Solo-maxxing
Tra le tante mode che nascono sui social, ce n’è una che preoccupa noi genitori, psicologi ed educatori. Si chiama solo-maxxing. Questo termine cela una tendenza che può diventare problematica soprattutto per gli adolescenti. Sempre più ragazzi scelgono di isolarsi volontariamente, convinti che stare lontani dagli altri sia il modo migliore per migliorare se stessi. Ma è davvero così?

Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi solo (da soli) e maxxing (massimizzare). In pratica, chi segue questa filosofia cerca di “ottimizzare” la propria vita dedicando tutto il tempo a sé: allenamento, studio, alimentazione, letture, videogiochi, crescita personale o sviluppo di nuove competenze. L’idea di prendersi cura di sé è senza dubbio positiva. Il problema nasce quando il desiderio di migliorarsi si trasforma nella convinzione che le relazioni siano soltanto una perdita di tempo.
Sui social, in particolare su TikTok, Instagram e YouTube, molti creator raccontano la propria routine ideale: sveglia all’alba, palestra, lavoro o studio, alimentazione rigidissima e pochissimi rapporti sociali. L’immagine proposta è quella del ragazzo “forte”, indipendente e autosufficiente, che non ha bisogno di amici, fidanzati o momenti di svago.
Per un adolescente, però, questo messaggio può essere molto pericoloso. L’età della crescita è infatti il periodo in cui si impara a costruire amicizie, affrontare i conflitti, sviluppare empatia e creare legami. Rinunciare a tutto questo significa privarsi di esperienze fondamentali per lo sviluppo emotivo.
Gli psicologi sottolineano che trascorrere del tempo da soli fa bene: aiuta a conoscersi meglio, favorisce la concentrazione e permette di recuperare energie. Ma l’isolamento volontario e prolungato è un’altra cosa. Il rischio è quello di sviluppare solitudine, ansia sociale e una crescente difficoltà nel relazionarsi con gli altri.
Per questo i genitori hanno un ruolo fondamentale. Devono comprendere il fenomeno e parlarne con i propri figli. Crescere significa anche imparare a stare con gli altri, condividere emozioni, affrontare delusioni e coltivare amicizie sincere. Nessuno di noi, tanto meno i giovanissimi, può trasformarsi in ‘un’isola’.
Estate studio all’estero: vademecum per i figli
La scuola è finita e per molte famiglie arriva in estate il momento di una delle esperienze più formative dell’adolescenza: un soggiorno studio all’estero. Che si tratti di due settimane in college, di un campus internazionale o di una famiglia ospitante, partire per imparare l’inglese significa molto più che frequentare un corso di lingua. Per molti ragazzi è la prima vera esperienza lontano da casa, un’occasione preziosa per acquisire autonomia, sicurezza e nuove amicizie. Ma come possono i genitori prepararli al meglio? E come aiutarli ad affrontare senza ansia il distacco? Ecco un vademecum per preparare i figli
Parlatene con anticipo
Uno degli errori più comuni è concentrarsi soltanto sugli aspetti pratici della partenza. In realtà è importante preparare anche il lato emotivo. Parlate con vostro figlio di ciò che lo aspetta: la nuova scuola, la famiglia ospitante, i compagni provenienti da altri Paesi. Lasciategli esprimere dubbi, paure ed entusiasmo senza minimizzare le sue emozioni.È normale essere felici e spaventati allo stesso tempo.
Allenare un po’ l’inglese prima della partenza
Non servono lezioni intensive dell’ultimo minuto. Molto più utile è abituarsi all’ascolto della lingua. Film in lingua originale, serie tv con sottotitoli, podcast per ragazzi e semplici conversazioni possono aiutare ad arrivare più preparati. Il messaggio da trasmettere è semplice: non serve parlare perfettamente. L’importante è avere voglia di comunicare.
Insegnare l’autonomia quotidiana
Prima di partire è utile verificare che il ragazzo sappia gestire alcune attività di base:
- preparare la valigia;
- tenere in ordine le proprie cose;
- organizzare gli orari;
- usare il telefono in modo responsabile;
- gestire una piccola somma di denaro.
