qualsiasi rimprovero. Perché, come ricorda Natalia Re, la vera gentilezza non chiede ai bambini di essere perfetti, ma di crescere consapevoli di sé e degli altri.

Caldo record: i consigli del pediatra

Lug 25
Scritto da Annamaria avatar

Con il termometro che supera i 35 gradi, molti genitori si chiedono se sia meglio tenere i prorpi figli chiusi in casa o lasciarli giocare all’aperto. Secondo gli esperti, però, esiste una terza strada: vivere l’estate con qualche accorgimento, senza rinunciare al movimento e al divertimento. A fare chiarezza, attraverso Adnkronos Salute, è il pediatra Italo Farnetani, fondatore delle Bandiere Verdi, il riconoscimento assegnato alle spiagge più adatte alle famiglie. Per il caldo record arrivano i consigli del pediatra.

caldo record i consigli del pediatra

Per quanto il caldo possa essere intenso, restare tutto il giorno davanti a televisione, tablet o videogiochi non è la soluzione. Il rischio è favorire sedentarietà, isolamento e un eccesso di tempo trascorso davanti agli schermi, proprio come accaduto durante la pandemia. L’obiettivo deve essere quello di trovare momenti e luoghi adatti per stare all’aria aperta in sicurezza.

Uno dei consigli che si tramanda da generazioni riguarda l’attesa di due o tre ore dopo mangiato prima di entrare in acqua. Secondo Italo Farnetani, se il pranzo è stato leggero, come dovrebbe essere in estate, non è necessario aspettare così a lungo. “In acqua non si rischia la congestione, mentre si riduce il rischio di bagno di calore che si avrebbe restando sotto il sole”. Mare e piscina, quindi, diventano preziosi alleati contro le alte temperature.

Tra i consigli più importanti c’è quello di far bere spesso i bambini. Con il caldo si perdono molti liquidi attraverso il sudore e, secondo Farnetani, sarebbe opportuno offrire acqua anche ogni 20 minuti. Ottimo anche il cocomero, ricchissimo di acqua e molto gradito ai più piccoli. Fondamentale anche la protezione solare: la crema ad alta protezione va applicata sempre, anche se la pelle è già abbronzata, e va rinnovata dopo bagni prolungati.

Il messaggio del pediatra è rassicurante: con le giuste precauzioni non bisogna rinunciare all’estate. “Si può e si deve evitare di restare chiusi in casa”. Via libera quindi a mare, piscina, giochi all’aperto nelle ore meno calde, tanta acqua, cappellino e crema solare.