Asciugare i panni in casa fa male
Finora l’ho fatto spesso, chiaramente in inverno: ho aperto lo stendino in casa e messo le cose bagnate lì affinché si asciugassero. Ora, però, starò più attenta. Asciugare i panni in casa fa male, può provocare reazioni allergiche ai danni del sistema respiratorio. Voi l sapevate? A lanciare l’allarme sulle pagine di Leggo è Claudio Micheletto, direttore dell’Unità operativa complessa di Pneumologia dell’Azienda ospedaliera universitaria di Verona.
Stando all’esperto queste abitudini, piuttosto estese, “possono essere dannose per la salute respiratoria di alcune persone. Un eccessivo tasso di umidità dell’aria, come quello causato dai panni messi ad asciugare in casa senza la giusta aerazione degli ambienti, rappresenta il terreno fertile per la crescita di muffe”.
Quando i vestiti bagnati asciugano, rilasciano molta acqua nell’aria. Questo fa salire il tasso di umidità, creando un ambiente ideale per muffe, acari della polvere, batteri. Un’aria troppo umida è collegata a problemi respiratori, allergie e peggioramento dell’asma, soprattutto in bambini e persone sensibili.
Le pareti fredde, gli angoli e i soffitti sono i primi punti a risentirne. La muffa può liberare spore nell’aria, irritare vie respiratorie e occhi, peggiorare tosse cronica e raffreddori frequenti. Spesso non si vede subito, ma cresce lentamente.
In un ambiente umido gli acari proliferano, le spore di muffa aumentano e l’aria diventa più pesante. Tutto questo può scatenare starnuti, naso chiuso, tosse notturna e difficoltà respiratorie. L’umidità elevata fa percepire la temperatura come più bassa, portando spesso ad accendere di più il riscaldamento (e consumare di più).
Se l’asciugatura è lenta, inoltre, i tessuti possono sviluppare cattivo odore, si favorisce la crescita batterica nei capi. Se non si hanno alternative:
Apri spesso le finestre
Usa una stanza ben ventilata
Evita camere da letto e stanze dei bambini
Usa un deumidificatore
Distanzia bene i capi sullo stendino
Altrimenti meglio usare l’asciugatrice o mettere i capi sul balcone o in un locale lavanderia con la finestra.
Febbre e scuola: quando tenere i bimbi a casa
Nelle ultime settimane la polemica è esplosa sui social: Matteo Giunta, marito di Federica Pellegrini, si è pubblicamente scagliato contro quei genitori che mandano i figli all’asilo o a scuola nonostante la febbre o sintomi influenzali, definendoli “irresponsabili”. Le sue parole, durissime, arrivano in un momento in cui l’influenza stagionale è particolarmente diffusa e le famiglie si confrontano quotidianamente con il dilemma di mandare o no il bambino malato in collettività. Ma oltre ai toni forti dei messaggi social, cosa dicono i pediatri su febbre e scuola? Quando tenere i bimbi a casa per non mettere a rischio la sua salute e quella dei compagni?
Secondo Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria, che ne ha parlato al Corriere della Sera, è importante guardare oltre la semplice presenza o assenza di febbre. In questa stagione influenzale, soprattutto nei bambini sotto i 5 anni, fascia che si ammala di più, è buona regola non mandare a scuola un bambino che non sta bene, anche se non ha la febbre alta.
Il motivo? Le malattie influenzali e virali deprimono le difese immunitarie, rendendo il bambino più vulnerabile a ricadute e a infezioni secondarie. Inoltre, molte di queste infezioni si trasmettono proprio nei giorni precedenti la comparsa dei sintomi e durante tutto il periodo in cui i piccoli sono sintomatici, aumentando il rischio di contagio tra i compagni.
Una regola pratica, ripresa anche da diverse indicazioni pediatriche internazionali, è semplice:
restare a casa almeno 24 ore dopo che la febbre è scomparsa senza l’uso di antipiretici. Come spiega Agostiniani, se un bambino ha recuperato il suo comportamento abituale, è attivo, gioca, si idrata bene e ha perso i segni di malessere, è presumibilmente pronto a tornare in classe. In altre parole, non basta che la temperatura rientri nei valori normali grazie a un farmaco: è importante che l’intero quadro clinico sia migliorato.
