Nuovi programmi scolastici: vecchi libri da buttare
Il grande aggiornamento delle Indicazioni nazionali, quello che dal 2026 cambierà programmi, impostazione didattica e persino alcune materie come il ritorno del latino alle medie, non avrà effetti solo sul modo di insegnare. Avrà un impatto molto concreto anche sulle tasche delle famiglie. È un aspetto di cui si parla poco, ma che rischia di diventare il problema numero uno già dall’anno scolastico 2026/27: i vecchi libri non varranno più nulla e il mercato dell’usato, per un anno o forse due, sarà praticamente azzerato. Insomma, nuovi programmi scolastici, e quindi vecchi libri da buttare.

Il motivo è semplice. Quando entrano in vigore nuove Indicazioni nazionali, gli editori devono rivedere completamente i testi: non qualche paragrafo, ma l’impostazione, la scelta dei contenuti, le mappe concettuali, gli esercizi, talvolta perfino l’ordine dei capitoli. Questo significa che i libri attualmente in circolazione non saranno più adottabili. Chi aveva già programmato di comprare i testi di seconda mano, si ritroverà senza alternative, obbligato a passare al nuovo.
Il problema riguarda soprattutto le scuole medie, perché è qui che il ricambio dei libri pesa di più. Per molte famiglie, l’usato è sempre stato una boccata d’ossigeno: un risparmio che, a seconda delle materie, può arrivare anche al 40-50% sul costo finale. E non è solo questione di risparmiare: c’è anche il tema del “ciclo virtuoso”, in cui ogni studente vende i propri libri per acquistare quelli dell’anno successivo, ammortizzando la spesa. Con il cambio dei programmi, questo ciclo si interrompe. Chi oggi frequenta seconda o terza media, ad esempio, non potrà rivendere quasi nulla, e chi entrerà in prima media nel 2026 dovrà acquistare tutto nuovo.
Il paradosso è evidente: una riforma pensata per modernizzare la scuola rischia di pesare soprattutto sulle famiglie che già fanno fatica a sostenere una lista di testi sempre più costosa. E questo accade proprio mentre il governo sta spingendo su tradizione, radici culturali e studio più rigoroso della grammatica e della storia dell’Occidente. Una visione condivisibile o meno, ma che inevitabilmente porta con sé un prezzo.
A tutto questo si aggiunge un altro dettaglio poco considerato: il mercato dell’usato non è solo un modo per risparmiare, ma anche una forma di economia circolare spontanea, un’abitudine utilissima che riduce sprechi e consumo di carta. Con l’arrivo dei nuovi programmi, migliaia di libri attuali rischiano di finire nei cassetti, negli scatoloni o, peggio ancora, al macero.
Le famiglie dovranno quindi prepararsi a un autunno 2026 più costoso del solito. C’è chi parla di incentivi, chi suggerisce voucher o bonus libri ampliati, chi chiede alle scuole di adottare testi digitali almeno in parte. Ma ad oggi, soluzioni ufficiali non ce ne sono. E la sensazione è che questo tema emergerà forte e chiaro solo quando, a giugno, verranno pubblicate le nuove liste dei libri di testo.
Per ora, di certo c’è una cosa sola: dietro la riforma culturale che il Ministero dell’Istruzione ha avviato, si nasconde anche una riforma economica non dichiarata, che riguarda direttamente ogni famiglia italiana con figli in età scolare. Il rischio è che il rinnovamento didattico diventi, almeno all’inizio, un rinnovamento costoso.
La scuola italiana cambia
A fine dicembre 2025 il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha firmato il testo definitivo delle nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, cioè le nostre medie. Saranno operative dal primo anno scolastico 2026/27, dando il via a una trasformazione importante dei programmi didattici che era al centro di un lungo dibattito pubblico da mesi. La scuola italiana cambia volto.
L’obiettivo dichiarato dal Ministro è chiaro: “voltare pagina”, restituendo al percorso scolastico un impianto culturale che valorizzi la storia occidentale, la nostra identità linguistica e i fondamenti della lingua italiana, a partire dalla grammatica e dallo studio dei classici. Secondo Valditara, queste scelte dovrebbero aiutare gli studenti a sviluppare una maggiore padronanza espressiva e un pensiero critico più solido, senza però tornare a un passato superato ma attingendo alle radici della nostra civiltà.
