I social minano davvero l’attenzione dei ragazzi
Per anni ci siamo sentiti dire che i videogiochi sono il grande nemico dell’attenzione dei ragazzi, la causa di ogni distrazione, il buco nero che inghiotte concentrazione e rendimento scolastico. E invece, a quanto pare, stavamo guardando dalla parte sbagliata. Una ricerca del Karolinska Institutet insieme alla Oregon Health & Science University ha seguito più di 8.300 bambini dai 10 ai 14 anni per capire davvero come reagisce la loro attenzione quando passano tempo davanti agli schermi. E la sorpresa è notevole: i problemi non arrivano dai videogiochi, né dai video o dalla tv. L’unico vero fattore che sembra incidere sulla capacità di mantenere il focus sono… i social. Sono loro che minano davvero l’attenzione dei ragazzi.
Già questo, da solo, ribalta una narrazione intera. I ricercatori spiegano che la questione non è “quanto” schermo, ma “che tipo” di schermo. Quando un ragazzo gioca, anche se può sembrare immerso in un mondo parallelo, in realtà sta sostenendo un livello di concentrazione costante: prende decisioni, segue obiettivi, coordina strategie. Lo stesso vale per un video, che ha un inizio, una fine, un flusso lineare. I social, invece, lavorano esattamente al contrario: notifiche improvvise, feed infiniti, messaggi che arrivano a raffica, e quell’attesa — quasi pavloviana — che qualcosa stia per succedere da un momento all’altro. È proprio questa frammentazione continua dell’attenzione il terreno più fertile per la distrazione.
Ovviamente, i ricercatori sono cauti: a livello individuale, parliamo di un effetto “modesto”. Non è che ogni ragazzino che passa del tempo su Instagram o TikTok svilupperà un disturbo dell’attenzione, e nessuno sta dicendo che i social “causino” qualcosa come l’ADHD. Ma il punto è un altro: quando un’intera generazione è immersa quotidianamente in un ambiente così frammentato, anche un piccolo cambiamento individuale può trasformarsi in un effetto enorme a livello sociale, con più diagnosi e più fatica generale nel concentrarsi.
E allora, forse, la soluzione non è demonizzare gli schermi in blocco — perché videogiochi e video non sembrano affatto il problema — ma iniziare a guardare con più lucidità come i ragazzi usano i social e che tipo di spazio mentale lasciano loro. Non serve diventare rigidi o punitivi: basta favorire un uso più consapevole, spezzare qualche automatismo, ritagliarsi momenti senza notifiche, alternare digitale e offline con un po’ più di cura. Anche perché l’attenzione non è un interruttore: è un muscolo. E oggi, più che mai, ha bisogno di essere allenato nel modo giusto.
La Gen Z riscrive le regole dell’errore
Per anni, in Italia, l’errore è stato un tabù. Un fallimento da evitare a tutti i costi, segno di debolezza più che di crescita. Ma le nuove generazioni stanno ribaltando la prospettiva: oggi, per quasi la metà degli studenti italiani (42%), sbagliare non è più una vergogna, bensì un’occasione per migliorare. La Gen Z riscrive le regole dell’errore.
A dirlo è una ricerca di Skuola.net, realizzata con Tipp-Ex, che ha coinvolto 2.500 ragazzi delle scuole superiori e dell’università. Il 32% descrive l’errore come “frustrante ma utile”, un altro 10% lo vede come uno stimolo concreto a fare meglio. Solo una minoranza, il 22%, lo considera ancora un fallimento senza alcun lato positivo.
Il cambiamento c’è, anche se non mancano i retaggi del passato. Quasi un ragazzo su due (45%) confessa di sentirsi agitato o sotto pressione quando sbaglia a scuola, e tra le ragazze il senso di dover “fare meglio” è ancora più forte. Segno che l’idea dell’errore come colpa, eredità della vecchia scuola “Gentiliana”, non è del tutto superata.
C’è però un nuovo vento che soffia tra i banchi: quello del “fail and learn”, l’arte di sbagliare per crescere. I giovani stanno imparando a guardare i propri inciampi con occhi diversi, persino con un pizzico di ironia. E se il 65% si limita a barrare un errore, molti preferiscono strumenti come il correttore a nastro o il bianchetto: piccoli gesti simbolici per trasformare lo sbaglio in una ripartenza.