Piccole competenze che all’estero faranno una grande differenza.
Preparare una valigia intelligente
Meglio evitare di riempire il bagaglio all’inverosimile. Oltre agli abiti adeguati al clima, è utile inserire:
- una copia dei documenti;
- eventuali farmaci personali;
- numeri di emergenza;
- adattatore per le prese elettriche;
- una felpa o una giacca impermeabile, sempre utili anche in estate.
Molti ragazzi trovano rassicurante portare con sé un piccolo oggetto che ricordi casa.
Stabilire regole per le comunicazioni
Prima della partenza concordate insieme quando sentirvi. Videochiamate continue possono rendere più difficile l’inserimento nel nuovo contesto. Sentire mamma e papà ogni cinque minuti non aiuta a vivere l’esperienza. Meglio stabilire un momento della giornata dedicato alle comunicazioni e lasciare al ragazzo lo spazio per immergersi nella nuova realtà.
Attenzione alla nostalgia
La cosiddetta homesickness, la nostalgia di casa, è molto frequente nei primi giorni. Può manifestarsi con tristezza, irritabilità o voglia di tornare subito a casa. Nella maggior parte dei casi è una fase passeggera che si supera rapidamente. I genitori possono aiutare ascoltando senza drammatizzare e incoraggiando il figlio a partecipare alle attività e a fare nuove amicizie.
Non creare aspettative irrealistiche
Non tutti torneranno parlando inglese come madrelingua dopo due settimane. L’obiettivo più importante non è la perfezione linguistica, ma la crescita personale. Molti ragazzi rientrano con maggiore fiducia in se stessi, più autonomia e una nuova consapevolezza delle proprie capacità.
Al ritorno, lasciate che raccontino
Quando rientrano a casa, evitate di trasformare l’esperienza in un’interrogazione. Lasciate che siano loro a raccontare ciò che hanno vissuto, le amicizie nate, le difficoltà superate e i momenti più divertenti. Spesso il vero valore del soggiorno studio emerge proprio dopo il ritorno, quando i ragazzi si rendono conto di essere cambiati un po’.
Partire da soli per un soggiorno studio è una piccola sfida, sia per i figli sia per i genitori. Per i ragazzi significa scoprire di poter cavarsela lontano da casa. Per mamma e papà significa fare un passo indietro e lasciare spazio alla crescita. Ed è proprio questa fiducia reciproca il ricordo più prezioso che porteranno con sé al ritorno.
Nuovi programmi scolastici: vecchi libri da buttare
Il grande aggiornamento delle Indicazioni nazionali, quello che dal 2026 cambierà programmi, impostazione didattica e persino alcune materie come il ritorno del latino alle medie, non avrà effetti solo sul modo di insegnare. Avrà un impatto molto concreto anche sulle tasche delle famiglie. È un aspetto di cui si parla poco, ma che rischia di diventare il problema numero uno già dall’anno scolastico 2026/27: i vecchi libri non varranno più nulla e il mercato dell’usato, per un anno o forse due, sarà praticamente azzerato. Insomma, nuovi programmi scolastici, e quindi vecchi libri da buttare.

Il motivo è semplice. Quando entrano in vigore nuove Indicazioni nazionali, gli editori devono rivedere completamente i testi: non qualche paragrafo, ma l’impostazione, la scelta dei contenuti, le mappe concettuali, gli esercizi, talvolta perfino l’ordine dei capitoli. Questo significa che i libri attualmente in circolazione non saranno più adottabili. Chi aveva già programmato di comprare i testi di seconda mano, si ritroverà senza alternative, obbligato a passare al nuovo.
Il problema riguarda soprattutto le scuole medie, perché è qui che il ricambio dei libri pesa di più. Per molte famiglie, l’usato è sempre stato una boccata d’ossigeno: un risparmio che, a seconda delle materie, può arrivare anche al 40-50% sul costo finale. E non è solo questione di risparmiare: c’è anche il tema del “ciclo virtuoso”, in cui ogni studente vende i propri libri per acquistare quelli dell’anno successivo, ammortizzando la spesa. Con il cambio dei programmi, questo ciclo si interrompe. Chi oggi frequenta seconda o terza media, ad esempio, non potrà rivendere quasi nulla, e chi entrerà in prima media nel 2026 dovrà acquistare tutto nuovo.
