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Acne: consigli pratici per gestirla

Giu 16
Scritto da Annamaria avatar

L’acne è una delle problematiche dermatologiche più diffuse e, soprattutto durante l’adolescenza, può avere un impatto importante non solo sull’aspetto fisico ma anche sul benessere emotivo. Non si tratta infatti di una semplice questione estetica: brufoli, punti neri e infiammazioni possono influenzare l’autostima e il rapporto con gli altri. I numeri parlano chiaro. Secondo l’Osservatorio Skincare realizzato da ScuolaZoo in collaborazione con Lamuselab, il 72% dei ragazzi tra i 14 e i 22 anni dichiara di convivere con l’acne. Una condizione che, però, non riguarda soltanto gli adolescenti. Studi internazionali mostrano come il problema sia frequente anche in età adulta, soprattutto tra le donne. Ecco alcuni consigli pratici per gestirla.

acne consigli per gestirla

Perché compare l’acne? Le cause possono essere diverse e spesso si combinano tra loro. Tra i fattori più comuni troviamo gli squilibri ormonali, la predisposizione genetica, lo stress, l’utilizzo di prodotti cosmetici non adatti e una detersione scorretta della pelle. Anche l’esposizione eccessiva al sole può peggiorare la situazione. Se inizialmente sembra che i brufoli migliorino, i raggi UV tendono a ispessire lo strato superficiale della pelle, favorendo l’ostruzione dei pori e provocando, nel tempo, un peggioramento delle manifestazioni acneiche.

Ci sono alcuni errori che è importante evitare. Quando compaiono i primi brufoli, la tentazione di schiacciarli è forte. Manipolare le lesioni aumenta il rischio di infiammazione, infezioni e cicatrici permanenti. Anche affidarsi a rimedi fai-da-te aggressivi può rivelarsi controproducente. La pelle acneica è già infiammata e necessita di trattamenti delicati e specifici.

Nel libro Skin Revolution, come riporta Vanity Fair, la dermatologa Ines Mordente suggerisce alcune semplici regole che possono fare la differenza nella gestione quotidiana dell’acne:

  • evitare di toccare o schiacciare i brufoli;
  • utilizzare detergenti delicati con azione seboregolatrice;
  • scegliere make-up di qualità e formulato per pelli acneiche;
  • seguire una skincare costante e personalizzata;
  • effettuare esfoliazioni leggere solo quando indicate da uno specialista;
  • mantenere un’alimentazione equilibrata;
  • limitare l’esposizione solare e utilizzare sempre una protezione adeguata.

Per trattamenti più intensivi, come peeling chimici e terapie specifiche, è sempre consigliabile rivolgersi a un dermatologo.

Nei casi di acne moderata o severa, il medico può valutare l’utilizzo di trattamenti specifici. Tra le soluzioni più utilizzate ci sono retinoidi, perossido di benzoile, acido azelaico, acido salicilico e, in alcuni casi, antibiotici topici o sistemici. La terapia viene scelta in base all’età, alla gravità delle lesioni, alla zona interessata e alle caratteristiche individuali della pelle. Per questo motivo è importante evitare il “fai da te” e affidarsi sempre a un professionista.

Social vietati ai minori: protezione o passo indietro?

Giu 15
Scritto da Annamaria avatar

Da oggi una domanda divide genitori, educatori e adolescenti di mezzo mondo: i social vietati ai minori di 16 anni sono davvero la soluzione? Si tratta si semplice protezione o è un passo indietro rispetto al passato? Il dibattito si è acceso dopo l’annuncio del primo ministro britannico Keir Starmer, che ha deciso di vietare l’accesso alle principali piattaforme social ai ragazzi sotto i 16 anni. TikTok, Instagram, Snapchat, Facebook, YouTube e X potrebbero diventare off limits per milioni di adolescenti britannici a partire dal 2027.

