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Alcol in gravidanza: zero è l’unica scelta

Set 03
Scritto da Annamaria avatar

Alcol in gravidanza? Zero è l’unica scelta sicura. Bere alcol durante la gravidanza può avere conseguenze permanenti sullo sviluppo del bambino. Eppure, nonostante si tratti di un rischio completamente prevenibile, i Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico continuano a essere poco conosciuti e, soprattutto, spesso sottodiagnosticati.

alcol in gravidanza zero l unica scelta

In occasione della Giornata Internazionale della Sindrome Feto-Alcolica e dei disturbi correlati (FAS/FASD), che si celebra il 9 settembre, la Società Italiana di Neonatologia (SIN) torna a porre l’attenzione su un tema di grande importanza per la salute di mamme e bambini: in gravidanza non esiste una quantità di alcol considerata sicura. La prevenzione parte da un messaggio semplice, ma fondamentale: la scelta più sicura è zero alcol.

L’esposizione all’alcol durante la vita fetale può compromettere lo sviluppo del sistema nervoso centrale e di altri organi. Le conseguenze possono essere evidenti fin dalla nascita oppure manifestarsi più avanti, durante l’infanzia o l’adolescenza, attraverso difficoltà cognitive, comportamentali, relazionali e di apprendimento.

La Sindrome Feto-Alcolica e i disturbi correlati rappresentano infatti una delle principali cause prevenibili di alterazione del neurosviluppo e di disabilità in età evolutiva. Ogni bambino che nasce con la Sindrome Feto-Alcolica rappresenta un caso completamente prevenibile. Eppure, molti bambini non ricevono una diagnosi nei primi anni di vita. In alcuni casi le difficoltà emergono solo successivamente, quando iniziano a manifestarsi problemi nell’apprendimento, nel comportamento o nelle relazioni con gli altri.

“La prevenzione della FASD richiede un approccio che inizi prima del concepimento e continui durante la gravidanza, con un messaggio semplice e scientificamente fondato: in gravidanza la scelta più sicura è zero alcol”, sottolinea la dott.ssa Adele Minutillo.

Il medico del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità aggiunge: “Il progetto ‘Salute materno-infantile: formazione degli operatori sociosanitari ed empowerment delle giovani donne (18-24 anni) sui rischi connessi al consumo di alcol in gravidanza’, (gennaio 2024 – luglio 2026), con il supporto del Ministero della Salute, ha integrato monitoraggio dell’esposizione prenatale, formazione degli operatori e informazione dei giovani. I risultati hanno mostrato nella maggior parte dei casi la non completa astensione dall’alcol, raccomandazione fondamentale per le gestanti e per le coppie che stanno programmando una gravidanza. Ciò conferma la necessità di una prevenzione condivisa, non stigmatizzante e capace di coinvolgere donne, partner, famiglie, professionisti sanitari e comunità”.

Un aspetto particolarmente importante riguarda il periodo precedente al concepimento. Anche quando si sta cercando una gravidanza, o quando questa potrebbe verificarsi, la raccomandazione resta la stessa.

Durante la gravidanza e già nel periodo preconcezionale, quando si ricerca una gravidanza o questa potrebbe verificarsi, non esiste una quantità di alcol che possa essere considerata sicura. Per questo motivo, la prevenzione a zero alcol rappresenta il più importante strumento di sanità pubblica per ridurre l’incidenza dei Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico”, afferma Massimo Agosti, Presidente SIN. 

“Ogni nuovo caso di Sindrome Feto-Alcolica ricorda quanto sia necessario rafforzare le strategie di prevenzione e di informazione rivolte alle donne in età fertile e alle coppie. Ma il nostro compito non si esaurisce con la prevenzione: il periodo perinatale rappresenta un’opportunità unica per individuare precocemente i neonati a rischio e avviare tempestivamente la presa in carico. Ricordiamo, inoltre, che anche durante l’allattamento l’opzione più sicura è non consumare alcol: l’etanolo passa nel latte materno”, chiarisce ancora.

