Valentina Persia sulla depressione post partum
Ci sono aspetti della maternità di cui si parla ancora troppo poco. Uno di questi è la depressione post partum, una condizione che può colpire molte donne dopo la nascita di un figlio e che spesso si accompagna a sensi di colpa, paura e solitudine. A raccontare la sua esperienza è stata la comica Valentina Persia, che ha scelto di condividere un periodo molto delicato della sua vita per aiutare altre mamme a sentirsi meno sole. Ospite de La Volta Buona, la 54enne è tornata a parlare della nascita dei suoi gemelli, Lorenzo e Carlotta, arrivati nel 2015 grazie alla fecondazione assistita. Un momento atteso e desiderato che, però, non è stato accompagnato solo dalla gioia che spesso ci si aspetta dopo l’arrivo di un bambino. “Mi sentivo inadeguata”, ha detto sulla depressione post partum.

Con grande sincerità, Valentina ha raccontato le difficoltà affrontate subito dopo il parto. “Per cinque mesi non sono stata bene. Quando ci si prepara alla maternità, ti raccontano tutti che sarà meraviglioso, che sentirai un amore immediato, che quando tornerai a casa sarai finalmente una donna appagata. Nessuno ti dice che c’è anche un rovescio della medaglia: ci si sente inadeguate, diverse, non si dorme la notte, si piange e soprattutto si ha paura”, ha spiegato. Parole che molte mamme potrebbero riconoscere come proprie. Perché la maternità non è sempre fatta solo di sorrisi e tenerezza: a volte porta con sé stanchezza estrema, fragilità emotiva e la sensazione di non essere all’altezza del nuovo ruolo.
Valentina ha deciso di raccontare pubblicamente la sua esperienza già alcuni anni fa e da allora ha ricevuto centinaia di messaggi da donne che si sono riconosciute nelle sue parole. “Non bisogna giudicare, perché non si può mai sapere cosa c’è nella testa di una donna che ha avuto soltanto la sfortuna di non alzare la mano e chiedere aiuto. Io ho alzato la mano e ho detto che avevo un problema”, ha sottolineato. Un messaggio importante, soprattutto perché ancora oggi molte neomamme vivono il disagio in silenzio per paura di essere considerate cattive madri o di non essere comprese.
Tra gli aspetti più dolorosi della depressione post partum c’è spesso il timore di non riuscire a creare subito quel legame speciale che tutti descrivono come immediato. “Avevo paura di non stare facendo bene. La mia paura era quella di non sentire amore all’inizio”, ha raccontato Valentina. A rassicurarla è stata una psicologa, che le disse una frase destinata a restarle nel cuore: “Già il fatto che tu ti ponga la domanda significa che questo amore c’è”. Una riflessione preziosa che può aiutare molte donne a liberarsi dal peso delle aspettative irrealistiche che spesso accompagnano la maternità.
Oggi Lorenzo e Carlotta hanno quasi 11 anni e conoscono la storia della loro mamma. Valentina ne parla apertamente anche nel suo libro Questo bambino a chi lo do, nato proprio con l’obiettivo di offrire conforto a chi sta attraversando momenti simili. Il suo invito è semplice ma potente: non affrontare tutto da sole: “Se sentite anche il minimo sconforto, quella sensazione che non vi fa dormire bene, che non vi fa sorridere e non vi fa sentire la gioia immediata, sappiate che non siete sole. Chiedete aiuto, perché passa”. Ed è forse questo il messaggio più importante da ricordare: la depressione post partum non è una colpa, non è una debolezza e non definisce il valore di una madre. Chiedere sostegno è un atto d’amore verso se stesse e verso i propri figli. E, soprattutto, è il primo passo per stare meglio.
Esame di terza media: vademecum
L’esame di terza media rappresenta il primo vero appuntamento importante nel percorso scolastico dei ragazzi. Per molti genitori è naturale voler aiutare i propri figli a prepararsi al meglio, ma il rischio di trasformare il ripasso in una fonte di stress è sempre dietro l’angolo. La buona notizia è che non servono maratone di studio o interrogazioni continue. Molto più utile è costruire un metodo efficace e sostenibile, che permetta ai ragazzi di arrivare all’esame preparati e sereni. Ecco un pratico vademecum per organizzare le settimane che precedono le prove.
