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Canto di gruppo contro depressione post partum

Apr 15
Scritto da Annamaria avatar

Diventare mamma è un’esperienza intensa, meravigliosa… ma anche profondamente destabilizzante. Emozioni contrastanti, stanchezza, senso di solitudine: per molte donne il post parto non è solo felicità, ma anche fragilità. E non è raro: la depressione post partum colpisce una percentuale significativa di neomamme, spesso senza essere riconosciuta o trattata adeguatamente. Negli ultimi anni, però, sta emergendo una strada nuova, sorprendente e molto più “dolce” rispetto ai percorsi tradizionali: il canto di gruppo contro la depressione post partum.

canto digruppo contro depressione post partum

Non si tratta di lezioni di canto o performance. Immagina invece un gruppo di mamme sedute in cerchio, con i loro bambini accanto, guidate da una voce che le accompagna in melodie semplici, ripetitive, quasi cullanti. Un momento condiviso, senza giudizio, senza aspettative. E proprio qui succede qualcosa di potente: il canto diventa uno strumento per liberare emozioni, alleggerire i pensieri e ritrovare un equilibrio interiore. Cantare, soprattutto insieme ad altre persone, aiuta a “scaricare” stati emotivi negativi e favorisce il benessere psicologico.

Non è solo una sensazione: lo dice la scienza. Il progetto internazionale “Music and Motherhood”, promosso dall’OMS e studiato anche in Italia, ha dimostrato che partecipare a incontri di canto di gruppo può migliorare in modo significativo i sintomi della depressione post partum e la qualità della vita delle neomamme. In alcuni studi, gruppi di mamme coinvolte in percorsi di canto settimanali hanno mostrato un miglioramento emotivo più rapido rispetto ad altri tipi di supporto. E non solo: i benefici non si esauriscono subito, ma tendono a durare nel tempo.

Uno degli aspetti più interessanti è che il canto non aiuta solo la mamma, ma anche la relazione con il neonato. Cantare insieme: rafforza il legame, favorisce l’interazione e crea momenti di connessione autentica. Non serve essere intonate o “brave”: il bambino percepisce la voce, il ritmo, la presenza. E per molte mamme questo diventa un modo naturale per sentirsi più sicure e in sintonia con il proprio bambino.

C’è poi un altro elemento fondamentale: non si è sole. Il gruppo crea una rete, uno spazio in cui condividere senza bisogno di spiegare troppo. Anche solo sapere che altre donne stanno vivendo emozioni simili alleggerisce il carico mentale. Il canto, in questo contesto, diventa un ponte: facilita la comunicazione anche tra persone che magari non parlano la stessa lingua o fanno fatica a esprimersi verbalmente.

Un altro aspetto importante è che questo tipo di intervento è semplice, sostenibile e poco medicalizzato. Non sostituisce, ovviamente, percorsi terapeutici quando necessari, ma può affiancarli o rappresentare un primo passo per stare meglio. Ed è proprio questo il suo punto di forza: è naturale, accogliente, alla portata di tutte.

Giovani: il futuro fa paura

Mar 12
Scritto da Annamaria avatar

Crescere oggi non è semplice. Per molti ragazzi pensare al futuro non significa entusiasmo o sogni, ma ansia, pressione e senso di smarrimento. Il futuro fa paura ai giovani. È la fotografia che emerge dalla ricerca “Fragile – mappae mundi di una nuova generazione”, promossa dalla Fondazione Unhate, che ha analizzato il rapporto dei giovani italiani tra i 13 e i 24 anni con il presente e con ciò che li aspetta domani. Il dato che colpisce di più è che quasi un giovane su quattro si sente sopraffatto e bloccato, schiacciato da aspettative, paure e difficoltà relazionali. Una condizione che gli studiosi definiscono quella degli “sfiduciati sotto pressione”: ragazzi che percepiscono il mondo come minaccioso, fanno fatica a immaginare il futuro e tendono a interiorizzare il disagio senza chiedere aiuto.

