Bambini: regolare il sonno dopo le vacanze
Dopo mesi di vacanze, serate trascorse all’aperto fino a tardi e routine decisamente più elastiche, riportare bambini e ragazzi ai ritmi scolastici può diventare complicato. Uno degli ostacoli più grandi per molte famiglie è proprio il sonno: come regolare i ritmi dopo le vacanze? Lo dice a Leggo la Professoressa Luana Nosetti.

Per la docente all’Università degli Studi dell’Insubria e responsabile dei Corsi di Formazione Teorico-Pratici sui Disturbi Respiratori del Sonno della SIMRI, affiliata alla Società Italiana di Pediatria, la soluzione è procedere gradualmente e creare nuovamente quelle sane abitudini che aiutano il corpo a riconoscere il momento del riposo.
La prima regola riguarda gli schermi, spesso protagonisti delle serate estive di bambini e adolescenti.: “Limitate l’uso di cellulari e tablet, che inibiscono la produzione di melatonina, evitate programmi televisivi troppo eccitanti e riducete gli stimoli intensi almeno un’ora prima di andare a letto”.
Meglio riscoprire piccoli rituali rassicuranti come leggere insieme una storia, ascoltare musica rilassante o semplicemente chiacchierare con i propri figli prima di spegnere la luce. Un momento che può avere un valore importante anche dal punto di vista emotivo: “Il momento dell’addormentamento è prezioso a qualsiasi età: è uno spazio di comunicazione con i bambini che rinforza il legame affettivo”. La favola della buonanotte, soprattutto per i più piccoli, può così diventare nuovamente un appuntamento quotidiano, anche durante gli anni della scuola elementare.
Ma come capire se un bambino non sta dormendo abbastanza o sta facendo fatica a riabituarsi ai nuovi ritmi? Ci sono alcuni segnali che mamma e papà dovrebbero osservare. “I più comuni sono la difficoltà al risveglio, l’irritabilità e, negli adolescenti, la tendenza ad addormentarsi a scuola”. Un sonno insufficiente può infatti ripercuotersi sull’umore, sulla capacità di concentrazione e persino sulle difese immunitarie, proprio in un periodo delicato come l’inizio dell’anno scolastico. Di fronte alle difficoltà di addormentamento molti genitori potrebbero essere tentati di ricorrere alla melatonina o ad altri integratori acquistabili senza prescrizione.
L’esperta, però, invita alla prudenza: “Se prima non lavoriamo sull’igiene del sonno, non facciamo la scelta giusta. Oggi c’è un abuso di integratori da banco, spesso percepiti come innocui. In realtà, la quantità di melatonina assunta può essere imprevedibile e il fai-da-te è sempre sconsigliato. È bene parlarne con il pediatra, soprattutto nei bambini piccoli”. Prima di cercare una soluzione in una compressa o in un integratore, quindi, è fondamentale intervenire sulle abitudini quotidiane.
Il ritorno alla routine può essere più semplice di quanto si pensi, anche grazie al naturale cambiamento della stagione: “Con la fine dell’estate, le ore di luce si riducono e la melatonina torna a essere secreta in modo più regolare, favorendo l’addormentamento”. Il segreto è non pretendere un cambiamento improvviso, ma aiutare gradualmente l’organismo a ritrovare il proprio ritmo naturale: “Per riportare l’orologio biologico all’orario invernale, basta anticipare l’orario della nanna di circa 15 minuti al giorno, in modo progressivo, fino a tornare ai ritmi che precedono la riapertura delle scuole”. Un piccolo trucco che può fare una grande differenza.
L’ideale sarebbe iniziare almeno un paio di settimane prima dell’inizio delle lezioni, modificando poco alla volta anche l’orario della sveglia mattutina. In questo modo bambini e ragazzi arriveranno al primo giorno di scuola già pronti ad affrontare la nuova routine, senza bruschi cambiamenti e senza accumulare stanchezza.