1. Creare un calendario realistico
Il primo passo consiste nel suddividere il programma da ripassare in piccoli obiettivi giornalieri. Meglio evitare programmi impossibili da rispettare. Un calendario troppo ambizioso rischia di scoraggiare il ragazzo già dopo pochi giorni. L’ideale è alternare materie più impegnative a quelle più leggere.
2. Non studiare tutto insieme
La tentazione di concentrare ore e ore di studio negli ultimi giorni è forte, ma poco efficace. La memoria lavora meglio con ripassi distribuiti nel tempo. Anche 60-90 minuti ben organizzati possono essere più produttivi di un intero pomeriggio passato sui libri senza pause.
3. Fare pause regolari
Dopo 40-50 minuti di studio è importante concedersi una pausa di 10 minuti. Bere un bicchiere d’acqua, fare due passi o prendere una boccata d’aria aiuta il cervello a recuperare energie e mantenere la concentrazione.
4. Curare il sonno
Dormire poco per studiare di più è una cattiva strategia. Durante il sonno il cervello consolida le informazioni apprese durante la giornata. Un ragazzo riposato apprende e ricorda meglio.
5. Simulare il colloquio orale
Molti studenti temono soprattutto l’esame orale. Può essere utile fare qualche prova in famiglia, chiedendo al ragazzo di esporre un argomento come se fosse davanti alla commissione. Non bisogna però trasformarsi in esaminatori severi: l’obiettivo è aumentare la sicurezza, non creare ulteriore tensione.
6. Preparare bene la tesina o il percorso multidisciplinare
Se la scuola prevede una presentazione personale, è importante aiutare il ragazzo a costruire collegamenti semplici e logici tra le varie materie. Meglio pochi argomenti ben conosciuti che percorsi troppo complessi e difficili da ricordare.
7. Limitare le distrazioni digitali
Smartphone, videogiochi e social possono rubare tempo prezioso. Non serve vietarli completamente, ma stabilire momenti dedicati allo studio e momenti dedicati allo svago può aiutare a mantenere il giusto equilibrio.
8. Curare alimentazione e idratazione
Nei giorni che precedono l’esame è importante fare pasti regolari, bere molta acqua e privilegiare frutta, verdura e alimenti nutrienti. Anche il cervello ha bisogno del giusto carburante per funzionare al meglio.
9. Evitare paragoni con altri ragazzi
Ogni studente ha tempi e modalità di apprendimento diversi.Frasi come “tuo cugino studia di più” o “la tua amica è già pronta” non aiutano la preparazione e rischiano solo di aumentare l’ansia.
10. Ricordare che un esame non definisce una persona
È probabilmente il consiglio più importante. L’esame di terza media è una tappa significativa, ma non determina il valore di un ragazzo. I figli hanno bisogno di sentire che l’affetto e la fiducia dei genitori non dipendono da un voto.
Esami alle porte: come aiutare i figli
Ci siamo. Con l’arrivo di giugno, in migliaia di case italiane si respira la stessa atmosfera: libri aperti sul tavolo, ripassi dell’ultimo minuto, appunti sparsi ovunque e una certa dose di ansia che aleggia nell’aria. Per chi affronta l’esame di terza media o la nuova maturità, questo è uno dei primi veri banchi di prova della vita. E spesso, a vivere la tensione quasi quanto i ragazzi, sono mamma e papà. Con gli esami alle porte come aiutare i figli?

La tentazione di controllare tutto è forte: chiedere continuamente se hanno studiato, verificare ogni programma, ricordare ogni scadenza. Eppure gli esperti sono concordi: il modo migliore per aiutare un figlio durante gli esami non è aumentare la pressione, ma diventare un punto di riferimento stabile e rassicurante.