Lo studio racconta una generazione cresciuta in un contesto pieno di opportunità – più accesso all’informazione, più libertà di movimento, orizzonti globali più ampi – ma anche più complesso e difficile da interpretare. Quando mancano punti di riferimento solidi, questa apertura può trasformarsi in una fonte di pressione e spaesamento, fino a creare una vera e propria sensazione di “blocco”.

La ricerca individua quattro diversi profili tra i giovani italiani, che aiutano a capire meglio le tante sfumature di questa generazione. Il gruppo più numeroso è quello dei “moderati in transizione”, che rappresenta il 34%: ragazzi che mantengono un equilibrio fragile e hanno bisogno di sostegno per affrontare i passaggi più delicati della crescita. Poi ci sono gli “irrequieti in bilico”, circa il 25%, giovani spesso molto attivi e motivati ma esposti a un forte rischio di sovraccarico e ansia da prestazione. All’estremo opposto si trovano i “fiduciosi propositivi”, che sono solo il 17%: ragazzi con buon equilibrio emotivo e relazionale, capaci di guardare al futuro come a uno spazio di possibilità.

Nonostante le fragilità, il quadro non è completamente negativo. Molti giovani continuano a credere nel futuro, nella scienza, nella tecnologia e nelle opportunità offerte dall’Europa. Ma allo stesso tempo emergono segnali diffusi di stanchezza, insicurezza e senso di inadeguatezza, soprattutto nella fascia tra i 17 e i 19 anni, quando si avvicinano le scelte più importanti per la vita adulta.

Secondo gli esperti, la chiave per trasformare questa fragilità in una risorsa sta soprattutto nelle relazioni educative e nei contesti che accompagnano i ragazzi nella crescita. Scuola, famiglia, attività sportive, artistiche o di volontariato possono diventare spazi fondamentali in cui i giovani costruiscono fiducia, identità e senso del futuro. Perché crescere significa anche imparare a orientarsi in un mondo complesso, ma nessuno dovrebbe farlo da solo.

Vaccino anti-Covid: riduce rischio  preeclampsia

Feb 19
Scritto da Annamaria avatar

Un nuovo studio internazionale, con un importante contributo di ricercatori italiani, ha messo in luce un beneficio insospettato del vaccino anti-Covid in gravidanza: non solo protegge la mamma dall’infezione, ma anche riduce il rischio di preeclampsia, una complicanza ostetrica potenzialmente pericolosa per la madre e il feto.

vaccino anti cpvid riduce rischio preeclampsia

La preeclampsia è una condizione che può insorgere dopo la 20ª settimana di gestazione, caratterizzata da pressione alta e presenza di proteine nelle urine, e rappresenta una delle principali cause di ospedalizzazione nelle gestanti. Senza una gestione adeguata può portare a seri problemi sia per la madre sia per il bambino.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista EClinicalMedicine del gruppo The Lancet ed è guidato dall’Università di Oxford, con il centro capofila in Italia presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. I dati dimostrano che chi riceve il vaccino anti-Covid durante la gravidanza — soprattutto se accompagnato da una dose booster — ha un rischio significativamente più basso di sviluppare preeclampsia, rispetto a chi rimane non vaccinata.

Questo beneficio si aggiunge a quanto già noto sulla sicurezza complessiva dei vaccini a mRNA in gravidanza e sul fatto che non risultano associati a un aumento di effetti avversi gravi legati alla gestazione o alla salute del neonato. Al contrario, altri studi scientifici più ampi, che hanno analizzato milioni di gravidanze, evidenziano come la vaccinazione riduca anche il rischio di infezione da SARS-CoV-2, ricoveri materni e complicanze correlate.

Il meccanismo non è ancora completamente chiarito, ma i ricercatori suggeriscono che una gravidanza protetta dalla vaccinazione tende a mantenere un quadro immunitario e vascolare più stabile, diminuendo l’infiammazione sistemica che può contribuire allo sviluppo di ipertensione gestazionale e preeclampsia.