“Le nuove generazioni sono molto più esposte rispetto al passato all’ansia da prestazione a scuola, come del resto avviene nello sport e sui social: 9 su 10 la percepiscono in maniera tangibile nel loro quotidiano – spiega Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net, a Leggo – Ma la loro reazione è rivoluzionaria, specie se raffrontata alla mentalità tipica italiana: invece di flagellarsi per l’errore o viverlo come uno stigma da evitare a tutti i costi, preferiscono usarlo come lezione per ripartire”.
Aggiunge Giada Canestrelli di BIC Italia: “Vogliamo aiutare i ragazzi a vivere l’errore con serenità e leggerezza, trasformandolo in un’occasione di crescita. L’errore non è un fallimento, ma un passaggio naturale del percorso di apprendimento: correggerlo con semplicità, e magari con un pizzico di ironia, significa imparare a guardarlo con occhi nuovi e a ritrovare fiducia in sé stessi”.
Salute mentale: come proteggere i giovanissimi
Oggi, 10 ottobre, si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale, un’occasione importante per accendere i riflettori su un tema sempre più urgente: il benessere psicologico dei giovanissimi. Come proteggere i ragazzi, adulti di domani, è importantissimo. Ansia, isolamento, dipendenza dai social e paura di non essere “abbastanza” sono solo alcune delle sfide che bambini e adolescenti si trovano ad affrontare ogni giorno, spesso in silenzio.
Negli ultimi anni, infatti, psicologi e pediatri hanno registrato un aumento significativo dei disturbi d’ansia e dell’umore tra i ragazzi. Complice anche l’iperconnessione, la pressione scolastica e l’incertezza del futuro, molti giovani faticano a gestire le emozioni, a riconoscere i propri limiti e a chiedere aiuto.
Per questo, tutelare la loro salute mentale deve diventare una priorità educativa e sociale. Ecco alcuni punti chiave su cui genitori, insegnanti e comunità possono agire:
- Ascolto autentico: i ragazzi hanno bisogno di sentirsi ascoltati senza giudizio. Creare momenti di dialogo quotidiano, anche brevi, è il primo passo per farli aprire.
- Educazione emotiva: riconoscere e nominare le emozioni è fondamentale. Le scuole dovrebbero introdurre percorsi di alfabetizzazione emotiva fin dalla primaria.
- Equilibrio digitale: non si tratta di demonizzare i social, ma di insegnare un uso consapevole della tecnologia, favorendo esperienze reali, contatto con la natura e sport.
- Sostegno professionale: chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Psicologi scolastici e centri di ascolto dovrebbero essere presidi permanenti per i più giovani.
- Esempio adulto: la serenità emotiva dei bambini nasce anche da quella dei genitori. Mostrarsi equilibrati e capaci di affrontare lo stress aiuta i figli a fare lo stesso.
In un mondo che corre veloce, ricordiamoci che la salute mentale è parte integrante della salute, e che prendersi cura dei pensieri e delle emozioni è un investimento sul futuro di tutti. Perché un bambino sereno oggi è un adulto più forte domani.
Dermorexia
Specchi, selfie, routine infinite di creme e trattamenti: prendersi cura della pelle è oggi parte della quotidianità di molte persone. Ma quando l’attenzione alla skincare si trasforma in una vera e propria fissazione, può diventare un problema. È il caso della dermorexia, un disturbo ancora poco conosciuto ma sempre più diffuso, legato al culto della pelle “perfetta”.
La dermorexia rientra nei disturbi dell’immagine corporea e si manifesta con un’ossessione compulsiva per la cura della pelle. Chi ne soffre trascorre molto tempo a controllare ogni minimo difetto, cambiando di continuo prodotti cosmetici, sottoponendosi a trattamenti estetici frequenti e, nei casi più gravi, sviluppando ansia e insoddisfazione cronica.
Un fenomeno che oggi spopola soprattutto tra le ragazzine e le adolescenti, immerse in un mondo dominato da selfie e filtri, dove la pelle deve apparire sempre liscia, uniforme e senza imperfezioni. Quali sono i campanelli d’allarme?