Si tratta di una decisione forte, destinata a far discutere. Le parole di Starmer non lasciano spazio a dubbi: secondo il premier, i social network espongono i ragazzi a contenuti pericolosi, facilitano bullismo e molestie, possono compromettere la salute mentale e sono progettati per creare dipendenza. “I social media rendono i bambini infelici”, ha dichiarato, spiegando di aver preso questa decisione pensando prima di tutto alla sicurezza dei più giovani.

Ma è davvero così semplice? Chi è genitore, come me, oggi conosce bene il dilemma. Da una parte ci sono le paure. Quelle reali. Ragazzi che passano ore davanti allo schermo, confronti continui con modelli irraggiungibili, cyberbullismo, contenuti violenti, sfide pericolose, dipendenza da like e approvazione sociale. Sono problemi che esistono e che nessuno può più fingere di ignorare. Dall’altra parte, però, c’è un’altra verità.

I social non sono soltanto il luogo dove nascono insicurezze e rischi. Per molti adolescenti rappresentano anche uno spazio di espressione, creatività, informazione e socializzazione. Ci sono ragazzi timidi che trovano online il coraggio di raccontarsi, giovani che imparano lingue straniere, coltivano passioni, seguono corsi, costruiscono amicizie e scoprono interessi che altrimenti non avrebbero mai incontrato.

Allora la domanda diventa inevitabile: il problema sono davvero i social o il modo in cui vengono utilizzati? Per anni abbiamo chiesto alle famiglie di educare all’uso consapevole della tecnologia. Oggi qualcuno propone una strada diversa: eliminare il problema alla radice, vietando l’accesso. Ma un divieto può sostituire l’educazione?

Molti esperti fanno notare che i ragazzi potrebbero aggirare facilmente le restrizioni, come già accade con altri limiti online. Il rischio è che i social diventino ancora più attraenti proprio perché proibiti, mentre genitori e figli perdono un’importante occasione di confronto. Forse la vera sfida non è decidere se i social siano buoni o cattivi. Forse la sfida è insegnare ai nostri figli a viverli senza esserne travolti. Perché la generazione che oggi ha 10, 12 o 15 anni non conoscerà un mondo senza tecnologia. Il digitale farà parte della loro vita, del loro lavoro, delle loro relazioni. Imparare a gestirlo sarà una competenza fondamentale quanto leggere, scrivere o studiare una lingua straniera.

Il Regno Unito ha scelto una strada netta e coraggiosa. Resta da capire se sarà quella giusta. Nel frattempo una domanda resta aperta e riguarda tutti noi, soprattutto noi genitori: è meglio proteggere i ragazzi tenendoli lontani dai social o accompagnarli passo dopo passo a usarli con consapevolezza? Probabilmente non esiste una risposta valida per tutti. Ma la discussione, bià in atto, va affrontata con ancora più energia.

Social vietati ai minori?

Apr 18
Scritto da Annamaria avatar

Il tema è tornato con forza al centro del dibattito: social vietati ai minori? Non è più solo una riflessione tra genitori, ma una vera e propria proposta che si inserisce in un movimento più ampio, già discusso anche in altri Paesi europei, dove si cerca di proteggere bambini e ragazzi da un uso precoce e spesso incontrollato delle piattaforme digitali. L’idea di fondo è semplice ma potente: i social non sono ambienti neutri. Espongono i più piccoli a dinamiche complesse — giudizio, confronto, dipendenza — che non sempre sono pronti a gestire. Per questo si parla sempre più spesso di limiti di età, controlli più rigidi e responsabilità anche da parte delle piattaforme. Il Governo accelera sul ddl per la tutela dei minori, puntando ad innalzare la “maggiore età” per accedere alle piattaforme social, ma cosa significa davvero, nella vita quotidiana di una famiglia?

social vietati ai minori

Significa, prima di tutto, interrogarsi su quanto presto i bambini entrino in contatto con smartphone e social. Oggi succede sempre prima, spesso per necessità, a volte per comodità, altre per pressione sociale (“ce l’hanno tutti”). Eppure, sempre più esperti sottolineano che anticipare troppo questi strumenti può avere conseguenze sulla concentrazione, sull’autostima e sulle relazioni.