In pratica, vaccinarsi durante la gravidanza non è solo una difesa contro il virus, ma può rappresentare anche un elemento in più di protezione per la salute di tutta la gestazione. Questa evidenza rafforza le raccomandazioni di molte società scientifiche e istituzioni sanitarie a considerare la vaccinazione anti-Covid una parte importante della cura prenatale, insieme agli esami di routine e alle misure di prevenzione delle complicanze ostetriche.

Maternità e invecchiamento: lo studio

Gen 17
Scritto da Annamaria avatar

Secondo una nuova ricerca dell’Università di Helsinki e del Minerva Foundation Institute for Medical Research, essere mamma può influire sul processo di invecchiamento. Non nel modo che molti immaginiamo, però. Lo studio ha analizzato i dati di quasi 15.000 gemelle seguite per decenni, con informazioni raccolte a partire dagli anni ’70 e monitorate fino a oggi. Ha misurato anche l’invecchiamento biologico tramite indicatori epigenetici. Maternità e invecchiamento non sono così legati, come si evince dalla notizia riportata dall’Adnkronos.

maternita e invecchiamento lo studio

I risultati mostrano che le donne con due o tre figli tendono ad avere un profilo di longevità più favorevole rispetto a chi non ha figli o ne ha molti. Anche l’età in cui avvengono le gravidanze sembra contare. Gli intervalli tra i 24 e i 38 anni sono associati a modelli di invecchiamento più vantaggiosi. Invece una prole numerosa (più di quattro figli) è stata collegata a una vita mediamente più breve e a un invecchiamento biologico accelerato. 

Gli autori spiegano questi risultati con un principio evolutivo noto come teoria della storia della vita. “Gli organismi hanno risorse limitate come tempo ed energia. Quando una grande quantità di energia viene investita nella riproduzione, questa viene sottratta ai meccanismi di mantenimento e riparazione del corpo, il che potrebbe ridurre la durata della vita”. 

In modo sorprendente, lo studio ha anche osservato che le donne senza figli mostrano un invecchiamento biologico più rapido rispetto a quelle con pochi figli, suggerendo che altri fattori legati allo stile di vita o alla salute potrebbero influenzare questi risultati, anche se non tutti sono stati pienamente controllati nelle analisi.

I ricercatori sono chiari nel sottolineare che i dati si applicano a livello di popolazione, non come predittori individuali. Una donna non dovrebbe cambiare i propri piani sulla base di questi risultati. Le dinamiche di famiglia, l’età del primo parto e le condizioni di vita variano molto nel tempo. Lo studio non stabilisce un rapporto di causa-effetto diretto. 

Quindi, numero di figli e tempistica delle gravidanze sembrano associarsi a certi schemi di invecchiamento biologico. Ma la scelta di quando e quanti figli avere resta una decisione personale, influenzata da molti aspetti che vanno ben oltre i dati statistici.

Vera causa della nausea in gravidanza

Ott 17
Scritto da Annamaria avatar

Altro che semplice fastidio: la nausea mattutina, per molte donne incinta, non è solo una delle prove più temute dei primi mesi, ma un vero e proprio meccanismo di difesa. La vera causa della nausea in gravidanza la rivela uno studio dell’UCLA (University of California – Los Angeles), che ha collegato le risposte immunitarie alla nausea e alle avversioni alimentari, mostrando come questi sintomi siano in realtà un segnale che la gravidanza sta procedendo bene.

Secondo le ultime ricerche, circa otto donne su dieci vivono nausea, vomito o improvvisi rifiuti verso certi cibi o odori nel primo trimestre. Sintomi sgradevoli, certo, ma che nella maggior parte dei casi non indicano alcun problema: sono, anzi, il segno di un equilibrio finissimo che l’organismo costruisce per accogliere una nuova vita.

“Durante la gravidanza, il sistema immunitario della madre si trova ad affrontare una sfida complessa: deve proteggere sia lei che il feto dalle infezioni, senza però attaccare accidentalmente il bambino, la cui identità genetica è per metà estranea perché deriva dal padre”, spiega Molly Fox, professoressa di antropologia all’UCLA e autrice corrispondente dello studio.