Il paradosso è evidente: una riforma pensata per modernizzare la scuola rischia di pesare soprattutto sulle famiglie che già fanno fatica a sostenere una lista di testi sempre più costosa. E questo accade proprio mentre il governo sta spingendo su tradizione, radici culturali e studio più rigoroso della grammatica e della storia dell’Occidente. Una visione condivisibile o meno, ma che inevitabilmente porta con sé un prezzo.
A tutto questo si aggiunge un altro dettaglio poco considerato: il mercato dell’usato non è solo un modo per risparmiare, ma anche una forma di economia circolare spontanea, un’abitudine utilissima che riduce sprechi e consumo di carta. Con l’arrivo dei nuovi programmi, migliaia di libri attuali rischiano di finire nei cassetti, negli scatoloni o, peggio ancora, al macero.
Le famiglie dovranno quindi prepararsi a un autunno 2026 più costoso del solito. C’è chi parla di incentivi, chi suggerisce voucher o bonus libri ampliati, chi chiede alle scuole di adottare testi digitali almeno in parte. Ma ad oggi, soluzioni ufficiali non ce ne sono. E la sensazione è che questo tema emergerà forte e chiaro solo quando, a giugno, verranno pubblicate le nuove liste dei libri di testo.
Per ora, di certo c’è una cosa sola: dietro la riforma culturale che il Ministero dell’Istruzione ha avviato, si nasconde anche una riforma economica non dichiarata, che riguarda direttamente ogni famiglia italiana con figli in età scolare. Il rischio è che il rinnovamento didattico diventi, almeno all’inizio, un rinnovamento costoso.
La scuola italiana cambia
A fine dicembre 2025 il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha firmato il testo definitivo delle nuove Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, cioè le nostre medie. Saranno operative dal primo anno scolastico 2026/27, dando il via a una trasformazione importante dei programmi didattici che era al centro di un lungo dibattito pubblico da mesi. La scuola italiana cambia volto.

L’obiettivo dichiarato dal Ministro è chiaro: “voltare pagina”, restituendo al percorso scolastico un impianto culturale che valorizzi la storia occidentale, la nostra identità linguistica e i fondamenti della lingua italiana, a partire dalla grammatica e dallo studio dei classici. Secondo Valditara, queste scelte dovrebbero aiutare gli studenti a sviluppare una maggiore padronanza espressiva e un pensiero critico più solido, senza però tornare a un passato superato ma attingendo alle radici della nostra civiltà.
Una delle novità che ha attirato maggiore attenzione è il ritorno del latino nella scuola media, previsto a partire dal secondo anno. Lo studio del latino sarà facoltativo, con un’ora settimanale aggiuntiva svolta nelle attività pomeridiane di potenziamento e affidato ai docenti di italiano già abilitati per la disciplina. L’intento è di fare del latino non una materia esclusiva, ma uno strumento di sostegno alla comprensione profonda della lingua e alla logica del pensiero.
Accanto al latino, si rafforza lo studio della grammatica e della calligrafia fin dalla scuola primaria, con l’obiettivo di evitare “eccessi di spontaneismo” nell’espressione scritta e promuovere una scrittura più consapevole e accurata. Verrà data maggiore importanza alla memorizzazione di poesie e filastrocche, alla scrittura in corsivo, all’ortografia e ai riassunti, strumenti ritenuti utili anche per favorire la comprensione e la riflessione personale sui testi.
Un altro aspetto centrale riguarda l’insegnamento della storia, che nelle nuove linee guida viene orientato con una forte enfasi sulla storia dell’Occidente come filo conduttore dei programmi. In pratica, si privilegia il racconto delle origini e dello sviluppo della civiltà europea e italiana, con l’intento di offrire agli studenti una narrativa storica più coerente e integrata delle proprie radici culturali.