In questo contesto si inserisce anche la voce di Francesca Barra, giornalista, conduttrice, scrittrice, che ha contribuito ad alimentare la riflessione con un punto di vista molto concreto. Non si limita a parlare di divieti, ma invita a guardare il problema in modo più ampio.

“Non è una questione di controllo, ma di protezione”, è il senso del suo messaggio. E ancora, mette in guardia da un errore molto comune: considerare i social un semplice passatempo. In realtà, come sottolinea, sono un ambiente complesso, capace di influenzare profondamente il modo in cui i ragazzi si percepiscono e si relazionano.

Barra, che è madre di quattro figli di età diverse, a Leggo racconta anche quanto sia difficile trovare un equilibrio tra il proteggere e il non isolare. Per questo insiste su un punto fondamentale: il ruolo degli adulti. Non basta dire “no”, serve costruire alternative, proporre esperienze, creare tempo condiviso. 

Ed è qui che il tema della proposta di legge si intreccia con la vita reale delle famiglie. Perché una norma può aiutare, può dare un limite chiaro, ma non può sostituire l’educazione. Non può insegnare ai bambini come usare uno strumento, né può costruire quel rapporto di fiducia che si crea giorno dopo giorno.

In molti Paesi si stanno già sperimentando restrizioni più rigide, proprio perché la dipendenza da social e smartphone è considerata sempre più un problema di salute pubblica. Ma anche chi è favorevole ai divieti sottolinea che da soli non bastano. Il punto, allora, non è solo “vietare o no”, ma capire quando, come e con quali regole introdurre questi strumenti nella vita dei nostri figli. E forse la domanda più importante resta un’altra: che esempio diamo noi?

Perché i bambini osservano, imitano, assorbono. Se siamo i primi a stare sempre con lo smartphone in mano, a scrollare senza sosta, a distrarci continuamente, sarà difficile chiedere loro di fare diversamente. Alla fine, più che una battaglia contro i social, questa è una sfida educativa. Una di quelle che non si risolvono con una sola regola, ma con presenza, coerenza e dialogo.

E in mezzo a tutto questo, resta una certezza: proteggere l’infanzia, oggi, significa anche imparare a mettere dei confini nel mondo digitale. Senza paura di dire qualche no in più. Anche se è la parte più difficile.

Giovani: il futuro fa paura

Mar 12
Scritto da Annamaria avatar

Crescere oggi non è semplice. Per molti ragazzi pensare al futuro non significa entusiasmo o sogni, ma ansia, pressione e senso di smarrimento. Il futuro fa paura ai giovani. È la fotografia che emerge dalla ricerca “Fragile – mappae mundi di una nuova generazione”, promossa dalla Fondazione Unhate, che ha analizzato il rapporto dei giovani italiani tra i 13 e i 24 anni con il presente e con ciò che li aspetta domani. Il dato che colpisce di più è che quasi un giovane su quattro si sente sopraffatto e bloccato, schiacciato da aspettative, paure e difficoltà relazionali. Una condizione che gli studiosi definiscono quella degli “sfiduciati sotto pressione”: ragazzi che percepiscono il mondo come minaccioso, fanno fatica a immaginare il futuro e tendono a interiorizzare il disagio senza chiedere aiuto.

giovani ilfuturo fa paura

Lo studio racconta una generazione cresciuta in un contesto pieno di opportunità – più accesso all’informazione, più libertà di movimento, orizzonti globali più ampi – ma anche più complesso e difficile da interpretare. Quando mancano punti di riferimento solidi, questa apertura può trasformarsi in una fonte di pressione e spaesamento, fino a creare una vera e propria sensazione di “blocco”.