Mantenere a casa i bambini malati non è soltanto una questione di comfort o di evitare che “stiano male di nuovo”: ha un valore più ampio di tutela collettiva. Le infezioni respiratorie si diffondono facilmente in ambienti chiusi come aule e asili. Un bambino influenzato può essere fonte di contagio anche quando i sintomi sono lievi. La scuola non è un sostituto della convalescenza: tornare troppo presto rischia di allungare i tempi di guarigione.
Giunta nelle sue storie ha sottolineato che “quello che per qualcuno è ‘solo febbre’, per altri può significare complicazioni o ospedale”: un richiamo forte alla responsabilità non solo individuale, ma collettiva.
La legge in molte regioni italiane non richiede obbligatoriamente un certificato medico per il rientro dopo una semplice febbre o un’influenza, ma le indicazioni pediatriche suggeriscono sempre di confrontarsi con il medico di famiglia per un quadro personalizzato. Il buon senso, infatti, rimane la bussola più utile nei casi in cui i sintomi non sono netti o quando si torna troppo rapidamente alla vita di comunità.
Influenza: come curarla
L’influenza è arrivata e si avvia verso il picco. I più colpiti sono i bambini sotto i 4 anni, con un incidenza di 3 volte maggiore rispetto alla media. Come curarla?
I sintomi dell’influenza dovuta al nuovo virus A/H1N1 sono simili a quelli della “classica” influenza stagionale:
febbre
sintomi respiratori come tosse o naso che cola
male di gola
altri possibili sintomi come:
dolori fisici (in particolare, dolore muscolare)
mal di testa
brividi
affaticamento
vomito o diarrea in alcuni casi.
Matteo Bassetti all’Ansa spiega come curarla: “No agli antibiotici: non servono e fanno solo danni, limitare integratori, assumere paracetamolo solo con febbre oltre i 38-38,5°C, gli antinfiammatori (ibuprofene, ketoprofene, aspirina) solo se c’è importante infiammazione delle alte vie respiratorie, riposo, isolamento e mascherina quando occorre”.
Il direttore delle Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova raccomanda alimentazione equilibrata: “Le vitamine devono venire dalla dieta, non dagli integratori: frutta, verdura, agrumi”. E conclude: “Il vaccino non è un favore che fate al sistema sanitario, ma a voi stessi. L’influenza non è mai banale”. Per lui la soluzione migliore è vaccinarsi.
Burnout materno
Quando si parla di burnout, molti immaginano immediatamente l’ambito lavorativo: scadenze, stress cronico, responsabilità pressanti. Ma esiste una forma meno discussa e altrettanto impattante: il burnout materno, una condizione di esaurimento emotivo, fisico e mentale che colpisce molte mamme, spesso in silenzio.
Il burnout materno è uno stato di profonda stanchezza legato al ruolo genitoriale. Non è “semplice stress” né un momento passeggero di fatica: è una condizione che può compromettere il benessere della mamma e la qualità della relazione con i figli e con il partner.
I segnali tipici includono:
- Esaurimento emotivo: sentirsi “vuote”, senza più energie.
- Distanza emotiva dai figli: amare i propri bambini, ma percepirli come “troppo” o sentirsi sopraffatte dalla loro presenza.
- Senso di inefficacia: percepire di non essere “abbastanza”, nonostante gli sforzi continui.
- Irritabilità e senso di colpa: un loop emotivo difficile da spezzare.