Una delle novità che ha attirato maggiore attenzione è il ritorno del latino nella scuola media, previsto a partire dal secondo anno. Lo studio del latino sarà facoltativo, con un’ora settimanale aggiuntiva svolta nelle attività pomeridiane di potenziamento e affidato ai docenti di italiano già abilitati per la disciplina. L’intento è di fare del latino non una materia esclusiva, ma uno strumento di sostegno alla comprensione profonda della lingua e alla logica del pensiero.
Accanto al latino, si rafforza lo studio della grammatica e della calligrafia fin dalla scuola primaria, con l’obiettivo di evitare “eccessi di spontaneismo” nell’espressione scritta e promuovere una scrittura più consapevole e accurata. Verrà data maggiore importanza alla memorizzazione di poesie e filastrocche, alla scrittura in corsivo, all’ortografia e ai riassunti, strumenti ritenuti utili anche per favorire la comprensione e la riflessione personale sui testi.
Un altro aspetto centrale riguarda l’insegnamento della storia, che nelle nuove linee guida viene orientato con una forte enfasi sulla storia dell’Occidente come filo conduttore dei programmi. In pratica, si privilegia il racconto delle origini e dello sviluppo della civiltà europea e italiana, con l’intento di offrire agli studenti una narrativa storica più coerente e integrata delle proprie radici culturali.
Le modifiche, tuttavia, non riguardano solo le cosiddette “materie umanistiche”. Secondo il testo delle Indicazioni nazionali, verranno innovati anche i programmi di matematica, scienze, musica e lingue straniere, con un approccio didattico che punta a partire dal reale, includere strumenti digitali e stimolare competenze pratiche insieme a quelle teoriche. Anche l’educazione motoria e tecnica avrà spazi e accorgimenti pensati per una didattica più laboratoriale e coinvolgente.
Naturalmente, un cambiamento di questa portata non è passato senza controversie. Sindacati e alcune associazioni di insegnanti hanno espresso critiche, definendo i nuovi programmi troppo prescrittivi o troppo centrati su una visione culturale considerata da alcuni troppo orientata verso l’identità occidentale. Alcune osservazioni sono state sollevate anche dal Consiglio di Stato durante l’iter di approvazione, sebbene alla fine sia arrivato il via libera.
Ora la parola passa agli editori e alle scuole, che dovranno preparare i nuovi libri di testo e organizzare l’offerta formativa in vista dell’anno scolastico 2026/27. Per insegnanti, studenti e famiglie si apre quindi un periodo di lavoro e di adattamento, in cui l’educazione italiana punta a combinare tradizione e innovazione per rispondere alle esigenze di un mondo in rapido cambiamento.
Teatro gioco terapeutico per i bambini
Tra i passatempi più semplici e allo stesso tempo più ricchi che si possono fare con i più piccoli, il teatro occupa un posto speciale: è un gioco terapeutico per i bambini. Non servono palcoscenici, costumi elaborati o copioni impeccabili: basta uno spazio, un po’ di immaginazione e la voglia di giocare.

Nel gioco teatrale il bambino entra ed esce dai ruoli: diventa un animale, un eroe, un personaggio buffo, un adulto, un mostro. Questo processo di immedesimazione è profondamente terapeutico: permette di proiettare emozioni difficili in figure immaginarie; offre un modo indiretto e sicuro per metabolizzare paure, ansie e frustrazioni; aiuta a esplorare parti di sé che nella vita quotidiana restano in ombra. Un bambino che “fa finta” non sta solo recitando: sta costruendo competenze interne, sta imparando a conoscere le proprie emozioni, a nominarle, a trasformarle.
Il teatro è gioco, ma è anche movimento. Attraverso camminate, gesti amplificati, improvvisazioni fisiche, i bambini scaricano energia e tensioni accumulate. Sviluppano una maggiore consapevolezza corporea. Imparano a riconoscere come le emozioni si manifestano nel corpo. Questo ha un effetto calmante e integrativo, soprattutto nei bambini che faticano a esprimere verbalmente ciò che provano.