Alcol in gravidanza: zero è l’unica scelta
Alcol in gravidanza? Zero è l’unica scelta sicura. Bere alcol durante la gravidanza può avere conseguenze permanenti sullo sviluppo del bambino. Eppure, nonostante si tratti di un rischio completamente prevenibile, i Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico continuano a essere poco conosciuti e, soprattutto, spesso sottodiagnosticati.
In occasione della Giornata Internazionale della Sindrome Feto-Alcolica e dei disturbi correlati (FAS/FASD), che si celebra il 9 settembre, la Società Italiana di Neonatologia (SIN) torna a porre l’attenzione su un tema di grande importanza per la salute di mamme e bambini: in gravidanza non esiste una quantità di alcol considerata sicura. La prevenzione parte da un messaggio semplice, ma fondamentale: la scelta più sicura è zero alcol.
L’esposizione all’alcol durante la vita fetale può compromettere lo sviluppo del sistema nervoso centrale e di altri organi. Le conseguenze possono essere evidenti fin dalla nascita oppure manifestarsi più avanti, durante l’infanzia o l’adolescenza, attraverso difficoltà cognitive, comportamentali, relazionali e di apprendimento.
La Sindrome Feto-Alcolica e i disturbi correlati rappresentano infatti una delle principali cause prevenibili di alterazione del neurosviluppo e di disabilità in età evolutiva. Ogni bambino che nasce con la Sindrome Feto-Alcolica rappresenta un caso completamente prevenibile. Eppure, molti bambini non ricevono una diagnosi nei primi anni di vita. In alcuni casi le difficoltà emergono solo successivamente, quando iniziano a manifestarsi problemi nell’apprendimento, nel comportamento o nelle relazioni con gli altri.
“La prevenzione della FASD richiede un approccio che inizi prima del concepimento e continui durante la gravidanza, con un messaggio semplice e scientificamente fondato: in gravidanza la scelta più sicura è zero alcol”, sottolinea la dott.ssa Adele Minutillo.
Il medico del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità aggiunge: “Il progetto ‘Salute materno-infantile: formazione degli operatori sociosanitari ed empowerment delle giovani donne (18-24 anni) sui rischi connessi al consumo di alcol in gravidanza’, (gennaio 2024 – luglio 2026), con il supporto del Ministero della Salute, ha integrato monitoraggio dell’esposizione prenatale, formazione degli operatori e informazione dei giovani. I risultati hanno mostrato nella maggior parte dei casi la non completa astensione dall’alcol, raccomandazione fondamentale per le gestanti e per le coppie che stanno programmando una gravidanza. Ciò conferma la necessità di una prevenzione condivisa, non stigmatizzante e capace di coinvolgere donne, partner, famiglie, professionisti sanitari e comunità”.
Un aspetto particolarmente importante riguarda il periodo precedente al concepimento. Anche quando si sta cercando una gravidanza, o quando questa potrebbe verificarsi, la raccomandazione resta la stessa.
“Durante la gravidanza e già nel periodo preconcezionale, quando si ricerca una gravidanza o questa potrebbe verificarsi, non esiste una quantità di alcol che possa essere considerata sicura. Per questo motivo, la prevenzione a zero alcol rappresenta il più importante strumento di sanità pubblica per ridurre l’incidenza dei Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico”, afferma Massimo Agosti, Presidente SIN.
“Ogni nuovo caso di Sindrome Feto-Alcolica ricorda quanto sia necessario rafforzare le strategie di prevenzione e di informazione rivolte alle donne in età fertile e alle coppie. Ma il nostro compito non si esaurisce con la prevenzione: il periodo perinatale rappresenta un’opportunità unica per individuare precocemente i neonati a rischio e avviare tempestivamente la presa in carico. Ricordiamo, inoltre, che anche durante l’allattamento l’opzione più sicura è non consumare alcol: l’etanolo passa nel latte materno”, chiarisce ancora.
Accanto alla prevenzione, è fondamentale anche la diagnosi tempestiva. La Sindrome Feto-Alcolica, conosciuta con l’acronimo FAS, rappresenta la forma più grave dello spettro. Ma non tutti i bambini esposti all’alcol durante la gravidanza presentano i segni più evidenti della sindrome.