Le mamme spesso si trovano al centro di aspettative altissime: essere presenti, accudenti, pazienti, organizzate, performanti sul lavoro e perfette nella gestione della casa. A questa pressione sociale si aggiungono altri fattori come:
- Carico mentale sproporzionato
Non si tratta solo di “fare”, ma di ricordare, pianificare, anticipare i bisogni di tutti. - Mancanza di supporto
Le famiglie moderne sono spesso più isolate rispetto al passato: meno aiuti, meno reti, più solitudine. - Poca cura di sé
Tra figli, lavoro e casa, il tempo per la propria salute e il proprio benessere è spesso l’ultima voce della lista. - Idealizzazione della maternità
L’idea che una “buona mamma” debba essere sempre felice, realizzata e presente crea aspettative irrealistiche e un grande senso di fallimento.
Il burnout materno non arriva all’improvviso: si insinua piano. I campanelli d’allarme possono includere:
- svegliarsi già stanche e senza motivazione
- avere la sensazione di vivere in pilota automatico
- perdere interesse per attività prima piacevoli
- sentirsi intrappolate nel ruolo
- provare frustrazione frequente, anche con minimi stimoli
Se questi sintomi persistono per settimane o mesi, è importante non ignorarli.
Cosa si può fare?
1. Chiedere aiuto (e accettarlo)
Delegare non è un fallimento. Può significare coinvolgere più il partner, chiedere ai familiari, o organizzare una rete di supporto.
2. Prendersi spazi personali senza sensi di colpa
Anche solo mezz’ora al giorno di attività rigeneranti può fare la differenza: una passeggiata, una lettura, qualche minuto di silenzio.
3. Fare chiarezza sul carico mentale
Listare le responsabilità e redistribuirle in modo equilibrato può ridurre drasticamente la pressione quotidiana.
4. Parlare con un professionista
Psicologi e psicoterapeuti possono offrire strumenti concreti per riconoscere e gestire il burnout, senza giudizio.
5. Rompere il mito della mamma perfetta
Accettare che esistono giornate difficili non significa essere cattive madri: significa essere umane.
Trucchi spezzafame per i brindisi prenatalizi
Il Natale è già nell’aria, ma noi mamme e papà corriamo il rischio di arrivare già appesantiti ai pranzi e le cene delle festività. Ci sono dei trucchi spezzafame per i brindisi natalizi, li svela all’Adnkronos Salute il nutrizionista e fitoterapeuta Ciro Vestita.
“Tisane e spezzafame naturali, come i finocchi, possono esser di grande aiuto”, spiega Vestita. “Durante questo periodo e nelle feste natalizie – ribadisce – è facile ingrassare perché mangiamo in maniera più disordinata, poi, in una fase successiva, durante la festa, stiamo anche di più a casa dove non mancheranno gli avanzi. Quindi è facile che scappi un pezzetto di dolce in più, del cioccolato. E alla fine della giornata si arriva ad aver accumulato 5-600 calorie di troppo. Ma qualche stratagemma per evitare questo c’è”.
“Ci sono alcune piante medicali da usare sotto forma di infuso, ad esempio la malva, la melissa, la camomilla e il biancospino, che sono piante sedative, calmanti: frenano la voglia di mangiare, sono ‘sazianti’ , quindi ci si ritrova la sera ad aver mangiato meno, semplicemente perché questi infusi hanno praticamente bloccato l’appetito”, chiarisce.
“Infine sono ricchissimi di mucillagini e, siccome madre natura non fa mai ‘scatole singole’, queste tisane servono anche a depurarsi e a disintossicarsi”. Ottimo anche il tè verde, “una tazza calda, in questo periodo invernale, è confortevole: spezza la fame ed è ha anche proprietà preventive”, sottolinea ancora.
Un altro segreto? “Si basa sui ‘cuori’ di finocchio. Prendiamo solo la parte interna – suggerisce – Da un finocchio grosso come un pugno rimane praticamente una pallina da ping pong e di questi ‘cuori’ ne mangeremo circa 5 prima pranzo e prima cena che spezzeranno la fame. Questi ortaggi, in più, sono fortemente diuretici, e ci sgonfiano facendoci sentire meglio”.
