Articoli taggati come ‘salute’

Diete fai da te: consigli dell’esperta

Mag 04
Scritto da Annamaria avatar

Tutte noi spesso ci affidiamo a diete fai da te, soprattutto col caldo in arrivo e la prova costume che incombe. Per darci una mano e metterci in guardia arrivano i consigli dell’esperta.  Livia Barba, dirigente medico dell’Unità operativa complessa di Endocrinologia diretta da Francesco Scavuzzo, risponde ai quesiti più in voga. Sono 5 domande sulle tendenze  che riguardano l’alimentazione. Lo fa nella prima puntata di “Primavera in salute”, la nuova rubrica social dell’ospedale Cardarelli di Napoli.

diete fai da te consigli dell esperta

Diete fai da te: “Le diete fai da te, specie se restrittive dal punto di vista calorico, possono determinare veri quadri di scompenso. Possiamo perdere massa muscolare, massa magra, creando sarcopenia e quindi stanchezza, astenia protratta. Inoltre, per la sfera femminile, può determinare alterazioni del ciclo mestruale che vanno dall’irregolarità, quindi l’oligomenorrea, fino all’assenza di ciclo, amenorrea secondaria. Se protratte, queste diete possono poi portare a un abbassamento del metabolismo basale”.

Perdita di peso rapida: “E’ una perdita patologica, perdiamo liquidi e massa muscolare. Per il grasso ci vuole tempo e indicazioni nutrizionali specifiche. Tra l’altro, perdere rapidamente peso ci espone al rischio yo-yo e quindi al recupero rapido. A tal proposito, attenzione alle restrittive autosomministrate. Il digiuno intermittente che va tanto di moda è un importantissimo strumento ma solo in mano a medici nutrizionisti e dietisti”.

Diete estreme: “Diete estreme come le detox, le iperproteiche, i beveroni, possono dare squilibri elettrolitici, sovraccarico renale e anche danno epatico, talvolta determinando malori e anche ricorso al pronto soccorso. Per dimagrire in sicurezza è opportuno fare degli esami sia del sangue che esami clinici”.

Esami da fare: “Dal punto di vista del prelievo è utile dosare glicemia, insulina, profilo lipidico (quindi valutazione del colesterolo e dei trigliceridi), funzionalità renale ed epatica, talvolta la valutazione degli ormoni tiroidei. Dal punto di vista clinico è molto utile la valutazione della bioimpedenziometria, che ci consente di conoscere la quantità di muscolo (quindi massa magra), di grasso e anche di liquidi. Conoscere la composizione corporea di un paziente ci consente di prenderlo in carico in maniera più completa e di seguirlo in maniera ottimale nel tempo. L’uso di questi strumenti porta alla definizione di un piano terapeutico personalizzato: ogni persona è a sé e merita una dieta sartoriale”. 

Contro HPV vaccinazione decisiva

Mar 05
Scritto da Annamaria avatar

“In Italia ogni anno circa 5.000 tumori sono legati al papillomavirus umano. Parliamo di una malattia che, in molti casi, può essere prevenuta grazie alla vaccinazione e allo screening. Per questo guardiamo con favore alla legge in arrivo e rinnoviamo il nostro impegno a fianco delle Istituzioni per rafforzare la prevenzione”. È l’appello del Presidente della Lega Italiana per Lotta contro i Tumori, il prof. Francesco Schittulli, in occasione della Giornata mondiale contro l’HPV, che si è celebrata ieri 4 marzo. Contro l’HPV la vaccinazione è decisiva.

La LILT è infatti tra i firmatari del Manifesto per l’eliminazione dei tumori correlati al papillomavirus (HPV), responsabile nella quasi totalità dei casi del tumore della cervice uterina e associato anche a tumori dell’ano, della vagina, della vulva, del pene e della regione testa-collo. Un virus estremamente diffuso: circa l’80% delle persone sessualmente attive lo contrae almeno una volta nella vita.

L’odierna iniziativa, promossa insieme ad associazioni di pazienti, società scientifiche e organizzazioni civiche per rafforzare le politiche di prevenzione e sostenere le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha come obiettivo l’eliminazione del tumore della cervice uterina, problema di sanità pubblica.