La ricerca individua quattro diversi profili tra i giovani italiani, che aiutano a capire meglio le tante sfumature di questa generazione. Il gruppo più numeroso è quello dei “moderati in transizione”, che rappresenta il 34%: ragazzi che mantengono un equilibrio fragile e hanno bisogno di sostegno per affrontare i passaggi più delicati della crescita. Poi ci sono gli “irrequieti in bilico”, circa il 25%, giovani spesso molto attivi e motivati ma esposti a un forte rischio di sovraccarico e ansia da prestazione. All’estremo opposto si trovano i “fiduciosi propositivi”, che sono solo il 17%: ragazzi con buon equilibrio emotivo e relazionale, capaci di guardare al futuro come a uno spazio di possibilità.

Nonostante le fragilità, il quadro non è completamente negativo. Molti giovani continuano a credere nel futuro, nella scienza, nella tecnologia e nelle opportunità offerte dall’Europa. Ma allo stesso tempo emergono segnali diffusi di stanchezza, insicurezza e senso di inadeguatezza, soprattutto nella fascia tra i 17 e i 19 anni, quando si avvicinano le scelte più importanti per la vita adulta.

Secondo gli esperti, la chiave per trasformare questa fragilità in una risorsa sta soprattutto nelle relazioni educative e nei contesti che accompagnano i ragazzi nella crescita. Scuola, famiglia, attività sportive, artistiche o di volontariato possono diventare spazi fondamentali in cui i giovani costruiscono fiducia, identità e senso del futuro. Perché crescere significa anche imparare a orientarsi in un mondo complesso, ma nessuno dovrebbe farlo da solo.

I social minano davvero l’attenzione dei ragazzi

Dic 11
Scritto da Annamaria avatar

Per anni ci siamo sentiti dire che i videogiochi sono il grande nemico dell’attenzione dei ragazzi, la causa di ogni distrazione, il buco nero che inghiotte concentrazione e rendimento scolastico. E invece, a quanto pare, stavamo guardando dalla parte sbagliata. Una ricerca del Karolinska Institutet insieme alla Oregon Health & Science University ha seguito più di 8.300 bambini dai 10 ai 14 anni per capire davvero come reagisce la loro attenzione quando passano tempo davanti agli schermi. E la sorpresa è notevole: i problemi non arrivano dai videogiochi, né dai video o dalla tv. L’unico vero fattore che sembra incidere sulla capacità di mantenere il focus sono… i social. Sono loro che minano davvero l’attenzione dei ragazzi.

Già questo, da solo, ribalta una narrazione intera. I ricercatori spiegano che la questione non è “quanto” schermo, ma “che tipo” di schermo. Quando un ragazzo gioca, anche se può sembrare immerso in un mondo parallelo, in realtà sta sostenendo un livello di concentrazione costante: prende decisioni, segue obiettivi, coordina strategie. Lo stesso vale per un video, che ha un inizio, una fine, un flusso lineare. I social, invece, lavorano esattamente al contrario: notifiche improvvise, feed infiniti, messaggi che arrivano a raffica, e quell’attesa — quasi pavloviana — che qualcosa stia per succedere da un momento all’altro. È proprio questa frammentazione continua dell’attenzione il terreno più fertile per la distrazione.

Ovviamente, i ricercatori sono cauti: a livello individuale, parliamo di un effetto “modesto”. Non è che ogni ragazzino che passa del tempo su Instagram o TikTok svilupperà un disturbo dell’attenzione, e nessuno sta dicendo che i social “causino” qualcosa come l’ADHD. Ma il punto è un altro: quando un’intera generazione è immersa quotidianamente in un ambiente così frammentato, anche un piccolo cambiamento individuale può trasformarsi in un effetto enorme a livello sociale, con più diagnosi e più fatica generale nel concentrarsi.

E allora, forse, la soluzione non è demonizzare gli schermi in blocco — perché videogiochi e video non sembrano affatto il problema — ma iniziare a guardare con più lucidità come i ragazzi usano i social e che tipo di spazio mentale lasciano loro. Non serve diventare rigidi o punitivi: basta favorire un uso più consapevole, spezzare qualche automatismo, ritagliarsi momenti senza notifiche, alternare digitale e offline con un po’ più di cura. Anche perché l’attenzione non è un interruttore: è un muscolo. E oggi, più che mai, ha bisogno di essere allenato nel modo giusto.