Accanto alla prevenzione, è fondamentale anche la diagnosi tempestiva. La Sindrome Feto-Alcolica, conosciuta con l’acronimo FAS, rappresenta la forma più grave dello spettro. Ma non tutti i bambini esposti all’alcol durante la gravidanza presentano i segni più evidenti della sindrome.

In molti casi le caratteristiche fisiche possono essere assenti o poco riconoscibili e i problemi neurologici e comportamentali emergono soltanto con il passare degli anni. Per questo i FASD vengono spesso definiti una “disabilità invisibile”.

Un bambino può apparire perfettamente sano nei primi anni di vita e manifestare solo successivamente difficoltà importanti nello sviluppo, nell’apprendimento o nella gestione delle emozioni. Riconoscere precocemente l’esposizione prenatale all’alcol permette invece di attivare controlli, percorsi diagnostici e interventi riabilitativi adeguati.

La collaborazione tra i diversi professionisti sanitari è essenziale. L’anamnesi della mamma, la valutazione dei fattori di rischio, l’esame del neonato e l’osservazione della relazione tra madre e bambino possono aiutare a individuare situazioni che richiedono maggiore attenzione.

Il neonatologo ha quindi un ruolo centrale, soprattutto nei primi giorni di vita del bambino. Quando emerge un sospetto diagnostico, è importante garantire una continuità assistenziale anche dopo la dimissione dall’ospedale, coinvolgendo il pediatra e i servizi territoriali.

Il follow-up rappresenta il naturale proseguimento dell’assistenza neonatale”, sottolinea Luigi Memo, Segretario del Gruppo di Studio di Genetica Clinica Neonatale della SIN. “Il neonatologo è spesso il primo specialista ad avere l’opportunità di porre il sospetto diagnostico. Questo richiede competenze specifiche, ma anche la capacità di lavorare in rete. Nei casi dubbi, il confronto con il genetista clinico è fondamentale sia per escludere condizioni ereditarie che possono presentare manifestazioni cliniche sovrapponibili ai Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico, sia per evitare diagnosi improprie. Una diagnosi accurata e tempestiva rappresenta il presupposto indispensabile per costruire il percorso assistenziale più appropriato per il neonato e la sua famiglia”, precisa.

Negli ultimi anni la ricerca sui Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico ha fatto passi avanti importanti. Anche in Italia sono state pubblicate le prime Linee Guida dedicate ai FASD, con l’obiettivo di rendere più omogenei i criteri diagnostici e garantire una presa in carico multidisciplinare.

La ricerca internazionale sta inoltre approfondendo i meccanismi attraverso cui l’alcol può interferire con lo sviluppo fetale e sta studiando nuovi biomarcatori per individuare l’esposizione durante la gravidanza.

Ma le conoscenze scientifiche devono tradursi in percorsi concreti per le famiglie. Ostetrici, ginecologi, neonatologi, pediatri, neuropsichiatri infantili, genetisti, psicologi e terapisti della riabilitazione devono poter lavorare insieme.

Riteniamo fondamentale per ogni Neonatologia italiana l’adozione di protocolli condivisi per l’identificazione dei neonati a rischio, per la dimissione protetta, per il collegamento con il territorio e per l’accesso ai programmi di follow-up neuroevolutivo. Solo una rete assistenziale realmente integrata può garantire ai piccoli e alle loro famiglie un percorso tempestivo, continuo e appropriato”, conclude il Presidente SIN Agosti.

La regola ABCDE

Ago 22
Scritto da Annamaria avatar

Prendersi cura della pelle è un gesto importante a ogni età. D’estate, complice una maggiore esposizione al sole, è ancora più utile imparare a osservare nei e macchie cutanee, sia nei grandi che nei bambini. Non significa allarmarsi, ma conoscere il proprio corpo e sapere quando è il momento di chiedere il parere di uno specialista. A spiegare la regola ABCDE, ossia come orientarsi nell’autoesame della pelle, è Rossana Berardi, ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche, direttrice della Clinica oncologica dell’AOU delle Marche e presidente eletta dell’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), in dichiarazioni rilasciate all’Adnkronos Salute.

