Aerosol ai bambini
Diciamolo: l’aerosol è una delle terapie meno amate dai piccoli. Ai bambini non piace. Fa rumore, richiede tempo, costringe a stare fermi… insomma, tutto quello che un bimbo vorrebbe evitare. Eppure, in alcuni momenti, può essere un alleato prezioso per le vie respiratorie. La buona notizia? Con un po’ di strategia (e tanta empatia) si può trasformare da incubo quotidiano a momento gestibile. Quasi divertente. Quasi.

L’aerosol non va fatto “a prescindere”, ma solo quando indicato dal pediatra. Serve soprattutto quando è necessario far arrivare il farmaco direttamente alle vie respiratorie, in modo mirato ed efficace. È comunemente prescritto in caso di:
- bronchite
- bronchiolite
- asma o bronchospasmo
- tosse persistente con catarro
- laringite o tracheite
- raffreddore importante con muco denso (in alcuni casi)
Può contenere soluzione fisiologica, farmaci mucolitici, broncodilatatori o cortisonici, sempre su indicazione medica. Importante ricordarlo: non è una terapia fai-da-te e non va improvvisata.
Come convincere un bimbo a fare l’aerosol?
1. Trasformalo in un gioco. La mascherina può diventare quella di un astronauta, di un supereroe, di un pilota. L’aerosol una “nuvola magica” o un “respiro speciale che guarisce i polmoni”. Con i più piccoli funziona tantissimo raccontare una storia che dura esattamente il tempo della terapia.
2. Distrazione intelligente. Cartoni animati, un libro illustrato, una canzoncina, un video breve scelto apposta “solo per l’aerosol”.
3. Fallo insieme. Se il bambino vede mamma o papà fare l’aerosol (anche solo con la fisiologica), si sentirà meno solo e più motivato.
4. Spiegalo con parole semplici: è necessario per guarire e stare meglio.
5. Scegli il momento giusto. Meglio evitare quando è stanchissimo, affamato o nervoso. Spesso il tardo pomeriggio o prima di dormire, con un clima calmo, funziona meglio. Una routine aiuta: stesso posto, stesso orario, stesso rituale.
La scuola giusta dopo la terza media
E’ il momento cruciale dell’anno per quei genitori che insieme ai propri figli sono ‘costretti’ a optare per l’una o per l’altra: come scegliere la scuola giusta dopo la terza media? La fine della terza media segna uno dei primi veri bivi importanti nella vita di un ragazzo. La scelta della scuola superiore non è solo una questione di indirizzo di studi, ma un passo che tocca identità, sogni, paure e aspettative. Per questo non dovrebbe essere una decisione subita, né dai figli né dai genitori, ma un percorso da costruire insieme. Ecco come affrontarlo con lucidità, ascolto e fiducia reciproca.
La prima domanda non è “qual è la scuola migliore”, ma “chi è mio figlio oggi”. Chiediamoci insieme cosa gli piace davvero, in cosa si sente portato, se preferisce studiare sui libri o imparare facendo, se ama le materie teoriche o quelle pratiche, come reagisce alla fatica e all’impegno. Non servono risposte perfette. Serve ascolto vero, senza giudicare né orientare subito la conversazione verso ciò che noi riteniamo giusto.
Il confronto deve essere continuo e leggero, non un colloquio da esame. E’ importante conoscere le varie scuole dal vivo, open day, incontri con studenti e docenti, visite guidate: vedere una scuola cambia tutto. Portare nostro figlio a respirare l’ambiente, osservare le aule, ascoltare i professori aiuta a trasformare un’idea astratta in qualcosa di concreto. Dopo ogni visita ci si può confrontare sulle impressioni avute.
L’indirizzo va valutato senza etichette. Liceo, tecnico, professionale: nessuna scelta è di serie A o B. Conta il metodo di studio, il carico di lavoro, la presenza di laboratori, le possibilità future (università, ITS, lavoro). Spieghiamo a nostro figlio che le strade non sono mai definitive e che esistono passaggi, cambi, seconde possibilità.