Le modifiche, tuttavia, non riguardano solo le cosiddette “materie umanistiche”. Secondo il testo delle Indicazioni nazionali, verranno innovati anche i programmi di matematica, scienze, musica e lingue straniere, con un approccio didattico che punta a partire dal reale, includere strumenti digitali e stimolare competenze pratiche insieme a quelle teoriche. Anche l’educazione motoria e tecnica avrà spazi e accorgimenti pensati per una didattica più laboratoriale e coinvolgente.
Naturalmente, un cambiamento di questa portata non è passato senza controversie. Sindacati e alcune associazioni di insegnanti hanno espresso critiche, definendo i nuovi programmi troppo prescrittivi o troppo centrati su una visione culturale considerata da alcuni troppo orientata verso l’identità occidentale. Alcune osservazioni sono state sollevate anche dal Consiglio di Stato durante l’iter di approvazione, sebbene alla fine sia arrivato il via libera.
Ora la parola passa agli editori e alle scuole, che dovranno preparare i nuovi libri di testo e organizzare l’offerta formativa in vista dell’anno scolastico 2026/27. Per insegnanti, studenti e famiglie si apre quindi un periodo di lavoro e di adattamento, in cui l’educazione italiana punta a combinare tradizione e innovazione per rispondere alle esigenze di un mondo in rapido cambiamento.
Homeschooling
Quando si parla di istruzione obbligatoria, la mente corre subito all’immagine tradizionale: lo zaino, la scuola, l’aula, i compagni. Eppure in Italia, come in molti altri Paesi, esiste un’alternativa regolamentata: l’istruzione parentale, più nota come homeschooling o home education. Significa che non è obbligatorio frequentare una scuola: i genitori possono scegliere di “fare scuola a casa” per i figli, assumendosi la responsabilità della loro istruzione diretta.
La recente vicenda dei bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco” ha portato alla ribalta questo tema. Le famiglie che optano per l’homeschooling non sono fuori legge: la normativa italiana lo consente, a patto di rispettare alcune Regole. Nel caso in questione, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha confermato che per quei bambini l’obbligo scolastico risultava “regolarmente espletato” tramite educazione domiciliare riconosciuta.
Allora, come funziona davvero l’istruzione parentale? E cosa devono sapere le famiglie che la scelgono, oggi, in Italia?
Innanzitutto, per “optare” per l’homeschooling bisogna fare una dichiarazione formale: i genitori devono inviare al dirigente scolastico della scuola più vicina una comunicazione in cui dichiarano la loro volontà di provvedere all’istruzione in famiglia, e affermano di possedere la capacità tecnica o economica per farlo. Questa dichiarazione va rinnovata ogni anno.
Dopo aver fatto questa scelta, i bambini non “perdono” l’obbligo scolastico: lo affrontano in un modo diverso, e cioè somministrando loro l’istruzione a casa. Ma per poter passare all’anno successivo, ciascun alunno in homeschooling deve sostenere ogni anno un esame di idoneità presso una scuola statale o paritaria, fino a quando non viene assolto l’obbligo di istruzione (che in Italia dura 10 anni).
Le modalità dell’esame variano a seconda del livello scolastico: per la scuola primaria è prevista almeno una prova scritta di competenze linguistiche, una di competenze logico-matematiche e un colloquio. Per la scuola media tre prove scritte (italiano, matematica, inglese) più un colloquio interdisciplinare. Per il biennio superiore un esame sulle discipline previste dal piano di studi dell’indirizzo scelto.
La scuola a cui si affida l’esame ha anche l’obbligo di vigilare sul rispetto dell’obbligo scolastico: se la famiglia non presenta la dichiarazione di istruzione parentale o non consente l’esame, il dirigente scolastico, e in seconda battuta anche il sindaco del comune di residenza, possono intervenire.
In questi anni l’homeschooling è aumentato molto: le famiglie che lo scelgono sono molte di più rispetto al passato e provengono da diverse realtà, spesso spinti dal desiderio di un’educazione più personalizzata e rispettosa dei tempi del bambino.
Questo percorso offre flessibilità: la possibilità di costruire un programma di apprendimento su misura, di modulare tempi e ritmi, ma richiede consapevolezza, impegno e trasparenza. Non è una “via facile”: gli esami di idoneità richiedono preparazione adeguata, ed è importante che la famiglia si mantenga aggiornata su programmi e scadenze.
