Giovani e rabbia: ascoltiamoli davvero
Aggressioni tra coetanei, episodi di violenza a scuola, ragazzi che arrivano ad accoltellare i propri insegnanti. Le notizie di cronaca degli ultimi tempi raccontano una realtà che preoccupa genitori e adulti. Eppure, dietro questi comportamenti non ci sono soltanto giovani arrabbiati e aggressivi, ma spesso un malessere più profondo, che non riescono a esprimere e a gestire. Il rischio è quello di etichettare le nuove generazioni come violente, fragili o ansiose, concentrandosi soltanto sulle punizioni e sulla disciplina. Ma fermarsi al comportamento significa non cogliere una possibile richiesta d’aiuto.
“Quando un giovane mostra determinate emozioni, ci sta dicendo che gli importa, che sente il peso del mondo o il bisogno di cambiare ciò che non funziona”, spiega Danila De Stefano, psicologa, ceo e founder del centro clinico di psicologia online Unobravo. Giovani e rabbia: siamo tutti chiamati ad agire, ascoltiamoli davvero.

Uno dei problemi è che ai ragazzi viene insegnato molto, ma poco spazio è dedicato alla comprensione delle emozioni. Secondo il MINDex 2026, il Barometro del benessere mentale degli italiani realizzato da Unobravo con Ipsos Doxa, quasi sei italiani su dieci dichiarano di non essersi sentiti supportati dalla scuola nello sviluppo dell’intelligenza emotiva. Il 51% ammette inoltre di non avere gli strumenti per gestire le proprie emozioni.
Eppure sono proprio gli studenti a chiedere più occasioni di confronto: oltre il 72%, secondo il report 2025 dell’Osservatorio nazionale sul bullismo, considera utili le iniziative di sensibilizzazione a scuola e vorrebbe più momenti di dialogo e sportelli di ascolto psicologico.
Per colmare questa lacuna nasce il progetto “Sento dunque sono – Emozioni e identità a scuola”, presentato il 12 ottobre alla Camera dei Deputati da Unobravo ed Edulia – Dal sapere, polo formativo di Treccani. Si tratta di un percorso rivolto alle scuole secondarie, pensato per promuovere l’alfabetizzazione emotiva e coinvolgere sia gli studenti sia gli insegnanti. L’obiettivo è offrire ai ragazzi strumenti concreti per riconoscere e comprendere quello che provano, imparando a gestire le emozioni prima che si trasformino in disagio o comportamenti problematici.
“Educazione affettiva significa prima di tutto alfabetizzazione emotiva. Bisogna insegnare ad ogni individuo, fin dall’infanzia, a dare un nome a ciò che prova, aiutarlo a comprendere come si sente. Significa insegnare a riconoscere, accogliere e gestire la complessità del proprio mondo interiore”, spiega De Stefano.
Anche la rabbia, quindi, non va semplicemente repressa. È un’emozione primaria e protettiva. Nei bambini si manifesta spesso in modo immediato e fisico. Negli adolescenti può essere legata al bisogno di indipendenza, affermazione e ricerca di confini rispetto agli adulti. Se non viene compresa, però, “rischia di trasformarsi in aggressività agita contro gli altri o contro se stessi”.
L’errore degli adulti è giudicare le emozioni dei ragazzi con il metro della razionalità, liquidandoli come esagerati o capricciosi. Genitori e insegnanti dovrebbero invece aiutarli a capire cosa stanno provando e perché, accompagnandoli nella ricerca di una soluzione. In questo modo, “le emozioni vengono sempre meno agite e più comprese, vissute e gestite”.
Le esplosioni di rabbia o la chiusura emotiva non arrivano necessariamente all’improvviso. Spesso sono il risultato di un accumulo di emozioni represse o ignorate. Diventate difficili da gestire. Per questo l’educazione affettiva non dovrebbe essere considerata un intervento da attivare soltanto quando emerge un problema, ma uno strumento di prevenzione da introdurre fin dall’infanzia. “Dare ai più giovani tutti gli strumenti per imparare da subito a riconoscere la propria emozione, scomporla, capirla e gestirla, permette loro di scegliere come rispondere invece che reagire d’impulso”.
Un percorso che coinvolge anche il mondo digitale. Di fronte ai contenuti violenti che circolano sui social, secondo la psicologa non serve demonizzare la tecnologia. Bisogna insegnare ai ragazzi a sviluppare uno spirito critico e a riconoscere quando ciò che guardano provoca tristezza o ansia, imparando anche a staccarsi.
Il messaggio per noi adulti è chiaro: non basta condannare la violenza, bisogna cercare di comprenderne le radici e intervenire prima che il disagio diventi ingestibile: “Dobbiamo smettere di guardare ai ragazzi come a una generazione fragile. E iniziare a vederli come una risorsa da accompagnare”. Perché dietro la rabbia, conclude la psicologa, possono esserci “un’energia vitale e una richiesta di senso e di futuro”.

Scritto da Annamaria e postato in