In molti casi le caratteristiche fisiche possono essere assenti o poco riconoscibili e i problemi neurologici e comportamentali emergono soltanto con il passare degli anni. Per questo i FASD vengono spesso definiti una “disabilità invisibile”.
Un bambino può apparire perfettamente sano nei primi anni di vita e manifestare solo successivamente difficoltà importanti nello sviluppo, nell’apprendimento o nella gestione delle emozioni. Riconoscere precocemente l’esposizione prenatale all’alcol permette invece di attivare controlli, percorsi diagnostici e interventi riabilitativi adeguati.
La collaborazione tra i diversi professionisti sanitari è essenziale. L’anamnesi della mamma, la valutazione dei fattori di rischio, l’esame del neonato e l’osservazione della relazione tra madre e bambino possono aiutare a individuare situazioni che richiedono maggiore attenzione.
Il neonatologo ha quindi un ruolo centrale, soprattutto nei primi giorni di vita del bambino. Quando emerge un sospetto diagnostico, è importante garantire una continuità assistenziale anche dopo la dimissione dall’ospedale, coinvolgendo il pediatra e i servizi territoriali.
“Il follow-up rappresenta il naturale proseguimento dell’assistenza neonatale”, sottolinea Luigi Memo, Segretario del Gruppo di Studio di Genetica Clinica Neonatale della SIN. “Il neonatologo è spesso il primo specialista ad avere l’opportunità di porre il sospetto diagnostico. Questo richiede competenze specifiche, ma anche la capacità di lavorare in rete. Nei casi dubbi, il confronto con il genetista clinico è fondamentale sia per escludere condizioni ereditarie che possono presentare manifestazioni cliniche sovrapponibili ai Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico, sia per evitare diagnosi improprie. Una diagnosi accurata e tempestiva rappresenta il presupposto indispensabile per costruire il percorso assistenziale più appropriato per il neonato e la sua famiglia”, precisa.
Negli ultimi anni la ricerca sui Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico ha fatto passi avanti importanti. Anche in Italia sono state pubblicate le prime Linee Guida dedicate ai FASD, con l’obiettivo di rendere più omogenei i criteri diagnostici e garantire una presa in carico multidisciplinare.
La ricerca internazionale sta inoltre approfondendo i meccanismi attraverso cui l’alcol può interferire con lo sviluppo fetale e sta studiando nuovi biomarcatori per individuare l’esposizione durante la gravidanza.
Ma le conoscenze scientifiche devono tradursi in percorsi concreti per le famiglie. Ostetrici, ginecologi, neonatologi, pediatri, neuropsichiatri infantili, genetisti, psicologi e terapisti della riabilitazione devono poter lavorare insieme.
“Riteniamo fondamentale per ogni Neonatologia italiana l’adozione di protocolli condivisi per l’identificazione dei neonati a rischio, per la dimissione protetta, per il collegamento con il territorio e per l’accesso ai programmi di follow-up neuroevolutivo. Solo una rete assistenziale realmente integrata può garantire ai piccoli e alle loro famiglie un percorso tempestivo, continuo e appropriato”, conclude il Presidente SIN Agosti.
Zanzare più resistenti? Come proteggersi
L’estate significa giornate all’aria aperta, giochi in giardino, cene sul terrazzo e vacanze. Ma significa anche zanzare. E quest’anno l’attenzione è ancora più alta: alcuni studi e osservazioni degli esperti segnalano che, in diverse aree del mondo, alcune popolazioni di zanzare stanno sviluppando una maggiore resistenza a determinati principi attivi contenuti nei repellenti. Un motivo in più per non affidarsi a un solo rimedio, ma adottare una strategia completa, soprattutto quando in casa ci sono bambini.Il caldo intenso, inoltre, favorisce la proliferazione di questi insetti: temperature elevate e ristagni d’acqua, anche minimi, rappresentano l’habitat ideale per la loro riproduzione. Zanzare sempre più resistenti? Ecco come proteggersi.