La prevenzione passa anche dall’osservazione. Controllare periodicamente la pelle permette di accorgersi di eventuali cambiamenti e intervenire tempestivamente se qualcosa appare diverso dal solito. Questo vale anche per i bambini. Sebbene il melanoma in età pediatrica sia raro, è comunque una buona abitudine che i genitori imparino a osservare i nei dei figli, soprattutto dopo l’estate o se in famiglia sono presenti precedenti di tumori della pelle.

Per rendere più facile l’autoesame, i dermatologi utilizzano la regola ABCDE, uno strumento pratico che aiuta a riconoscere eventuali segnali da non sottovalutare.

A come Asimmetria
Se dividendo idealmente un neo a metà, le due parti risultano molto diverse tra loro, è opportuno farlo controllare.

B come Bordi
Un neo con contorni irregolari, frastagliati o poco definiti merita attenzione, mentre normalmente i bordi sono lisci e regolari.

C come Colore
Un colore uniforme è generalmente rassicurante. Se invece nello stesso neo sono presenti diverse tonalità di marrone, nero, rosso, bianco o altri colori, è consigliabile una visita dermatologica.

D come Diametro
I nei con un diametro superiore ai 6 millimetri vanno osservati con particolare attenzione. Anche lesioni più piccole, però, possono richiedere un controllo se cambiano nel tempo.

E come Evoluzione
È forse il parametro più importante. Qualsiasi cambiamento nella forma, nelle dimensioni, nel colore oppure la comparsa di prurito, sanguinamento o altri sintomi rappresenta un motivo valido per rivolgersi al dermatologo.

Come sottolinea Rossana Berardi, è bene consultare uno specialista quando compare una nuova lesione cutanea, una ferita che non guarisce, un’area della pelle che sanguina o forma ripetutamente una crosta, oppure quando un neo cambia aspetto. L’esperta ricorda inoltre che anche un solo criterio della regola ABCDE è sufficiente per richiedere una visita dermatologica. Questo non significa che si tratti necessariamente di qualcosa di grave: nella maggior parte dei casi la lesione risulterà benigna, ma solo la valutazione dello specialista può confermarlo con certezza.

Così come si insegna ai figli a lavarsi i denti o a usare la crema solare, anche osservare la propria pelle può diventare una sana abitudine familiare. Dopo una giornata al mare o durante il bagnetto serale, basta qualche minuto per dare un’occhiata ai nei dei più piccoli, senza ansia ma con attenzione. La prevenzione non richiede gesti complicati.

Pipì a letto dopo i 5 anni: errori da evitare

Ago 07
Scritto da Annamaria avatar

La pipì a letto dopo i 5 anni è un problema molto più comune di quanto si pensi. L’enuresi notturna interessa infatti molti bambini in età scolare e, nella maggior parte dei casi, non dipende da pigrizia, dispetti o cattive abitudini. Eppure, spesso sono proprio le reazioni degli adulti a far sentire il bambino in colpa, peggiorando il disagio. Ecco gli errori da evitare se vostro figlio continua a bagnare il letto durante la notte.

pipi a letto dopo i 5 anni errori da evitare

1. Non sgridarlo

La prima regola è semplice: mai rimproverare il bambino. Non lo fa apposta e non può controllarlo durante il sonno. Frasi come “Sei troppo grande” oppure “Devi impegnarti di più” rischiano solo di aumentare ansia, vergogna e senso di colpa.

2. Non umiliarlo davanti agli altri

Può sembrare una battuta innocente, ma raccontare a nonni, amici o fratelli che il bambino fa ancora la pipì a letto può ferirlo profondamente. L’enuresi è un tema molto delicato e va affrontato con discrezione e rispetto della sua privacy.

3. Non punirlo

Niente castighi, niente giochi tolti e nessuna punizione. L’enuresi è un disturbo involontario: punire un bambino per qualcosa che non può controllare non serve a risolvere il problema, ma rischia di compromettere la sua autostima.