È giusto considerare la distanza da casa, se ci sono mezzi di trasporto, gli orari e l’organizzazione dello studio. Ma attenzione: questi elementi devono accompagnare la scelta, non determinarla da soli.
Il nostro compito non è scegliere al posto loro, ma offrire strumenti, aiutare a leggere la realtà, contenere l’ansia, ricordare che il valore di un figlio non dipende dalla scuola che frequenta. A volte la scelta non sarà quella che avremmo fatto noi. Ed è proprio lì che entra in gioco la fiducia. Per nostro figlio è un importante passaggio di crescita.
Chiedere scusa ai bambini è importante
Capita anche a noi genitori di sbagliare. Di alzare la voce quando siamo stanchi, di rispondere male, di perdere la pazienza proprio con chi amiamo di più. Succede. Non perché siamo cattivi genitori, ma perché siamo umani. La differenza, però, non la fa l’errore: la fa come lo ripariamo. E uno degli strumenti educativi più potenti che abbiamo è proprio questo: chiedere scusa ai bambini. E’ importante.

Chiedere scusa non ci rende deboli, né ci fa perdere autorevolezza. Al contrario, insegna ai bambini lezioni preziosissime: che sbagliare è normale, che le emozioni vanno riconosciute, che le relazioni si curano, anche quando si rompono, che il rispetto è reciproco, non gerarchico Quando un adulto chiede scusa, il bambino impara che le parole hanno peso e che prendersi responsabilità è un atto di forza.
La scusa efficace non è automatica. Prima di pronunciarla, è utile fare tre cose: calmarsi, capire cosa è successo davvero, riconoscere l’emozione del bambino, non solo il comportamento. E’ basilare essere autentici.
Non tutte le scuse sono uguali. Ecco come farle arrivare davvero al cuore di un bambino. Dai un nome al tuo errore. Riconosci l’emozione del bambino, mostra che hai capito. Assumiti la responsabilità della tua reazione. Spiega e non giustificarti. Ripara, chiedi cosa può aiutare.
Assolutamente da evitare: scuse ironiche o sbrigative. Non minimizzare, non pretendere che il piccolo capisca immediatamente e non aspettarti un istante dopo un abbraccio.
Quando i grandi chiedono scusa, i figli imparano a chiedere scusa a loro volta, a gestire i conflitti, a non vergognarsi degli errori, a costruire relazioni sane. Soprattutto, imparano che l’amore non sparisce quando si sbaglia. Chiedere scusa ai figli non significa essere genitori imperfetti. Significa essere genitori presenti, capaci di crescere insieme a loro. A volte non possiamo cancellare un momento difficile. Ma possiamo trasformarlo in una lezione potentissima: si può sbagliare, riconoscerlo e riparare. Ed è così che si cresce. Insieme.
Insegnare ai bimbi che il cane non è un giocattolo
Crescere con un cane è una grande occasione educativa per i bambini: insegna l’empatia, il rispetto e la cura dell’altro. Ma perché la relazione sia davvero serena, è fondamentale chiarire fin da subito un concetto chiave: il cane non è un giocattolo, né un peluche da stringere, tirare o usare a piacimento. È un essere vivente, con un suo linguaggio, emozioni e confini ben precisi. Come insegnare tutto ciò ai bimbi? Lo spiega al Corriere della Sera Irene Sofia.

L’istruttrice cinofila e comportamentale Irene Sofia chiarisce che “i nostri figli vedono spesso i cani come compagni di gioco a loro pari, come veri e propri amici”. Ed è proprio questa spontaneità, se non guidata, a creare i principali fraintendimenti. I bambini, presi dall’entusiasmo, possono correre, urlare, abbracciare troppo forte o tirare orecchie e coda, senza rendersi conto che per il cane questi comportamenti possono risultare invasivi o stressanti.