Le zanzare vengono attirate dal calore corporeo, dall’anidride carbonica che espiriamo e persino dal sudore. Con temperature oltre i 35 gradi è quindi normale essere ancora più “appetibili”. Per limitare il rischio è utile fare una doccia dopo aver sudato, evitare profumi molto intensi e indossare abiti leggeri ma che coprano il più possibile braccia e gambe nelle ore serali.
Attenzione ai ristagni d’acqua. Basta pochissima acqua per permettere alle zanzare di deporre le uova. Controllate quindi regolarmente:
- sottovasi;
- secchi e annaffiatoi;
- giochi lasciati in giardino;
- piscine gonfiabili non utilizzate;
- grondaie e tombini.
Eliminare i ristagni è uno dei sistemi più efficaci per ridurre il numero di zanzare.
Quale repellente scegliere per i bambini? Per i più piccoli è importante utilizzare solo prodotti adatti all’età e seguire sempre le indicazioni riportate in etichetta. I repellenti non vanno mai spruzzati direttamente su occhi, bocca, mani o pelle irritata. Nei bambini è preferibile applicarli prima sulle mani dell’adulto e poi distribuirli delicatamente sulla pelle esposta. Nei neonati molto piccoli la strategia migliore resta quella fisica: zanzariere su carrozzina e lettino, ambienti ben protetti e abbigliamento leggero ma coprente.
Le zanzariere restano un’arma imbattibile. Se alcuni insetti diventano più resistenti ai prodotti chimici, la barriera fisica continua a funzionare. Le zanzariere alle finestre, quelle per passeggini e culle e i teli protettivi sono ancora oggi tra i sistemi più efficaci, soprattutto durante la notte.
Come vestirsi quando fa caldissimo
Con il caldo si tende a lasciare scoperta la pelle, ma qualche piccolo accorgimento può fare la differenza. Meglio scegliere tessuti naturali, traspiranti e dai colori chiari. Le zanzare sembrano infatti essere maggiormente attratte dagli abiti scuri, che trattengono anche più calore.
E gli oli essenziali? Citronella, eucalipto citronato e geranio possono aiutare ad allontanare gli insetti in alcune situazioni, ma non garantiscono una protezione paragonabile ai repellenti registrati, soprattutto nelle zone dove le zanzare sono numerose. Nei bambini molto piccoli gli oli essenziali vanno comunque usati con prudenza e mai direttamente sulla pelle senza il parere del pediatra.
Le zanzare sono particolarmente attive all’alba e al tramonto. Se possibile, è meglio evitare di far giocare i bambini in giardino proprio in queste fasce orarie oppure proteggerli con abiti adeguati e repellenti.
Dopo una puntura, la prima regola è evitare che il bambino si gratti, perché il rischio è quello di provocare piccole ferite e favorire infezioni. Un impacco fresco può alleviare il prurito. Se invece compaiono gonfiore importante, febbre, difficoltà respiratorie o reazioni estese, è necessario contattare subito il pediatra.
Capelli bianchi in vacanza in gravidanza
L’estate è la stagione delle vacanze, ma anche quella in cui la ricrescita dei capelli bianchi sembra comparire all’improvviso. Tra sole, bagni in mare, piscina e shampoo più frequenti, il colore tende infatti a perdere brillantezza e i capelli bianchi diventano più evidenti. Se poi si è in vacanza, trovare il tempo o il parrucchiere giusto non è sempre semplice. per i capelli bianchi in vacanza esistono alcuni trucchi per nascondere la ricrescita, anche in gravidanza.

Esistono diversi modi per sentirsi curate anche senza ricorrere necessariamente alla tinta. Tra le soluzioni più pratiche ci sono gli spray copriricrescita e i mascara specifici per capelli. Si applicano in pochi secondi direttamente sulle radici, resistono abbastanza bene fino allo shampoo e sono perfetti per una cena, una passeggiata sul lungomare o una serata speciale. In estate è meglio applicarli sui capelli completamente asciutti e lasciarli fissare qualche minuto prima di esporsi all’umidità.