4. Non svegliarlo ogni notte per farlo andare in bagno

Molti genitori impostano la sveglia nel cuore della notte pensando di prevenire l’incidente. In realtà questa soluzione non insegna al bambino a riconoscere lo stimolo e può disturbare il sonno di tutta la famiglia. Se il problema persiste, è meglio confrontarsi con il pediatra per valutare le strategie più adatte.

5. Non limitare drasticamente l’acqua

Far bere poco durante la giornata è un errore. Il bambino deve mantenersi ben idratato. È sufficiente evitare grandi quantità di liquidi poco prima di andare a dormire e limitare le bevande zuccherate o contenenti caffeina.

6. Non ignorare il problema

Se dopo i 5 anni la pipì a letto continua con una certa frequenza, è opportuno parlarne con il pediatra. Nella maggior parte dei casi si tratta di una fase destinata a risolversi, ma il medico può escludere eventuali cause mediche e suggerire il percorso più adatto.

7. Non confrontarlo con altri bambini

Ogni bambino ha i propri tempi di maturazione. Dire frasi come “Tua sorella alla tua età non lo faceva” oppure “I tuoi amici dormono già senza problemi” non aiuta e aumenta solo la pressione emotiva.

8. Non trasformare il letto in un motivo di ansia

Cambiare le lenzuola con serenità, usare un coprimaterasso impermeabile e rassicurare il bambino sono piccoli gesti che fanno una grande differenza. L’obiettivo è fargli capire che può contare sull’aiuto dei genitori, senza sentirsi giudicato.

La buona notizia è che nella maggior parte dei casi l’enuresi notturna tende a risolversi spontaneamente con la crescita. Affrontarla con pazienza, comprensione e senza colpevolizzare il bambino è il modo migliore per aiutarlo a vivere questa fase con serenità. Se gli episodi sono frequenti o persistono nel tempo, una visita dal pediatra permetterà di individuare le eventuali cause e trovare insieme la soluzione più adatta.

“È importante che i genitori riferiscano al più presto il disturbo al pediatra – spiega Manuela Trinci, psicoterapeuta dell’età evolutiva e referente scientifico di Ludobiblio, IRCCS Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze-. Non c’è nulla di cui vergognarsi, ma è necessario aiutare il bambino a superare questa fase. Talvolta l’enuresi si manifesta in concomitanza con un disagio a scuola, difficoltà con gli amichetti o la separazione dei genitori. Il pediatra valuterà il bambino e potrà consigliare, se necessario, il supporto di uno psicologo. Creare una rete di sostegno composta da genitori, pediatra, insegnanti ed eventualmente psicoterapeuta è la strategia migliore per supportarlo in un momento di difficoltà”.

Crisi ipotensiva in estate

Lug 27
Scritto da Annamaria avatar

Il caldo intenso di questi giorni può mettere a dura prova l’organismo, soprattutto quello dei bambini, degli anziani e dei genitori che trascorrono molte ore sotto il sole. Tra i disturbi più frequenti c’è la crisi ipotensiva in estate, un improvviso calo della pressione che può provocare debolezza, capogiri e persino svenimenti. A parlarne è l’infettivologo Matteo Bassetti, che nei giorni scorsi ha raccontato sui social di aver vissuto personalmente un episodio di ipotensione. “Avevo giramenti di testa, mi sentivo veramente fiacco, molle, non riuscivo davvero a fare niente”, ha spiegato, cogliendo l’occasione per ricordare quanto sia importante riconoscere i segnali e intervenire subito.

crisi ipotensiva in estate

Secondo Bassetti, durante l’estate il principale responsabile è il caldo: “Principalmente dalla vasodilatazione periferica indotta dal caldo e dalla perdita di liquidi e sali minerali attraverso la sudorazione”. Quando le temperature sono elevate, infatti, i vasi sanguigni si dilatano per disperdere il calore corporeo. Se a questo si aggiungono sudorazione abbondante e una scarsa idratazione, la pressione può abbassarsi rapidamente.