Il rischio, in questi casi, è che l’animale reagisca con segnali di disagio che i piccoli non sanno interpretare, o nei casi peggiori con morsi improvvisi. Per evitarlo, è importante insegnare ai bambini a conoscere il linguaggio del cane. Come sottolinea l’esperta, non sempre ciò che sembra un gesto “simpatico” lo è davvero:
- lo scodinzolio non indica necessariamente felicità,
- mostrare i denti non è un sorriso,
- sbadigliare può essere un segnale di stress e non di noia.
Un altro punto fondamentale è il ruolo dell’adulto. “Il genitore dovrebbe sempre fungere da mediatore”, spiega Irene Sofia, aiutando il bambino a relazionarsi con il cane nel modo corretto e intervenendo quando l’interazione diventa eccessiva. Questo significa anche spiegare che la cuccia e i momenti di riposo sono spazi inviolabili, da rispettare sempre, proprio come accade per noi.
È utile inoltre raccontare ai bambini che i cani percepiscono il mondo in modo diverso: attraverso l’olfatto, i feromoni, i segnali corporei. Annusare, allontanarsi o cercare tranquillità non sono capricci, ma modi per comunicare e sentirsi al sicuro.
Educare i bambini a un rapporto corretto con il cane non significa limitare l’affetto, ma renderlo più consapevole. Quando il rispetto diventa la base del gioco e della convivenza, il legame tra bambino e animale si rafforza, riducendo i rischi e aumentando il benessere di entrambi. Una lezione preziosa, che va ben oltre la relazione con un amico a quattro zampe.
Quanto sarà alto da grande?
Una delle domande che prima o poi tutte le mamme (e i papà) si fanno è sempre la stessa: “Ma quanto sarà alto da grande?”. C’è chi guarda le curve di crescita con aria investigativa, chi confronta le foto dei genitori da piccoli e chi si affida a formule quasi magiche. La verità è che l’altezza è il risultato di genetica, crescita e ambiente, ma qualche indicazione attendibile esiste eccome.
Alla nascita, la maggior parte dei neonati misura tra i 48 e i 52 centimetri.
In media i maschi sono leggermente più lunghi delle femmine e i bambini nati a termine tendono a essere più lunghi rispetto ai prematuri. L’altezza alla nascita, però, conta relativamente poco nel determinare la statura finale. È più importante come cresce il bambino nei primi anni di vita.
Il primo anno è quello della crescita record.
- Primo anno di vita: circa +25 cm
- Secondo anno: circa +10–12 cm
- Dal terzo anno fino alla pubertà: una media di 5–7 cm all’anno
Non tutti i bambini crescono allo stesso ritmo: alcuni hanno scatti di crescita improvvisi, altri un andamento più regolare. Ed è normalissimo.
Durante la pubertà arriva il famoso growth spurt, lo scatto di crescita più evidente. In genere:nelle femmine inizia prima (9–11 anni), nei maschi un po’ più tardi (11–13 anni). In questa fase si può crescere 8–10 cm all’anno, a volte anche di più per brevi periodi Dopo la pubertà la crescita rallenta progressivamente fino a fermarsi:
- intorno ai 15–16 anni per le ragazze
- tra i 17 e i 18 anni (a volte 19) per i ragazzi
Esistono alcune formule orientative, molto usate anche in ambito pediatrico. Non sono infallibili, ma danno un’idea.
Formula genetica (la più semplice):
- Maschi: (altezza mamma + altezza papà + 13 cm) ÷ 2
- Femmine: (altezza mamma + altezza papà − 13 cm) ÷ 2
Il risultato ha una tolleranza di circa ±5–7 cm.
Cosa influisce davvero sulla crescita? Oltre alla genetica, contano moltissimo: alimentazione equilibrata, sonno di qualità (l’ormone della crescita lavora soprattutto di notte), attività fisica regolare, stato di salute generale. Al contrario, stress prolungato, malattie croniche non controllate o una nutrizione carente possono influire negativamente sulla crescita.