Quando un bambino inventa una storia teatrale, anche solo di pochi minuti, compie un gesto fondamentale: trasforma il caos delle emozioni in una narrazione. Raccontare una storia, anche giocosa, significa dare ordine, trovare un senso, creare un prima e un dopo. Questo processo è alla base della resilienza psicologica: permette di rielaborare eventi difficili; offre una cornice per comprendere ciò che accade dentro e fuori di sé; rafforza la capacità di immaginare soluzioni, alternative, finali diversi. La storia diventa un luogo sicuro dove provare possibilità, cambiare scenari, allenare la mente a cercare vie d’uscita.
Raramente il teatro si fa da soli. Anche nei giochi più spontanei, i bambini devono ascoltare gli altri, coordinarsi, aspettare il proprio turno, rispettare la scena dell’altro, negoziare ruoli e scelte narrative. Queste micro-dinamiche allenano abilità sociali fondamentali, come l’empatia e la comunicazione non verbale. In più, il gruppo offre un contenitore affettivo: i bambini si sentono visti, ascoltati e sostenuti.
Il “fare finta” è uno strumento potente: libera, alleggerisce, permette di sperimentare senza conseguenze reali. Attraverso il gioco teatrale i bambini possono provare ad essere coraggiosi quando si sentono insicuri. Non solo, anche a dire no quando nella vita reale fanno fatica, a proteggere qualcuno quando si sentono fragili, a essere buffi quando hanno paura di sbagliare. Ogni ruolo diventa una prova generale della vita, ma senza rischi. Il teatro permette la crescita emotiva in un ambiente protetto.
Tra i tanti giochi da fare con i bambini, il teatro ha un ulteriore vantaggio: è democratico. Non servono materiali costosi, né abilità particolari. Con una coperta che diventa mantello, una sciarpa che diventa serpente, una sedia che diventa la tana del drago, i bambini possono creare mondi interi. Questo lo rende uno strumento prezioso non solo in casa, ma anche a scuola, nei centri educativi, nelle comunità multiculturali o in contesti difficili.
Homeschooling
Quando si parla di istruzione obbligatoria, la mente corre subito all’immagine tradizionale: lo zaino, la scuola, l’aula, i compagni. Eppure in Italia, come in molti altri Paesi, esiste un’alternativa regolamentata: l’istruzione parentale, più nota come homeschooling o home education. Significa che non è obbligatorio frequentare una scuola: i genitori possono scegliere di “fare scuola a casa” per i figli, assumendosi la responsabilità della loro istruzione diretta.

La recente vicenda dei bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco” ha portato alla ribalta questo tema. Le famiglie che optano per l’homeschooling non sono fuori legge: la normativa italiana lo consente, a patto di rispettare alcune Regole. Nel caso in questione, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha confermato che per quei bambini l’obbligo scolastico risultava “regolarmente espletato” tramite educazione domiciliare riconosciuta.
Allora, come funziona davvero l’istruzione parentale? E cosa devono sapere le famiglie che la scelgono, oggi, in Italia?
Innanzitutto, per “optare” per l’homeschooling bisogna fare una dichiarazione formale: i genitori devono inviare al dirigente scolastico della scuola più vicina una comunicazione in cui dichiarano la loro volontà di provvedere all’istruzione in famiglia, e affermano di possedere la capacità tecnica o economica per farlo. Questa dichiarazione va rinnovata ogni anno.
Dopo aver fatto questa scelta, i bambini non “perdono” l’obbligo scolastico: lo affrontano in un modo diverso, e cioè somministrando loro l’istruzione a casa. Ma per poter passare all’anno successivo, ciascun alunno in homeschooling deve sostenere ogni anno un esame di idoneità presso una scuola statale o paritaria, fino a quando non viene assolto l’obbligo di istruzione (che in Italia dura 10 anni).
Le modalità dell’esame variano a seconda del livello scolastico: per la scuola primaria è prevista almeno una prova scritta di competenze linguistiche, una di competenze logico-matematiche e un colloquio. Per la scuola media tre prove scritte (italiano, matematica, inglese) più un colloquio interdisciplinare. Per il biennio superiore un esame sulle discipline previste dal piano di studi dell’indirizzo scelto.