Anche se la crisi ipotensiva è più frequente negli adulti e in chi assume farmaci per l’ipertensione, i bambini possono accusare malesseri legati al caldo, soprattutto dopo molte ore trascorse al sole, attività fisica intensa o se bevono troppo poco. I segnali da non sottovalutare sono:

  • pallore improvviso;
  • debolezza;
  • capogiri;
  • nausea;
  • sonnolenza;
  • vista offuscata;
  • difficoltà a stare in piedi;
  • svenimento.

Se il bambino manifesta questi sintomi, è importante spostarlo subito in un luogo fresco e chiedere assistenza medica se il malessere non migliora rapidamente.

L’infettivologo ricorda che è fondamentale intervenire tempestivamente: “Riconoscere i segnali d’allarme e agire tempestivamente è fondamentale per evitare giramenti di testa, svenimenti e cadute traumatiche”. In caso di lieve crisi ipotensiva è consigliabile: far sdraiare la persona in un luogo fresco e ventilato; sollevare leggermente le gambe; offrire acqua a piccoli sorsi, se è vigile; allentare eventuali indumenti stretti; evitare di rialzarsi bruscamente. Se compare una perdita di coscienza, il malessere persiste o i sintomi sono importanti, è necessario contattare immediatamente il medico o il 112.

Secondo Bassetti, la prevenzione parte da piccoli gesti quotidiani. Bere prima di avere sete: “Bevi almeno 1,5-2 litri di acqua al giorno, anticipando lo stimolo della sete”. Per i bambini significa offrire acqua frequentemente, anche quando non la chiedono, soprattutto durante il gioco o in spiaggia. Scegliere pasti leggeri Meglio preferire pasti piccoli e frequenti. Bassetti consiglia di evitare “digestioni lunghe e pasti ricchi di carboidrati, che causano ipotensione post-prandiale” e di consumare frutta e verdura ricche di potassio e magnesio, come banane e albicocche. Tra le 11 e le 16 è preferibile evitare l’esposizione diretta al sole, soprattutto con i più piccoli. Il medico invita anche a dire “no ad alcol e calore estremo”, evitando saune, bagni turchi e lunghe esposizioni nelle ore centrali della giornata.

Anche un gesto semplice può fare la differenza. “Passa dalla posizione sdraiata a quella eretta per gradi, soffermandoti qualche istante seduto”, raccomanda Bassetti. Tra i rimedi fai-da-te ce n’è uno molto diffuso che, secondo l’infettivologo, non è la soluzione: “Non fare l’errore di prendere acqua e zucchero”. Molto meglio reintegrare correttamente liquidi e sali minerali seguendo le indicazioni del proprio medico, soprattutto nei soggetti più fragili.

Estate: vademecum per i bambini celiaci 

Lug 24
Scritto da Annamaria avatar

L’estate è sinonimo di gelati, giornate al mare, cene all’aperto e vacanze in famiglia. Ma per i genitori di un bambino celiaco questo periodo richiede anche un pizzico di attenzione in più. La buona notizia? Con qualche accorgimento è possibile godersi ogni momento senza rinunce. A ricordarlo è Adnkronos Salute, che riporta i consigli degli esperti dell’Aigo (Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti digestivi ospedalieri), sottolineando come il vero nemico non sia soltanto il glutine, ma soprattutto il rischio di contaminazione quando si mangia fuori casa. Ecco un vademecum per i bambini celiaci.

estate vademecum per i bambini celiaci 1

Molti alimenti estivi sono naturalmente privi di glutine: frutta fresca, insalate, carne e pesce alla griglia, legumi. Il rischio nasce, invece, durante la preparazione. Un esempio? Un gelato artigianale può contaminarsi se vengono utilizzate le stesse palette per gusti con e senza glutine. Anche le patatine fritte sono sicure solo se cotte in una friggitrice dedicata, mentre perfino una semplice fetta d’anguria può diventare un problema se tagliata sullo stesso tagliere usato per pane o focacce.