Il caso della “famiglia nel bosco” ha ricordato che la scelta dell’homeschooling, benché legale e possibile, non è esente da responsabilità. Le istituzioni competenti vigilano per far sì che l’istruzione avvenga seriamente, e intervengono se emergono irregolarità o condizioni non idonee.
In definitiva, l’istruzione parentale rappresenta un’alternativa reale e regolata alla scuola tradizionale: una scelta per chi crede che l’apprendimento possa avvenire anche fuori dalle aule, nel contesto della famiglia, con metodi diversi, tempi personalizzati e percorsi su misura. Ma è anche una scelta che comporta doveri: dichiarazioni da presentare, esami da sostenere, verifica della serietà del percorso educativo.
Chi decide di intraprendere questa strada lo fa perché crede in un’educazione consapevole, libera e responsabile. E quando la legge è rispettata, anche l’homeschooling può essere un’opportunità di crescita e libertà per i bambini, per i genitori, per l’intero concetto di scuola.
Maschere fai da te per dire addio ai brufoli
Brufoli, punti neri e pelle lucida? Non serve riempirsi di prodotti costosi o usare mille filtri: con pochi ingredienti naturali e un po’ di costanza puoi prenderti cura della tua pelle anche a casa, in modo semplice e divertente! Ecco alcune maschere fai da te perfette per dire addio ai brufoli. Prima però ricorda che devi farle 1-2 volte la settimana, è necessario lavare sempre il viso prima di applicarle. E se il problema si fa serio, occorre rivolgersi a un dermatologo.

Maschera al miele e limone
Il miele è antibatterico e idratante, mentre il limone aiuta a purificare.
Come si fa: mescola 1 cucchiaio di miele con qualche goccia di succo di limone. Applica sul viso per 10 minuti, poi risciacqua con acqua tiepida. Non esporsi subito al sole dopo averla fatta, perché il limone può rendere la pelle più sensibile.
Maschera all’argilla verde
Perfetta per le pelli grasse o con impurità.
Come si fa: mescola 2 cucchiaini di argilla verde (la trovi in erboristeria) con un po’ d’acqua o infuso di camomilla fino a ottenere una crema. Lasciala agire 10-15 minuti e risciacqua bene.
Risultato? Pelle pulita e opacizzata!
Maschera all’avocado e yogurt
Se la tua pelle è irritata o stressata, questa è l’ideale.
Come si fa: schiaccia mezzo avocado e aggiungi un cucchiaino di yogurt bianco naturale. Lascia in posa per 15 minuti e risciacqua.
È super nutriente e lenitiva!
Maschera alla curcuma e miele
Un rimedio top contro i rossori.
Come si fa: mescola un cucchiaino di miele con mezzo cucchiaino di curcuma. Applica per 10 minuti e risciacqua con cura (attenzione: può macchiare un po’!).
Dermorexia
Specchi, selfie, routine infinite di creme e trattamenti: prendersi cura della pelle è oggi parte della quotidianità di molte persone. Ma quando l’attenzione alla skincare si trasforma in una vera e propria fissazione, può diventare un problema. È il caso della dermorexia, un disturbo ancora poco conosciuto ma sempre più diffuso, legato al culto della pelle “perfetta”.

La dermorexia rientra nei disturbi dell’immagine corporea e si manifesta con un’ossessione compulsiva per la cura della pelle. Chi ne soffre trascorre molto tempo a controllare ogni minimo difetto, cambiando di continuo prodotti cosmetici, sottoponendosi a trattamenti estetici frequenti e, nei casi più gravi, sviluppando ansia e insoddisfazione cronica.
Un fenomeno che oggi spopola soprattutto tra le ragazzine e le adolescenti, immerse in un mondo dominato da selfie e filtri, dove la pelle deve apparire sempre liscia, uniforme e senza imperfezioni. Quali sono i campanelli d’allarme?