Influenza e bimbi: cosa fare
Con l’inverno alle porte, quando fuori il vento comincia a fare sul serio e le giornate si accorciano, molti genitori si chiedono: “E se i bimbi prendono l’influenza? Come facciamo con freddo, scuola, giochi e coccole?”. Influenza e bimbi spesso vanno a braccetto: cosa fare? Lo spiega egregiamente un articolo di La Repubblica.
I bambini sono i più esposti: basta un colpo di tosse a scuola o un pomeriggio all’aria aperta con mani fredde e giacche non troppo pesanti per far scattare febbre, raffreddore o tosse. In questi casi, il primo passo è osservare attentamente: non solo la temperatura, ma anche respirazione, sete, energia, voglia di giocare o alzarsi dal letto. Questo perché a volte la febbre è solo un segnale che il corpo usa per difendersi: se il piccolo è sveglio, beve, gioca, anche se un po’ più stanco, allora può essere un’influenza leggera e bastano le cure “dolci”.
Quando però la febbre è alta o accompagnata da tosse, difficoltà a respirare, rifiuto del cibo o della bevanda, bambini molto piccoli o con patologie preesistenti, è il momento di chiamare il pediatra e non improvvisare.
Per attraversare il freddo in serenità, qualche accortezza fa la differenza:
- Vestire a strati e con vesti adatte alla temperatura: non troppo caldi dentro casa, ma con giacche e cappotti fuori.
- Lavare spesso le mani e aerare casa — aria sana e pulita aiuta a ridurre i virus in giro.
- Tenere a portata di mano acqua e tisane calde per i piccoli, favorendo l’idratazione.
- Osservare con calma il comportamento del bambino: se è vivace, gioca, ride — può bastare un po’ di riposo. Se invece è spento, piange, si rifiuta di mangiare, è meglio fermarsi.
In caso di febbre o dolore: il rimedio più usato resta il Paracetamolo (utile già nei primi giorni di vita) e, dopo i tre mesi, anche Ibuprofene può essere una buona opzione, quando febbre e infiammazione si accompagnano.
Da non sottovalutare: a volte la febbre è solo un allarme che l’organismo lancia per combattere un virus. Se il bambino non è troppo sofferente, si può lasciare che la febbre faccia il suo lavoro — sempre restando vigili. Ma se la situazione peggiora o non migliora in qualche giorno, meglio consultare il pediatra.
Insomma: con il freddo in arrivo, l’importante non è vivere nella paura di ogni starnuto, ma essere pronti, attenti, affettuosi e responsabili. Così i bambini possono correre, giocare al parco, saltare nelle pozzanghere, ridere e, se serve, tornare a casa, scaldarsi, e aspettare che passi il temporale.
Alimenti e salute: nuovo glossario
Molti termini di uso comune mettono in relazione alimenti e salute, ma spesso in maniera approssimativa. Cosa sia un alimento spazzatura lo possiamo intuire, ma il nuovo Glossario FeSIN (Federazione delle Società Italiane di Nutrizione), dal titolo “Alimentazione e Nutrizione in parole”, chiarisce diversi concetti.
In primo luogo, che “alimento spazzatura” è un termine non scientifico, usato nel linguaggio comune per indicare un alimento che per la sua composizione e/o modalità di preparazione è in evidente contrasto con i criteri di una sana alimentazione. E quindi chiarisce che gli effetti negativi di un alimento spazzatura sullo stato di salute dipendono dalla sua composizione, dalla quantità e dalla frequenza di consumo, e dal tipo di dieta in cui è inserito.
Ugualmente, molti termini che descrivono componenti e categorie di alimenti sembrano ben noti, ma il Glossario fornisce maggiori, importanti spiegazioni. Ad esempio, che l’alcol etilico (o etanolo) è il prodotto della fermentazione di zuccheri e amidi e che, pur fornendo un apporto energetico pari a circa 7 kcal/g, è privo di funzioni strutturali o regolatorie per l’organismo. Inoltre, il Glossario specifica che l’alcol etilico viene assorbito rapidamente a livello gastrointestinale, alterando il metabolismo di macro- e micronutrienti, la funzione del sistema nervoso centrale e di vari organi e apparati e, molto importante, che è contenuto nelle bevande alcoliche, il cui consumo non viene raccomandato.