La celiachia è una malattia autoimmune cronica che colpisce circa una persona su cento e il numero delle diagnosi continua a crescere. La gastroenterologa Maria Carla Di Paolo, vicepresidente nazionale Aigo, ricorda un aspetto fondamentale: “Nel sospetto di celiachia è importante non sospendere autonomamente l’assunzione di glutine, perché la dieta senza glutine può far regredire le alterazioni laboratoristiche e istologiche, rendendo più difficile o ritardando la diagnosi”. Per questo motivo, se il bambino presenta sintomi sospetti è sempre necessario rivolgersi al pediatra o allo specialista prima di modificare l’alimentazione.

Quando si è in vacanza, la prevenzione passa soprattutto dalla comunicazione. Come spiega la Di Paolo: “È importante comunicare chiaramente la propria condizione al cameriere e al cuoco, chiedere se esiste un menù senza glutine e informarsi sulle procedure adottate per evitare la contaminazione”. Sempre più ristoranti e stabilimenti balneari sono preparati ad accogliere clienti celiaci: chiedere informazioni non è un capriccio, ma una necessità.

Le regole? Per affrontare le vacanze con serenità può essere utile seguire alcune semplici abitudini:

  • scegliere ristoranti che propongano un menù senza glutine;
  • chiedere sempre come vengono preparati i piatti;
  • controllare attentamente le etichette dei prodotti confezionati;
  • portare con sé pane, cracker o snack gluten free, soprattutto durante gite o escursioni;
  • evitare possibili contaminazioni con utensili, taglieri e oli di frittura condivisi.

La sensibilità al glutine non celiaca è una condizione diversa dalla celiachia. Come precisa l’esperta: “La sensibilità al glutine non celiaca è una diagnosi di esclusione. Comprende disturbi digestivi ed extra-digestivi legati all’assunzione di frumento, non necessariamente solo al glutine”. In questi casi non è richiesta la stessa rigorosa eliminazione del glutine necessaria invece per chi è affetto da celiachia.

Il messaggio degli esperti è rassicurante: avere un bambino celiaco non significa rinunciare alle vacanze o ai momenti di convivialità. Di Paolo conclude: “Il consiglio per i soggetti celiaci è affrontare con serenità la sfida estiva, senza limitare la propria socialità, ma comunicando il proprio stato, responsabilizzando i ristoratori e continuando a leggere le etichette.”

Diabete nei bambini: 5 regole per affrontarlo 

Giu 08
Scritto da Annamaria avatar

Ricevere una diagnosi di diabete per il proprio figlio è uno di quei momenti che può spaventare qualsiasi genitore. Le domande si affollano nella mente, le preoccupazioni aumentano e tutto sembra improvvisamente più complicato. Eppure, secondo gli esperti, il diabete nei bambini non deve essere visto solo come una sfida, ma anche come un percorso che può insegnare a tutta la famiglia nuove competenze, consapevolezza e forza. È questo il messaggio emerso durante il convegno “Il diabete incontra una persona”, organizzato a San Marino dallo psicologo dell’età evolutiva Riccardo Venturini, che da anni si occupa di accompagnare bambini e famiglie nella gestione della malattia. Ecco 5 regole per affrontarlo.

Young boy getting a vaccine.

Il diabete non riguarda mai soltanto il bambino. Coinvolge mamma, papà, fratelli e tutte le persone che fanno parte della sua quotidianità. Per questo motivo è importante affrontarlo insieme, senza sentirsi soli. Secondo Venturini, una diagnosi di diabete può diventare l’occasione per sviluppare una maggiore attenzione verso la salute, il benessere e la qualità della vita di tutta la famiglia.

Gli esperti suggeriscono alcuni punti fondamentali che possono aiutare genitori e figli a vivere questa esperienza con maggiore serenità. Le 5 regole per affrontare il diabete nei bambini: 

1. Essere consapevoli e affrontare insieme i momenti difficili

La prima regola è non ignorare le difficoltà. Le paure, i dubbi e i cambiamenti fanno parte del percorso. Affrontarli insieme aiuta il bambino a sentirsi protetto e sostenuto.