“Normalmente – continua – il sistema immunitario attacca qualsiasi cosa sembri estranea, quindi, in gravidanza, deve adattarsi attentamente per proteggere il feto, pur continuando a difendere dalle infezioni entrambi”.

Insomma, dietro quel malessere mattutino c’è un sofisticato dialogo biologico tra la mamma e il suo corpo. Gli studiosi hanno scoperto che tutto ruota attorno a un mix unico di risposte infiammatorie che consentono al sistema immunitario di non rigettare il feto, affiancate da comportamenti adattivi, come la nausea, che spingono la futura mamma a evitare alimenti potenzialmente pericolosi. Una strategia perfetta, soprattutto nei primi mesi di gestazione, quando il piccolo è più vulnerabile.

“Nausea, vomito o avversione a cibi o odori non sono segni di un problema della madre o del feto, ma è probabile che siano un’indicazione che tutto procede normalmente e un riflesso della sana e utile risposta immunitaria dell’organismo”, sottolinea Daniel Fessler, professore di antropologia e coautore dello studio.

La Gen Z riscrive le regole dell’errore

Ott 13
Scritto da Annamaria avatar

Per anni, in Italia, l’errore è stato un tabù. Un fallimento da evitare a tutti i costi, segno di debolezza più che di crescita. Ma le nuove generazioni stanno ribaltando la prospettiva: oggi, per quasi la metà degli studenti italiani (42%), sbagliare non è più una vergogna, bensì un’occasione per migliorare. La Gen Z riscrive le regole dell’errore.

la gen z riscrive le regole dellerrore

A dirlo è una ricerca di Skuola.net, realizzata con Tipp-Ex, che ha coinvolto 2.500 ragazzi delle scuole superiori e dell’università. Il 32% descrive l’errore come “frustrante ma utile”, un altro 10% lo vede come uno stimolo concreto a fare meglio. Solo una minoranza, il 22%, lo considera ancora un fallimento senza alcun lato positivo.

Il cambiamento c’è, anche se non mancano i retaggi del passato. Quasi un ragazzo su due (45%) confessa di sentirsi agitato o sotto pressione quando sbaglia a scuola, e tra le ragazze il senso di dover “fare meglio” è ancora più forte. Segno che l’idea dell’errore come colpa, eredità della vecchia scuola “Gentiliana”, non è del tutto superata.

C’è però un nuovo vento che soffia tra i banchi: quello del “fail and learn”, l’arte di sbagliare per crescere. I giovani stanno imparando a guardare i propri inciampi con occhi diversi, persino con un pizzico di ironia. E se il 65% si limita a barrare un errore, molti preferiscono strumenti come il correttore a nastro o il bianchetto: piccoli gesti simbolici per trasformare lo sbaglio in una ripartenza.

Le nuove generazioni sono molto più esposte rispetto al passato all’ansia da prestazione a scuola, come del resto avviene nello sport e sui social: 9 su 10 la percepiscono in maniera tangibile nel loro quotidiano – spiega Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net, a LeggoMa la loro reazione è rivoluzionaria, specie se raffrontata alla mentalità tipica italiana: invece di flagellarsi per l’errore o viverlo come uno stigma da evitare a tutti i costi, preferiscono usarlo come lezione per ripartire”.


Aggiunge Giada Canestrelli di BIC Italia: “Vogliamo aiutare i ragazzi a vivere l’errore con serenità e leggerezza, trasformandolo in un’occasione di crescita. L’errore non è un fallimento, ma un passaggio naturale del percorso di apprendimento: correggerlo con semplicità, e magari con un pizzico di ironia, significa imparare a guardarlo con occhi nuovi e a ritrovare fiducia in sé stessi”.