Il nuovo strumento redatto dalla FeSIN permette anche di discriminare tra parole simili. Ad esempio, prendendo in esame i termini che si riferiscono a dichiarazioni ed etichette, permette di distinguere l’etichetta dell’alimento (Qualunque testo, marchio commerciale o di fabbrica, segno, immagine o altra rappresentazione grafica scritto, stampato, stampigliato, marchiato, impresso in rilievo o a impronta sull’imballaggio o sul contenitore di un alimento o che accompagna tale imballaggio o contenitore), dalla etichetta nutrizionale, che è l’insieme di informazioni presenti sulla confezione di un prodotto alimentare, relative al valore energetico e al contenuto in macro e micronutrienti.
Il Glossario mette anche in risalto che entrambi i tipi di etichetta sono regolati da normative europee. Diversa, poi, è l’etichettatura fronte pacco, ossia l’insieme di informazioni nutrizionali semplificate sul fronte delle confezioni alimentari che mira ad aiutare i consumatori nelle loro scelte alimentari. Può trattarsi di una ripetizione parziale delle informazioni contenute nella etichetta nutrizionale (per esempio, il valore energetico da solo o insieme alle quantità di grassi, grassi saturi, zuccheri e sale), o può fornire informazioni aggiuntive sulla qualità nutrizionale complessiva dell’alimento, mediante simboli, lettere, codici, colore o altri formati grafici.
Si parla molto della necessità di seguire una dieta corretta, strumento fondamentale per mantenere uno stato ottimale di salute e benessere, ma raramente ci si sofferma a considerare che essa si basa sui fabbisogni nutrizionali. E anche in questo caso viene in aiuto il Glossario, spiegando che il fabbisogno nutrizionale è l’apporto di energia o di un nutriente necessario per soddisfare le esigenze metaboliche, garantire crescita e sviluppo, preservare l’integrità anatomica e funzionale dell’organismo, promuovere la salute e il benessere dell’individuo. Tiene conto delle necessità legate all’attività fisica ed alle differenti condizioni fisiologiche e patologiche.
Quindi, soddisfare i fabbisogni nutrizionali permette di mantenere un buono stato di nutrizione. Ma se non ci alimentiamo correttamente, cosa può accadere? Il Glossario aiuta a capirlo definendo i termini legati allo stato di nutrizione e sue alterazioni.
Ad esempio malnutrizione per difetto, ossia la sindrome clinica multifattoriale conseguente ad apporti di energia e/o nutrienti insufficienti, per periodi protratti di tempo, rispetto alle necessità dell’individuo. Causa significative alterazioni strutturali, metaboliche e funzionali dell’organismo, con conseguenti effetti negativi su crescita, sviluppo, integrità anatomica e funzionale dell’organismo, stato di salute e benessere psicofisico. Ugualmente, il Glossario definisce alcune sindromi e malattie, e termini relativi alla diagnosi nutrizionale, per permettere di orientarsi anche a chi non è esperto.
Nel Glossario, trovano spiegazione termini specifici quali sarcopenia, la sindrome clinica caratterizzata dalla perdita di massa muscolare, forza muscolare e funzione motoria. Si distingue in primaria, dovuta all’invecchiamento, e secondaria, dovuta alla presenza di patologie. Ma sono descritti anche termini più generali come malattie dismetaboliche, patologie caratterizzate da una alterazione del metabolismo che può essere causata da fattori differenti, tra i quali fattori genetici, stile di vita, condizioni mediche preesistenti, ecc. Includono, tra le altre, il diabete mellito, l’obesità, le dislipidemie e la sindrome metabolica. Nel caso di alterato funzionamento di una via metabolica specifica, spesso di origine genetica, si parla di malattie metaboliche ereditarie.