2. Imparare ad ascoltarsi

La comunicazione è fondamentale. I bambini devono sentirsi liberi di esprimere emozioni, preoccupazioni e disagi, mentre i genitori devono imparare ad ascoltare senza giudicare. I problemi possono essere affrontati e risolti un passo alla volta.

3. Fare squadra

Quando si parla di diabete non esistono “io” e “tu”. Esiste un “noi”. Sentirsi una squadra aiuta il bambino a non vivere la malattia come un peso da portare da solo.

4. Dare spazio alle emozioni

Paura, rabbia, tristezza ma anche speranza e fiducia: tutte le emozioni meritano di essere accolte. Imparare a riconoscerle e gestirle è una parte importante del percorso.

5. Guardare sempre all’obiettivo: vivere meglio

Il traguardo non è semplicemente controllare la glicemia, ma costruire una vita piena, attiva e soddisfacente. Oggi, grazie ai progressi della medicina, i bambini con diabete possono praticare sport, viaggiare, studiare e realizzare i propri sogni.

Gli specialisti ricordano che uno stile di vita sano è fondamentale sia per la prevenzione sia per la gestione del diabete. Una corretta alimentazione dovrebbe prevedere:

  • frutta e verdura ogni giorno;
  • cereali integrali;
  • proteine di qualità;
  • legumi;
  • una buona quota di fibre.

Andrebbero invece limitati:

  • bevande zuccherate;
  • snack industriali;
  • alimenti ultraprocessati;
  • eccesso di sale;
  • grassi saturi;
  • consumo frequente di carni rosse.

L’obiettivo non deve essere quello di proibire, ma di educare. I bambini imparano soprattutto dall’esempio degli adulti.

Un altro messaggio emerso dal convegno riguarda l’importanza dell’attività fisica. Muoversi regolarmente aiuta a controllare meglio la glicemia, favorisce il benessere psicologico e aumenta l’autostima.Non a caso alcuni esperti definiscono lo sport una vera e propria “terapia naturale” per chi convive con il diabete.

In Italia sono circa 17 mila i ragazzi sotto i 20 anni che convivono con il diabete di tipo 1. A questi si aggiungono sempre più casi di diabete di tipo 2, favorito dall’aumento dell’obesità infantile. La buona notizia è che oggi la ricerca continua a fare passi avanti, con farmaci sempre più efficaci e strumenti che permettono di gestire la malattia con maggiore semplicità. Per le famiglie, però, la risorsa più importante resta una: affrontare il percorso insieme. Con informazione, dialogo, supporto reciproco e fiducia nel futuro. Perché il diabete cambia alcune abitudini, ma non impedisce ai bambini di crescere felici, attivi e pieni di progetti.

Diete fai da te: consigli dell’esperta

Mag 04
Scritto da Annamaria avatar

Tutte noi spesso ci affidiamo a diete fai da te, soprattutto col caldo in arrivo e la prova costume che incombe. Per darci una mano e metterci in guardia arrivano i consigli dell’esperta.  Livia Barba, dirigente medico dell’Unità operativa complessa di Endocrinologia diretta da Francesco Scavuzzo, risponde ai quesiti più in voga. Sono 5 domande sulle tendenze  che riguardano l’alimentazione. Lo fa nella prima puntata di “Primavera in salute”, la nuova rubrica social dell’ospedale Cardarelli di Napoli.

diete fai da te consigli dell esperta

Diete fai da te: “Le diete fai da te, specie se restrittive dal punto di vista calorico, possono determinare veri quadri di scompenso. Possiamo perdere massa muscolare, massa magra, creando sarcopenia e quindi stanchezza, astenia protratta. Inoltre, per la sfera femminile, può determinare alterazioni del ciclo mestruale che vanno dall’irregolarità, quindi l’oligomenorrea, fino all’assenza di ciclo, amenorrea secondaria. Se protratte, queste diete possono poi portare a un abbassamento del metabolismo basale”.