L’Oms: “Le punizioni corporali non fanno crescere”

Set 15
Scritto da Annamaria avatar

Le botte non educano. Non migliorano il comportamento dei bambini, non favoriscono lo sviluppo e non portano alcun beneficio. È quanto emerge dallo studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Understanding and Preventing Child Corporal Punishment, che analizza il fenomeno a livello globale e mette in guardia sui danni a lungo termine. L’OMS è chiaro: “Le punizioni corporali non fanno crescere”.

l oms le punizioni corporali non fanno crescere

Cosa si intende per “punizioni corporali”? Secondo il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, rientra in questa categoria “qualsiasi punizione in cui venga utilizzata la forza fisica e destinata a causare dolore o disagio, per quanto lieve”. Nel concreto significa:

  • colpire con la mano o con oggetti (cinture, scarpe, bastoni)
  • dare calci, strattonare o scuotere violentemente
  • graffiare, pizzicare, mordere, tirare capelli o orecchie
  • costringere a posizioni dolorose
  • bruciare o scottare
  • obbligare a ingerire sostanze, come il sapone

Accanto alle violenze fisiche, ci sono poi le punizioni psicologiche, che umiliano, spaventano o ridicolizzano i bambini, con effetti altrettanto devastanti.

Lo studio dell’Oms non. lascia spazio a dubbi: le punizioni corporali non insegnano nulla di positivo. Al contrario, i bambini picchiati sviluppano paure e fragilità che si trascinano nell’età adulta. Tra gli effetti più comuni:

  • danni fisici diretti e lesioni
  • paura, ansia e stress cronico
  • depressione e bassa autostima
  • difficoltà di concentrazione e risultati scolastici scarsi
  • relazioni familiari danneggiate
  • problemi comportamentali, autolesionismo e dipendenze
  • tendenza a riprodurre la violenza da adulti

Non tutti i bambini sono esposti allo stesso modo. L’Oms individua tre livelli di rischio:

  • individuale: disabilità, differenze di genere, motivi culturali
  • familiare: genitori che hanno subito a loro volta punizioni, depressione, dipendenze
  • sociale: povertà, discriminazione, razzismo, tradizioni che legittimano la violenza

Molti Paesi hanno introdotto leggi che vietano le punizioni fisiche. Ma le norme, da sole, non riescono a scalfire la convinzione radicata che “una sculacciata” possa essere educativa.

Per cambiare rotta servono azioni coordinate. L’Oms indica sette campi di intervento, raccolti nel quadro INSPIRE:

  • applicare e far rispettare le leggi
  • promuovere norme sociali non violente
  • creare ambienti sicuri in casa, a scuola e in comunità
  • offrire supporto concreto a genitori e caregiver
  • ridurre la povertà e sostenere economicamente le famiglie
  • garantire servizi di risposta e supporto alle vittime
  • investire in educazione e competenze di vita

Tra gli esempi: corsi di genitorialità positiva, programmi scolastici per ridurre la violenza tra insegnanti e studenti, campagne di sensibilizzazione sui danni delle punizioni fisiche.

Genitori: alla guida pericolosi

Apr 19
Scritto da Annamaria avatar

I genitori alla guida spesso sono pericolosi. E’ quanto è emerso dalla ricerca del progetto canadese “Child Active Transportation Safety and the Environment (CHASE)”. Gli studiosi hanno analizzato il comportamento dei genitori durante l’orario di ingresso scolastico in 552 scuole elementari, distribuite in sette città del Canada. Il quadro che emerge è desolante.

genitori alla guida pericolosi

I genitori alla guida, almeno la maggior parte stando allo studio, sono pericolosi. Adnkronos riporta la notizia ed elenca i comportamenti rischiosi venuti fuori durante il cosiddetto ‘school drop-off’:

  • lasciare il bambino sul lato opposto;
  • ostruire la visuale;
  • inversione a U;
  • parcheggio in doppia fila;
  • retromarcia non sicura;
  • non seguire i comandi;
  • bloccare i comandi;
  • usare il telefono;
  • inviare messaggi.

Mi piacerebbe che questo tipo di ricerca fosse fatta anche da un team italiano. Ricordando quando accompagnavo mia figlia alle elementari, sempre a piedi, avendo la fortuna di non essere troppo distante dalla scola, i comportamenti dei genitori alla guida non erano molto diversi, ahimè. Piuttosto pericolosi, nonostante le regole del codice stradale siano ormai ferree. Speriamo che mamma e papà mettano giudizio…