Per molti ragazzi la paura più grande non è l’esame in sé, ma il timore di deludere le aspettative degli adulti. Frasi come “Devi prendere un bel voto”, “Con tutto quello che hai studiato non puoi sbagliare” oppure “Questo esame è fondamentale” possono sembrare innocue, ma rischiano di trasformare una normale preoccupazione in un vero carico emotivo. Molto più utile è ricordare ai figli che un esame misura una preparazione scolastica, non il loro valore come persone.
Anche l’organizzazione delle giornate merita attenzione. Nei giorni che precedono le prove non serve trasformare la casa in una caserma. Meglio aiutare i ragazzi a costruire una routine equilibrata, alternando studio, pause, attività fisica e momenti di svago. Una passeggiata, una corsa al parco, una pedalata o perfino una partita a pallone con gli amici possono essere alleati preziosi. Muoversi aiuta a scaricare la tensione e migliora la concentrazione.
Attenzione anche al sonno. Nelle settimane degli esami molti adolescenti tendono a fare le ore piccole per ripassare. In realtà dormire poco riduce memoria, attenzione e capacità di apprendimento. Un buon riposo vale spesso più di qualche pagina studiata alle due di notte.
Anche l’alimentazione può dare una mano. Colazioni complete, pasti regolari e tanta idratazione aiutano il cervello a lavorare meglio. Meglio evitare di compensare la stanchezza con bevande energetiche o quantità eccessive di caffè.
Per i ragazzi che affrontano l’esame di terza media, il ruolo dei genitori resta ancora molto importante. È il primo esame della loro vita e l’emotività può giocare brutti scherzi. In questo caso può essere utile simulare l’orale, ascoltare una presentazione o semplicemente incoraggiarli a raccontare ciò che hanno studiato.
Con i maturandi, invece, occorre spesso fare un passo indietro. A 18 o 19 anni molti ragazzi desiderano gestire autonomamente il proprio percorso. Essere presenti senza invadere i loro spazi può rivelarsi la strategia più efficace. La nuova maturità, poi, porta con sé un’attenzione particolare al percorso svolto durante l’anno scolastico, alle competenze maturate e alla capacità di collegare conoscenze diverse. Per questo non serve imparare tutto a memoria. È più importante comprendere, ragionare e saper costruire collegamenti.
E se arriva un momento di crisi? Può capitare. Qualche lacrima, un attacco di panico, la sensazione di non ricordare più nulla sono esperienze molto comuni. In quei casi la cosa migliore da fare è ascoltare senza minimizzare. Evitiamo frasi come “Non è niente” o “Non hai motivo di agitarti”. Per chi sta vivendo quell’emozione, invece, il motivo esiste eccome. Meglio accogliere la preoccupazione e ricordare che sentirsi agitati prima di un esame è assolutamente normale.
Tra qualche settimana tutto questo sarà già un ricordo. I voti passeranno, le prove finiranno, ma resterà il modo in cui i ragazzi si saranno sentiti accompagnati durante questo percorso. Forse il regalo più grande che un genitore può fare in questi giorni non è un aiuto nello studio, ma la certezza di avere accanto qualcuno che crede in lui a prescindere dal risultato finale.
Gravidanza e primi anni: luci e ombre
I primi mille giorni di vita di un bambino, dalla gravidanza ai due anni, sono fondamentali per la sua salute presente e futura. E una buona notizia c’è: sempre più mamme e papà italiani stanno adottando comportamenti più sani durante la gravidanza e nei primi anni di vita dei figli. A dirlo è l’ultima rilevazione della Sorveglianza Bambine e Bambini 0-2 anni, promossa dal Ministero della Salute, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità e realizzata insieme alle Regioni. Ci sono però luci e ombre. Gravidanza e primi anni fanno ancora discutere: alcuni miglioramenti ci sono, ma le cattive abitudini rimangono.