- Passare ore davanti allo specchio a controllare la pelle
- Usare in modo compulsivo creme, scrub e trattamenti
- Cambiare continuamente prodotti alla ricerca di quello “miracoloso”
- Evitare situazioni sociali per paura di mostrare imperfezioni
- Sentirsi ansiosi o depressi se la pelle non appare perfetta
Tra le cause e i fattori scatenanti alla base c’è quasi sempre un mix di insicurezza personale, influenza dei modelli estetici diffusi dai social e una forte ansia legata all’aspetto fisico. L’idea di non avere una pelle “da copertina” genera frustrazione e la convinzione di doverla correggere a ogni costo. Per le adolescenti, che vivono un’età fragile e in trasformazione, la pressione sociale è ancora più forte: bastano un brufolo o un rossore per sentirsi “sbagliate”.
Paradossalmente, questa patologia porta spesso al risultato opposto: prodotti aggressivi e trattamenti eccessivi possono danneggiare la barriera cutanea, provocando irritazioni, arrossamenti e imperfezioni ancora più difficili da gestire. A livello emotivo, il rischio è quello di sviluppare isolamento sociale e calo dell’autostima.
Come affrontarla? Il primo passo è riconoscere che si tratta di un disturbo psicologico e non solo estetico.
- Chiedere supporto a uno psicologo esperto in disturbi dell’immagine corporea può essere determinante.
- Stabilire una skincare essenziale, con pochi prodotti adatti al proprio tipo di pelle, seguendo i consigli di un dermatologo.
- Limitare il tempo online, soprattutto sui social dove filtri e immagini perfette amplificano l’insicurezza.
- Riscoprire il benessere oltre la pelle, coltivando passioni, relazioni e attività che valorizzino la persona nel suo insieme.
Quanto dovrebbe pesare lo zaino di scuola
Settembre si avvicina e con lui il ritorno sui banchi… e sulle spalle. Perché sì, lo zaino di scuola, spesso, rischia di diventare più una zavorra che un alleato. Ma quanto dovrebbe pesare davvero per non causare problemi alla schiena dei nostri figli?

Secondo pediatri, fisiatri e ortopedici, lo zaino non dovrebbe mai superare il 10-15% del peso corporeo del bambino o ragazzo. Ossia: se un bambino pesa 25 kg, lo zaino non dovrebbe pesare più di 2,5-3,5 kg. Se un ragazzo di medie o superiori pesa 45 kg, lo zaino dovrebbe restare tra i 4,5 e i 6,5 kg massimo.
Tutto ciò che supera questi valori può, nel tempo, affaticare la colonna vertebrale, provocare dolori a schiena e spalle, alterare la postura e, nei casi più seri, causare disturbi muscoloscheletrici. Spesso il problema non è solo lo zaino in sé, ma la somma di libri, quaderni, astucci e accessori. E poi ci sono le borracce termiche, il pranzo da casa, magari anche un cambio d’abbigliamento per l’educazione fisica. Risultato? Bambini e ragazzi camminano piegati in avanti, caricati come non mai. Inoltre, lo zaino a volte viene portato su una sola spalla (peggio ancora), o non viene regolato correttamente: troppo basso, troppo largo, troppo rigido. Ne sa qualcosa mia figlia a riguardo…
E’ importante sapere quale zaino scegliere: deve avere schienale ergonomico e spallacci larghi e imbottiti. Meglio se con cinghia frontale o lombare per scaricare il peso. Deve stare aderente alla schiena, ben centrato tra le scapole e non scendere sotto la vita. Ricordate, poi: gli zaini trolley sono comodi, ma attenzione a trascinarli sempre dallo stesso lato, perché possono causare asimmetrie posturali.
Per alleggerire lo zaino puoi insegnare ai tuoi figli a portare solo il necessario, organizzare una revisione settimanale dello zaino per eliminare ciò che non serve. Se la scuola lo consente, far portare ai ragazzi il tablet, lasciando i libri a casa.
E se tuo figlio si lamenta spesso di mal di schiena, ha una postura curva, si stanca facilmente o cammina inclinato da un lato, vale la pena fare una visita fisiatrica o ortopedica per escludere problemi posturali. Fai attenzione!

Scritto da Annamaria e postato in