Infine, vengono definiti termini legati alle differenti aree della Alimentazione e Nutrizione umana, sia quelle di più recente sviluppo quali la nutrigenetica (studio delle variazioni del patrimonio genetico di un individuo (polimorfismi) che possono influenzare le risposte ai componenti della dieta. È alla base della nutrizione personalizzata o nutrizione di precisione), sia quelle più note come la dietetica (applicazione dei principi della nutrizione umana per la valutazione dell’adeguatezza nutrizionale della dieta e la formulazione di schemi alimentari da utilizzare in condizioni fisiologiche e patologiche).
Dalla A alla Z, attraversando diverse aree scientifico-culturali, il Glossario FeSIN propone 200 nuove definizioni per orientarsi tra alimentazione, nutrizione e salute, per una più corretta e univoca comunicazione e comprensione tra esperti, ma anche di facile utilizzo, per la popolazione, le industrie alimentari, gli editori scolastici, i giornalisti, i social, ecc.
La seconda edizione del Glossario Alimentazione e Nutrizione in Parole è il frutto del lavoro di oltre due anni di un gruppo di esperti delle quattro Società Scientifiche Federate FeSIN, la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), la Società Italiana di Nutrizione Pediatrica (SINUPE), la Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione (SISA) e l’Associazione Scientifica Alimentazione, Nutrizione e Dietetica (ASAND), ed il contributo dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI) e della Società Italiana di Nutrizione Artificiale e metabolismo (SINPE), che avevano partecipato alla prima edizione. È disponibile, gratuitamente, dai siti internet della FeSIN e delle società federate.
Diabete tipo 2 in aumento tra giovani e adolescenti
Sono dati preoccupanti quelli emersi dagli ultimi congressi. Il diabete di tipo 2 è in aumento tra i giovani e gli adolescenti. Il quadro è davvero allarmante. “Stiamo assistendo ad una traslazione dell’incidenza verso età sempre più giovani che non ha precedenti”, commenta la professoressa Raffaella Buzzetti a Leggo.
La Presidente della Società Italiana di Diabetologia e Ordinario di Endocrinologia alla Sapienza Università di Roma aggiunge: “Se non invertiamo questa tendenza, rischiamo di avere generazioni future con una aspettativa di vita inferiore a quella dei propri genitori a causa delle complicanze croniche del diabete. Di vedere cioè nei prossimi anni dei trentenni con complicanze tipiche della mezza età, come retinopatia, nefropatia e malattie cardiovascolari. Il diabete di tipo 2 pediatrico è infatti ancora più aggressivo di quello dell’adulto”.
Le cause di questo fenomeno, in crescita in tutto il mondo e con picchi più marcati in alcune minoranze etniche sono ormai sotto gli occhi di tutti. Il diabete di tipo 2 in età giovanile è il risultato di una “tempesta perfetta”: l’epidemia di obesità infantile, alimentata da cibi ultra-processati, junk food e sedentarietà digitale.
“I dati del Global Burden of Disease Study – ricorda la professoressa Buzzetti – mostrano una correlazione diretta tra l’aumento dell’indice di massa corporea (BMI) nei bambini e l’incidenza del diabete di tipo 2”.
“Il tessuto adiposo in eccesso, specialmente quello viscerale, promuove uno stato di infiammazione cronica e insulino-resistenza. Il consumo elevato di cibi ultra-processati, bevande zuccherate, grassi saturi e carboidrati raffinati è molto diffuso tra i giovani e i giovanissimi. Uno studio presentato al congresso dell’ADA e pubblicato su JAMA Pediatrics ha evidenziato che anche un modesto consumo quotidiano di bevande zuccherate aumenta significativamente il rischio di insulino-resistenza negli adolescenti”, sottolinea l’esperta.
All’alimentazione “diabetogena” si aggiunge l’aumento dello screen time, cioè del tempo trascorso davanti allo schermo del cellulare, che ha progressivamente sostituito il gioco attivo all’aperto. “Una serie di ricerche presentate all’EASD – ricorda l’endocrinologa – hanno evidenziato che, oltre che ridurre il dispendio energetico, questo si associa a pattern di sonno irregolari che a loro volta correlano con un’alterazione del metabolismo degli zuccheri”.