I dati mostrano segnali incoraggianti. Oggi sono sempre meno le donne che fumano o consumano alcol durante la gravidanza, e cresce l’attenzione verso il benessere dei bambini. Tuttavia, gli esperti sottolineano che siamo ancora lontani dagli standard raccomandati e che persistono forti differenze tra Nord e Sud Italia, sia dal punto di vista sanitario sia sociale.
Secondo il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Rocco Bellantone, le disuguaglianze iniziano addirittura prima della nascita. “Non tutti i bambini nascono e crescono nelle stesse condizioni”, spiega. Le difficoltà economiche, culturali e sociali possono influenzare la salute fin dai primi mesi di vita, con conseguenze che si trascinano negli anni.
Tra gli aspetti che preoccupano maggiormente gli esperti c’è l’utilizzo corretto dell’acido folico. Ben il 93,2% delle mamme dichiara di averlo assunto durante la gravidanza, ma solo il 35,4% lo ha fatto nei tempi raccomandati, cioè prima del concepimento e nelle prime settimane di gestazione. Molte donne iniziano infatti a prenderlo quando la gravidanza è già iniziata, riducendone così l’efficacia preventiva contro alcune malformazioni congenite. Anche in questo caso emergono forti differenze territoriali: si passa dal 24,6% di assunzione corretta in Campania al 44,4% in Veneto.
Sul fronte del fumo, i dati sono confortanti ma non del tutto rassicuranti. Il 5,5% delle donne continua a fumare durante la gravidanza. La percentuale varia dal 3,2% della Provincia autonoma di Bolzano al 7,9% del Lazio. Un dato interessante riguarda il periodo successivo al parto: molte donne riprendono a fumare durante l’allattamento e aumenta anche il consumo di sigarette elettroniche e dispositivi a tabacco riscaldato. Inoltre quasi una madre su tre vive in una casa dove il partner o altri familiari fumano abitualmente.
Anche il consumo di alcol in gravidanza è diminuito, ma non è scomparso. Il 7,4% delle donne dichiara di bere occasionalmente, almeno una o due volte al mese, mentre una piccola quota continua a consumare alcol con maggiore frequenza. Gli esperti ricordano che non esiste una quantità di alcol considerata sicura durante la gravidanza.
L’allattamento resta un altro punto cruciale. Meno della metà dei bambini tra i 2 e i 3 mesi riceve latte materno in modo esclusivo. La percentuale cala ulteriormente tra i 4 e i 5 mesi di vita. Anche qui il divario territoriale è evidente: le regioni del Sud registrano generalmente i dati peggiori. Ancora oggi il 13,1% dei bambini italiani non riceve mai latte materno.
Tra le buone notizie c’è il crescente numero di genitori che mette a dormire i neonati a pancia in su, la posizione raccomandata per ridurre il rischio di sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS). Lo fa il 70% delle famiglie, anche se restano ampi margini di miglioramento.
A preoccupare particolarmente pediatri ed esperti dello sviluppo infantile è invece il rapporto sempre più precoce dei bambini con gli schermi. Già tra i 2 e i 5 mesi di vita il 14,6% dei piccoli trascorre del tempo davanti a televisione, smartphone, tablet o computer. In alcune regioni del Sud, come la Sicilia, la percentuale arriva a sfiorare il 25%.
Con il passare dei mesi il fenomeno cresce ulteriormente. Tra gli 11 e i 15 mesi, in alcune aree del Paese oltre un terzo dei bambini trascorre almeno una o due ore al giorno davanti a uno schermo. Numeri che fanno riflettere, soprattutto considerando che le linee guida internazionali raccomandano di evitare completamente l’esposizione agli schermi nei primi anni di vita.
Parallelamente emerge un altro dato che dovrebbe far riflettere le famiglie: si legge ancora troppo poco ai bambini. Oltre la metà dei piccoli tra i 2 e i 5 mesi non ha mai ascoltato la lettura di un libro nella settimana precedente all’intervista. E proprio nelle regioni del Sud si registrano le percentuali più basse di lettura quotidiana condivisa.