La Gen Z riscrive le regole dell’errore

Ott 13
Scritto da Annamaria avatar

Per anni, in Italia, l’errore è stato un tabù. Un fallimento da evitare a tutti i costi, segno di debolezza più che di crescita. Ma le nuove generazioni stanno ribaltando la prospettiva: oggi, per quasi la metà degli studenti italiani (42%), sbagliare non è più una vergogna, bensì un’occasione per migliorare. La Gen Z riscrive le regole dell’errore.

la gen z riscrive le regole dellerrore

A dirlo è una ricerca di Skuola.net, realizzata con Tipp-Ex, che ha coinvolto 2.500 ragazzi delle scuole superiori e dell’università. Il 32% descrive l’errore come “frustrante ma utile”, un altro 10% lo vede come uno stimolo concreto a fare meglio. Solo una minoranza, il 22%, lo considera ancora un fallimento senza alcun lato positivo.

Il cambiamento c’è, anche se non mancano i retaggi del passato. Quasi un ragazzo su due (45%) confessa di sentirsi agitato o sotto pressione quando sbaglia a scuola, e tra le ragazze il senso di dover “fare meglio” è ancora più forte. Segno che l’idea dell’errore come colpa, eredità della vecchia scuola “Gentiliana”, non è del tutto superata.

C’è però un nuovo vento che soffia tra i banchi: quello del “fail and learn”, l’arte di sbagliare per crescere. I giovani stanno imparando a guardare i propri inciampi con occhi diversi, persino con un pizzico di ironia. E se il 65% si limita a barrare un errore, molti preferiscono strumenti come il correttore a nastro o il bianchetto: piccoli gesti simbolici per trasformare lo sbaglio in una ripartenza.

Le nuove generazioni sono molto più esposte rispetto al passato all’ansia da prestazione a scuola, come del resto avviene nello sport e sui social: 9 su 10 la percepiscono in maniera tangibile nel loro quotidiano – spiega Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net, a LeggoMa la loro reazione è rivoluzionaria, specie se raffrontata alla mentalità tipica italiana: invece di flagellarsi per l’errore o viverlo come uno stigma da evitare a tutti i costi, preferiscono usarlo come lezione per ripartire”.


Aggiunge Giada Canestrelli di BIC Italia: “Vogliamo aiutare i ragazzi a vivere l’errore con serenità e leggerezza, trasformandolo in un’occasione di crescita. L’errore non è un fallimento, ma un passaggio naturale del percorso di apprendimento: correggerlo con semplicità, e magari con un pizzico di ironia, significa imparare a guardarlo con occhi nuovi e a ritrovare fiducia in sé stessi”.

Salute mentale: come proteggere i giovanissimi

Ott 10
Scritto da Annamaria avatar

Oggi, 10 ottobre, si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale, un’occasione importante per accendere i riflettori su un tema sempre più urgente: il benessere psicologico dei giovanissimi. Come proteggere i ragazzi, adulti di domani, è importantissimo. Ansia, isolamento, dipendenza dai social e paura di non essere “abbastanza” sono solo alcune delle sfide che bambini e adolescenti si trovano ad affrontare ogni giorno, spesso in silenzio.

salute mentale come proteggere i givanissimi

Negli ultimi anni, infatti, psicologi e pediatri hanno registrato un aumento significativo dei disturbi d’ansia e dell’umore tra i ragazzi. Complice anche l’iperconnessione, la pressione scolastica e l’incertezza del futuro, molti giovani faticano a gestire le emozioni, a riconoscere i propri limiti e a chiedere aiuto.