Ogni bambino ha il suo ritmo. Quello che conta non è essere “alti” o “bassi”, ma seguire in modo costante la propria curva di crescita. È sempre bene confrontarsi con il pediatra se la crescita si blocca improvvisamente, il bambino esce in modo marcato dai percentili, ci sono grandi differenze rispetto agli anni precedenti.
Sport e bambini: consigli dell’esperto
Sport e bambini, un binomio basilare. Quando iniziare, come scegliere l’attività più adatta. A darci una mano arrivano i consigli dell’esperto. Ugo Giordano lo spiega al Corriere della Sera.

“Nei bambini in età prescolare, fino ai cinque o sei anni, più che di sport si parla di gioco/motricità, importante per orientarli nello spazio e per automatizzare gli schemi corporei di base, come camminare, correre, saltare”, precisa il responsabile dell’Unità Operativa di Medicina dello Sport e Ipertensione Arteriosa dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.
“A questa età, l’obiettivo non è la performance, ma l’acquisizione di sicurezza e consapevolezza del proprio corpo. Particolarmente consigliabile è il nuoto, non solo per i suoi benefici sulla coordinazione e sulla respirazione, ma anche per l’importanza che riveste in Italia, un Paese costeggiato dal mare. Far muovere i bambini non rappresenta solo un mezzo per promuovere la salute fisica, ma anche uno strumento educativo e relazionale. Con l’ingresso nella scuola primaria, l’attività fisica entra a far parte della vita scolastica e ciò può avvicinare i bambini alle prime esperienze sportive che dovrebbero essere generiche”, aggiunge Giordano.
“In questa fase, il bambino non dovrebbe essere indirizzato verso una sola disciplina, ma praticare discipline diverse di suo gradimento, sempre con uno spirito di gioco e non di competizione – raccomanda –. La scelta dello sport non dovrebbe esser fatta dai genitori sulla base delle proprie esperienze personali, ma deve essere offerta ai piccoli l’opportunità di esplorare e scegliere in base alle proprie inclinazioni per costruire un rapporto positivo con il movimento”.
Il medico sottolinea: “Anche se il padre ha giocato a calcio e la madre è appassionata di danza, è essenziale che la spinta verso lo sport nasca dalla volontà del ragazzo e non da un’imposizione esterna. La forzatura, oltre a creare frustrazione e disinteresse, aumenta il rischio di traumi fisici e psicologici. Al contrario, quando la motivazione è interna, l’impegno sportivo diventa una fonte di benessere e crescita. Non vanno escluse le discipline meno tradizionali, come la vela, che richiede più tecnica che forza fisica, e sport di destrezza come gli sport di tiro o il pattinaggio artistico, in cui la concentrazione prevale spesso sull’impegno corporeo”.
“In ogni caso, nei primi anni di vita le attività devono rimanere ludiche e non competitive. L’approccio agonistico viene infatti introdotto, per la maggior parte degli sport, intorno all’età puberale, quando il corpo è in grado di sostenere un carico cardiovascolare maggiore e dopo almeno tre o quattro anni di pratica continuativa”, chiarisce ancora.
In Italia la pratica sportiva dei minori è regolata da una normativa attenta e strutturata, pensata per tutelarne la salute. Dal punto di vista medico, “esistono due tipi di certificazione: quella per l’attività non agonistica e quella per l’attività agonistica”, precisa il dottore.
Per l’attività non agonistica è prevista una visita medica annuale con elettrocardiogramma obbligatorio, che può essere effettuata dal pediatra, dal medico di base o dal medico dello sport. Nel caso dell’attività agonistica, invece, il percorso è più approfondito e richiede la valutazione di uno specialista in medicina dello sport, con una serie di esami che includono elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo, spirometria, visita cardiologica, controllo della pressione arteriosa ed esame delle urine. Una procedura che rappresenta “un importante strumento di prevenzione”, con standard di sicurezza elevati rispetto a molti altri Paesi.