La fotografia che emerge è quella di un’Italia che sta migliorando, ma a velocità diverse. Da una parte cresce la consapevolezza sull’importanza delle buone pratiche nei primi anni di vita; dall’altra restano forti disparità territoriali e culturali che rischiano di influenzare il futuro dei bambini fin dalla nascita.
La sfida, secondo gli esperti, è proprio questa: garantire a tutti i bambini le stesse opportunità di salute, indipendentemente dalla regione in cui nascono o dalle condizioni economiche della loro famiglia. Perché investire nei primi mille giorni significa investire nel futuro di un’intera generazione.
Sindrome dell’impostore può colpire una mamma?
A quanto pare ne soffre 1 italiano su 7. La sindrome dell’impostore può colpire anche una mamma? Sì. Sentirsi inadeguate anche quando si sta facendo del proprio meglio. Avere la sensazione di “non essere abbastanza” come mamma. Pensare continuamente che le altre siano più brave, più organizzate, più pazienti, più capaci. È una sensazione che moltissime donne conoscono bene, anche se spesso fanno fatica ad ammetterlo.
Quella vocina interiore che sussurra “non sei all’altezza”, “prima o poi tutti si accorgeranno che stai improvvisando”, non riguarda solo il lavoro o la carriera. Può insinuarsi anche nella maternità, soprattutto in un’epoca in cui i social mostrano continuamente immagini di mamme apparentemente perfette, sorridenti, impeccabili e sempre sotto controllo. La realtà, però, è molto diversa.
La sindrome dell’impostore non è una malattia, ma un meccanismo psicologico che porta una persona a svalutare continuamente sé stessa e i propri risultati, attribuendo ciò che fa alla fortuna o al caso. Nel caso delle mamme, può tradursi nella convinzione costante di non essere abbastanza brave nel proprio ruolo genitoriale. Anche una donna amorevole, presente e attenta può sentirsi “finta”, incapace, costantemente in errore, inadeguata rispetto alle altre madri E spesso tutto questo si accompagna a un fortissimo senso di colpa.
La sindrome dell’impostore nelle mamme può manifestarsi in tanti modi diversi.
Per esempio:
- sentirsi sempre in difetto
- avere paura di sbagliare qualsiasi scelta educativa
- confrontarsi continuamente con altre mamme
- vivere male i consigli non richiesti
- pensare di “non fare mai abbastanza”
- sentirsi sopraffatte anche nelle cose normali
- nascondere le proprie fragilità per paura del giudizio
Molte donne raccontano di sentirsi “smarrite” soprattutto dopo la nascita del primo figlio, quando la maternità reale si scontra con quella idealizzata. E il problema è che spesso dall’esterno nessuno se ne accorge.
Instagram e TikTok hanno amplificato moltissimo questo fenomeno. Feed pieni di case perfette, bambini sempre sorridenti, lunch box creative e mamme impeccabili anche dopo notti insonni possono generare un confronto continuo e silenzioso. Ma la maternità vera raramente è filtrata. È fatta anche di stanchezza, caos, dubbi, pianti improvvisi, sensi di colpa e giornate in cui si sopravvive più che brillare. Eppure molte mamme continuano a pensare di essere le uniche a sentirsi così.
Cosa fare quando ci si sente “non abbastanza”? La prima cosa importante è capire una verità semplice: nessuna mamma nasce imparata. La maternità si costruisce giorno dopo giorno, spesso per tentativi, aggiustamenti e intuizioni.Può aiutare smettere di confrontarsi continuamente, parlare apertamente delle proprie emozioni, chiedere supporto senza vergogna, ritagliarsi momenti per sé , ricordarsi che perfezione e buon genitore non sono la stessa cosa Anche confrontarsi con uno psicologo, soprattutto se ansia e senso di inadeguatezza diventano troppo pesanti, può essere un aiuto prezioso. Essere una buona madre non significa essere perfetta.
Dire “ti amo” ai figli è sbagliato?