- Passare ore davanti allo specchio a controllare la pelle
- Usare in modo compulsivo creme, scrub e trattamenti
- Cambiare continuamente prodotti alla ricerca di quello “miracoloso”
- Evitare situazioni sociali per paura di mostrare imperfezioni
- Sentirsi ansiosi o depressi se la pelle non appare perfetta
Tra le cause e i fattori scatenanti alla base c’è quasi sempre un mix di insicurezza personale, influenza dei modelli estetici diffusi dai social e una forte ansia legata all’aspetto fisico. L’idea di non avere una pelle “da copertina” genera frustrazione e la convinzione di doverla correggere a ogni costo. Per le adolescenti, che vivono un’età fragile e in trasformazione, la pressione sociale è ancora più forte: bastano un brufolo o un rossore per sentirsi “sbagliate”.
Paradossalmente, questa patologia porta spesso al risultato opposto: prodotti aggressivi e trattamenti eccessivi possono danneggiare la barriera cutanea, provocando irritazioni, arrossamenti e imperfezioni ancora più difficili da gestire. A livello emotivo, il rischio è quello di sviluppare isolamento sociale e calo dell’autostima.
Come affrontarla? Il primo passo è riconoscere che si tratta di un disturbo psicologico e non solo estetico.
- Chiedere supporto a uno psicologo esperto in disturbi dell’immagine corporea può essere determinante.
- Stabilire una skincare essenziale, con pochi prodotti adatti al proprio tipo di pelle, seguendo i consigli di un dermatologo.
- Limitare il tempo online, soprattutto sui social dove filtri e immagini perfette amplificano l’insicurezza.
- Riscoprire il benessere oltre la pelle, coltivando passioni, relazioni e attività che valorizzino la persona nel suo insieme.
Giovani e fumo: calano le sigarette tradizionali
La lotta al tabagismo entra in una nuova fase. Alla vigilia della COP11, la Conferenza delle Parti della Convenzione quadro dell’OMS per il controllo del tabacco, il dibattito internazionale si arricchisce di dati, esperienze e posizioni contrastanti. Sul tavolo, la grande sfida: integrare nella strategia antifumo anche strumenti di riduzione del rischio. A preoccupare è il binomio giovani e fumo. Dalle ricerche calano le sigarette tradizionali, ma aumentano le ‘alternative’.
Gli studi parlano chiaro: nei Paesi che hanno aperto con responsabilità alle alternative alle sigarette tradizionali – come Giappone, Nuova Zelanda, Regno Unito e Svezia – il calo dei consumi è stato significativo, soprattutto tra i più giovani. Laddove invece le restrizioni sono rimaste rigide, i progressi sono più lenti.
In Europa il quadro è frammentato: Francia e Spagna adottano una linea dura anche verso i prodotti senza combustione, mentre Italia, Grecia e Romania sostengono la necessità di regolamentazioni differenziate che valorizzino il potenziale di riduzione del rischio. Non è un caso che il Parlamento europeo abbia già riconosciuto più volte l’importanza delle alternative meno dannose, mentre la Commissione continua a mantenere una posizione più rigida, distante dalle best practice internazionali.
Il dibattito resta aperto. La COP11 potrebbe essere l’occasione per superare approcci ideologici e abbracciare politiche basate sull’evidenza scientifica, con l’obiettivo di tutelare davvero la salute dei cittadini.
“Sui giovani si alimenta di un ‘bias di interpretazione’: che influisce negativamente sul dibattito scientifico e, soprattutto, crea confusione tra i fumatori”, spiega il dottor Fabio Beatrice, Direttore del Board Scientifico del MOHRE. E aggiunge: “Il fumo di sigaretta continua a essere diffuso tra gli adolescenti: quasi uno studente su tre ha fumato sigarette almeno una volta nella vita (il 32% in media). (…) Il fumo quotidiano è diminuito dal 20% all’8%. Questo ci dice che dove le alternative alle sigarette diventano più diffuse, il fumo combusto diminuisce. I Paesi con i dati più incoraggianti sulla lotta al fumo sono quelli che non hanno demonizzato i nuovi prodotti”.
A sostegno di questa linea si inserisce anche la voce del dottor Kostantinos Farsalinos dell’Università dell’Attica Occidentale, che sottolinea: “Il dibattito sugli aromi nei prodotti per la riduzione del danno da tabacco si basa esclusivamente su argomenti emotivi sui giovani, ignorando una consistente mole di prove sulla loro importanza per la cessazione del fumo e sull’impatto delle restrizioni. (…) Vietare gli aromi avrebbe conseguenze indesiderate, come un ritorno al fumo tradizionale”.