I benefici dello sport, se praticato con regolarità, sono molteplici: “previene l’obesità, favorisce il confronto con i coetanei, riduce lo stress e migliora la qualità del sonno”, dice Giordano. Inoltre, aiuta a correggere posture scorrette e a ridurre il rischio di traumi legati a una scarsa tonicità muscolare. L’attività fisica dovrebbe far parte della routine settimanale di ogni bambino per almeno due o tre ore.
Attenzione però agli eccessi. Anche lo sport, se praticato in modo intensivo e non adeguato all’età, può diventare controproducente. Il cosiddetto overtraining comporta effetti negativi simili alla sedentarietà, perché corpo e mente non riescono a recuperare. Per questo l’attività deve essere proporzionata allo sviluppo del bambino e crescere in modo graduale: intorno ai dodici anni, tre allenamenti a settimana sono considerati adeguati, con un aumento progressivo nel tempo.
Fondamentale è anche il ruolo dei genitori, che dovrebbero orientarsi più sul sostegno che sul controllo. “È essenziale che il bambino accetti con piacere le ore di sport previste e non le percepisca come un obbligo”. Quando l’attività è vissuta come un gioco e nasce da una motivazione spontanea, il bambino impara naturalmente a dosare energie e riposo.
Lo sport è raccomandato anche per i bambini con patologie croniche, come cardiopatie o diabete, purché adattato alle loro condizioni. È il principio dell’Attività Motoria Preventiva Adattata (AMPA), un esercizio “su misura” che consente di trarre benefici dal movimento in totale sicurezza. L’obiettivo finale è chiaro: promuovere una cultura inclusiva, in cui nessun bambino venga escluso dall’attività fisica, valorizzando salute, benessere e spontaneità.
Bambini: temperatura ideale per dormire in inverno
Ci siamo passate tutte: controllo compulsivo del termometro in cameretta, mano appoggiata sul termosifone alle tre di notte, bimbo che si scopre, si riscopre, suda o sembra freddino. In inverno, far dormire bene i bambini diventa quasi una missione strategica, soprattutto in questo periodo dell’anno in cui influenza, raffreddori e tosse sembrano fare a gara per entrare in casa. Qual è, quindi, la temperatura ideale per dormire bene in inverno?

La temperatura perfetta per la cameretta dei bambini (neonati compresi) è compresa tra 18 e 20 gradi. Sì, lo so: a molte mamme 18 gradi sembrano pochi. Ma la scienza è piuttosto chiara su questo punto.Un ambiente troppo caldo secca le mucose di naso e gola, favorisce tosse, naso chiuso e risvegli notturni, può peggiorare i sintomi influenzali, aumenta la sudorazione (e il rischio che il bimbo si raffreddi quando si scopre)
Un ambiente leggermente fresco, invece, aiuta un sonno più profondo, sostiene il sistema immunitario, riduce la proliferazione di virus e batteri, favorisce una respirazione più regolare. In altre parole: meglio una stanza un po’ fresca e ben vestiti, che una stanza caldissima con bambini sudati.
Termosifoni devono rimanere accesi di notte. La risposta breve è: meglio di no, o almeno non a pieno regime. L’ideale è:scaldare bene la stanza prima di andare a dormire,, spegnere o abbassare i termosifoni durante la notte, mantenere una temperatura stabile, senza sbalzi
Se i termosifoni restano accesi tutta la notte, soprattutto nelle case ben isolate, si rischia di superare facilmente i 21–22 gradi, creando un microclima poco sano per le vie respiratorie. Ed è proprio in questo periodo, con l’influenza in circolazione, che l’aria troppo calda e secca diventa una nemica silenziosa. Se avete un impianto autonomo o programmabile, impostate una temperatura notturna più bassa: il corpo dei bambini (e anche il nostro) ringrazia.
In inverno il vero problema non è solo il caldo, ma l’aria secca. Termosifoni accesi e finestre chiuse regalano mucose disidratate e raffreddori più ostinati. Cosa aiuta davvero? Arieggiare la stanza almeno 10 minuti al giorno, anche se fa freddo, usare un umidificatore, evitare di stendere il bucato sui termosifoni della cameretta.