“La vaccinazione anti-HPV rappresenta uno degli strumenti più efficaci di sanità pubblica che abbiamo a disposizione”, sottolinea Schittulli. “È fondamentale continuare a investire sulla prevenzione, sull’informazione corretta e sull’aumento delle coperture vaccinali, soprattutto tra i più giovani”. E questo è l’impegno della LILT anche attraverso i propri ambulatori e la disponibilità di intervento nelle Scuole, avendo sottoscritto un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione finalizzato a promuovere percorsi di educazione alla salute e alla prevenzione.

La comunità scientifica internazionale considera infatti la combinazione tra vaccinazione e screening la strategia più efficace per prevenire i tumori HPV-correlati. Tuttavia, in Italia le coperture vaccinali restano ancora lontane dagli obiettivi fissati a livello internazionale, che puntano a raggiungere entro il 2030 almeno il 90% della popolazione target vaccinata. 

“È fondamentale recuperare i ritardi accumulati negli anni della pandemia e accelerare le coperture vaccinali”, conclude Schittulli. “Solo attraverso una forte alleanza tra istituzioni, sistema sanitario, scuola e associazioni sarà possibile proteggere le nuove generazioni e avvicinarci all’obiettivo di eliminare i tumori HPV-correlati”.

Obesità bambini: come intervenire

Mar 04
Scritto da Annamaria avatar

Oggi, 4 marzo, è la Giornata Mondiale dell’Obesità. I dati sono allarmanti. L’ultimo Rapporto sull’Obesità in Italia della Fondazione Auxologico Irccs di Milano sottolinea che le persone con obesità sono 5,8 milioni nel nostro: fra i tre e i 17 anni il 27 per cento ha già  un eccesso di peso. Come intervenire coi bambini?

Overweight girl with healthy and unhealthy food on light background

Il progetto Resilient dell’Ospedale Bambino Gesù ha certificato che rimettere il moto il metabolismo nei piccoli tra i 6 e gli 11 anni è possibile, come li legge sul Corriere della Sera. Non si tratta solo di modificare l’alimentazione o aumentare l’attività fisica: l’approccio ha lavorato anche sul cervello, sulle abitudini quotidiane e sulle funzioni cognitive, con l’obiettivo di ristabilire l’equilibrio nei meccanismi che regolano appetito, senso di sazietà e dispendio energetico.

Il percorso, della durata di cinque mesi, ha unito educazione nutrizionale, esercizio fisico organizzato, promozione di stili di vita sani e una partecipazione attiva delle famiglie. Per alcuni bambini è stato previsto anche un training cognitivo al computer per rafforzare attenzione e memoria: un supporto che ha mostrato benefici ulteriori sull’autocontrollo, aiutando a consolidare le nuove abitudini nel tempo.

Melania Manco, dell’Unità di Medicina predittiva e preventiva e coordinatrice del progetto, spiega: “Intervenire tra i 6 e gli 11 anni significa agire in una fase di grande plasticità cerebrale, quando è ancora possibile ripristinare i meccanismi centrali che regolano appetito e spesa energetica. Non basta prescrivere una dieta: serve un intervento multidisciplinare, precoce e radicato nella famiglia; occorre agire in una finestra temporale in cui la biologia consente di ripristinare il fisiologico controllo del metabolismo”.

Per quanto riguarda invece i ragazzi tra i 12 e i 18 anni, sono in arrivo nuove linee guida dell’Associazione Medici Endocrinologi dedicate alla gestione del sovrappeso e dell’obesità adolescenziale, con particolare attenzione ai casi che non rispondono ai soli interventi comportamentali basati su dieta e attività fisica.

Affrontare l’obesità significa anche fare i conti con il peso invisibile dei pregiudizi. Lo stigma che spesso accompagna questa condizione può avere effetti profondi, soprattutto sui più giovani, incidendo sull’autostima, sulle relazioni e persino sull’aderenza ai percorsi di cura. Per questo la battaglia non è solo clinica, ma anche culturale.

Un passo importante in questa direzione è l’arrivo della versione europea del glossario di Parole O_Stili, intitolato “Non c’è forma più corretta”. Dopo l’edizione italiana dello scorso anno, il progetto amplia ora i propri confini, portando anche all’estero un messaggio chiaro contro lo stigma legato all’obesità. L’obiettivo è promuovere un linguaggio più rispettoso, preciso e inclusivo.