Può sembrare un dettaglio, ma modificare la riga dei capelli aiuta spesso a rendere la ricrescita molto meno evidente. Anche acconciature morbide, onde naturali, trecce spettinate o raccolti bassi permettono di camuffare le radici bianche senza fatica. Un foulard colorato, inoltre, resta uno degli accessori più chic dell’estate e diventa anche un ottimo alleato contro il sole.
Molte donne continuano a tingere i capelli anche durante la gravidanza, soprattutto dopo il primo trimestre, ma è sempre opportuno confrontarsi con il proprio ginecologo prima di qualsiasi trattamento. Se si preferisce evitare le colorazioni permanenti, le alternative non mancano. Si possono utilizzare prodotti temporanei che non penetrano nel capello oppure scegliere soluzioni vegetali come l’henné puro, purché sia di qualità e privo di additivi chimici. Anche in questo caso è consigliabile chiedere il parere del medico, perché non tutti i prodotti naturali sono uguali.
Il sole ossida il colore, mentre salsedine e cloro possono renderlo più opaco. Per questo è utile proteggere i capelli con cappelli a tesa larga o foulard e utilizzare shampoo delicati e maschere nutrienti dopo l’esposizione al sole. Anche un semplice olio specifico con filtro UV aiuta a preservare la luminosità del colore e a mantenere i capelli più morbidi.
La ricrescita dei capelli bianchi non deve diventare una fonte di ansia, tanto meno durante una vacanza o una gravidanza. Bastano piccoli accorgimenti per sentirsi curate senza inseguire la perfezione.
Pipì a letto dopo i 5 anni: errori da evitare
La pipì a letto dopo i 5 anni è un problema molto più comune di quanto si pensi. L’enuresi notturna interessa infatti molti bambini in età scolare e, nella maggior parte dei casi, non dipende da pigrizia, dispetti o cattive abitudini. Eppure, spesso sono proprio le reazioni degli adulti a far sentire il bambino in colpa, peggiorando il disagio. Ecco gli errori da evitare se vostro figlio continua a bagnare il letto durante la notte.
1. Non sgridarlo
La prima regola è semplice: mai rimproverare il bambino. Non lo fa apposta e non può controllarlo durante il sonno. Frasi come “Sei troppo grande” oppure “Devi impegnarti di più” rischiano solo di aumentare ansia, vergogna e senso di colpa.
2. Non umiliarlo davanti agli altri
Può sembrare una battuta innocente, ma raccontare a nonni, amici o fratelli che il bambino fa ancora la pipì a letto può ferirlo profondamente. L’enuresi è un tema molto delicato e va affrontato con discrezione e rispetto della sua privacy.
3. Non punirlo
Niente castighi, niente giochi tolti e nessuna punizione. L’enuresi è un disturbo involontario: punire un bambino per qualcosa che non può controllare non serve a risolvere il problema, ma rischia di compromettere la sua autostima.
4. Non svegliarlo ogni notte per farlo andare in bagno
Molti genitori impostano la sveglia nel cuore della notte pensando di prevenire l’incidente. In realtà questa soluzione non insegna al bambino a riconoscere lo stimolo e può disturbare il sonno di tutta la famiglia. Se il problema persiste, è meglio confrontarsi con il pediatra per valutare le strategie più adatte.
5. Non limitare drasticamente l’acqua
Far bere poco durante la giornata è un errore. Il bambino deve mantenersi ben idratato. È sufficiente evitare grandi quantità di liquidi poco prima di andare a dormire e limitare le bevande zuccherate o contenenti caffeina.
6. Non ignorare il problema
Se dopo i 5 anni la pipì a letto continua con una certa frequenza, è opportuno parlarne con il pediatra. Nella maggior parte dei casi si tratta di una fase destinata a risolversi, ma il medico può escludere eventuali cause mediche e suggerire il percorso più adatto.
7. Non confrontarlo con altri bambini
Ogni bambino ha i propri tempi di maturazione. Dire frasi come “Tua sorella alla tua età non lo faceva” oppure “I tuoi amici dormono già senza problemi” non aiuta e aumenta solo la pressione emotiva.