La scuola a cui si affida l’esame ha anche l’obbligo di vigilare sul rispetto dell’obbligo scolastico: se la famiglia non presenta la dichiarazione di istruzione parentale o non consente l’esame, il dirigente scolastico, e in seconda battuta anche il sindaco del comune di residenza, possono intervenire.
In questi anni l’homeschooling è aumentato molto: le famiglie che lo scelgono sono molte di più rispetto al passato e provengono da diverse realtà, spesso spinti dal desiderio di un’educazione più personalizzata e rispettosa dei tempi del bambino.
Questo percorso offre flessibilità: la possibilità di costruire un programma di apprendimento su misura, di modulare tempi e ritmi, ma richiede consapevolezza, impegno e trasparenza. Non è una “via facile”: gli esami di idoneità richiedono preparazione adeguata, ed è importante che la famiglia si mantenga aggiornata su programmi e scadenze.
Il caso della “famiglia nel bosco” ha ricordato che la scelta dell’homeschooling, benché legale e possibile, non è esente da responsabilità. Le istituzioni competenti vigilano per far sì che l’istruzione avvenga seriamente, e intervengono se emergono irregolarità o condizioni non idonee.
In definitiva, l’istruzione parentale rappresenta un’alternativa reale e regolata alla scuola tradizionale: una scelta per chi crede che l’apprendimento possa avvenire anche fuori dalle aule, nel contesto della famiglia, con metodi diversi, tempi personalizzati e percorsi su misura. Ma è anche una scelta che comporta doveri: dichiarazioni da presentare, esami da sostenere, verifica della serietà del percorso educativo.
Chi decide di intraprendere questa strada lo fa perché crede in un’educazione consapevole, libera e responsabile. E quando la legge è rispettata, anche l’homeschooling può essere un’opportunità di crescita e libertà per i bambini, per i genitori, per l’intero concetto di scuola.
Bambini: regalare un animale domestico a Natale
Le festività in arrivo sono il momento dei sogni, delle luci scintillanti e, per molti piccoli (e anche adulti!), del desiderio di trovare sotto l’albero un cucciolo che scodinzola o un gattino che fa le fusa. Regalare un animale domestico a Natale ai bambini è un gesto d’amore profondo, ma è fondamentale che questa decisione sia presa con estrema consapevolezza e responsabilità, per evitare che la magia delle feste si trasformi in una triste storia di abbandono o cessione.
Il primo passo verso una scelta responsabile è porsi la domanda più importante: siamo davvero pronti ad accogliere un nuovo membro in famiglia, non solo a Natale, ma per i prossimi 10, 15 o anche 20 anni? Un animale non è un giocattolo da mettere via quando si è stanchi. Richiede tempo, dedizione, denaro e cambiamenti nello stile di vita. Bisogna dedicargli del tempo, spendere del denaro per lui che richiede cibo adatto, vaccinazioni, visite veterinarie, sterilizzazione, microchip, accessori, eventuali spese mediche impreviste. E poi ci sono le vacanze: chi si prenderà cura di lui?
Se la risposta a questi punti non è un “Sì” convinto e unanime da parte di tutti i membri della famiglia, è meglio optare per un regalo diverso, come un kit per la cura di un animale, un buono per un corso di addestramento, o un libro sull’educazione cinofila.
E’ necessario pensare anche al tipo di cane che si vuole. Certo, quelli di razza costano. La scelta più etica e responsabile è spesso l’adozione da un rifugio, canile o gattile. I volontari conoscono a fondo il carattere degli animali e sanno abbinarli al nucleo familiare perfetto. Evitate acquisti online non verificati, negozi di animali che non garantiscono la tracciabilità e la salute del cucciolo, o “allevatori” improvvisati. Sostenere questi canali contribuisce al triste ciclo del commercio irresponsabile.
Se l’impegno per un cane o un gatto è troppo grande, considerate alternative che, pur richiedendo cura, sono meno impattanti:
- Conigli o Porcellini d’India: Hanno bisogno di spazio e interazione, ma sono più gestibili.