Come ricorda Rosy Russo, presidente di Parole O_Stili, “Le parole hanno un peso reale: possono ferire, escludere o colpevolizzare chi vive con obesità, ma possono anche diventare strumenti di cura. Con questo glossario vogliamo offrire strumenti linguistici consapevoli e rispettosi, perché cambiare le parole è il primo passo per cambiare lo sguardo e restituire dignità alle persone”.

Un invito a riflettere su quanto il modo in cui parliamo possa influenzare non solo la percezione sociale, ma anche il benessere di chi vive questa condizione ogni giorno.

Malattie rare: sfida parte da screening neonatale

Feb 23
Scritto da Annamaria avatar

Una diagnosi nei primi giorni di vita può cambiare il destino di un bambino. È da qui che inizia la riflessione della Giornata delle Malattie Rare, celebrata il 28 febbraio, che quest’anno accende i riflettori su un tema cruciale: garantire accesso alle terapie e ai trattamenti – farmacologici e non – a tutte le persone con malattia rara, fin dalla nascita. Per le malattie rare la sfida parte dallo screening neonatale.

INFOGRAFICHE RDD 2026 orizzontali Card4 6000 2026 2 (2)

La Società Italiana di Neonatologia (SIN), insieme a UNIAMO Federazione Italiana Malattie Rare, richiama l’attenzione sull’evoluzione dello screening neonatale e sulle nuove prospettive aperte dal sequenziamento genomico. L’obiettivo è ambizioso ma concreto: assicurare diagnosi precoci e percorsi di cura tempestivi, appropriati ed equi per ogni neonato, indipendentemente dalla regione in cui nasce.

Le malattie rare sono più di 7.000 e coinvolgono circa 300 milioni di persone nel mondo. Nel 70% dei casi hanno un’origine genetica e spesso si manifestano già in età pediatrica.

In questo scenario, lo screening neonatale rappresenta una delle più importanti conquiste della medicina preventiva. Con un semplice prelievo effettuato nei primi giorni di vita, è oggi possibile individuare precocemente diverse malattie metaboliche, endocrine e genetiche rare. Una diagnosi tempestiva permette di intervenire subito, modificando in modo significativo il decorso della patologia e migliorando qualità e aspettativa di vita.

Le nuove tecnologie di sequenziamento genomico potrebbero ampliare ulteriormente questo orizzonte, consentendo di identificare rapidamente centinaia di malattie genetiche gravi ma potenzialmente trattabili già in epoca neonatale.

Ma accanto alle opportunità emergono anche interrogativi complessi. Il sequenziamento esteso può infatti individuare varianti genetiche dal significato incerto o legate a malattie a esordio tardivo e non trattabili. Informazioni che rischiano di generare ansia nelle famiglie e di aprire delicati problemi interpretativi. Non tutte le mutazioni si traducono in una malattia clinicamente manifesta e il rischio di sovradiagnosi è reale.

“Si tratta di una prospettiva scientifica di grande rilievo, che potrebbe rafforzare il ruolo dello screening come strumento di prevenzione e di equità su tutto il territorio, ma insieme ad UNIAMO riteniamo indispensabile una ‘cabina di regia’ nazionale”, afferma il Prof. Massimo Agosti, Presidente SIN. “Il principio guida deve restare il migliore interesse del minore e della sua famiglia. Lo screening neonatale deve offrire un beneficio diretto e concreto al neonato, limitandosi alle condizioni per le quali esiste un trattamento efficace. Ogni estensione deve essere valutata con rigore scientifico e responsabilità etica. Fondamentali risultano, inoltre, il consenso informato dei genitori, la tutela dei dati genetici e la garanzia di equità di accesso su tutto il territorio nazionale, per evitare nuove disuguaglianze in un ambito così delicato”.

La genomica neonatale può rappresentare una straordinaria opportunità per la salute pubblica e per le famiglie colpite da malattie rare, ma la sua introduzione deve avvenire all’interno di un quadro normativo chiaro, condiviso e trasparente, affinché resti uno strumento realmente orientato al bene del bambino.