8. Non trasformare il letto in un motivo di ansia
Cambiare le lenzuola con serenità, usare un coprimaterasso impermeabile e rassicurare il bambino sono piccoli gesti che fanno una grande differenza. L’obiettivo è fargli capire che può contare sull’aiuto dei genitori, senza sentirsi giudicato.
La buona notizia è che nella maggior parte dei casi l’enuresi notturna tende a risolversi spontaneamente con la crescita. Affrontarla con pazienza, comprensione e senza colpevolizzare il bambino è il modo migliore per aiutarlo a vivere questa fase con serenità. Se gli episodi sono frequenti o persistono nel tempo, una visita dal pediatra permetterà di individuare le eventuali cause e trovare insieme la soluzione più adatta.
“È importante che i genitori riferiscano al più presto il disturbo al pediatra – spiega Manuela Trinci, psicoterapeuta dell’età evolutiva e referente scientifico di Ludobiblio, IRCCS Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze-. Non c’è nulla di cui vergognarsi, ma è necessario aiutare il bambino a superare questa fase. Talvolta l’enuresi si manifesta in concomitanza con un disagio a scuola, difficoltà con gli amichetti o la separazione dei genitori. Il pediatra valuterà il bambino e potrà consigliare, se necessario, il supporto di uno psicologo. Creare una rete di sostegno composta da genitori, pediatra, insegnanti ed eventualmente psicoterapeuta è la strategia migliore per supportarlo in un momento di difficoltà”.
Crisi ipotensiva in estate
Il caldo intenso di questi giorni può mettere a dura prova l’organismo, soprattutto quello dei bambini, degli anziani e dei genitori che trascorrono molte ore sotto il sole. Tra i disturbi più frequenti c’è la crisi ipotensiva in estate, un improvviso calo della pressione che può provocare debolezza, capogiri e persino svenimenti. A parlarne è l’infettivologo Matteo Bassetti, che nei giorni scorsi ha raccontato sui social di aver vissuto personalmente un episodio di ipotensione. “Avevo giramenti di testa, mi sentivo veramente fiacco, molle, non riuscivo davvero a fare niente”, ha spiegato, cogliendo l’occasione per ricordare quanto sia importante riconoscere i segnali e intervenire subito.

Secondo Bassetti, durante l’estate il principale responsabile è il caldo: “Principalmente dalla vasodilatazione periferica indotta dal caldo e dalla perdita di liquidi e sali minerali attraverso la sudorazione”. Quando le temperature sono elevate, infatti, i vasi sanguigni si dilatano per disperdere il calore corporeo. Se a questo si aggiungono sudorazione abbondante e una scarsa idratazione, la pressione può abbassarsi rapidamente.
Anche se la crisi ipotensiva è più frequente negli adulti e in chi assume farmaci per l’ipertensione, i bambini possono accusare malesseri legati al caldo, soprattutto dopo molte ore trascorse al sole, attività fisica intensa o se bevono troppo poco. I segnali da non sottovalutare sono:
- pallore improvviso;
- debolezza;
- capogiri;
- nausea;
- sonnolenza;
- vista offuscata;
- difficoltà a stare in piedi;
- svenimento.
Se il bambino manifesta questi sintomi, è importante spostarlo subito in un luogo fresco e chiedere assistenza medica se il malessere non migliora rapidamente.
L’infettivologo ricorda che è fondamentale intervenire tempestivamente: “Riconoscere i segnali d’allarme e agire tempestivamente è fondamentale per evitare giramenti di testa, svenimenti e cadute traumatiche”. In caso di lieve crisi ipotensiva è consigliabile: far sdraiare la persona in un luogo fresco e ventilato; sollevare leggermente le gambe; offrire acqua a piccoli sorsi, se è vigile; allentare eventuali indumenti stretti; evitare di rialzarsi bruscamente. Se compare una perdita di coscienza, il malessere persiste o i sintomi sono importanti, è necessario contattare immediatamente il medico o il 112.