Anche gli oncologi prendono posizione. Le Linee Guida del National Comprehensive Cancer Network americano, pubblicate nel maggio 2025, riconoscono che sebbene l’obiettivo resti la cessazione totale, le sigarette elettroniche e altri prodotti senza combustione possono svolgere un ruolo concreto nella riduzione dei danni. Tanto che l’FDA ha classificato alcuni di questi dispositivi come Modified Risk Tobacco Products, certificandone una minore tossicità.
Per Johann Rossi Mason, Direttrice del MOHRE, la parola chiave resta una sola: scienza. “È necessario che le politiche siano guidate da dati scientifici e non da credenze morali o ideologiche che mal si conciliano con la necessità di proteggere la salute pubblica, non solo dei non fumatori ma anche delle persone coinvolte in una dipendenza vera e propria”.
La COP11, dunque, non sarà solo un appuntamento istituzionale, ma un banco di prova cruciale per capire se la lotta al fumo sarà capace di evolvere dal divieto assoluto a un approccio più realistico e scientifico.
Look scuola: divieti
All’apertura delle scuole, non è solo il suono della campanella a segnare l’inizio del nuovo anno: molte scuole hanno deciso di introdurre o rafforzare regolamenti sull’abbigliamento degli studenti, imponendo divieti precisi che stanno suscitando dibattito sui look da adottare a scuola. L’Ansa segnala che in numerosi istituti sono stati distribuiti depliant o circolari che spiegano cosa non è permesso: gonne troppo corte, addomi scoperti, cappelli o cappucci in aula, unghie molto lunghe, zeppe alte o sandali incandescenti.
Secondo un sondaggio di Skuola.net (quasi 3.000 studenti coinvolti), circa 3 su 10 devono stare attenti a come vestirsi ogni mattina per evitare richiami o addirittura sanzioni; altri il 55% segnalano che c’è un dress code implicito che chiede un abbigliamento “adeguato” al contesto; solamente 1 studente su 5 ha carta bianca.
Tra i divieti più ricorrenti:
- top o canottiere minimal, magliette con scollature eccessive che lasciano le spalle o l’addome scoperto;
- gonne e pantaloni troppo corti, jeans strappati;
- cappelli o cappucci in aula;
- unghie finte troppo lunghe, trucco vistoso, capelli molto colorati, piercing; per le ragazze in particolare.
- per i ragazzi, il focus è meno sull’abbigliamento “minimale”, più su barba curata, aspetto ordinato; barbe troppo lunghe o trasandate vengono criticate.
Le scuole affermano che lo scopo è mantenere un ambiente “sobrio, decoroso, pulito e ordinato”, dove l’abbigliamento non distragga o impedisca la concentrazione.
Ci sono opinioni contrastanti su questi regolamenti. C’è chi sostiene che la scuola non sia il luogo per mostrare look da spiaggia o da festa, soprattutto con l’arrivo dei mesi più caldi; che è giusto mantenere una certa sobrietà e rispetto verso l’ambiente educativo. Alcuni presidi sottolineano che comunque queste regole sono dettate dall’autonomia scolastica: ossia, è l’istituto che decide cosa è adeguato nel proprio contesto.
Immancabili, però, le critiche. Molti studenti e associazioni dicono che spesso le regole sono vaghe e soggettive (“decoroso”, “impone distrazione”). E finiscono per penalizzare in modo sproporzionato le ragazze. C’è chi teme che si entri in una logica che limita la libertà di espressione personale. O che diventi una fonte di disagio fisico (con il caldo, per esempio) o psicologico. Inoltre, alcuni commentatori dicono che le sanzioni o i richiami possano sembrare arbitrari se non c’è chiarezza su cosa sia consentito o no.
Scuola: stop ai cellulari in classe
Con l’inizio del nuovo anno scolastico si concretizza una delle novità più discusse degli ultimi mesi: lo stop ai cellulari in classe, voluto dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Una misura che ha acceso un acceso dibattito nel mondo della scuola, ma che, sorprendentemente, trova il favore della maggior parte dei genitori.
Non si tratta solo di parole: gli istituti si stanno già attrezzando. All’ingresso gli studenti consegneranno i propri dispositivi, che verranno riposti in armadietti di sicurezza, chiusi a chiave, per poi essere riconsegnati a fine giornata. Un piccolo rito quotidiano che promette di cambiare profondamente il modo di vivere la scuola.