“Gli screening sono programmi di salute pubblica”, sottolinea Luigi Memo, Segretario del Gruppo di Studio di Genetica Clinica Neonatale della SIN, “pensati per migliorare la salute e la qualità di vita del neonato, e non devono trasformarsi in strumenti di raccolta indiscriminata di dati o di sorveglianza genetica. La sfida è coniugare innovazione tecnologica, tutela dei diritti e responsabilità sociale. La combinazione tra diagnosi precoce, terapie innovative e interventi non farmacologici appropriati può realmente cambiare la storia naturale di molte malattie rare, ma questo è possibile solo se l’accesso alle cure è equo, continuo e strutturato”.

Negli ultimi anni, lo sviluppo delle terapie geniche ha aperto scenari fino a poco tempo fa impensabili, soprattutto quando il trattamento viene avviato precocemente. Tuttavia, la cura non si esaurisce nei farmaci o nelle tecnologie avanzate.

Accanto alle terapie farmacologiche è essenziale garantire percorsi assistenziali, riabilitativi, nutrizionali e un supporto multidisciplinare costante. La presa in carico deve essere globale, continuativa e centrata sulla persona.

“Lo screening neonatale esteso è uno straordinario strumento per individuare fin dalla nascita patologie che possono essere trattate prima che compaiano i sintomi”, dichiara la Presidente UNIAMO Annalisa Scopinaro. “I trattamenti possono essere non solo farmacologici ma anche, nella nostra visione, abilitativi e riabilitativi. Bisogna considerare la diagnosi un momento dal quale parte una presa in carico olistica che riguarda tutti gli stakeholders ed è preceduto da tanta informazione. I bambini e le loro famiglie devono essere accompagnati in un percorso di supporto e di cura che non li lasci mai da soli. Dobbiamo essere cauti e coesi rispetto a tutta una serie di tematiche, che hanno risvolti etici importanti. Come affrontare, nel caso degli screening genetici, varianti ancora non conosciute e le possibili influenze sul fenotipo. Genotipi e fenotipi non congruenti. Patologie c.d. late onset, cioè a insorgenza tardiva. Dovremmo scegliere le patologie da screenare con ampio consenso da parte di tutte le comunità coinvolte: scientifica, istituzionale, associativa”.

Per trasformare questa visione in realtà serve un’azione coordinata tra istituzioni, medici specialisti – biologi, genetisti, neonatologi, psicologi – e associazioni delle persone con malattia rara e delle loro famiglie, come UNIAMO. L’obiettivo è costruire un sistema di screening capace di superare le disuguaglianze territoriali. E garantire a ogni neonato, ovunque nasca, il diritto a una diagnosi precoce e alle migliori cure disponibili. Perché nelle malattie rare il tempo conta. E spesso comincia a contare fin dal primo giorno di vita.

Asciugare i panni in casa fa male

Feb 07
Scritto da Annamaria avatar

Finora l’ho fatto spesso, chiaramente in inverno: ho aperto lo stendino in casa e messo le cose bagnate lì affinché si asciugassero. Ora, però, starò più attenta. Asciugare i panni in casa fa male, può provocare reazioni allergiche ai danni del sistema respiratorio. Voi l sapevate? A lanciare l’allarme sulle pagine di Leggo è Claudio Micheletto, direttore dell’Unità operativa complessa di Pneumologia dell’Azienda ospedaliera universitaria di Verona.

Stando all’esperto queste abitudini, piuttosto estese, “possono essere dannose per la salute respiratoria di alcune persone. Un eccessivo tasso di umidità dell’aria, come quello causato dai panni messi ad asciugare in casa senza la giusta aerazione degli ambienti, rappresenta il terreno fertile per la crescita di muffe”. 

Quando i vestiti bagnati asciugano, rilasciano molta acqua nell’aria. Questo fa salire il tasso di umidità, creando un ambiente ideale per muffe, acari della polvere, batteri. Un’aria troppo umida è collegata a problemi respiratori, allergie e peggioramento dell’asma, soprattutto in bambini e persone sensibili.

Le pareti fredde, gli angoli e i soffitti sono i primi punti a risentirne. La muffa può liberare spore nell’aria, irritare vie respiratorie e occhi, peggiorare tosse cronica e raffreddori frequenti. Spesso non si vede subito, ma cresce lentamente.