Dire “ti amo” ai propri figli è sbagliato, può davvero essere un errore? La domanda, negli ultimi giorni, ha infiammato social, programmi tv e gruppi di genitori dopo le dichiarazioni della psicoterapeuta e scrittrice Stefania Andreoli, intervenuta durante la trasmissione Agorà. La professionista ha definito “del tutto sbagliata” l’abitudine di alcuni genitori di dire “ti amo” ai figli, sostenendo che quell’espressione apparterrebbe al linguaggio della coppia e rischierebbe di “confondere i ruoli”. Apriti cielo.

Nel giro di poche ore il dibattito è esploso ovunque. Da una parte chi concorda con Andreoli, convinto che tra genitori e figli sia più corretto usare il “ti voglio bene”. Dall’altra mamme e papà che rivendicano il diritto, e persino la necessità, di esprimere apertamente il proprio amore ai bambini.
E come spesso accade quando si parla di genitorialità, il rischio è che tutto si trasformi in una guerra ideologica fatta di “giusto” e “sbagliato”, dimenticando che i rapporti umani non funzionano come formule matematiche.
Proprio questo è il punto sollevato dal pedagogista Luca Frusciello, intervistato da Fanpage. Secondo l’esperto, il problema non starebbe tanto nelle parole usate, quanto nel voler trasformare ogni scelta educativa in una regola assoluta. “La pedagogia non è chimica”, sottolinea, ricordando che ogni relazione familiare ha equilibri, sensibilità e modalità comunicative diverse.Ed è forse proprio qui che il dibattito diventa interessante davvero.
Perché un conto è riflettere sul linguaggio emotivo dentro la famiglia, altro è pensare che una frase, da sola, possa automaticamente creare danni psicologici. Molti psicologi e psicoterapeuti intervenuti nella discussione hanno infatti ricordato che ciò che conta davvero per un bambino è il contesto relazionale: il rispetto dei confini, la qualità della presenza emotiva, la sicurezza affettiva. Non semplicemente due parole pronunciate o meno.
Anche perché, nella realtà quotidiana delle famiglie, l’amore passa continuamente attraverso mille linguaggi diversi: carezze, ascolto, pazienza, tempo condiviso, coccole prima di dormire, rassicurazioni dopo una paura.
C’è chi dice “ti amo” ai figli ogni giorno e chi non l’ha mai detto apertamente pur amando profondamente i propri bambini. E probabilmente nessuna delle due cose, da sola, basta a definire la qualità di un legame.
Molti genitori, soprattutto sui social, hanno raccontato di aver trovato conforto proprio nel sentirsi dire “ti amo” durante l’infanzia. Altri invece preferiscono distinguere nettamente il linguaggio romantico da quello familiare. Ed entrambe le posizioni possono convivere senza bisogno di trasformarsi in tifoserie. Forse il rischio più grande oggi non è dire troppo amore ai figli, ma vivere la genitorialità sotto pressione continua, con la sensazione che ogni parola possa essere “sbagliata”. E invece i bambini, molto spesso, crescono bene soprattutto dove si sentono accolti, ascoltati e amati. Che sia con un “ti voglio bene”, con un “ti amo” o semplicemente con un abbraccio dato al momento giusto.
Ospedale e rispetto: vademecum per genitori
Negli ultimi anni negli ospedali italiani sono aumentate le aggressioni contro medici e infermieri. All’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, ad esempio, gli episodi di violenza verbale e fisica sono più che raddoppiati in cinque anni, passando da 28 nel 2021 a 64 nel 2025. Ospedale e rispetto devono andare a braccetto. Arriva il vademecum per i genitori.

Il Bambino Gesù lancia una campagna dal messaggio molto semplice ma potente: “Il rispetto è la prima cura”. L’idea è speciale: sono proprio i bambini a ricordare agli adulti come comportarsi in ospedale, con un piccolo vademecum pensato soprattutto per i genitori che arrivano al pronto soccorso con i loro figli. L’obiettivo è migliorare l’ambiente di cura e rafforzare l’alleanza tra famiglie e personale sanitario, perché la serenità di medici e infermieri aiuta anche i bambini a sentirsi più tranquilli e protetti.