Secondo Bassetti, la prevenzione parte da piccoli gesti quotidiani. Bere prima di avere sete: “Bevi almeno 1,5-2 litri di acqua al giorno, anticipando lo stimolo della sete”. Per i bambini significa offrire acqua frequentemente, anche quando non la chiedono, soprattutto durante il gioco o in spiaggia. Scegliere pasti leggeri Meglio preferire pasti piccoli e frequenti. Bassetti consiglia di evitare “digestioni lunghe e pasti ricchi di carboidrati, che causano ipotensione post-prandiale” e di consumare frutta e verdura ricche di potassio e magnesio, come banane e albicocche. Tra le 11 e le 16 è preferibile evitare l’esposizione diretta al sole, soprattutto con i più piccoli. Il medico invita anche a dire “no ad alcol e calore estremo”, evitando saune, bagni turchi e lunghe esposizioni nelle ore centrali della giornata.
Anche un gesto semplice può fare la differenza. “Passa dalla posizione sdraiata a quella eretta per gradi, soffermandoti qualche istante seduto”, raccomanda Bassetti. Tra i rimedi fai-da-te ce n’è uno molto diffuso che, secondo l’infettivologo, non è la soluzione: “Non fare l’errore di prendere acqua e zucchero”. Molto meglio reintegrare correttamente liquidi e sali minerali seguendo le indicazioni del proprio medico, soprattutto nei soggetti più fragili.
Estate: vademecum per i bambini celiaci
L’estate è sinonimo di gelati, giornate al mare, cene all’aperto e vacanze in famiglia. Ma per i genitori di un bambino celiaco questo periodo richiede anche un pizzico di attenzione in più. La buona notizia? Con qualche accorgimento è possibile godersi ogni momento senza rinunce. A ricordarlo è Adnkronos Salute, che riporta i consigli degli esperti dell’Aigo (Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti digestivi ospedalieri), sottolineando come il vero nemico non sia soltanto il glutine, ma soprattutto il rischio di contaminazione quando si mangia fuori casa. Ecco un vademecum per i bambini celiaci.

Molti alimenti estivi sono naturalmente privi di glutine: frutta fresca, insalate, carne e pesce alla griglia, legumi. Il rischio nasce, invece, durante la preparazione. Un esempio? Un gelato artigianale può contaminarsi se vengono utilizzate le stesse palette per gusti con e senza glutine. Anche le patatine fritte sono sicure solo se cotte in una friggitrice dedicata, mentre perfino una semplice fetta d’anguria può diventare un problema se tagliata sullo stesso tagliere usato per pane o focacce.
La celiachia è una malattia autoimmune cronica che colpisce circa una persona su cento e il numero delle diagnosi continua a crescere. La gastroenterologa Maria Carla Di Paolo, vicepresidente nazionale Aigo, ricorda un aspetto fondamentale: “Nel sospetto di celiachia è importante non sospendere autonomamente l’assunzione di glutine, perché la dieta senza glutine può far regredire le alterazioni laboratoristiche e istologiche, rendendo più difficile o ritardando la diagnosi”. Per questo motivo, se il bambino presenta sintomi sospetti è sempre necessario rivolgersi al pediatra o allo specialista prima di modificare l’alimentazione.
Quando si è in vacanza, la prevenzione passa soprattutto dalla comunicazione. Come spiega la Di Paolo: “È importante comunicare chiaramente la propria condizione al cameriere e al cuoco, chiedere se esiste un menù senza glutine e informarsi sulle procedure adottate per evitare la contaminazione”. Sempre più ristoranti e stabilimenti balneari sono preparati ad accogliere clienti celiaci: chiedere informazioni non è un capriccio, ma una necessità.
Le regole? Per affrontare le vacanze con serenità può essere utile seguire alcune semplici abitudini:
- scegliere ristoranti che propongano un menù senza glutine;
- chiedere sempre come vengono preparati i piatti;
- controllare attentamente le etichette dei prodotti confezionati;
- portare con sé pane, cracker o snack gluten free, soprattutto durante gite o escursioni;
- evitare possibili contaminazioni con utensili, taglieri e oli di frittura condivisi.