Per questo, tutelare la loro salute mentale deve diventare una priorità educativa e sociale. Ecco alcuni punti chiave su cui genitori, insegnanti e comunità possono agire:

  • Ascolto autentico: i ragazzi hanno bisogno di sentirsi ascoltati senza giudizio. Creare momenti di dialogo quotidiano, anche brevi, è il primo passo per farli aprire.
  • Educazione emotiva: riconoscere e nominare le emozioni è fondamentale. Le scuole dovrebbero introdurre percorsi di alfabetizzazione emotiva fin dalla primaria.
  • Equilibrio digitale: non si tratta di demonizzare i social, ma di insegnare un uso consapevole della tecnologia, favorendo esperienze reali, contatto con la natura e sport.
  • Sostegno professionale: chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Psicologi scolastici e centri di ascolto dovrebbero essere presidi permanenti per i più giovani.
  • Esempio adulto: la serenità emotiva dei bambini nasce anche da quella dei genitori. Mostrarsi equilibrati e capaci di affrontare lo stress aiuta i figli a fare lo stesso.

In un mondo che corre veloce, ricordiamoci che la salute mentale è parte integrante della salute, e che prendersi cura dei pensieri e delle emozioni è un investimento sul futuro di tutti. Perché un bambino sereno oggi è un adulto più forte domani.

Dermorexia

Ott 01
Scritto da Annamaria avatar

Specchi, selfie, routine infinite di creme e trattamenti: prendersi cura della pelle è oggi parte della quotidianità di molte persone. Ma quando l’attenzione alla skincare si trasforma in una vera e propria fissazione, può diventare un problema. È il caso della dermorexia, un disturbo ancora poco conosciuto ma sempre più diffuso, legato al culto della pelle “perfetta”.

dermorexia

La dermorexia rientra nei disturbi dell’immagine corporea e si manifesta con un’ossessione compulsiva per la cura della pelle. Chi ne soffre trascorre molto tempo a controllare ogni minimo difetto, cambiando di continuo prodotti cosmetici, sottoponendosi a trattamenti estetici frequenti e, nei casi più gravi, sviluppando ansia e insoddisfazione cronica.

Un fenomeno che oggi spopola soprattutto tra le ragazzine e le adolescenti, immerse in un mondo dominato da selfie e filtri, dove la pelle deve apparire sempre liscia, uniforme e senza imperfezioni. Quali sono i campanelli d’allarme?

  • Passare ore davanti allo specchio a controllare la pelle
  • Usare in modo compulsivo creme, scrub e trattamenti
  • Cambiare continuamente prodotti alla ricerca di quello “miracoloso”
  • Evitare situazioni sociali per paura di mostrare imperfezioni
  • Sentirsi ansiosi o depressi se la pelle non appare perfetta

Tra le cause e i fattori scatenanti alla base c’è quasi sempre un mix di insicurezza personale, influenza dei modelli estetici diffusi dai social e una forte ansia legata all’aspetto fisico. L’idea di non avere una pelle “da copertina” genera frustrazione e la convinzione di doverla correggere a ogni costo. Per le adolescenti, che vivono un’età fragile e in trasformazione, la pressione sociale è ancora più forte: bastano un brufolo o un rossore per sentirsi “sbagliate”.

Paradossalmente, questa patologia porta spesso al risultato opposto: prodotti aggressivi e trattamenti eccessivi possono danneggiare la barriera cutanea, provocando irritazioni, arrossamenti e imperfezioni ancora più difficili da gestire. A livello emotivo, il rischio è quello di sviluppare isolamento sociale e calo dell’autostima.

Come affrontarla? Il primo passo è riconoscere che si tratta di un disturbo psicologico e non solo estetico.

  • Chiedere supporto a uno psicologo esperto in disturbi dell’immagine corporea può essere determinante.
  • Stabilire una skincare essenziale, con pochi prodotti adatti al proprio tipo di pelle, seguendo i consigli di un dermatologo.
  • Limitare il tempo online, soprattutto sui social dove filtri e immagini perfette amplificano l’insicurezza.
  • Riscoprire il benessere oltre la pelle, coltivando passioni, relazioni e attività che valorizzino la persona nel suo insieme.