Perdita di peso rapida: “E’ una perdita patologica, perdiamo liquidi e massa muscolare. Per il grasso ci vuole tempo e indicazioni nutrizionali specifiche. Tra l’altro, perdere rapidamente peso ci espone al rischio yo-yo e quindi al recupero rapido. A tal proposito, attenzione alle restrittive autosomministrate. Il digiuno intermittente che va tanto di moda è un importantissimo strumento ma solo in mano a medici nutrizionisti e dietisti”.

Diete estreme: “Diete estreme come le detox, le iperproteiche, i beveroni, possono dare squilibri elettrolitici, sovraccarico renale e anche danno epatico, talvolta determinando malori e anche ricorso al pronto soccorso. Per dimagrire in sicurezza è opportuno fare degli esami sia del sangue che esami clinici”.

Esami da fare: “Dal punto di vista del prelievo è utile dosare glicemia, insulina, profilo lipidico (quindi valutazione del colesterolo e dei trigliceridi), funzionalità renale ed epatica, talvolta la valutazione degli ormoni tiroidei. Dal punto di vista clinico è molto utile la valutazione della bioimpedenziometria, che ci consente di conoscere la quantità di muscolo (quindi massa magra), di grasso e anche di liquidi. Conoscere la composizione corporea di un paziente ci consente di prenderlo in carico in maniera più completa e di seguirlo in maniera ottimale nel tempo. L’uso di questi strumenti porta alla definizione di un piano terapeutico personalizzato: ogni persona è a sé e merita una dieta sartoriale”. 

Contro HPV vaccinazione decisiva

Mar 05
Scritto da Annamaria avatar

“In Italia ogni anno circa 5.000 tumori sono legati al papillomavirus umano. Parliamo di una malattia che, in molti casi, può essere prevenuta grazie alla vaccinazione e allo screening. Per questo guardiamo con favore alla legge in arrivo e rinnoviamo il nostro impegno a fianco delle Istituzioni per rafforzare la prevenzione”. È l’appello del Presidente della Lega Italiana per Lotta contro i Tumori, il prof. Francesco Schittulli, in occasione della Giornata mondiale contro l’HPV, che si è celebrata ieri 4 marzo. Contro l’HPV la vaccinazione è decisiva.

contro hpv vaccinazione decisiva

La LILT è infatti tra i firmatari del Manifesto per l’eliminazione dei tumori correlati al papillomavirus (HPV), responsabile nella quasi totalità dei casi del tumore della cervice uterina e associato anche a tumori dell’ano, della vagina, della vulva, del pene e della regione testa-collo. Un virus estremamente diffuso: circa l’80% delle persone sessualmente attive lo contrae almeno una volta nella vita.

L’odierna iniziativa, promossa insieme ad associazioni di pazienti, società scientifiche e organizzazioni civiche per rafforzare le politiche di prevenzione e sostenere le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha come obiettivo l’eliminazione del tumore della cervice uterina, problema di sanità pubblica.

“La vaccinazione anti-HPV rappresenta uno degli strumenti più efficaci di sanità pubblica che abbiamo a disposizione”, sottolinea Schittulli. “È fondamentale continuare a investire sulla prevenzione, sull’informazione corretta e sull’aumento delle coperture vaccinali, soprattutto tra i più giovani”. E questo è l’impegno della LILT anche attraverso i propri ambulatori e la disponibilità di intervento nelle Scuole, avendo sottoscritto un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione finalizzato a promuovere percorsi di educazione alla salute e alla prevenzione.

La comunità scientifica internazionale considera infatti la combinazione tra vaccinazione e screening la strategia più efficace per prevenire i tumori HPV-correlati. Tuttavia, in Italia le coperture vaccinali restano ancora lontane dagli obiettivi fissati a livello internazionale, che puntano a raggiungere entro il 2030 almeno il 90% della popolazione target vaccinata. 

“È fondamentale recuperare i ritardi accumulati negli anni della pandemia e accelerare le coperture vaccinali”, conclude Schittulli. “Solo attraverso una forte alleanza tra istituzioni, sistema sanitario, scuola e associazioni sarà possibile proteggere le nuove generazioni e avvicinarci all’obiettivo di eliminare i tumori HPV-correlati”.