In un ambiente umido gli acari proliferano, le spore di muffa aumentano e l’aria diventa più pesante. Tutto questo può scatenare starnuti, naso chiuso, tosse notturna e difficoltà respiratorie. L’umidità elevata fa percepire la temperatura come più bassa, portando spesso ad accendere di più il riscaldamento (e consumare di più).

Se l’asciugatura è lenta, inoltre, i tessuti possono sviluppare cattivo odore, si favorisce la crescita batterica nei capi. Se non si hanno alternative:

Apri spesso le finestre
Usa una stanza ben ventilata
Evita camere da letto e stanze dei bambini
Usa un deumidificatore
Distanzia bene i capi sullo stendino

Altrimenti meglio usare l’asciugatrice o mettere i capi sul balcone o in un locale lavanderia con la finestra.

Febbre e scuola: quando tenere i bimbi a casa

Feb 05
Scritto da Annamaria avatar

Nelle ultime settimane la polemica è esplosa sui social: Matteo Giunta, marito di Federica Pellegrini, si è pubblicamente scagliato contro quei genitori che mandano i figli all’asilo o a scuola nonostante la febbre o sintomi influenzali, definendoli “irresponsabili”. Le sue parole, durissime, arrivano in un momento in cui l’influenza stagionale è particolarmente diffusa e le famiglie si confrontano quotidianamente con il dilemma di mandare o no il bambino malato in collettività. Ma oltre ai toni forti dei messaggi social, cosa dicono i pediatri su febbre e scuola? Quando tenere i bimbi a casa per non mettere a rischio la sua salute e quella dei compagni?

febbre e scuola quando tenere i bimbi a casa

Secondo Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria, che ne ha parlato al Corriere della Sera, è importante guardare oltre la semplice presenza o assenza di febbre. In questa stagione influenzale, soprattutto nei bambini sotto i 5 anni, fascia che si ammala di più, è buona regola non mandare a scuola un bambino che non sta bene, anche se non ha la febbre alta.

Il motivo? Le malattie influenzali e virali deprimono le difese immunitarie, rendendo il bambino più vulnerabile a ricadute e a infezioni secondarie. Inoltre, molte di queste infezioni si trasmettono proprio nei giorni precedenti la comparsa dei sintomi e durante tutto il periodo in cui i piccoli sono sintomatici, aumentando il rischio di contagio tra i compagni.

Una regola pratica, ripresa anche da diverse indicazioni pediatriche internazionali, è semplice:
restare a casa almeno 24 ore dopo che la febbre è scomparsa senza l’uso di antipiretici. Come spiega Agostiniani, se un bambino ha recuperato il suo comportamento abituale, è attivo, gioca, si idrata bene e ha perso i segni di malessere, è presumibilmente pronto a tornare in classe. In altre parole, non basta che la temperatura rientri nei valori normali grazie a un farmaco: è importante che l’intero quadro clinico sia migliorato.

Mantenere a casa i bambini malati non è soltanto una questione di comfort o di evitare che “stiano male di nuovo”: ha un valore più ampio di tutela collettiva. Le infezioni respiratorie si diffondono facilmente in ambienti chiusi come aule e asili. Un bambino influenzato può essere fonte di contagio anche quando i sintomi sono lievi. La scuola non è un sostituto della convalescenza: tornare troppo presto rischia di allungare i tempi di guarigione.

Giunta nelle sue storie ha sottolineato che “quello che per qualcuno è ‘solo febbre’, per altri può significare complicazioni o ospedale”: un richiamo forte alla responsabilità non solo individuale, ma collettiva.

La legge in molte regioni italiane non richiede obbligatoriamente un certificato medico per il rientro dopo una semplice febbre o un’influenza, ma le indicazioni pediatriche suggeriscono sempre di confrontarsi con il medico di famiglia per un quadro personalizzato. Il buon senso, infatti, rimane la bussola più utile nei casi in cui i sintomi non sono netti o quando si torna troppo rapidamente alla vita di comunità.

Influenza: come curarla

Dic 09
Scritto da Annamaria avatar

L’influenza è arrivata e si avvia verso il picco. I più colpiti sono i bambini sotto i 4 anni, con un incidenza di 3 volte maggiore rispetto alla media. Come curarla?

influenza come curarla

I sintomi dell’influenza dovuta al nuovo virus A/H1N1 sono simili a quelli della “classica” influenza stagionale:

febbre
sintomi respiratori come tosse o naso che cola
male di gola
altri possibili sintomi come:
dolori fisici (in particolare, dolore muscolare)
mal di testa
brividi
affaticamento
vomito o diarrea in alcuni casi.