Come vestire i bambini per dormire bene? Via libera a: pigiami in cotone o caldo cotone, sacco nanna per i più piccoli, lenzuola traspiranti Meglio evitare: pile e materiali sintetici a contatto con la pelle, troppe coperte sovrapposte, cappellini durante il sonno.
Epifania in Italia: cosa fare coi bambini
L’Epifania è il gran finale delle festività natalizie, il giorno in cui la magia resiste ancora un po’ prima di tornare alla normalità. Per i bambini è una festa amatissima: c’è la Befana, ci sono le calze piene di dolci, ma soprattutto ci sono piazze che si animano, eventi speciali e iniziative pensate proprio per le famiglie. In tutta Italia, il 6 gennaio diventa un’occasione perfetta per uscire di casa e vivere una giornata allegra, colorata e condivisa: ecco cosa fare coi bambini.

Secondo la tradizione popolare, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio la Befana vola di casa in casa a bordo della sua scopa, lasciando dolci e piccoli doni ai bambini. È una figura ironica, rassicurante, un po’ burbera ma profondamente buona, che incarna il lato più giocoso delle feste. Ed è proprio lei la protagonista assoluta degli eventi organizzati in molte città italiane.
A Roma l’Epifania ha il suo cuore pulsante in Piazza Navona, che si trasforma in un grande villaggio della Befana. Bancarelle, dolci tradizionali, giostre, artisti di strada e animazione per bambini rendono la piazza un luogo magico dove trascorrere l’intera giornata. Non manca l’arrivo simbolico della Befana, che distribuisce sorrisi e caramelle ai più piccoli.
A Venezia la festa prende una piega unica e spettacolare. Sul Canal Grande va in scena la celebre Regata delle Befane, una gara remiera in cui i partecipanti, vestiti da Befana, sfilano su imbarcazioni storiche. Un evento divertente e surreale che affascina i bambini e trasforma la città in un teatro sull’acqua.
In Toscana l’Epifania è celebrata con eventi diffusi, soprattutto pensati per le famiglie. A Firenze e nei dintorni si organizzano letture animate, laboratori creativi, spettacoli e arrivi scenografici della Befana nelle piazze. In alcune località è possibile partecipare anche a viaggi speciali su treni storici, con animazione a bordo e incontri ravvicinati con la Befana.
In diverse città toscane, come Pistoia, la Befana arriva dall’alto: si cala da torri e campanili tra l’entusiasmo dei bambini. Le piazze si riempiono di giochi, musica e dolciumi, creando un’atmosfera di festa collettiva che coinvolge tutta la famiglia.
A Bologna e in molte località dell’Emilia-Romagna l’Epifania è legata a riti antichi e suggestivi. Accanto agli eventi per bambini e all’arrivo della Befana in piazza, spesso si accende il grande falò della “Vecia”, simbolo dell’anno che si chiude e di quello nuovo che inizia. Un momento affascinante anche per i più piccoli, se vissuto in sicurezza.
Altri appuntamenti
- Urbania (Marche): considerata una delle capitali italiane della Befana, ospita una festa che dura più giorni con parate, mercatini, laboratori e la famosa Casa della Befana, dove i bambini possono incontrarla di persona.
- Savona: qui la Befana arriva dal mare, tra barche, dolci distribuiti sul porto e giochi per i più piccoli.
- Sassari: la Befana si cala dall’alto in piazza, regalando uno spettacolo emozionante e molto amato dai bambini.
- Abruzzo e centro Italia: molte città organizzano feste di quartiere, mercatini e animazioni nelle piazze, ideali per un’Epifania a misura di famiglia.
Vestitevi a strati e con abbigliamento caldo: gran parte degli eventi si svolge all’aperto. Arrivate con un po’ di anticipo per evitare la folla nei momenti clou e scegliete iniziative con spazi dedicati ai bambini, così da alternare gioco e pausa.

Scritto da Annamaria e postato in