Il vademecum del Bambino Gesù: 7 regole per i genitori
Ecco le sette semplici regole ricordate ai genitori quando si entra in ospedale:
- Aspettare con pazienza. In pronto soccorso ogni caso ha una priorità diversa.
- Non alzare la voce. Urlare spaventa i bambini e non aiuta il lavoro dei medici.
- Fidarsi del personale sanitario. Ogni situazione viene valutata con attenzione.
- Ricordare che non si è soli. In ospedale ci sono altri pazienti e famiglie da rispettare.
- Seguire le regole degli spazi comuni. L’ospedale è un luogo condiviso.
- Fare piccoli gesti di attenzione. Anche il rispetto quotidiano fa la differenza.
- Lasciare gli ambienti puliti. Prendersi cura degli spazi aiuta tutti a stare meglio.
Quando un bambino sta male è normale essere preoccupati o spaventati. Ma creare un clima sereno aiuta il personale sanitario a lavorare meglio e rende l’esperienza ospedaliera meno stressante per tutti. Il messaggio della campagna è chiaro: la cura dei bambini inizia anche dal rispetto reciproco tra medici, infermieri e famiglie. Un piccolo promemoria che vale sempre, soprattutto nei momenti più delicati.
La campagna è promossa dall’Irccs in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza su operatori sanitari e socio-sanitari il 12 marzo.
Bambini: regalare un animale domestico a Natale
Le festività in arrivo sono il momento dei sogni, delle luci scintillanti e, per molti piccoli (e anche adulti!), del desiderio di trovare sotto l’albero un cucciolo che scodinzola o un gattino che fa le fusa. Regalare un animale domestico a Natale ai bambini è un gesto d’amore profondo, ma è fondamentale che questa decisione sia presa con estrema consapevolezza e responsabilità, per evitare che la magia delle feste si trasformi in una triste storia di abbandono o cessione.

Il primo passo verso una scelta responsabile è porsi la domanda più importante: siamo davvero pronti ad accogliere un nuovo membro in famiglia, non solo a Natale, ma per i prossimi 10, 15 o anche 20 anni? Un animale non è un giocattolo da mettere via quando si è stanchi. Richiede tempo, dedizione, denaro e cambiamenti nello stile di vita. Bisogna dedicargli del tempo, spendere del denaro per lui che richiede cibo adatto, vaccinazioni, visite veterinarie, sterilizzazione, microchip, accessori, eventuali spese mediche impreviste. E poi ci sono le vacanze: chi si prenderà cura di lui?
Se la risposta a questi punti non è un “Sì” convinto e unanime da parte di tutti i membri della famiglia, è meglio optare per un regalo diverso, come un kit per la cura di un animale, un buono per un corso di addestramento, o un libro sull’educazione cinofila.
E’ necessario pensare anche al tipo di cane che si vuole. Certo, quelli di razza costano. La scelta più etica e responsabile è spesso l’adozione da un rifugio, canile o gattile. I volontari conoscono a fondo il carattere degli animali e sanno abbinarli al nucleo familiare perfetto. Evitate acquisti online non verificati, negozi di animali che non garantiscono la tracciabilità e la salute del cucciolo, o “allevatori” improvvisati. Sostenere questi canali contribuisce al triste ciclo del commercio irresponsabile.
Se l’impegno per un cane o un gatto è troppo grande, considerate alternative che, pur richiedendo cura, sono meno impattanti:
- Conigli o Porcellini d’India: Hanno bisogno di spazio e interazione, ma sono più gestibili.
- Uccelli o Pesci: Possono essere un ottimo primo passo per insegnare ai bambini la cura e la responsabilità.
Un animale è un dono di vita, non un regalo di Natale. Scegliere con il cuore, ma soprattutto con la testa, è l’unico modo per garantire a questi meravigliosi esseri una casa per sempre e per evitare il dramma degli abbandoni.

Scritto da Annamaria e postato in