La sensibilità al glutine non celiaca è una condizione diversa dalla celiachia. Come precisa l’esperta: “La sensibilità al glutine non celiaca è una diagnosi di esclusione. Comprende disturbi digestivi ed extra-digestivi legati all’assunzione di frumento, non necessariamente solo al glutine”. In questi casi non è richiesta la stessa rigorosa eliminazione del glutine necessaria invece per chi è affetto da celiachia.
Il messaggio degli esperti è rassicurante: avere un bambino celiaco non significa rinunciare alle vacanze o ai momenti di convivialità. Di Paolo conclude: “Il consiglio per i soggetti celiaci è affrontare con serenità la sfida estiva, senza limitare la propria socialità, ma comunicando il proprio stato, responsabilizzando i ristoratori e continuando a leggere le etichette.”
La longevità si impara da piccoli
La longevità è una delle parole più abusate degli ultimi anni. Un tempo vivere a lungo era soprattutto una questione di fortuna e genetica, oggi la scienza è sempre più concorde su un punto: ciò che facciamo ogni giorno può fare una grande differenza. Molte delle abitudini che favoriscono una vita lunga e in salute si imparano fin dall’infanzia. La longevità si impara da piccoli.

Educare i bambini alla longevità non significa parlare loro di vecchiaia e morte, ma insegnare uno stile di vita che permetta di crescere in equilibrio. La prima lezione riguarda il movimento. I bambini devono viverlo come un piacere. Correre al parco, andare in bicicletta, nuotare, o semplicemente trascorrere ore all’aria aperta, aiuta a sviluppare muscoli, ossa e cuore,. Imparano a prendersi cura del loro corpo.
Un’altra abitudine fondamentale è quella di mangiare bene. La longevità nasce da un rapporto sano con il cibo: tanta frutta e verdura di stagione, cereali integrali, legumi, pesce, olio extravergine d’oliva e pochi alimenti ultraprocessati. Coinvolgere i bambini nella preparazione dei pasti, portarli al mercato o far crescere qualche erba aromatica sul balcone li aiuta a sviluppare e consapevolezza verso quello che si porta in tavola.
Anche il sonno è un vero alleato della salute. Durante il riposo il cervello consolida ciò che ha imparato, il sistema immunitario si rafforza e l’organismo produce gli ormoni della crescita. Stabilire orari regolari e limitare gli schermi prima di andare a letto sono piccoli gesti che regalano col passare del tempo anni di vita.
Tra i pilastri della longevità c’è anche il benessere emotivo. I bambini devono imparare fin da piccoli a riconoscere le emozioni, a parlarne senza vergogna e a chiedere aiuto quando qualcosa li fa stare male. Crescere in un ambiente familiare sereno, ricco di ascolto e affetto, contribuisce a costruire quella resilienza che accompagnerà per sempre.
Allenare il cervello con la curiosità è un altro beneficio. Leggere libri, fare domande, costruire, disegnare, imparare una lingua straniera o suonare uno strumento musicale lo stimola e crea nuove connessioni neuronali.
Un altro insegnamento prezioso è il valore delle relazioni. Le persone che vivono più a lungo nel mondo hanno spesso una caratteristica comune: coltivano amicizie sincere, trascorrono tempo con la famiglia e fanno parte di una comunità. Anche i bambini hanno bisogno di imparare l’importanza della condivisione, dell’empatia e del prendersi cura degli altri.
Poi c’è il rapporto con la natura. Passeggiare in un bosco, osservare gli animali, giocare in spiaggia o semplicemente trascorrere del tempo in un giardino riduce lo stress, migliora l’umore e insegna il rispetto per l’ambiente.
Educare alla longevità significa aiutarli a vivere ogni fase della loro vita nel migliore dei modi,. Perché la longevità non inizia dopo i cinquant’anni: comincia molto prima.

Scritto da Annamaria e postato in