Matteo Bassetti all’Ansa spiega come curarla: “No agli antibiotici: non servono e fanno solo danni, limitare integratori, assumere paracetamolo solo con febbre oltre i 38-38,5°C, gli antinfiammatori (ibuprofene, ketoprofene, aspirina) solo se c’è importante infiammazione delle alte vie respiratorie, riposo, isolamento e mascherina quando occorre”. 

Il direttore delle Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova raccomanda alimentazione equilibrata: “Le vitamine devono venire dalla dieta, non dagli integratori: frutta, verdura, agrumi”. E conclude:  “Il vaccino non è un favore che fate al sistema sanitario, ma a voi stessi. L’influenza non è mai banale”. Per lui la soluzione migliore è vaccinarsi.

Burnout materno

Dic 07
Scritto da Annamaria avatar

Quando si parla di burnout, molti immaginano immediatamente l’ambito lavorativo: scadenze, stress cronico, responsabilità pressanti. Ma esiste una forma meno discussa e altrettanto impattante: il burnout materno, una condizione di esaurimento emotivo, fisico e mentale che colpisce molte mamme, spesso in silenzio.

burnout materno

Il burnout materno è uno stato di profonda stanchezza legato al ruolo genitoriale. Non è “semplice stress” né un momento passeggero di fatica: è una condizione che può compromettere il benessere della mamma e la qualità della relazione con i figli e con il partner.

I segnali tipici includono:

  • Esaurimento emotivo: sentirsi “vuote”, senza più energie.
  • Distanza emotiva dai figli: amare i propri bambini, ma percepirli come “troppo” o sentirsi sopraffatte dalla loro presenza.
  • Senso di inefficacia: percepire di non essere “abbastanza”, nonostante gli sforzi continui.
  • Irritabilità e senso di colpa: un loop emotivo difficile da spezzare.

Le mamme spesso si trovano al centro di aspettative altissime: essere presenti, accudenti, pazienti, organizzate, performanti sul lavoro e perfette nella gestione della casa. A questa pressione sociale si aggiungono altri fattori come:

  • Carico mentale sproporzionato
    Non si tratta solo di “fare”, ma di ricordare, pianificare, anticipare i bisogni di tutti.
  • Mancanza di supporto
    Le famiglie moderne sono spesso più isolate rispetto al passato: meno aiuti, meno reti, più solitudine.
  • Poca cura di sé
    Tra figli, lavoro e casa, il tempo per la propria salute e il proprio benessere è spesso l’ultima voce della lista.
  • Idealizzazione della maternità
    L’idea che una “buona mamma” debba essere sempre felice, realizzata e presente crea aspettative irrealistiche e un grande senso di fallimento.

Il burnout materno non arriva all’improvviso: si insinua piano. I campanelli d’allarme possono includere:

  • svegliarsi già stanche e senza motivazione
  • avere la sensazione di vivere in pilota automatico
  • perdere interesse per attività prima piacevoli
  • sentirsi intrappolate nel ruolo
  • provare frustrazione frequente, anche con minimi stimoli

Se questi sintomi persistono per settimane o mesi, è importante non ignorarli.

Cosa si può fare?

1. Chiedere aiuto (e accettarlo)

Delegare non è un fallimento. Può significare coinvolgere più il partner, chiedere ai familiari, o organizzare una rete di supporto.

2. Prendersi spazi personali senza sensi di colpa

Anche solo mezz’ora al giorno di attività rigeneranti può fare la differenza: una passeggiata, una lettura, qualche minuto di silenzio.

3. Fare chiarezza sul carico mentale

Listare le responsabilità e redistribuirle in modo equilibrato può ridurre drasticamente la pressione quotidiana.

4. Parlare con un professionista

Psicologi e psicoterapeuti possono offrire strumenti concreti per riconoscere e gestire il burnout, senza giudizio.

5. Rompere il mito della mamma perfetta

Accettare che esistono giornate difficili non significa essere cattive madri: significa essere umane.