- Uccelli o Pesci: Possono essere un ottimo primo passo per insegnare ai bambini la cura e la responsabilità.
Un animale è un dono di vita, non un regalo di Natale. Scegliere con il cuore, ma soprattutto con la testa, è l’unico modo per garantire a questi meravigliosi esseri una casa per sempre e per evitare il dramma degli abbandoni.
Eco Ball: il gioco che insegna il riciclo
Si chiama Eco Ball e promette di diventare lo sport più educativo (e green) del momento. Niente trofei o classifiche, ma una sola grande vittoria: quella dell’ambiente. L’idea è semplice e geniale: trasformare la raccolta differenziata in un gioco di squadra. E’ il gioco che insegna il riciclo ai bambini.

L’Eco Ball nasce come iniziativa educativa nelle scuole primarie e negli oratori, con l’obiettivo di insegnare ai più piccoli i principi del riciclo e della sostenibilità attraverso il movimento e la competizione sana. Il campo di gioco? Una palestra o un cortile attrezzato con bidoni colorati che rappresentano i diversi materiali da riciclare: plastica, carta, vetro e organico. La palla, rigorosamente realizzata con materiali riciclati, viene lanciata dai bambini nei contenitori giusti, ma non basta solo il tiro: per guadagnare punti bisogna anche riconoscere correttamente il tipo di rifiuto e spiegarne il percorso di smaltimento.
L’Eco Ball funziona perché unisce educazione e gioco, due elementi che parlano la stessa lingua ai bambini. Durante una partita, si corre, si ride, si collabora e, senza nemmeno accorgersene, si impara che differenziare bene è un gesto quotidiano importantissimo. Ogni squadra è composta da piccoli “eco-atleti” con ruoli diversi: chi raccoglie, chi lancia, chi verifica. In questo modo, tutti partecipano e ciascuno diventa responsabile di un piccolo pezzo del mondo.
Dove prima c’erano lezioni frontali e schede da colorare, oggi c’è un’attività coinvolgente che insegna ai bambini a “toccare con mano” il riciclo. “Con l’Eco Ball i bambini imparano giocando, e questo è il segreto per costruire cittadini consapevoli e rispettosi dell’ambiente fin da piccoli”, spiegano gli educatori che lo hanno introdotto nelle scuole.
Oltre a promuovere buone pratiche ambientali, l’Eco Ball stimola la cooperazione, il pensiero critico e la manualità. I bambini non solo imparano a differenziare, ma capiscono anche come ogni piccola azione quotidiana, dal buttare via una bottiglia al riutilizzare un foglio, può fare la differenza.
E poi, c’è un aspetto non secondario: il divertimento. Perché, come ogni sport che si rispetti, anche l’Eco Ball crea entusiasmo, spirito di squadra e quel pizzico di competizione che rende tutto più emozionante.
Bambini: sporcarsi è bello
Da bambina, mia madre aveva una sola regola universale: “Attenta a non sporcarti!”. Me lo ripeteva ovunque: al parco, al compleanno delle amiche, perfino quando mangiavo un gelato. Un assillo, quasi una colonna sonora dell’infanzia. Eppure oggi la Finlandia mi avrebbe dato ragione: sporcarsi non solo è normale, ma fa pure bene ed è bello! Già, perché là i bambini sono incoraggiati a tuffarsi nel fango, rotolarsi nell’erba e giocare nella terra. Non per follia educativa, ma perché, e lo dice la scienza, sporcarsi aiuta a crescere più forti e felici.

Negli asili finlandesi, i piccoli giocano spesso a contatto con la natura: terra, muschio, foglie, sabbia. Uno studio condotto in Finlandia ha dimostrato che i bambini che trascorrono più tempo all’aperto sviluppano una maggiore diversità microbica sulla pelle e nell’intestino, con effetti positivi sul sistema immunitario. Insomma, mentre noi da piccole ci preoccupavamo di non macchiare il vestitino, le bambine finlandesi costruivano, inconsapevolmente, le loro difese naturali.