Per molti genitori si tratta di una liberazione. La maggioranza vede in questo divieto una possibilità concreta di riportare l’attenzione sui libri, sulla relazione con i compagni e con gli insegnanti. Via chat, notifiche, social: insomma, via le distrazioni continue che hanno reso più difficile concentrarsi durante le lezioni. E non manca chi intravede in questa scelta un’occasione per reimparare a vivere la scuola come spazio “protetto”, diverso dalla vita fuori.
Naturalmente, restano le incognite. Per i ragazzi il cellulare non è solo un oggetto: è identità, comunicazione, talvolta anche rifugio. Privarsene, seppur solo per le ore scolastiche, significherà imparare a gestire diversamente tempo e relazioni. È qui che si gioca la vera sfida: non tanto custodire gli smartphone sotto chiave, quanto restituire agli studenti la capacità di abitare la scuola senza la mediazione costante di uno schermo.
Il divieto voluto da Valditara, insomma, non è soltanto una regola: è un esperimento culturale. Se funzionerà, sarà perché avrà saputo ridare centralità alla scuola come luogo di ascolto, di concentrazione e di crescita collettiva. E perché, forse, avrà insegnato anche agli adulti che educare non significa solo dire “no”, ma creare le condizioni perché quel “no” si trasformi in un “sì” a qualcosa di più grande.
Litigi con figli adolescenti
La convivenza con un adolescente non è sempre una passeggiata. Quando il ragazzo torna da scuola dopo una lunga giornata, stanco, stressato e carico di emozioni trattenute, è facile ritrovarsi in casa in balìa di esplosioni emotive, silenzi glaciale o discussioni accese. Come spesso spiega la parenting coach Alyson Pain, questi litigi con figli adolescenti nascono da un bisogno di “scaricare” tutto ciò che è stato trattenuto durante la giornata.
Secondo le esperte citate su HuffPost UK – Susie Pinchin e la dott.ssa Patapia Tzotzoli – è fondamentale riconoscere che i ragazzi non si ribellano per cattiva volontà, ma perché hanno consumato gran parte delle loro risorse emotive già durante la scuola. Una volta a casa, il “coperchio si apre” e ciò che è stato represso scorre fuori come fiume in piena.
Come affrontare i litigi con figli adolescenti
1. Priorità alla connessione, non alle domande
Subito dopo l’uscita da scuola, non bombardare con domande a raffica sul rendimento o le abitudini quotidiane. Piuttosto, crea un piccolo rituale positivo: una battuta simpatica, una canzone divertente, o un semplice gesto affettuoso. L’obiettivo è ristabilire un clima di fiducia prima di entrare nel vivo della conversazione.
2. Offri una zona franca all’arrivo
Il primo momento dopo la scuola dovrebbe essere libero da aspettative: “Vuoi stare un po’ da solo? Vuoi merenda? Vuoi parlare o ascoltare un po’ di musica?”. Dare loro la possibilità di scegliere come ritornare alla calma significa restituire un senso di controllo perso durante la giornata.
3. Proteggi il legame, anche nel conflitto
Quando la tensione sale, vale la pena fermarsi e osservare anziché reagire. Mantenere contatto visivo, offrire un gesto affettuoso o usare frasi semplici come: “Sembra sia stata una giornata lunga” aiuta a ricordare al ragazzo che non è solo. In questo modo, si costruisce un terreno emotivo ristabilendo sicurezza e apertura.
4. Disinnesca i conflitti con empatia e pausa
Quando il discorso vira verso lo scontro, prendersi una pausa è spesso la mossa più efficace. Anche pochi minuti di respiro, lontano dalla drammatizzazione, consentono di recuperare lucidità e tornare con più serenità al confronto.
Anche nell’errore, esiste una grande opportunità educativa: quando emerge una battuta d’arresto nei rapporti, ammettere l’errore e chiedere scusa è un insegnamento potente. I ragazzi imparano così che anche gli adulti possono sbagliare e che il rispetto torna quando c’è sincerità.
In sostanza: meno battibecchi, più relazione. Come sostiene Alyson Pain, i litigi con figli adolescenti non sono una maledizione familiare, ma uno specchio della complessità propria della loro età. Occorre cambiare prospettiva: non combatterli come cose da eliminare, ma viverli come opportunità di crescita, grazie a brevi rituali, ascolto autentico e gestione emotiva consapevole.