C’è un detto molto amato nei Paesi nordici: “Non esistono giornate brutte, solo vestiti inadatti”. Ed è così. Quando una bambina corre sotto la pioggia, si tuffa in una pozzanghera o costruisce castelli di terra, non sta solo giocando: sta imparando a muoversi, a esplorare, a immaginare. La libertà passa anche da un paio di ginocchia impolverate. E forse noi adulte dovremmo imparare a dirlo con un sorriso, invece del solito “Ma guarda come ti sei ridotta!”.
Giocare con le mani nella terra, mischiare fango e foglie, raccogliere pietruzze e bacche… è un modo istintivo per conoscere il mondo. La pedagogia finlandese lo insegna bene: la natura è un’aula a cielo aperto, dove i bambini imparano con i sensi, non solo con i libri. Dietro ogni macchia, c’è una scoperta; dietro ogni mano nera di terra, c’è un piccolo passo verso l’autonomia.
Certo, poi qualcuno dovrà pur lavare i vestiti. Ma ogni macchia racconta una storia: di una corsa, di una risata, di un gioco andato un po’ troppo oltre. E allora perché non trasformare il dramma della lavatrice in una piccola celebrazione? Ogni alone di fango è una medaglia d’infanzia, un segno che tua figlia ha vissuto davvero.
Tre consigli utili per mamma e papà:
- Prepara i “vestiti da esplorazione”, quelli che possono affrontare pozzanghere e sabbia senza sensi di colpa.
- Incoraggia la curiosità: “Vai, prova”, “Costruisci”, “Sporcati pure un po’”. I bambini imparano più con le mani che con le regole.
- Sorridi alle macchie: invece di dire “Che disastro!”, prova con “Che bella giornata dev’essere stata!”. Poi un bel bagnetto e un abbraccio.
Halloween fai da te: i costumi più gettonati
Altro che shopping dell’ultimo minuto: i costumi più belli di Halloween non si comprano, si inventano con il fai da te! Con un po’ di fantasia (e l’armadio giusto), puoi trasformare il tuo bambino o bambina in un personaggio da brivido senza spendere un centesimo. D’altronde, lo spirito della notte più spaventosa dell’anno è proprio questo: creatività, ironia e un pizzico di paura. Ecco qualche idea per i costumi più gettonati low cost, ma super d’effetto, perfetti per bambini, ragazzi e adulti.

Fantasma
Un lenzuolo bianco, due buchi per gli occhi e via: il grande classico che non passa mai di moda.
Per renderlo più originale, aggiungi accessori: un cappello, una catena finta (puoi farla con la carta stagnola) o un trucco dark intorno agli occhi. Se vuoi dare un tocco fashion, usa un lenzuolo in pizzo o tulle bianco: effetto “fantasma chic” garantito.
Vampiro
Camicia bianca, pantaloni neri e un vecchio mantello (anche una coperta scura va benissimo). Con un po’ di matita nera, rossetto rosso e cipria, otterrai l’effetto “vampiro di Transilvania” perfetto.
Capelli tirati all’indietro e una risata malefica davanti allo specchio completeranno l’opera.
Zombie
Prendi vestiti vecchi, strappali qua e là, sporcali con un mix di farina e caffè solubile (per un effetto fango realistico) e aggiungi un po’ di trucco grigiastro. Cammina lentamente e trascina i piedi: sei appena uscito da un film horror senza spendere neanche un euro.
Strega o stregone
Un vestito nero, un cappello a punta (puoi farlo arrotolando un cartoncino) e una scopa di casa.
Basta aggiungere un filo di eyeliner, un rossetto scuro e uno sguardo misterioso. Se vuoi un tocco in più, un mantello improvvisato con un sacco della spazzatura nero (pulito!) è perfetto.
Scheletro
Usa una maglia e dei leggings neri, e con del nastro adesivo bianco (o carta tagliata a forma di ossa) disegna la sagoma dello scheletro. Trucco bianco sul viso e occhiaie nere: effetto “morto vivente” assicurato.
Mummia
Rotoli di carta igienica o vecchie bende e un po’ di pazienza: arrotolati tutto intorno e… attenzione a non inciampare! Perfetto per una festa a casa, e divertentissimo per i più piccoli.

Scritto da Annamaria e postato in